A Macerata 20mila persone, una sola voce: la democrazia non si fa intimidire

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Lo scorso 3 febbraio, intorno alle 11 del mattino, Luca Traini ha aperto il fuoco contro tutte le persone di pelle nera che ha incontrato mentre a bordo della sua auto percorreva le vie di Macerata. Ne ha ferite 11, alcune in maniera grave, ma l’intenzione era quella di “ucciderli tutti”. Traini, che sostiene di averlo fatto dopo aver sentito in radio gli aggiornamenti sul caso di Pamela Mastropietro, dopo aver sparato una trentina di colpi in diversi punti della città, è stato fermato dalla polizia in piazza della Vittoria, davanti al Monumento ai Caduti: alla vista degli agenti è sceso dalla macchina, ha fatto il saluto romano e si è avvolto nella bandiera tricolore. Un attentato terroristico, di matrice fascista e razzista. Il gesto è stato rivendicato da Traini, che si dice non pentito di quello che ha fatto.

Già il giorno dopo la sparatoria un presidio spontaneo antifascista e antirazzista si è riunito ai giardini Diaz, mentre a una settimana di distanza una grande manifestazione, organizzata dal centro sociale Sisma di Macerata, ha attraversato le strade della città: un corteo “che accoglie e non respinge”, in solidarietà alle vittime dell’attentato di Traini e contro ogni fascismo e razzismo.

Alla manifestazione hanno  partecipato migliaia di persone: stime parlano di quindicimila (trentamila secondo gli organizzatori) provenienti da Macerata e da diverse parti d’Italia. E questo nonostante le polemiche, l’allarmismo e i tentativi di boicottare il corteo.

Pochi giorni dopo l’attentato di Traini, infatti, il sindaco di Macerata, Romano Carancini, del Partito Democratico, aveva chiesto che in città non si tenesse nessuna iniziativa per non turbare la popolazione: «È il tempo della comunità, della nostra comunità (...) Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città. Si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze, che non vogliamo, non vogliamo». Il riferimento era in maniera particolare al corteo antifascista di sabato.

Carancini si è appellato «alle donne e agli uomini, in particolare ai giovani, di buona volontà per sospendere spontaneamente ogni pur legittimo desiderio di far sentire la propria voce, in questi giorni difficili e fragili. Io sento forti le responsabilità per la città, per la comunità di cui sono parte e credo che ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra Costituzione, per i diritti alla legalità. Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo». Le dichiarazioni del sindaco facevano eco a quella che è stata la reazione del maggiore partito di centrosinistra dopo la sparatoria di Traini: un generale invito ad “abbassare i toni”.

Con una nota, l’Anpi, l’Arci, la Cgil e Libera hanno fatto sapere di accogliere l’invito del sindaco e quindi di “sospendere la manifestazione nazionale del 10 febbraio” (nonostante non figurassero tra gli organizzatori), chiamando “fin d'ora a raccolta tutti i sinceri antifascisti e democratici per una grande manifestazione nazionale unitaria, da realizzare prossimamente”. «La nostra è stata una scelta molto difficile, non è una sospensione definitiva ma solo un rinvio», ha spiegato la presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo, a Radio Popolare, aggiungendo che non si tratta «certo un atto di resa o di paura, è un atto di rispetto verso una richiesta di un sindaco di una città molto provata, già provata dal terremoto, che chiede di non fare una manifestazione che potrebbe essere troppo turbante della vita democratica».

Nella stessa giornata in cui veniva diffuso l’appello di Carancini, intanto, al centro di Macerata, presidiato dalle forze dell’ordine, si teneva un comizio del segretario e candidato premier di CasaPound, Simone Di Stefano. Per il giorno seguente era previsto un sit-in di Forza Nuova – poi vietato dal Questore e finito con tafferugli.

La scelta di Anpi, Cgil, Arci e Libera ha ricevuto il plauso del ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha ringraziato le organizzazioni «che hanno accolto la richiesta del sindaco di Macerata di sospendere le manifestazioni in questo momento così delicato per la città, che ora ha bisogno di pace e di tranquillità». Minniti ha poi aggiunto di augurarsi che «anche altre organizzazioni che hanno annunciato manifestazioni accolgano l'invito del sindaco di Macerata. Se questo non avverrà, ci penserà il ministro dell'Interno a evitare tali manifestazioni». Anche la Prefettura di Macerata ha emesso un comunicato sulla stessa linea d’onda.

