Vi presento Matteo Renzi, l’uomo che ha svuotato la sinistra


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Articolo in partnership con Fanpage.it

Lo scorso luglio il giornale online francese Mediapart, uno dei più autorevoli e innovativi nel panorama informativo d'Oltralpe, ha dedicato a Matteo Renzi una lunga inchiesta che ripercorre la sua carriera politica, dai primi passi nei circoli di Pontassieve alla presa di Palazzo Chigi. Per gentile concessione di Mediapart abbiamo tradotto le prime due parti dell'inchiesta, scritte dalla giornalista Amélie Poinssot.

Per leggere la prima parte, pubblicata il 28 luglio 2014, clicca qui. Per la seconda parte, pubblicata il 30 luglio 2014, clicca qui.

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Matteo Renzi, la folgorante ascesa di uno stratega

Dalla nostra inviata speciale a Firenze. Aveva appena vent’anni. Si era presentato, a Pontassieve (la cittadina toscana in cui abitava all’epoca), in una di quelle riunioni interminabili della sinistra italiana in cerca d’identità. Erano i tempi dell’Ulivo, nato dopo la scomparsa del Partito Comunista italiano e della Democrazia Cristiana. Gli innumerevoli partiti usciti dall’uno e dall’altro schieramento tentano di imbastire una coalizione. Bisogna abbandonare i riferimenti marxisti, accettare il riavvicinamento con il mondo cattolico... Per la vecchia guarda, che nella rossa Toscana ha sempre votato comunista, la pillola è parecchio dura da mandare giù.

In Toscana la sinistra è sempre rimasta maggioritaria, e l’alleanza con la DC è stata a lungo ritenuta inconcepibile. Matteo Renzi, che allora faceva parte del Partito Popolare Italiano (emanazione diretta della Democrazia Cristiana), non ha preso parola subito. Ha aspettato qualche minuto. E quando l’ha fatto, i militanti di sinistra hanno sentito il vento cambiare. Non serve a niente parlare per l’ennesima volta di programmi, esclama bruscamente, bisogna discutere la ripartizione delle poltrone: il sindaco deve tornare al PPI!

L’episodio è raccontato dalla storica Giuliana Laschi. All’epoca, dopo aver svolto una ricerca sugli agricoltori della regione, Laschi si era unita ai circoli militanti della sinistra locale. Ma non aveva mai visto di buon occhio il riavvicinamento delle due fazioni storiche della politica italiana, ancor meno dopo l’arrivo di Matteo Renzi. “Dato che Renzi aveva questa capacità di leadership, acquisita nel corso degli anni passati con gli scout, è stato subito spinto dalla sezione locale del PPI. È stato il sostegno della sua sezione a far partire la sua avventura politica”.

Questo modo di mettere la tattica sopra ogni cosa e di schivare le discussioni sostanziali è una costante nel percorso di Matteo Renzi. Diventato segretario della sua sezione in qualche mese, Renzi rifà la stessa scena al momento delle trattative per la presidenza della provincia di Firenze, e vince la scommessa: dopo il ricatto del giovane di ritirare l’appoggio in caso di un risultato non soddisfacente, sarà un candidato del PPI a correre per la carica a nome dell’intera coalizione.

“Durante i suoi primi anni in politica, l’obiettivo di Renzi era quello d’ottenere più incarichi possibili per le persone del suo partito”, racconta Simone Siliani, che si è formato nei ranghi del Pds – il diretto erede del Partito Comunista – e attualmente lavora presso il Gabinetto del Presidente della Regione Toscana. Per dirla in altri termini: ribaltare il rapporto di forza tra l’ala sinistra, maggioritaria in Toscana, e quella democristiana, fino a quel momento ai margini. L’ambizioso giovane arriva ben presto a realizzare i suoi scopi, ed è a lui che spetta, logicamente, la presidenza della provincia. Ha 29 anni.

