L’attivismo per i diritti umani nella Cina post-Tienanmen: storia di una brutale repressione e di una resilienza straordinaria


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La foto simbolo è quella di uno studente che da solo, disarmato, cerca di fermare l’incedere di una colonna di carri armati. Trent’anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, i carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese uccisero a piazza Tienanmen, in Cina, centinaia di persone, mettendo fine alle proteste degli studenti iniziate un mese e mezzo prima, il 15 aprile. A maggio più di un milione di persone riempì la piazza dove nel 1949 Mao Zedong aveva dichiarato la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Per disperdere i manifestanti furono inviate truppe corazzate ma, di fronte alla folla immensa, le forze governative si ritirarono. Poi Deng Xiaoping, capo della Commissione militare, diede ordine di fare fuoco.

"Nella notte tra il 3 e il 4 giugno avvenne 'il massacro di Pechino'", scrive Simone Pieranni su Il Manifesto."Da quel giorno per le strade della Cina si attuò una vera e propria caccia all’uomo, mentre nelle stanze del Partito comunista andava formandosi un’idea ben chiara: quanto accaduto non sarebbe dovuto succedere mai più".

Fu un massacro: 319 vittime secondo il “bilancio ufficiale”, molte di più per la Croce Rossa, le organizzazioni internazionali, i media stranieri, i testimoni di quei giorni. Migliaia di studenti, lavoratori e residenti che avevano protestato in oltre 300 città furono arrestati dalla polizia.

Trent'anni dopo, il ministro della Difesa, il generale Wei Fenghe, definisce quanto accadde in quei giorni "disordini politici", non "repressione". "Si trattò di una turbolenza politica, il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto", ha precisato Wei Fenghe. "Non sono d'accordo con l'uso del termine 'repressione'. Negli ultimi 30 anni, le riforme, lo sviluppo e la stabilità, e i successi raggiunti in Cina rispondono da sé", ha aggiunto il portavoce del ministero, Wu Qian.

In assenza di una commemorazione ufficiale, un gruppo di attivisti cinesi ha chiesto, in una petizione online lanciata dal gruppo per i diritti umani China Change, di digiunare per ricordare Tiananmen: “Il digiuno non può essere represso, si può fare anche se vieni privato della tua libertà", si legge nella petizione. “Solo quando 1,3 miliardi di persone potranno riunirsi per commemorare questa data, la nostra nazione si sarà rinnovata". Un momento che come mostra un video della BBC non sembra trovare traccia nella memoria condivisa cinese:

Un gruppo di 60 giornalisti di Hong Kong ha deciso di commemorare l'anniversario del massacro con un progetto multimediale dal titolo "I am a Journalist, My June 4 Story".

A distanza di 30 anni, la situazione per gli attivisti dei diritti umani in Cina non è migliorata, scrive Human Rights Watch che in questi anni ha continuato a documentare la repressione esercitata dal governo cinese. Se c’è una lezione che il Partito Comunista Cinese ha imparato da piazza Tienanmen è che ogni forma di attivismo indipendente e critica pacifica va stroncata sul nascere. E così è stato dal 1989 a oggi.

In tanti hanno sacrificato la propria vita per un paese più giusto e libero. Molti sono stati detenuti arbitrariamente, imprigionati o costretti a sparire. Alcuni sono morti mentre erano sotto la custodia dello Stato. Altri vivono con disturbi fisici permanenti e traumi mentali a seguito di torture da parte delle autorità. E poi c’è chi, dopo aver sofferto per anni, è fuggito dalla Cina.

Tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, per entrare nei circuiti internazionali, ottenere l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio e aggiudicarsi le Olimpiadi estive del 2008, Pechino ha cercato di dare l’idea di una società più aperta e libera anche per l’espressione del dissenso. Tra i 1997 e il 1998 furono liberati i dissidenti politici Wei Jingsheng e Wang Dan e fu firmata – ma mai ratificata, nota Human Rights Watch – la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

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Lo studente Wang Dan a piazza Tienanmen il 27 maggio 1989

Eppure il Partito Comunista Cinese ha continuato a stroncare i tentativi di organizzazione di una opposizione politica. Quando alcuni veterani delle manifestazioni del 1989 tentarono di formare partiti politici, i loro sforzi furono puniti con lunghe pene detentive. Nel 1993, l'attivista Liu Wensheng fu condannato a 10 anni di carcere per aver organizzato il Partito socialdemocratico cinese. Nel 1994, all'attivista democratico Hu Shigen sono stati inflitti 20 anni di detenzione per aver tentato di fondare il Partito per la Libertà e la Democrazia della Cina. Tra il 1998 e il 2002, alcuni degli attivisti che hanno cercato di formare il Partito Democratico Cinese furono condannati a molti anni di carcere. Nel 2002 l'organizzatore del partito, Wang Bingzhang, fu catturato in Vietnam, riportato in Cina e condannato all’ergastolo per spionaggio e terrorismo.

