La peste. Indagine sulla destra in Germania
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Pubblichiamo un estratto del libro della giornalista Tonia Mastrobuoni, "La peste. Indagine sulla destra in Germania" (Feltrinelli, 2025). Tonia Mastrobuoni, corrispondente per «la Repubblica» dalla Germania e l’Est Europa, è stata inviata a Berlino per «La Stampa» e cronista parlamentare. Ha lavorato per Reuters, Apcom, Il Riformista, Westdeutscher Rundfunk. "La peste" è uno dei libri che abbiamo selezionato tra le ricompense per il crowdfunding 2026 di Valigia Blu.
Sono nata in una famiglia mista. Mia madre era tedesca. Suo padre Bernhard veniva da una famiglia aristocratica della Bassa Sassonia, da vecchio recitava ancora Eschilo in greco e mi appestava con dei lunghi sigari che finirono per ucciderlo. Era sempre stato un socialdemocratico di ferro ed era convinto che Helmut Schmidt fosse il miglior cancelliere della storia.
Mia nonna Lucie, invece, non parlava mai di politica. La mia adorata nonna, che mi faceva dormire nel suo lettone durante le lunghe estati che io e mio fratello Giovanni trascorrevamo a Nordhorn, aveva spesso lo sguardo perso nel vuoto. Valenz, il fratello prediletto che era stato un campione regionale di equitazione, che era destinato a ereditare l’azienda di famiglia, negli anni trenta si era arruolato nelle Ss. Era morto nell’assedio di Stalingrado. Nella mia famiglia, nessuno ne aveva più parlato, era un buco nero, un motivo di vergogna per tutti.
Ogni volta che da adolescente chiedevo a mia nonna di parlarmi del nazismo, lei scuoteva la testa e cominciava a piangere in silenzio. Solo una volta borbottò “non sapevamo niente”. La scusa di rito di un’intera generazione di tedeschi. E io mi infuriavo dinanzi a quel mutismo, a quelle omissioni. Ma lei non parlò mai, né dello zio Valenz, né dei dodici anni delle peggiori atrocità della storia umana. E quelle scuse, quelle bugie autoassolutorie che Primo Levi svelò parlando delle lettere che i tedeschi gli avevano mandato all’uscita in Germania di Se questo è un uomo, sono, in parte, la ragione per cui gli storici hanno faticato a capire come Adolf Hitler avesse stregato un intero popolo.
Ho perdonato mia nonna, negli anni. Ho capito che milioni di tedeschi reagirono come lei, ammutolirono dopo la guerra, si tennero stretto il segreto del maleficio nazista. Tanti si vergognavano, altri tacquero per dispetto. Ma sono rimasta ossessionata dall’idea di capire. E ho compreso, soprattutto da quando sono tornata a vivere a Berlino, che pur avendo la Germania intrapreso un lungo e faticoso percorso di rielaborazione del nazismo – molto più rigoroso di quello dell’Italia col fascismo – tante ombre non sono mai svanite.
In un mondo in piena recessione democratica in cui le destre avanzano galoppando in tutto l’Occidente è fondamentale ricordare il monito di Hannah Arendt: “È totalmente fuorviante derivare il nazismo da una predisposizione caratteriale specificatamente tedesca o dalla tradizione tedesca”. “Il nazismo non è figlio della cultura occidentale, non è erede di Kant o Hegel o Machiavelli, non ha nulla a che fare con il cattolicesimo o il protestantesimo, con la tradizione romana o greca,” scrisse. È “qualcosa di inspiegabile”, che “non è paragonabile neanche con i periodi più bui della storia”.
È lecito chiedersi però, come fece Vasilij Grossman quando varcò le porte dell’inferno di Treblinka, perché i tedeschi avessero applicato le loro migliori virtù ai crimini contro l’umanità. E perché le Ss del campo di sterminio avessero agito “come se stessero coltivando patate o cavolfiori”.
Il flagello di quell’ideologia disumana non si è estinto. Non è vero che si è spento con il “mai più”, con la solenne promessa della Germania riemersa dalle macerie del nazismo e dai sei milioni di ebrei sterminati nei lager. Lo sapeva bene Thomas Mann, che in una celebre prefazione al Faust di Goethe del 1945 scrisse che i tedeschi, come dimostrava Lutero, non riuscivano a conciliare la libertà esteriore con la libertà interiore. Lutero aveva tradotto la Bibbia in tedesco, l’aveva resa accessibile a tutti, il suo era stato un gesto di massima libertà interiore. Ma quando i contadini erano insorti, nel 1525, il monaco agostiniano della più traumatica riforma del cristianesimo aveva invitato i principi tedeschi a schiacciare le rivolte nel sangue. Pur liberi nell’anima, bisognava obbedire all’autorità terrena, questo il dogma di Lutero, questo il suo limite.