Cinque anni dopo, nel 2009, mentre le alleanze si sono ormai consolidate a livello nazionale in seno al Partito Democratico, l’ala sinistra resiste ancora in Toscana, e continua a non dare alcun credito a Renzi. Alle primarie per designare il candidato del PD alle comunali di Firenze, Matteo Renzi presenta la sua candidatura in aperto contrasto con i vertici del partito, che sosteneveno altri candidati a seguito di un accordo interno che stabiliva che la poltrona di sindaco spettasse a un ex comunista, e quella della provincia ai democristiani.

“Se non arrivo al 40 percento mi ritiro dalla politica!”, minaccia Renzi – la stessa minaccia ventilata prima delle elezioni europee in caso di risultati insoddisfacenti per il Partito Democratico. La sfida ai vecchi comunisti in declino, disconnessi dal loro elettorato, è così lanciata e le elezioni vengono vinte in quella Firenze che ha sempre votato a sinistra.

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Un formidabile istinto politico

È così che viene creato un personaggio: Renzi è uno stratega, una persona che non ha paura delle sfida, fissa delle scadenze, cerca una forma di plebiscito a ogni tornata elettorale e riesce a ribaltare una situazione che all’inizio non gli è favorevole. “È un atteggiamento che denota decisionismo, una corrente di pensiero che può rilevarsi molto pericolosa. Ma il funzionamento interno del partito democratico è democratico? Certamente no”, afferma la storica fiorentina Ariane Landuyt.

“Ogni volta che c’è un ostacolo, Renzi lo affronta di petto. È un uomo che sistematicamente ha bisogno di sfide e di scommesse, è il suo modo di funzionare”, spiega Simone Siliani, che ha conosciuto Matteo Renzi ai tempi della presidenza della provincia, mentre lui era assessore alla cultura di Firenze.

L’ambizione, accompagnata da una fervente fede, è uno dei tratti caratteristici di Matteo Renzi. I suoi avversari, tanto quanto gli ammiratori, gli riconoscono anche un’altra qualità: Matteo Renzi è dotato di un grande istinto politico e di una capacità di persuasione fuori dal comune. Non si tratta di un teorico, ma di un uomo che “sente” le cose. “Renzi ha percepito la stanchezza dell’elettorato nei confronti della sinistra toscana, troppo abituata al potere, senza idee, incapace di rinnovarsi, arroccata in un sistema che occupava tutte le posizioni di potere a Firenze”, racconta Pietro Iozzelli, che ha diretto l’edizione fiorentina de La Repubblica per tutta l’ascesa di Renzi. “Liberatosi della vecchia struttura del partito, ha finalmente potuto dire quello che voleva”.

La storia di questa ascesa è anche la storia di una generazione che non era rappresentata nel sistema politico italiano. Con Matteo Renzi, le generazioni più giovani sono improvvisamente chiamate ad avere una voce in capitolo: “tocca a noi”, martella Renzi durante i comizi. E lui stesso si presenta come il candidato anti-apparato, il “rottamatore”.

Molte persone, incluse quelle dell’ala sinistra del PD, si schierano con lui sulla questione generazionale. Gli altri sono velocemente messi in disparte: prima in veste di presidente della provincia, e poi in quella di sindaco di Firenze, Matteo Renzi favorisce la progressione di volti nuovi, conformemente allo slogan della campagna che aveva tappezzato tutta Firenze: “Viva la gioventù al Palazzo Vecchio!” Ad oggi, tuttavia, le voci dissidenti si sono fatte più rare, più timide. Hanno visto la maggioranza del PD toscano “montare sul carro del vincitore”, come si dice a Firenze.

A Palazzo Vecchio, in mezzo agli affreschi della sala Clemente VII che raffigurano l’alleanza tra il papa e i diplomatici francesi e tedeschi con i Medici per riconquistare Firenze nel XVI secolo, Dario Nardella riceve con molti convenevoli. Il delfino di Matteo Renzi, eletto sindaco dopo di lui, ha un volto giovanile tanto quanto Renzi. Nardella è stato uno dei primi ad affiancare l’astro nascente della Toscana, nonostante lui stesso venisse dall’ala sinistra del PD.

