Napoli, la città di Dio


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Pubblichiamo un commento dalla newsletter di Ciro Pellegrino su Napoli e la questione “baby gang”.

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«C'è un luogo migliore per i miracoli, di un posto chiamato la Città di Dio?».

Buscapé, figlio delle favelas di Rio de Janeiro si chiedeva cosa sarebbe stato della sua vita in un bellissimo film, tratto da un bellissimo romanzo. Io scrivo dopo una giornata passata a rincorrere video e status su Facebook delle cosiddette 'baby gang' di Napoli. Il giornalismo ha scoperto che i bulletti hanno il profilo social, toccherà occuparsene per un po' finché non ci faremo l'abitudine.

C'è tuttavia in quest'ammuina un aspetto da non sottovalutare: l'analisi di foto, linguaggi, rete sociale di questi guagliuncielli che vanno dai 12 ai 15-16 anni, servono a dare forma a quel che cambia in un sottosistema sociale e culturale che è sfuggente e impalpabile ai più. Quest'osservazione, associata al lavoro sul campo e alla conoscenza di Napoli, fornisce un quadro realistico. Se manca solo uno dei tre elementi non perdete tempo a leggere o vedere: vi stanno vendendo il solito pacco.

Dicevamo, la Città di Dio. La foto a destra è quella del film brasiliano. Quella a sinistra è vera*, è Napoli, quartiere Montesanto. Più atteggiamento da sbruffoncelli che altro, ma cosa accadrà quando quelle armi sapranno, potranno, dovranno usarle?

Chi salva i ragazzi della Città di Dio napoletana? La questione è antica. Ogni tanto penso che se mi fossi trovato in determinate condizioni sarei stato tranquillamente uno di quei ragazzi. Non ci sarebbe voluto niente: il quartiere giusto, certe conoscenze giuste, la voglia di guadagnare qualcosa e stare in un gruppo forte. Mi ha salvato, all'epoca, la paura. La paura è una cosa fondamentale, quando sento le mamme che orgogliose dicono: «Mio figlio non deve avere paura mai di niente!» penso che è come mettere paraocchi e cuffie in testa ad una persona e farla camminare sui binari del treno. Invece no, la paura – che è quella della sanzione sociale, quella generata dal mancato rispetto delle regole condivise – è fondamentale. Essere screditati, deludere qualcuno che si stima, da ragazzini è un bel pegno da pagare. E un modo efficace per indirizzare. Ma prima bisogna guadagnarselo il rispetto di questi ragazzi. E chi lo fa? Non le famiglie, poco gli insegnanti, gli educatori di strada ci riescono ma sono così bistrattati e malpagati che spesso devono chiudere i progetti sociali in campo. Dunque, che si fa? È colpa di Gomorra e ci laviamo la coscienza?

Perché se ne parla oggi, visto che le baby gang non esistono da 10 giorni, a Napoli come nel resto d'Italia? Perché qui abbiamo vari episodi che si sono susseguiti. In particolare quello di un ragazzo accoltellato 12 volte la cui mamma sta facendo (io dico giustamente, anche se avrebbe bisogno pure di altro) il giro delle tv italiane per parlare del bullismo, dell'omertà e delle violenze.

A Napoli abbiamo anche – da un anno – un gruppo di studio pro legalità voluto dal sindaco di Napoli. Tra i nomi ci sono molti amici, giornalisti e professori. Immaginate lo stato d'animo con cui ho dovuto scrivere questo pezzo che attacca il gruppo di studio che finora non ha prodotto niente, manco una frase di conforto.

Eduardo De Filippo fu anche senatore a vita. Nel 1982 prese la parola a Palazzo Madama e raccontò la sua esperienza coi ragazzi dell'istituto di rieducazione per minorenni Filangieri, di Napoli. Le sue parole risuonano come botte su un tamburo: secche, incessanti, tengono il tempo che intanto è passato (34 anni) e ricordano che non è stato fatto granché.

“I ragazzi di undici, dodici, tredici, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù entrano nell’istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l’asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale.

E, finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l’imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il “Filangieri”. È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell’istituto che, durante la mia visita mi dissero: “Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada!” La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma sono sempre punto e daccapo”.

“Ora bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità.

Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l’Europa e l’America, e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti, mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord… Il napoletano, in linea di massima, se vuole vivere e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. E sarebbe una vita questa?”

*Aggiornamento 18 febbraio 2018: un servizio de Le Iene del 18 febbraio ha mostrato che la foto pubblicata era un falso 

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