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Quale Norma? Abuso politico del corpo di una donna e omaggio all’Italia fascista

31 Ottobre 2021 11 min lettura

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Quale Norma? Abuso politico del corpo di una donna e omaggio all’Italia fascista

9 min lettura

di Eric Gobetti

Da qualche tempo Norma Cossetto è diventata uno dei simboli delle violenza delle foibe. Dopo aver ricevuto nel 2005 la medaglia d'oro alla memoria per merito civile, la giovane donna uccisa nel 1943, talvolta definita la “Anna Frank italiana”, è ormai costantemente presente nell'immaginario pubblico. Sulla sua morte sono stati realizzati un film co-prodotto dalla Rai, Rosso Istria, e una graphic novel, Foiba Rossa edita da una casa editrice neofascista (Ferrogallico), firmata da Emanuele Merlino. Entrambe queste opere sono state acquistate in gran numero da amministrazioni compiacenti e distribuite gratuitamente nelle scuole di mezza Italia. Da molti mesi poi il “comitato 10 febbraio” (un'associazione di estrema destra il cui presidente è lo stesso Emanuele Merlino) porta avanti una campagna per intitolare a Norma Cossetto luoghi della memoria in ogni comune d'Italia. Secondo il comitato, nell'ottobre del 2021 erano già 170 le località che avevano aderito all'iniziativa. Una proposta che, pur provenendo da ambienti inequivocabilmente di estrema destra, viene presentata come a-politica perché la giovane donna sarebbe stata uccisa, secondo una retorica consolidata, “solo perché italiana”.

Sgombriamo subito il campo da qualunque equivoco: Norma Cossetto è una vittima inerme della guerra e come tale va umanamente rispettata. Ma cosa sappiamo realmente di lei e della sua vita? Abbastanza poco, per la verità. Studentessa, maestra, giovane donna attiva e indipendente (almeno per le limitate possibilità consentite alle ragazze dell'epoca), Norma Cossetto era certamente fascista. Non nel senso per cui “lo erano tutti”, come si dice spesso. Innanzitutto perché questa è un'affermazione storicamente scorretta: nonostante i grandi vantaggi che offriva la tessera, nella sua massima espansione il partito fascista contava 6 milioni di iscritti su 40 milioni di abitanti. Inoltre c'erano anche gli antifascisti (pochi coraggiosi, va detto), un'ampia maggioranza silenziosamente dubbiosa e una larga minoranza palesemente critica (sono stati circa 200.000 i fascicoli aperti presso il Tribunale speciale per la difesa dello Stato). Norma Cossetto però non apparteneva a queste categorie, ma a una famiglia di riconosciuta fede fascista: lei stessa era iscritta ai GUF (Gruppi universitari fascisti) mentre il padre Giuseppe, squadrista della prima ora, aveva ricoperto importanti cariche politiche del regime, tra cui quella di podestà. Egli venne ucciso negli stessi giorni combattendo come ufficiale della milizia al fianco dei nazisti durante l'operazione “Nubifragio", che fece in Istria 2500 morti civili (anche italiani). La figlia venne quindi arrestata e fucilata dai partigiani non “perché italiana” (negli stessi giorni decine di migliaia di altri italiani-istriani non vengono affatto toccati), ma in quanto fascista. In pieno conflitto ideologico, nel cuore della seconda guerra mondiale, in un contesto di violenza e sopraffazione portato dal regime fascista in quelle terre, la giovane viene considerata una nemica dai resistenti locali (italiani e slavi).