“Mi sono riconosciuto in questa volontà di rinnovare le generazioni, di strappare Firenze dal vecchio apparato partitico”, spiega Nardella, che è stato per cinque anni vicesindaco. Da quel momento, le divergenze tra i due DNA del partito sono apparse del tutto relative. “La nostra vocazione è quella di essere un partito a vocazione maggioritaria, bisogna quindi unire le nostre forze, e Matteo mi è sembrato essere la perfetta sintesi tra le posizioni riformiste della sinistra e quelle liberali”, aggiunge questo renziano della prima ora, eletto sindaco di Firenze con il 59 percento dei voti lo scorso 25 maggio. Ora che è nella stanza dei bottoni, Dario Nardella dice di aver imparato molto dal suo mentore: “Con Matteo ho scoperto la determinazione nel prendere una decisione, la facilità di contatto con la gente, ma anche l’importanza della comunicazione nell’azione politica istituzionale”.

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Un obiettivo nazionale

La comunicazione è un altro aspetto centrale del personaggio. Addirittura l’unico, per i detrattori di Renzi, che vedono un lui uno “sbruffone”, dei “discorsi vacui”, un “guscio vuoto”, "l'annuncismo" elevato a sistema, o direttamente un “venditore di pentole” e un “opportunista” che ha scelto la sinistra come avrebbe potuto scegliere la destra...

Quando Renzi è Presidente della Provincia fa aprire una società per migliorare l’attività dell’ufficio stampa, “Toscana Multimedia”, che è finanziata dall’amministrazione e con cui fa assumere una decina di persone. La sua gestione della Provincia sarà in seguito condannata dalla Corte dei Conti, a causa di un eccesso di spese non giustificate dalla funzione. Renzi organizza anche un festival, “Il genio fiorentino”, che secondo Simone Siliani ha “una manifestazione con un programma piuttosto povero, per la quale sono stati spesi più soldi per la promozione dell’evento che per l’evento stesso”.

Una volta diventato sindaco di Firenze, questa strategia mediatica si trasforma in una vera e propria macchina da guerra. Renzi moltiplica gli uffici e le loro funzioni: portavoce, ufficio stampa, relazioni esterne, responsabile della comunicazione. Secondo il consigliere municipale Tommaso Grassi di SEL, le persone che lavorano per l’immagine di Renzi si aggirano tra le 30 e le 40.

Una strategia del genere comunque paga, anche perché arriva dopo i dieci anni di mandato del suo predecessore, Leonardo Domenici – un sindaco descritto come un modello di snobismo, sordo alla richieste della popolazione,  rinchiuso nel suo Palazzo. Al contrario, il giovane sindaco dal volto infantile è un grande appassionato sia dei social network che della stretta di mano. Recita la parte dell’uomo qualunque, non rifiuta mai un dibattito e, soprattutto, non nega mai un’intervista alla stampa. Spesso, infatti, i media sono informati dei progetti prima ancora del consiglio comunale...Questo non lascia molto spazio a interpretazioni: Renzi punta a un obiettivo di portata nazionale, e per lui Firenze non è che una tappa. Se qualcuno in Toscana si sorprende ancora, comunque, è esclusivamente per la rapidità di questa ascesa.

Nel cuore del dispositivo Renzi c’è un personaggio chiave: Marco Carrai. È l’eminenza grigia, l’amico di tutti, un uomo di relazioni che gli porta il sostegno di banche e grandi imprese. Per sfondare nella politica italiana e restare al potere, tuttavia, non basta avere talento: servono i soldi e il sostegno  del sistema. Carrai fa parte di diversi consigli d’amministrazione di Firenze, tra cui quello della principale banca della città; è l’amministratore delegato di ADF, la società che controlla l’aeroporto di Firenze e che attualmente sta portando avanti un contestato progetto di una nuova pista; attraverso le sue società Carrai ramifica le sue attività, tra cui c'è la gestione delle audioguide dei musei di Firenze, o ancora il restauro di un palazzo storico – in seguito ceduto a Eataly – a due passi dal Duomo.