Tuttavia, nonostante la repressione politica, con la crescita dell’economia, una maggiore apertura della società e il numero sempre crescente di cinesi che studiavano all’estero, gli attivisti sono più preparati ad affrontare le autorità.

Nel marzo 2003, dopo l’uccisione di un giovane lavoratore migrante di nome Sun Zhigang, picchiato a morte in un “centro di custodia e rimpatrio”, il governo ha fatto chiudere questi centri grazie all’azione di tre giuristi, Xu Zhiyong, Teng Biao e Yu Jiang. In quegli anni nasceva il movimento "weiquan" (o "difesa dei diritti"), costituito da una fitta rete nazionale di avvocati, attivisti e giornalisti che, operando entro i limiti legali e politici, hanno spinto sempre più in là i confini della censura, monitorato e documentato i casi di violazione dei diritti umani, difeso le vittime di abusi in tribunale, denunciato illeciti ufficiali e chiesto riforme politiche.

Ma, con l’avvicinarsi delle Olimpiadi del 2008, il governo ha ampliato l’apparato di sicurezza e messo a tacere diversi attivisti di spicco: nell'autunno del 2006 Chen Guangcheng, un avvocato cieco e autodidatta che aveva documentato abusi legati alla legge sulla pianificazione familiare fu condannato a 4 anni e 3 mesi di carcere; l'avvocato per i diritti umani Gao Zhisheng, che aveva difeso i praticanti del Falun Gong, fu punito con 3 anni di carcere per "incitamento alla sovversione del potere statale"; nel 2008 lo scrittore Liu Xiaobo fu condannato a 11 anni di carcere con l’accusa di “istigazione alla sovversione” dopo aver redatto la Carta 08 (firmata da più di 300 persone), una petizione online che chiedeva alle autorità di mettere i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto al centro del sistema politico cinese.  Nel 2010, Liu Xiaobo ha ricevuto il Nobel per la pace "per la sua lotta lunga e non violenta per i diritti umani in Cina". Una sedia vuota ha testimoniato la sua assenza alla cerimonia di premiazione a Oslo.

Nel 2011 circa 100 persone, che avevano lanciato un appello online per chiedere ai cinesi di emulare le insurrezioni della Primavera araba, furono detenute per settimane. Al momento del loro rilascio, alcuni di loro hanno riferito di essere stati sottoposti a privazioni forzate del sonno, interrogatori e minacce durante la detenzione. Tra di loro c’erano l'artista Ai Weiwei e gli avvocati per i diritti umani Teng Biao e Jiang Tianyong.

Un plastico che ricrea l'esperienza detentiva dell'artista Ai Weiwei, mostrato a Venezia il 28 maggio 2013

Con l’avvento al potere di Xi Jinping nel 2012 la situazione è peggiorata. La stretta sui diritti umani è stata estesa alle minoranze religiose e etniche e ai siti web di notizie indipendenti. Dal 2016, il governo cinese ha infatti cercato di eliminare le poche piattaforme online indipendenti di informazione sui diritti umani del Paese imprigionando i loro fondatori e membri chiave.

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Hu Jia, attivista e vincitore del Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Tuttavia, nonostante il contesto politico soffocante, la lotta degli attivisti continua. Come ha affermato l’attivista Hu Jia: "Non credo che il Partito Comunista Cinese sia fatto di ferro. Non ho mai perso la speranza. Non penso che il potere del male possa durare per sempre. Non lo farà”. Ogni anno prima dell'anniversario di Tiananmen, Hu viene inviato in una "vacanza forzata” fuori Pechino, durante la quale viene monitorato da vicino. È uno dei modi in cui le autorità mettono a tacere il dissenso ma, conclude Hu Jia, “i dissidenti non saranno messi a tacere”.

Foto in anteprima David Turnley – Getty Images via Human Rights Watch

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