I promotori della manifestazione di sabato hanno ribadito l’intenzione di portare avanti l’iniziativa di sabato mattina, denunciando “la messa al bando di un esercizio democratico fondamentale come quello di manifestare contro un atto terroristico di stampo fascista”. Dall’altro lato, diversi circoli Arci e sezioni dell’Anpi si sono dissociati pubblicamente dalle decisioni dei coordinamenti nazionali, e hanno confermato la loro presenza in piazza, così come la Fiom.

Successivamente l’Anpi, ribadendo la sua non partecipazione ufficiale, ha chiesto alle autorità competenti di “autorizzare la manifestazione” e ha invitato “tutti coloro che vi parteciperanno a far sì che essa si svolga in modo assolutamente pacifico". Hanno comunicato la loro presenza, invece, Potere al Popolo, +Europa ed esponenti di Liberi e Uguali, che hanno definito la scelta di “vietare la possibilità di manifestare” a Macerata “sbagliata e pericolosa”.

Il corteo, dopo una riunione tra le autorità e gli organizzatori, alla fine ha ricevuto il beneplacito definitivo della Prefettura, che ha ravvisato come non ci fossero “ragioni di ordine e sicurezza pubblica per un provvedimento di divieto”.

Il Partito Democratico però ha mantenuto la sua opposizione, di fatto non riconoscendo il corteo e organizzando un'altra manifestazione per il 24 febbraio a Roma. «Quando accadono fatti così gravi il compito di un sindaco è quello di abbassare i toni. E recuperare un clima di tranquillità», ha detto Matteo Renzi. «Se il Sindaco Carancini ha fatto quell’appello, noi stiamo con lui. Nessuno rinuncia alla piazza antifascista, ma se viene fatta a Roma anziché a Macerata, con il consenso dell’Anpi, non ci vedo nulla di male. Eviterei di fare polemica anche su questo».

Il sindaco Carancini ha diffuso dal suo profilo Facebook le precauzioni prese per la giornata di sabato, facendo propria “la preoccupazione di tutte le famiglie”, comunicando la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado e la sospensione del trasporto pubblico.

La manifestazione annunciata per sabato 10 febbraio impone la necessità per il Sindaco e l’Amministrazione di far...

Pubblicato da Romano Carancini su venerdì 9 febbraio 2018

A questi provvedimenti si sono accompagnate ricostruzioni dei media che per giorni hanno raccontato una città blindata, impaurita e paventato il rischio di possibili incidenti, alimentando una tensione che non ha mai avuto ragione di esistere.

Si è parlato anche del ritrovamento di “mazze per gli scontri” in una zona del centro storico, salvo poi specificare che “per le circostanze che hanno portato al ritrovamento e anche per il luogo dove sono state recuperate, sottolineano fonti investigative, le mazze non hanno nulla a che fare con il corteo in programma”.

Nonostante le continue rassicurazioni degli organizzatori che a più riprese hanno spiegato l’intento di «fare una manifestazione pacifica per ribadire i valori dell'antifascismo e dell'antirazzismo», fino alla mattina stessa del corteo il sindaco ha dichiarato di non sentirsi sereno e per questo motivo di non partecipare: «Col cuore oggi sarò in piazza ma, per coerenza, riconfermo che la città ha bisogno di respirare (...) Ad una manifestazione del genere avrebbero partecipato almeno 20 mila dei miei concittadini. Non so quanti andranno oggi. Sono stato accusato di indegnità per aver sostenuto che Macerata non doveva ospitare sfilate e manifestazioni di piazza. La mia posizione non cambia».

Tutti questi appelli a protezione della quiete pubblica e questo allarmismo hanno fatto sì che sabato mattina in centro a Macerata non ci fosse quasi nessuno: le strade erano praticamente deserte – se si fa eccezione per giornalisti e forze dell’ordine – e la maggior parte degli esercizi commerciali chiusi, non solo nei luoghi interessati dal percorso del corteo. Su corso Cavour, la via che sfocia sul monumento ai caduti, dove si è consumato l’ultimo atto della sparatoria di Traini, già dall’ora di pranzo in molti stavano montando delle barriere di vario tipo davanti all’ingresso dei negozi. Alcune vetrine erano state coperte con del semplice cartone, evidentemente inadatto in caso di reale pericolo: Macerata non è una città abituata a grandi manifestazioni o a stare al centro delle cronache, e probabilmente i cittadini hanno semplicemente dato ascolto a chi li ha avvertiti di proteggersi.