Secondo la stampa locale, Carrai avrebbe messo a disposizione di Renzi un appartamento nel pieno centro di Firenze. Ed è sempre Carrai ad aver trovato i finanziamenti a Renzi per le primarie del PD del 2012 (perse contro Pierluigi Bersani) attraverso la fondazione Big Bang, che poi cambierà nome in Open.

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In Italia, il finanziamento delle campagne per le primarie non è sottoposto ad alcun controllo. “La squadra di Renzi ha dichiarato di aver speso 100mila euro per quelle primarie, e ha fornito una lista di finanziatori. Ma come ha ammesso lo stesso avvocato, quella lista è incompleta perché non tutti hanno accettato di essere citati. Non è da escludere che, per aver finanziato la sua campagna, degli imprenditori abbiano ottenuto dei vantaggi grazie a Renzi”, spiega Duccio Tronci, giornalista freelance e autore del libro Chi comanda Firenze? La metamorfosi del potere e i suoi retroscena attraverso la figura di Matteo Renzi.

Molti osservatori dicono che Renzi è un uomo interessato al potere e non ai soldi,  un politico che si circonda di “fedelissimi” a cui lui accorda i “suoi favori” in cambio di  appoggi incondizionati. In una Regione in cui gli interessi economici sono gelosamente conservati dai produttori di vino e le grandi famiglie fiorentine occupano gli stessi palazzi da secoli, non c’è dubbio sul fatto che Matteo Renzi abbia lavorato per assicurarsi il loro sostegno. Il giorno in cui si presenta ufficialmente come candidato sindaco in uno dei teatri più belli della città, Renzi riceve gli onori della marchesa Frescobaldi, una delle figure di spicco della nobiltà fiorentina, che scende personalmente dal suo balcone per congratularsi con lui.

E quella del candidato della sinistra sostenuto da una delle grandi fortune economiche del paese è un’immagine altamente simbolica.

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Matteo Renzi, il toscano che ha svuotato la sinistra del suo contenuto

Cos’ha fatto Matteo Renzi a Firenze? Decrittare la sua politica la dice lunga su chi ora è segretario del PD, dirige l’esecutivo italiano e presiederà l’Unione Europea fino a dicembre. “Matteo”, come tutti lo chiamano a Firenze, non si è infatti particolarmente distinto per misure di sinistra nel corso del suo mandato da sindaco del ricco capoluogo toscano. Anzi, ha favorito certi interessi economici, evitato il dialogo sociale e, soprattutto, ha continuato a lavorare sulla sua immagine.

Matteo Renzi affonda le proprie radici politiche in una Toscana rossa e cattolica. “Matteo Renzi è una figura cresciuta nel cattolicesimo toscano, un cattolicesimo di sinistra, riformista, vicino alla gente e che negli anni ’50 ha visto nascere delle riviste intellettuali, una corrente anticolonialista, degli approcci pedagogici innovativi e delle politiche sociali che sono ruotate intorno a una figura chiave: Giorgio La Pira”, racconta la storica Ariane Landuyt, che vede in Renzi “l’uomo della sintesi, colui che è riuscito, grazie alle sue origini, a recuperare un elettorato comunista che non avrebbe mai votato per la Democrazia Cristiana”.

Matteo Renzi ha fatto la sua tesi di laurea in giurisprudenza proprio su questa figura storica della politica italiana. Giorgio la Pira, sindaco di Firenze negli anni ’50, era dotato di una personalità iconoclasta ed è stato estremamente popolare: ha promosso l’impegno dei cattolici in politica per cambiare la società e modellarla sui principi del Vangelo, ha sostenuto le lotte operaie e dato avvio alle prime case popolari in Italia. Matteo Renzi vi si rifà spesso,  senza tener conto della differenza tra i due. Nella pratica, infatti, la sua politica non ha nulla a che fare con quella di La Pira.