Tutto ciò non giustifica il suo arresto e la sua condanna. Ma se Norma Cossetto rappresenta simbolicamente qualcosa, non è l'italianità, bensì la sua versione estremista e aggressiva, che in quell'epoca si incarnava nel regime fascista. Così infatti è sempre stata ricordata da chi ne condivideva il pensiero politico: durante l'occupazione nazista (a lei venne intitolato un reparto militare femminile della RSI di Mussolini), dai nostalgici del regime nel dopoguerra, e infine nella recente rappresentazione che di lei viene fatta nel film Rosso Istria, dove Norma e i suoi famigliari sono (onestamente, va detto) mostrati come fascisti che inneggiano al Duce e invocano l'intervento nazista in loro difesa. Insomma, ben prima di diventare una martire italiana, Norma Cossetto è sempre stata considerata una martire fascista, e così continua ad essere rappresentata da chi la intende omaggiare. Ciononostante le richieste di intitolazioni pubbliche a Norma Cossetto continuano ad essere accolte da amministratori locali appartenenti a schieramenti politici diversi, talvolta anche sinceramente democratici. Ma è davvero impossibile sottrarsi a questo tipo di richieste senza essere etichettati come pericolosi estremisti e antipatriottici?

Negli ultimi decenni si è affermata, nel discorso pubblico sulle guerre, e sul secondo conflitto mondiale in particolare, una cultura della memoria che mette al centro le vittime inermi. Dopo decenni di glorificazione della vittoria militare contro i fascismi, di esaltazione dell'uso della forza “giusta” da parte dei liberatori e dei partigiani in armi, l'attenzione si è sempre più spostata su chi la guerra l'ha subita senza combatterla. Questa nuova visione, che deriva da una sensibilità informata dalla cultura dei diritti umani, ha il merito di portare alla luce aspetti della “guerra totale” meno conosciuti e categorie di persone in precedenza poco considerate: i civili, innanzitutto; ma pure, ad esempio, i prigionieri di guerra, gli internati militari, le vittime di rappresaglie, i profughi, e anche le migliaia di donne vittime di violenze sessuali durante il conflitto.

Nel discorso pubblico, a tanti decenni di distanza dai fatti, l’attenzione verso le vittime inermi favorisce una maggiore identificazione da parte di chi vive nelle attuali, pacifiche, società europee. E tuttavia rischia di far dimenticare proprio il contesto di violenza diffusa e generalizzata che caratterizzava quegli anni. Inoltre, in un contesto post-ideologico, risultano sempre meno comprensibili le contrapposizioni politiche che caratterizzarono il secondo conflitto mondiale. Che non furono esclusivamente tra fascismo e comunismo (secondo un immaginario veicolato dalla stessa propaganda fascista), ma fra chi si riconosceva nel sistema di valori su cui si fondavano le politiche di sterminio fasciste e chi le osteggiava, lottando per la liberazione di interi popoli oppressi e schiavizzati.

La scelta di commemorare ufficialmente la morte di Norma Cossetto diventa dunque accettabile in questa logica che mette al centro la vittima, spogliata di qualunque connotazione politica. La figura di Norma Cossetto poi è particolarmente funzionale perché incarna la versione archetipica della vittima: una giovane donna disarmata, uccisa “barbaramente” (sono ormai entrati nell'immaginario comune i dettagli macabri sull'uso delle foibe come luogo di sepoltura), e forse anche sessualmente abusata. Lo stupro di Norma Cossetto non è suffragato da prove certe, al punto che persino un volume edito dalla Lega Nazionale di Trieste (un ente che non può certo essere accusato di partigianeria filojugoslava) parla di “incontrollate fantasie e presunte testimonianze” circa questo episodio (Roberto Spazzali, Foibe. Un dibattito ancora aperto, Editrice Lega Nazionale, Trieste 1990, p. 149). Tuttavia non c'è ragione di dubitarne, considerato il clima di violenza e di rabbia popolare diffuso nell'area in quei giorni. D'altra parte lo stupro è uno strumento di dominio sempre utilizzato in guerra, specie nel contesto di società profondamente patriarcali. In guerra la violenza è strutturale e, in una “guerra civile globale” come il secondo conflitto mondiale, i civili sono coloro che più ne subiscono le conseguenze. Le donne più ancora di altri soggetti, in ragione di una subalternità tradizionale al potere maschile.