Mann sapeva che l’unica salvezza, per la Germania, per scacciare i suoi demoni, le sue tentazioni irrazionaliste e antimoderne, era integrarsi in un’Europa democratica e unita. Oggi la Repubblica Federale continua a essere una delle democrazie più solide al mondo. È governata da partiti antichi, quasi spariti nel resto dell’Occidente, è regolata da meccanismi di pesi e contrappesi che in pochi altri Paesi funzionano così bene. Ha un Parlamento che ha mantenuto una forte autonomia, garantita anche da una Corte costituzionale rigorosa e temuta nel resto d’Europa. E quando un partito di estrema destra, l’AfD, è entrato per la prima volta nel Bundestag, nel 2017, la cancelliera conservatrice in carica, Angela Merkel, ha eretto una Brandmauer, ha imposto un cordone sanitario intorno al partito di ultradestra, vietando anzitutto alla Cdu qualsiasi forma di collaborazione o alleanza con l’AfD. Anche in questo, la Germania è un caso più unico che raro. Continua a essere un baluardo di civiltà.
Da quando vivo di nuovo a Berlino, però, ho capito che tanti demoni che sembravano sconfitti stanno tornando. E si stanno moltiplicando come la peste, in modo imprevedibile, subdolo, sistematico. Nelle mie inchieste e nei miei reportage ho scoperto che nelle campagne della Bassa Sassonia o del Meclemburgo-Pomerania o della Turingia si annidano comunità di bio-nazi, sette di neo-Artamani o adepti del culto di Anastasia che portano avanti un’ideologia eversiva, antidemocratica, razzista e antisemita che discende dai movimenti “völkisch”, proto-nazisti di fine Ottocento di cui si innamorarono anche Heinrich Himmler o Rudolph Höss. All’apparenza, ed è questa la sostanziale differenza con i neonazisti classici, i Völkischen sembrano innocui cultori della natura, vestono all’antica, si mimetizzano con le comunità locali. Ma si considerano le avanguardie di una nuova élite che si prepara a governare una Germania del Quarto Reich.
Nella banda di Enrico XIII è emersa una figura di spicco che veniva dall’AfD, l’ex giudice Birgit Malsack-Winkemann. Ebbene: non è un caso. Come non è una coincidenza che l’AfD sia l’unico partito di destra in Europa che si è sempre più radicalizzato invece di intraprendere un percorso di “de-diabolizzazione” à la Marine Le Pen o Giorgia Meloni. E più si spostava su posizioni estremiste, più l’ultradestra mieteva consensi. Oggi tra un quarto e un quinto degli elettori tedeschi lo vota.
Nella seconda parte del libro ho cercato di spiegare perché l’AfD è diventato lo sbocco politico della peste sommersa che ho descritto nella prima. Ho ripercorso la storia della sua radicalizzazione e ho cercato di metterne in luce anche i legami strutturali con altri ambienti pericolosi e con la dimensione pre-politica organizzata dalla Nuova destra e dai movimenti neonazisti, völkisch e di estrema destra.
La radicalizzazione dell’AfD è stata programmata a tavolino, non è casuale. E gli architetti della deriva estremista, i padri della dimensione pre-politica, gli ideologi della “destra-mosaico” si vantano di aver imparato dagli avversari di una volta, da Antonio Gramsci ad Antonio Negri, dalle tecniche di guerriglia urbana e di disobbedienza tipiche del movimentismo di sinistra, a fare rete e a conquistare consensi. Mentre dai nazisti, tra le tante cose, hanno imparato il linguaggio e il rovesciamento della realtà. Copiano da Goebbels il concetto di “partiti di sistema” per insultare quelli democratici. E per citare Adorno, “trasmettono la sensazione che si possa conquistare la libertà, la possibilità di scegliere, la spontaneità, scegliendo un movimento che punta ad abolire quella libertà”.
L’AfD è lo sbocco, il punto di riferimento e la voce parlamentare di una enorme, inquietante galassia di movimenti, pensatori, pubblicazioni di estrema destra che coltivano un’idea autoritaria e razzista dello Stato e puntano, in realtà, a demolire e sovvertire la democrazia. Con l’approdo dell’AfD al Bundestag, questi movimenti hanno aperto una breccia nel sistema che può aiutarli a realizzare i loro obiettivi.