Matteo Renzi è, prima di tutto, un uomo che rifiuta il dialogo sociale. È uscito piuttosto male da uno sciopero del Maggio Musicale Fiorentino, il grande festival lirico di Firenze, alla fine del 2012, quando dopo la nomina di una direttrice “paracadutata” erano stati annunciati una trentina di licenziamenti. Da sindaco, come racconta Chiara Tozzi della CGIL, Renzi ha ricevuto i sindacati solo quattro volte nel corso del suo mandato, durante un periodo piuttosto agitato in cui, a causa delle misure di austerità decise da Roma, i comuni hanno dovuto abbassare i salari e ridurre il personale: “Su certe questioni Renzi non ha mai voluto mettersi a un tavolo con i mediatori. È stato molto arrogante nei nostri confronti. Le poche volte che ci ha ricevuto, ha passato il suo tempo a compulsare il suo smartphone”. Questo grande appassionato di social network ha inoltre fatto partire, sempre nel 2012, la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti, l’ATAF, senza negoziare con la rappresentanza sindacale per salvaguardare i posti di lavoro.

Secondo la stampa locale, questa privatizzazione ha portato a un centinaio di licenziamenti e alla soppressione di diverse linee. Durante una manifestazione la sinistra radicale aveva usato questo slogan: “Il sindaco che la destra ci invidia”. Matteo Renzi ha difeso il suo operato a Genova, dove ugualmente è in corso un progetto di privatizzazione del trasporto locale.

Più in generale, i detrattori di Renzi gli rimproverano di non aver fatto nulla per la vita quotidiana degli abitanti: certo, ha migliorato l’immagine della città pedonalizzando il centro storico, ma questa misura non è stata pensata per gli abitanti né è stata compensata da mezzi di trasporto adeguati per permettere loro, e soprattutto agli anziani, di recarsi in centro. Di contro le piazze pubbliche sono state trascurate, e all’inizio di luglio un albero è caduto al Parco delle Cascine causando due morti.

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Un portatore sano di cultura

Quando si tratta di promuovere l’immagine della città, Matteo Renzi è sempre stato in prima linea. Un anno fa Renzi ha prestato al proprietario della Ferrari tutto il Ponte Vecchio per una sera, rendendolo inaccessibile ai pedoni. Per convincere gli abitanti che questa privatizzazione di un luogo pubblico avesse un senso, Renzi ha promesso che con il denaro raccolto si sarebbero pagate le vacanze dei bambini disabili. “Il comune ha preso eccome i soldi, ma nessun bambino è andato in vacanza”, afferma Tommaso Grassi, consigliere comunale all’opposizione. Di fatto, la nozione di giustizia sociale o la lotta contro l’evasione fiscale sono stati sempre assenti dal discorso pubblico del sindaco di Firenze, interamente incentrato sulle nozioni di tradizione e rinnovamento.

Per Tomaso Montanari, storico dell’arte che è stato compagno di liceo di Matteo Renzi e oggi insegna all’Università di Napoli, “Renzi ha usato l’immagine internazionale di Firenze per costruire il proprio personaggio ed evitare di risolvere i problemi concreti della città. È un berlusconiano nato, per il quale la comunicazione è sempre più importante della realtà. Non ha alcun progetto democratico, né per la città né adesso per il paese; il suo unico progetto è incentrato su se stesso, ed è quello di detenere il potere”.

L’arte utilizzata come strumento mediatico: questo esperto, autore del saggio Le pietre e il popolo, nell'analizzare la costruzione del personaggio politico di Matteo Renzi racconta anche che il sindaco, aderendo a una visione turistica e monoculturale di Firenze, ha voluto ritrovare e finire un dipinto incompleto di Leonardo da Vinci nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio – un “non senso storico”, secondo Tomaso Montari, dato che sulle pareti c’erano già altri affreschi realizzati in epoche successive. Matteo Renzi ha dunque fatto perforare le pareti per ritrovare lo strato iniziale, e ha voluto realizzare questa impresa attraverso una mescolanza di generi strabiliante: l’impresa a cui è stato conferito l’incarico di recuperare “l’affresco perduto” di Leonardo Da Vinci era di proprietà di una produttrice di vino, sposata con l’ex direttore dell’edizione toscana de Il Giornale, un quotidiano di destra che è il principale quotidiano d’opposizione a Matteo Renzi. Avvicinarsi ai suoi oppositori, del resto, è una tattica usata più volte nel corso della carriera dell’uomo che ora siede a Palazzo Chigi.

