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Il GRIDAS di Scampia: 40 anni di sogni, progetti e speranze a rischio sgombero

21 Aprile 2022 10 min lettura

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Il GRIDAS di Scampia: 40 anni di sogni, progetti e speranze a rischio sgombero

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di Rita Cantalino

C'è stato un periodo, dal 2004 al 2012, in cui a Scampia era molto facile morire. In quegli otto anni ci sono state due faide di camorra, i morti in totale sono stati 128. Da un momento all’altro, mentre eri per strada, poteva tranquillamente capitarti di trovarti nel fuoco incrociato di una sparatoria o magari essere scambiato per qualcun altro e pagare con la tua vita l’errore di un sicario. È quello che è accaduto ad Antonio Landieri, venticinquenne che aveva deciso di passare la sera del 6 novembre 2004 giocando a calcio balilla con amici in un circoletto sotto casa. La sua comitiva era stata scambiata per il gruppo di giovani spacciatori destinatari di quel piombo e Antonio, affetto dalla nascita da una disabilità motoria, non aveva fatto in tempo a scappare. Potevi morire anche per ragioni trasversali, per colpire qualcuno a cui volevi o avevi voluto bene, come Gelsomina Verde, torturata e poi uccisa il 21 novembre dello stesso anno per una frequentazione, chiusa da mesi, con un ragazzo in seguito affiliatosi agli Scissionisti.

Non era un bel periodo, e il quartiere non era un bel posto. Non era quello per cui era stato pensato. Figlio di una certa idea di urbanistica che tanti danni ha fatto nel corso degli ultimi decenni, i 4,23 km quadrati di Scampia sono caratterizzati da altissimi palazzi e larghe lingue d’asfalto. C’è tanto verde, un numero spropositato di aiuole abbandonate a loro stesse e una enorme villa comunale con aree verde inaccessibili ed enormi spiazzi di pietra e asfalto, senza un posto dove sedersi all’ombra o in generale elementi di arredo urbano che la rendano in qualche modo fruibile. 

Un quartiere dormitorio, un quartiere ghetto, un quartiere brutto. Attualmente ci vivono 41.000 anime.

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Per fortuna le fasi più drammatiche della sua storia sembrano essere passate, un po’ per i nuovi equilibri tra le organizzazioni criminali in città e tanto, però, anche grazie all’instancabile lavoro del tessuto associativo che da diversi decenni anima le strade di Scampia.

Sono ben 32, tra associazioni, cooperative e centri vari, le realtà che dal teatro al cinema, dal supporto alle fragilità più disparate alla promozione dell’integrazione culturale, hanno reso splendente un posto che sembrava destinato a essere soltanto protagonista di storie che, fossero cronaca o intrattenimento, avevano tutte gli stessi toni cupi. Sono centinaia le persone attive che ogni giorno combattono per smontare un pezzo alla volta l’immagine di un quartiere di Savastano e Immortali, di arroganza sguaiata e legge del più forte. 

Non è sempre stato così. È il frutto di lavorio profondo negli anni e di cui possiamo individuare un preciso artefice, una persona che alcuni ritenevano un visionario e che ha avuto il coraggio di sognare un quartiere diverso. 

Felice Pignataro ovvero: “La fantasia non fa di cognome Walt Disney”

Felice Pignataro, di origini pugliesi, si trasferisce a Napoli nel 1958 per studiare prima architettura e poi teologia. Dal 1967 comincia a dedicare la propria vita ai bambini napoletani provenienti dai contesti più complessi: mette in piedi una controscuola per i bambini delle baracche di Poggioreale prima e di Secondigliano poi.

Al suo fianco, praticamente per sempre, la sua compagna: Mirella La Magna. Si sposano nel 1972 e si trasferiscono a Scampia, dove continuano con la propria attività di volontariato. Nel 1981 fondano il GRIDAS (Gruppo Risveglio dal Sonno), mutuando il titolo dell’incisione di Goya “Il sonno della ragione genera mostri”, e decidono di combattere quei mostri, risvegliare le coscienze. 

Mirella La Magna via felicepignataro.org

Felice Pignataro era un artista: “Il più prolifico muralista del mondo”, lo aveva definito da Ernst H. Gombrich del Warburg Institute di Londra. Utilizzava i suoi colori per comunicare con i bambini del quartiere. Li faceva disegnare. Ha guidato le mani di centinaia e centinaia di bambini che, sotto il suo sguardo, hanno messo su muro il mondo come lo vedevano e come lo riuscivano a immaginare. 

Non si trattava di mero intrattenimento, era politica. I bambini e le bambine che hanno avuto il privilegio di incontrare i laboratori del GRIDAS sono stati soggetti politici, protagonisti di una denuncia che riguardava proprio loro, il loro presente e il loro futuro: prove viventi della possibilità di meccanismi educativi alternativi all’insufficienza strutturale del sistema formativo, capaci di andare oltre la mortificazione delle fantasie e la normalizzazione della creatività. Perché, come Felice stesso ripeteva, “la fantasia non fa di cognome Walt Disney” e i bambini e le bambine di Scampia avevano disperatamente bisogno di qualcuno che li convincesse del fatto che quello che avevano nella loro testa valeva molto di più di quello che qualcun altro poteva metterci. 