L'oppressione esercitata sul gruppo nemico attraverso la violazione del corpo femminile è stata ampiamente praticata da tutti gli schieramenti in conflitto anche durante la seconda guerra mondiale. Ma c'è una differenza che non va dimenticata: i fascismi operano, ovunque vanno al potere, anche per ribadire e se possibile accentuare il controllo maschile sul corpo delle donne. Peraltro la violenza per i fascisti non è uno strumento, ma un valore; il che riguarda anche la violenza di genere, realmente o simbolicamente esercitata. La violenza, nell'ideologia fascista, è il mezzo ideale, e regolarmente utilizzato, per la risoluzione di ogni contesa politica, adottato fin dalla fondazione del movimento e mai abbandonato, né durante il Ventennio, né tanto meno nella guerra antipartigiana. Nei due anni precedenti all'uccisione di Norma Cossetto, in quegli stessi territori, l'esercito italiano ha ampiamente utilizzato, come arma di antiguerriglia, i campi di concentramento, la cattura di ostaggi, le fucilazioni per rappresaglia, la tortura e violenze di ogni tipo, anche sessuali.

Per gli eserciti liberatori invece l'uso della forza non è il prodotto di un'ideologia, ma una necessità contingente, a cui si ricorre per mancanza di alternative, a cui si è costretti dallo stato di guerra e spesso, come accade ad esempio in Istria, da una brutale occupazione militare. Pur in un contesto sociale globale improntato ai valori patriarcali e caratterizzato da pratiche virili, gli antifascisti e i partigiani agiscono ovunque secondo prospettive di cambiamento sociale che includono anche una visione diversa della donna. Ciò è particolarmente evidente nel caso jugoslavo, dove la Resistenza rappresenta una straordinaria opportunità di emancipazione femminile. Nelle unità partigiane jugoslave, che arrivano a includere il 20% di donne combattenti, sono addirittura proibiti i rapporti sessuali fra commilitoni, per impedire eventuali prevaricazioni. L'insistenza morbosa sulle modalità dell'uccisione di Norma Cossetto da parte di chi intende celebrarne il “martirio” vuole anche trasmettere l'idea che i partigiani (soprattutto quelli slavi e comunisti) usassero lo stupro come consueta arma di guerra, specie contro popoli culturalmente superiori – secondo i nostalgici del fascismo - come quello italiano. Ma nella realtà ogni forma di violenza sessuale era proibita dai comandi partigiani jugoslavi, socialmente stigmatizzata dai combattenti e severamente punita, anche con la fucilazione dei responsabili. Il caso di Norma Cossetto, se accertato, rappresenterebbe dunque un evento eccezionale, quasi unico in quel contesto di guerra, mentre lo stupro veniva praticato abitualmente, nella medesima zona, dai torturatori fascisti.

Quella stessa parte politica che promuove adesso le iniziative per celebrare Norma Cossetto non ha mai nascosto la sua ammirazione per il fascismo e i suoi metodi. È una parte politica che ancora oggi diffonde odio e razzismo, omofobia e sessismo, che invoca la pena di morte o l'evirazione per il reato di stupro quando commesso da migranti (in particolare se “di colore”), ma è sempre pronta a giustificare lo stesso crimine (mettendo sotto accusa la vittima) quando commesso da uomini “bianchi”, specie se in divisa. Appare evidente dunque come sia pretestuosa l'insistenza sulle circostanze della morte di Norma Cossetto. A questa gente non interessa la sofferenza fisica e psicologica di una donna vittima di violenza; il corpo di Norma Cossetto, per loro, non è altro che uno strumento politico, brutalmente utilizzato come simbolo di una patria presuntamente violata.

Ma di quale patria parlano, in effetti?