Alla fine, comunque, Matteo Renzi ha dovuto sospendere il progetto dopo i pareri negativi degli esperti – tra cui un esposto dell’associazione Italia Nostra – e non appena la polemica è diventata nazionale. Per Tomaso Montari, “questo episodio ha fatto crescere la sua rabbia nei confronti degli intellettuali, dell’élite e del mondo culturale. Pur presentandosi come l’uomo del popolo, Renzi utilizza costantemente la cultura in chiave retorica, senza saperne un granché. Come un portatore sano di virus, secondo me Matteo Renzi è un portatore sano di cultura.”

Un portatore sano di cultura...che del resto si è liberato da ogni vincolo ideologico. “Non è ideologico, ed è ciò che dà fastidio di lui. Ma è anche ciò che gli viene rimproverato”, spiega la storica Ariane Landuyt, “Renzi è un pragmatico”. Neanche Blair, al quale si ispira e assomiglia, fa parte del suo pantheon... “Tutto ciò è anche un punto di forza poiché gli dà libertà di esprimersi.” “Ha già ucciso la sinistra”, dice Tomaso Montanari, che vede in Renzi “un nemico del pensiero critico. La caratteristica del pensiero critico è quella di sapere che c’è sempre un’alternativa. Renzi invece è profondamente conformista”.

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Un metodo in quattro tempi

Tomaso Montanari è stato relativamente vicino a Renzi agli inizi, quando il sindaco di Firenze aveva inaugurato, nel 2010, gli incontri alla Leopolda, una vecchia stazione trasformata in uno spazio culturale. “La Leopolda”, un incrocio tra un meeting politico e uno spettacolo partecipativo molto mediatico, ha riunito politici, accademici e imprenditori in una specie di “big bang” per “costruire la Terza Repubblica”. La sala è strapiena: il pubblico si diverte e riscopre la politica - il tutto mentre l’apparato del PD è lontano anni luce dal proprio elettorato, e i riti sociali che avevano accompagno la storia del PCI, come la Festa dell’Unità, sono spariti negli anni '90. “La Leopolda” è un momento fondamentale nella scalata al PD della generazione di Renzi, ed è un laboratorio che, per molti, ridà gusto alla politica.

A fianco di Renzi si trova anche un altro astro nascente del PD: Giuseppe Civati, oggi deputato, stessa età di Renzi e stessa voglia di spazzare via una direzione gerontocratica. Come lo storico d’arte Tomaso Montari, anche Giuseppe Civati si è però allontanato in fretta. Proveniente dall’ala più a sinistra del PD, eppure da sempre convinto che fosse possibile lavorare insieme all’ala più liberale del partito, Civati resta deluso molto presto dal personaggio: “Renzi è un egocentrico, ha un modo molto personale di concepire la politica, rifiuta la mediazione sociale e la concertazione, anche all’interno della sua stessa squadra. Non sono per nulla d’accordo con questa pratica, che fondamentalmente non è di sinistra,” spiega Civati, che ora è uno dei leader della fronda anti-renziana, ormai minoritaria all’interno del PD.

Questo non impedisce a Matteo Renzi di riappropriarsi abilmente dei simboli della sinistra...Il presidente del Consiglio ha già annunciato la sua intenzione di voler rilanciare la festa dell’Unità a Bologna, ad agosto. “Renzi è ormai visto dai media come l’ultima speranza del paese! È una retorica pericolosa,” afferma Tomaso Montanari, “l’ultima volta che si è parlato in questi termini di una persona lo si è fatto per Mussolini...” Lo storico vede peraltro delle “analogie preoccupanti con l’avvento del fascismo: Renzi è il prodotto dell’autodistruzione del PD e della distruzione di tutti gli altri. Certo, oggi non c’è il rischio di veder emergere una dittatura, ma c’è comunque un rischio per la democrazia”.