1986. La fabbricazione dello scarrafone. Fil di ferro, tubi di pvc via felicepignataro.org

Felice è morto nel 2004, adesso il GRIDAS è portato avanti da Mirella insieme a molti e molte che ne condividono il sogno rivoluzionario. In un contesto come quello del quartiere è rivoluzionario chi mette mano a vernice e pennelli e libera la fantasia insegnando ai più piccoli la dignità. La creatività come arma di riscatto è la più geniale delle risposte a un contesto opprimente, in cui il primo dei diritti alienati è quello di immaginare qualcosa di diverso, di meglio. 

E rivoluzionario e geniale era Felice Pignataro, di una lucidità impressionante nella denuncia delle condizioni in cui Scampia versava: l’assenza e la miopia delle istituzioni, poco presenti e male, l’incapacità di maturare uno sguardo in grado di immaginare una prospettiva diversa, o almeno che sapesse cogliere quelle che il territorio stava esprimendo. 

“Il sogno di uno è utopia, il sogno di molti è l’inizio di una nuova realtà”

Pignataro invece era in grado di sognare, e non solo: sapeva come si costruiva quel sogno. È per questo che ha inventato il Carnevale. Dal 1983, il Carnevale di Scampia è progressivamente cresciuto, divenendo una tradizione per persone e associazioni da tutta la città e dal resto d’Italia, che la domenica di Carnevale da quarant’anni sfilano per le strade del quartiere in un corteo ricco di maschere e carri prodotti nei laboratori dei mesi precedenti. 

Non si tratta semplicemente di una festa: è lo strumento che Felice e Mirella, e tutti i loro compagni di strada, hanno usato e usano per muovere le proprie critiche sociali. Sulla rosa dei venti, sulla gru, lungo i fianchi di San Ghetto martire, ogni anno sono affissi messaggi, desideri, denunce, accuse e proposte. 

gru scampia carnevale gridas
via felicepignataro.org

“Il sogno di uno è utopia, il sogno di molti è l’inizio di una nuova realtà”, è uno di questi messaggi, e ben descrive il percorso che il Carnevale di Scampia negli ultimi quattro decenni ha avuto, il modo in cui un corteo di alcuni visionari che se ne andavano in giro per le strade di un quartiere – che, attonito, li fissava dalle finestre mentre schiamazzavano agitando maschere di cartapesta colorate – è diventato un appuntamento noto a livello nazionale, un modello che è stato poi riprodotto in diversi quartieri di Napoli e di altre città.

Un rito di riappropriazione di vuoti urbani, di strade sempre deserte, dove il grigio dell’asfalto è tagliato solo dai colori scuri delle automobili, e che vedono per un giorno all’anno colori, musica e persone passeggiare in una festa serissima.

Perché il carnevale serve a mettere le cose in chiaro, come chiarisce benissimo il testo della sua quarantesima edizione

“Per chi non lo sapesse si richiamano qui le principali motivazioni del nostro carnevale:

  • Si tratta dell’occasione di un recupero della manualità, che a scuola non si vada solo con la testa, ma anche con le mani;
  • Si tratta di stabilire e mantenere almeno una tradizione popolare che sia anche contributo all’identità del quartiere;
  • Si tratta di esercitare la creatività applicata ai casi quotidiani della vita, usare le maschere in funzione di critica sociale;
  • Si tratta di stabilire un rapporto fra scuola e territorio, esibendo all’esterno, in corteo per le strade, ciò che si è prodotto a scuola, e usando il territorio come teatro;
  • È un fatto educativo il riciclaggio di materiali di risulta o di scarto, stoffe, giocattoli vecchi, cartoni da imballaggio, ecc.

È perciò molto importante che le scuole partecipino”.

Questo livello di mobilitazione e attivazione è riconosciuto pressoché da tutti per il suo alto valore culturale e civile, al punto che Mirella La Magna è stata indicata tra i 22 destinatari delle lettere sul futuro di Procida 2022, con la motivazione “perché la cultura è un diritto”. Al Carnevale, a Felice Pignataro e al GRIDAS sono stati dedicati libri, documentari, film. A Felice è intitolata la stazione della metropolitana di Scampia e lì si possono ammirare pannelli e installazioni con le sue opere.

In questo contesto è arrivata la sentenza del 24 febbraio 2022 che, dopo uno scontro processuale durato più di quindici anni, impone lo sgombero immediato della struttura che ospita le attività del GRIDAS e condanna l’associazione al pagamento di 10.000 euro di spese legali. 