Il titolare di un ortofrutta ha serrato la saracinesca con dei pannelli “per tutelarsi”, ma quando gli è stato chiesto da cosa, non ha saputo dare una risposta se non che fosse “meglio farlo”. Alla stessa domanda il proprietario di un negozio di vestiti ha suggerito di “chiederlo al sindaco”, che da giorni dice che c’è da aver paura.

A questa paura alimentata politicamente e mediaticamente la città e la società civile hanno reagito. Il corteo è partito con un’ora di ritardo dai giardini Diaz per il continuo afflusso di gente e di pullman da altre regioni, e in piazza c’erano anche molti maceratesi: qualcuno marciava nel serpentone, altri aspettavano ai lati delle strade o stavano affacciati al balcone.

Manifestazioni analoghe si sono tenute in altre città.

Manifestando in maniera chiara e inequivocabile contro fascismo e razzismo, il corteo di sabato ha fatto diverse cose che in una settimana la politica non è stata in grado di fare. Innanzitutto dare un nome alle cose: quello di sabato scorso è stato un atto terroristico di stampo fascista e razzista. Sembra banale, ma al principale partito italiano di centrosinistra è mancata la capacità di dirlo.

In secondo luogo: creare un argine o perlomeno un’alternativa al discorso costruito dalle destre attorno alla attentato di Traini e alla morte di Pamela Mastropietro, rimasto fino a questo momento praticamente incontrastato.

E, infine, esprimere solidarietà e vicinanza alle vittime della sparatoria, riconsegnando loro dignità di soggetti in questa vicenda.

Per alcuni giorni, infatti, praticamente quasi nessun esponente dell’intero arco politico si è recato a fare visita in ospedale ai feriti. Nessun rappresentante del governo  (nonostante Minniti fosse andato a Macerata la sera stessa dell’attentato di Traini e il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina si fosse recato alla sede locale del PD la mattina dopo) fino a mercoledì, quando è arrivato il ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Diversi giornali hanno rilanciato la notizia che in mezzo al corteo sono stati scanditi dei cori inneggianti alle foibe. Per molti questo è diventato il titolo o la prima pagina da dedicare alla manifestazione antifascista e antirazzista di Macerata.

Chiunque sia stato presente sabato pomeriggio sa che questo coro non è attribuibile all'intero corteo.

Ma questo in realtà lo sanno anche i giornali che hanno dato risalto a questa notizia. Repubblica, ad esempio, nonostante la metta nell’occhiello ha specificato nel corpo dell’articolo che “il coro, isolato, non è stato ripreso dal resto dei manifestanti”, così come scritto da diverse agenzie. Altri giornali hanno direttamente tagliato questa parte di testo.

Per questa ragione, focalizzarsi su questo episodio, che va sì stigamtizzato ma a cui va dato giusto peso, è una precisa scelta di campo: si mette in luce un dettaglio di proporzioni minime, mentre si ignora l’esistenza di una parte di società che resiste alla direzione che le vorrebbe imprimere una discussione pubblica sempre più povera, superficiale e violenta.

Distorcere il significato e sminuire l’importanza e la valenza della manifestazione di sabato pomeriggio vuol dire non riconoscere una risposta di partecipazione dal basso che è stata enorme: lo è stata se si guardano i numeri (migliaia di persone in una città che ne conta circa 40 mila, e chi dice che erano “solo centri sociali” sbaglia) e se si considera la volontà degli attivisti di portare avanti il corteo avendo la grande maggioranza del panorama politico e mediatico contro, in un clima di generata tensione a paura. E lo è stata se si tiene conto dello sconcertante dibattito che è seguito all’attentato di Traini, a destra come a sinistra, volto a derubricare, depoliticizzare o andare oltre il più in fretta possibile.

Foto in anteprima di Luca Mengoni

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