Se il pensiero di Renzi può apparire vuoto, non c’è dubbio sul fatto che ci sia comunque un metodo: “L’azione di Renzi è composta da quattro fasi,” spiega il giornalista Pietro Iozzelli, vecchio caporedattore dell’edizione locale de La Repubblica, uno dei pochi giornalisti ad aver seguito il personaggio sin dall’inizio. “C’è anzitutto l’annuncio in pompa magna, poi una scadenza fissata in giorni o mesi – che non sarà mai verificata dai giornalisti – poi l’evocazione di una serie di altre misure per distogliere l’attenzione e infine, sempre con gran velocità, un nuovo annuncio ancora più ambizioso. Si tratta di spostare incessantemente in là i traguardi e di presentare un continuum di problemi, per dimostrare di sapersi lanciare in imprese ogni volta più grandi e, sostanzialmente, di non dover mai rendere conto”.

Insomma, si tratta di una fuga in avanti per mischiare le carte che ricorda stranamente la successione d’annunci fatta da quando è diventato Presidente del Consiglio. In Italia si parla già di “velocismo”. Un esempio tra gli altri: quando era presidente della provincia, Matteo Renzi si opponeva fermamente al passaggio della linea ad altà velocità sotto la città – una posizione popolare in una città dove il sottosuolo è molto fragile. Una volta eletto sindaco, però, Renzi non ha più parlato di questa questione. Di contro, Renzi sembra maneggiare benissimo l’arte delle promesse non mantenute, come quella di creare un parco in cambio della costruzione in periferia di un gigantesco inceneritore, o ancora di mettere in piedi un sistema d’alloggio d’emergenza per i senzatetto: né l’uno né l’altro hanno mai visto la luce.

Matteo Renzi, contrariamente alla tradizione politica italiana, non è mai andato oltre un mandato nelle varie cariche che ha ricoperto: un modo perfetto per evitare di tracciare bilanci e per sbarazzarsi della patate bollenti...“È troppo facile guidare una città per cinque anni e poi lasciare che siano gli altri a farsi carico di tutti i problemi. Io avrei voluto un secondo mandato di Renzi!”, dice chiaramente il consigliere dell'opposizione Tommaso Grassi.

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Ma Renzi da parecchio tempo aveva un altro obiettivo. Alla fine del 2013 conquista la direzione del PD; all’inizio del 2014 si insedia a Palazzo Chigi. Al Comune di Firenze il successore di Renzi ci ha spiegato, con una certa diplomazia, che “bisogna fare politica con professionalità senza però farne una professione. Bisogna vivere per la politica, non vivere di politica”. Questi buoni propositi curiosamente ricordano gli stessi formulati dal Presidente del Consiglio in un’intervista accordata lo scorso maggio a diversi quotidiani europei: “Mi piace l’idea che si faccia politica a tempo determinato. Per alcuni anni si consacrano anima e corpo, poi si lascia”. Ancora una volta, questo è un modo di distorcere la realtà: il percorso di Matteo Renzi, infatti, dimostra che sin dall’età di vent’anni c'è stata una consapevole costruzione di una leadership nazionale. Su una cosa, comunque, tutti gli osservatori sono concordi: Renzi è destinato a rimanere a lungo nel sistema politico italiano.

Matteo Renzi, insomma, è riuscito in questo incredibile gioco di prestigio: per la sinistra italiana Renzi ormai è il messia – nonostante si tratti di un uomo senza una visione ideologica, spuntato fuori dai meandri della Democrazia Cristiana e diventato, anche a forza di slogan mediatici in un’Italia profondamente segnata da vent’anni di berlusconismo, il leader di un partito sorto dalle macerie del Partito Comunista italiano. La consacrazione però non finisce qui: tutti gli occhi europei sono puntati su questo giovane Presidente del Consiglio che osa tener testa ad Angela Merkel...E dopo il successo del PD alle europee, anche i socialdemocratici di tutto il continente aspettano Matteo Renzi come se fosse il messia.

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