La vicenda giudiziaria

La storia delle sede fisica del GRIDAS inizia quasi 60 anni fa: nel 1965 l’INA-CASA di Secondigliano (poi divenuto Scampia) ha acquistato l’area interessata per la realizzazione di un centro sociale di quartiere. Nel 1975 la Gescal (GEStione CAse per i Lavoratori, un fondo statale realizzato con questa finalità) ha consegnato la struttura realizzata all’IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) di Napoli. 

Da quel momento i locali sono rimasti inutilizzati e vuoti e, quando nasce, il GRIDAS comincia a usarli come sede delle proprie attività. L’occupazione non viene mai contestata, da parte dell’IACP non c’è stato alcun segnale e per anni Felice Pignataro e gli altri membri dell’associazione hanno curato la struttura e si sono occupati della sua manutenzione, tutto a proprie spese e di propria iniziativa, fungendo contemporaneamente da argine agli interessi criminali verso l’edificio. 

Negli anni più volte gli attivisti hanno provato a regolarizzare la propria posizione senza riuscire ad aprire interlocuzioni. Fino al 2005, quando l’IACP ha intentato una causa penale all’associazione richiedendo la restituzione dei locali. Il procedimento si era concluso otto anni dopo, nel 2013, con una piena assoluzione perché: 

“Il Gridas aveva in numerosissime occasioni richiesto la regolarizzazione della situazione e, dopo infiniti incontri tra lo Iacp e il comune, nel novembre 2010 si era giunti all’accordo che il comune avrebbe acquisito, concedendo in permuta altri beni, i locali con l’intenzione di concederli in comodato d’uso o in locazione al Gridas (vedasi documentazione allegata dalla difesa) ma poi la situazione si era arenata in quanto lo stabile non risultava accatastato. Successivamente fino al 2012 erano stati anche effettuati vari rilievi per l’accatastamento ma poi non aveva saputo più nulla della situazione”. 

A quel punto l’ente ha deciso di denunciare in sede civile l’associazione che, il 23 dicembre 2015, si è vista recapitare una citazione di comparizione perché occupante “senza titolo” la proprietà, che pure era nata con una destinazione precisa: doveva essere un centro sociale del quartiere. Lo scorso 24 febbraio, l’ultimo atto di questa vicenda, con la sentenza di condanna. 

Il pronunciamento del tribunale ha destato scalpore non solo all’interno dell’associazione ma nel panorama culturale cittadino e nazionale. Dopo la lettera aperta dell’ottobre 2020, con la quale numerosi intellettuali chiedevano un intervento affinché le istituzioni intraprendessero un percorso virtuoso di interlocuzione con l’associazione, e che ha raccolto firme della società civile e di numerosi artisti tra cui Maurizio Braucci, Maurizio de Giovanni, Erri De Luca, Daniele Sepe, Daniele Sanzone, Peppe Lanzetta, Enzo Avitabile, Marisa Laurito, c’è stata una diffusa presa di posizione a difesa del GRIDAS da parte di esponenti del mondo della cultura, della musica e di tanti cittadini, tra i quali proprio quelli che da bambini hanno partecipato alle attività del GRIDAS. Appelli alla mediazione istituzionale sono giunti anche da Roberto Saviano, dal senatore Sandro Ruotolo e dallo scrittore Maurizio De Giovanni.

via felicepignataro.org

Subito dopo la sentenza è stata lanciata la mobilitazione “Il Gridas non si tocca” per chiedere un intervento immediato da parte del Comune di Napoli. Già nel 2010 l’allora sindaca Rosa Russo Iervolino aveva tentato l’acquisizione ma l’IACP non si era mai mostrato collaborativo: l’edificio risultava non accatastato, la documentazione fornita insufficiente e quando fu richiesta una stima di valore del bene i tecnici si dissero non in grado di fornirla, sabotando di fatto la permuta. 

Il sindaco Gaetano Manfredi ha convocato un tavolo tecnico con regione e ACER (l’Agenzia Campana Edilizia Residenziale), subentrata nel frattempo alla proprietà, mentre agli avvocati dell’associazione resta un mese per preparare il ricorso e provare a salvare 40 anni di lavoro e di presenza in un territorio abbandonato da chiunque altro, spesso anche dalle istituzioni. Per la copertura delle spese legali e di difesa è stato lanciato un crowdfunding. La posta in gioco è molto elevata, come spiega a Valigia Blu Martina, la figlia di Felice e Mirella: “Quando è arrivata l’ingiunzione di sgombero siamo stati sollecitati da più parti: la mobilitazione è stata spontanea. Così come accadde nel 2010, quando ci arrivò un'altra ingiunzione. Questo attesta, molto più di quanto potrebbero le parole, quanto il GRIDAS abbia lavorato e prodotto sul piano culturale e sociale, intessendo reti di relazioni che vanno ben oltre i ‘confini’ di Scampia e di Napoli”. 

Immagine in anteprima via openddb.it

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