Non ci sono dubbi che Norma Cossetto sia una vittima inerme e come tale merita umanamente rispetto. Ma per poter essere considerata un simbolo della patria dovrebbe aver fatto in vita qualcosa di straordinario per il suo paese. Oppure, come nel caso dei martiri cristiani, dovrebbe essere morta in nome di valori che noi riconosciamo come fondanti della nostra civiltà. Ma da quello che gli storici sanno (e che non nascondono nemmeno i promotori delle iniziative in suo nome), Norma Cossetto in vita era una studentessa come tante, membro di una importante famiglia fascista, morta per questa ragione e in nome di quell'ideale. Non che questo sia un crimine in sé (in Italia in verità oggi il fascismo è un reato, ma questa è un'altra storia...), e ovviamente non dovrebbe giustificarne l'omicidio, lo ripetiamo per la quarta volta. Tuttavia ciò significa anche che, nel contesto in cui viveva e agiva, la giovane donna fosse schierata dalla parte di chi praticava violenza in maniera sistematica e programmatica, di chi sterminava intere popolazioni e categorie umane per ragioni politiche e razziali. Presentarla come una martire della nazione non rende onore alla realtà dei fatti e nemmeno alle sue scelte di campo. La morte di Norma Cossetto avviene proprio in relazione a tali scelte di campo, quando era schierata dalla parte di quelle idee che, fortunatamente, la Resistenza ha contribuito a sconfiggere, in difesa di un'idea di patria che non può e non deve essere la nostra.

Norma Cossetto

Fra le vittime dei crimini commessi dall'esercito italiano durante l'epoca fascista in varie parti del mondo (dall'Etiopia alla Libia, dalla Grecia ai territori dell'ex Jugoslavia) si contano migliaia di donne. Anche in Italia sono decine le partigiane torturate e uccise dai fascisti e dai nazisti. Sono morte per la patria: non per il fascismo, ma per un'Italia giusta e democratica, la nostra Italia. Perché allora non dedicare vie, piazze e giardini alle “Italiane antifasciste" o alle “Partigiane d'Italia” o a una delle 47 donne decorate per la propria attività resistenziale durante la guerra? Tra le migliaia di partigiane combattenti spicca un'altra Norma. Quasi coetanea della Cossetto, l'emiliana Norma Barbolini sceglie la Resistenza nel novembre 1943 e pochi mesi dopo diventa comandante di una formazione partigiana che agisce nell'area della Repubblica di Montefiorino. Sopravvive a numerosi combattimenti, alle stragi compiute da fascisti e nazisti nella zona, e dopo la guerra continua la sua attività politica e di lotta a favore dell'emancipazione femminile. In tutta Italia, risulta un solo luogo intitolato a Norma Barbolini, un parco pubblico nella sua Sassuolo.

Norma Barbolini - Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza italiana

È evidente quanto sia pretestuosa la scelta di celebrare invece, a livello nazionale, Norma Cossetto: con la sua figura non si vogliono commemorare le vittime civili della seconda guerra mondiale, le italiane morte per la patria, né tanto meno le donne in sé o le vittime di violenza di genere. Si vogliono celebrare le vittime fasciste dei partigiani. È naturale che i nostalgici del fascismo promuovano i loro “martiri”, ma questa non può diventare la politica memoriale del nostro paese. Di questo devono essere consapevoli gli amministratori pubblici che si riconoscono negli ideali democratici, che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica, quando autorizzano l'intitolazione di monumenti, piazze e giardini a Norma Cossetto. Quale nazione intendono celebrare? Quale Norma? Quella che ha lottato per la libertà e la democrazia o quella schierata dall'altra parte, che stava con fascisti e nazisti?

Una società democratica compiuta deve dare valore alla Storia, ai suoi meccanismi, alla sua complessità, alle sue contraddizioni; non pescare nel passato per proporre di volta in volta nuovi martiri o nuovi eroi. Commemorare i femminicidi in guerra, le vittime di violenza di genere è giusto e necessario. Ma va fatto con onestà e chiarezza, senza dimenticare il ruolo del patriarcato, del modello sociale maschilista, dell'uso pubblico del corpo della donna in funzione nazionalista. E soprattutto cercando di impedire che soggetti politici senza scrupoli ne approfittino per capovolgere i valori politici e morali su cui si fonda la nostra democrazia. Le richieste di intitolazione pubbliche per Norma Cossetto non sono affatto neutrali. Sono iniziative di parte, di quella parte che ancora giudica la forza una virtù, la violenza un valore, la morte (più spesso inflitta che subita) un vanto. Non è solo l’ennesimo caso di abuso politico del corpo di una donna; è anche un esplicito omaggio a quell’Italia fascista che non vogliamo ritorni.

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