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Non solo “Lodo Moro”: la diplomazia segreta per arginare il terrorismo palestinese

20 Marzo 2022 19 min lettura

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Non solo “Lodo Moro”: la diplomazia segreta per arginare il terrorismo palestinese

19 min lettura

di Gianluca Falanga*

Nel 2017, lavorando al mio libro La diplomazia oscura, mi imbattei in un documento molto interessante. Leggevo i verbali dei colloqui avuti nell’estate del 1979 da alti funzionari della Stasi, l’apparato di sicurezza della Germania orientale, con Abu Iyad, il capo del servizio segreto dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). In uno di questi trovai il seguente passaggio (la traduzione è mia):

Con i servizi segreti italiani, francesi, spagnoli e britannici non vi è un rapporto di collaborazione sistematica. Si è data piuttosto in passato una serie di occasioni concrete, soprattutto arresti di militanti dell’OLP in quei paesi, che hanno reso necessario instaurare canali di contatto diretto. Nel caso specifico dell’Italia tali contatti cominciano nel 1972. Gli italiani consentono addirittura il movimento di armi dall’Europa occidentale verso i territori occupati, cosa che in singoli casi è effettivamente avvenuta, facendole transitare dall’Italia.

 

(dall'Archivio della Stasi - BStU, Sekretariat Neiber, n. 937, f. 22.)

Rilessi più volte quel passaggio, per assicurarmi di aver capito bene, ma avevo colto subito di cosa si trattasse. Nell’agosto 1979, Abu Iyad, numero due di Fatah e capo dell’agenzia di sicurezza Jihaz al-Rasd, rivelava alla Stasi l’esistenza (o, meglio, un aspetto) del cosiddetto “lodo Moro”, che doveva proteggere l’Italia dagli attentati terroristici palestinesi. Andai subito a recuperarmi la relazione prodotta nel 2006 dai consulenti della Commissione Mitrokhin, Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, che furono i primi a cercare di delineare, inquadrandolo nel più ampio contesto dei rapporti tra le autorità italiane e la dirigenza palestinese, il patto segreto di non belligeranza emerso pubblicamente alla fine degli anni Ottanta, nell’inchiesta del giudice Mastelloni sui traffici d’armi fra le Brigate rosse e l’OLP. Passai quindi in rassegna, rileggendo articoli e altri elaborati, le principali tappe del dibattito degli ultimi anni, il quale, semplificando, si era concentrato attorno a due questioni: provare l’esistenza o meno di quell’accordo e qualificarne i termini. Insomma, cosa si era concesso ai palestinesi in cambio dell’esclusione dell’Italia dai piani terroristici di Settembre nero e del Fronte di liberazione della Palestina?

Oggi lo sappiamo, e con sicurezza: l’utilizzo del territorio italiano come base di movimento per uomini e armi. Ma non solo. Come articolazione di una politica che abbracciava i rapporti del governo italiano col regime libico di Gheddafi e quello iracheno di Saddam Hussein, si cercava di tutelare l’interesse nazionale promuovendo distensione e stabilità nell’area mediterranea e assicurando al paese approvvigionamenti petroliferi in tempi di crisi energetica. Prima lo studio sulle fonti giudiziarie pubblicato da Giacomo Pacini nel 2018, poi l’analisi dei riferimenti al lodo contenuti nelle lettere dalla prigionia di Aldo Moro, presentata negli articoli di Gabriele Paradisi e Giordana Terracina, infine il recentissimo volume di Valentine Lomellini (Il lodo Moro. Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986, Laterza, 2022), che si è avvalsa di una ricca documentazione inedita conservata in archivi italiani e internazionali, hanno finalmente sgomberato il campo dai fumi delle congetture. Sono lavori che sanciscono il passaggio a una fase nuova: non è più in discussione l’esistenza del cosiddetto “lodo Moro”, fatto storico incontestabile, e l’accesso a nuovi documenti ha consentito di precisare notevolmente di cosa si trattasse, non di un accordo fra agenti segreti e terroristi, bensì di una politica dello Stato italiano, non di un accordo scritto, piuttosto di «un processo dinamico di negoziazione continua», come spiega bene Lomellini, «che si adattò al mutare degli interlocutori coinvolti».

Quartier generale del Ministero per la Sicurezza di Stato (Stasi)
Quartier generale del ministero per la Sicurezza di Stato (Stasi) della Repubblica democratica tedesca (DDR) a Berlino est. In questo edificio (Haus 1) si trovava l'ufficio del ministro Erich Mielke.

Sta avvenendo ciò che personalmente, procedendo per altri sentieri di ricerca e giungendo sostanzialmente alle medesime convinzioni, auspicavo da tempo: vedere finalmente riconosciuta la qualità politica, la dignità e il rango di una strategia politica che non riguardò certo il solo Moro, ma fu portata avanti per anni e gestita ai più alti livelli del governo italiano. Ciò come precondizione per cominciare ora, finalmente, a studiarne e valutarne tutte le implicazioni, gli effetti e le conseguenze, fuori da ogni scandalizzazione mediatica o semplificazione moraleggiante. È probabilmente superfluo sottolineare che siamo arrivati a un punto di svolta, che ci apre nuovi orizzonti di riflessione e indagine. Queste conoscenze ci impongono una profonda rilettura delle vicende degli anni Settanta, con particolare attenzione a quel crinale drammatico e cruciale che fu il passaggio storico 1979-1981, al centro del quale ricadde - temo non per caso - la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna.

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L’aspetto più prezioso del lavoro di Lomellini, già anticipato da Paradisi e Terracina, è l’inquadramento del “lodo” nello scenario europeo e internazionale del periodo, evidenziando che non si trattò affatto di un’anomalia italiana. Di fronte alla feroce violenza del terrorismo arabo-palestinese, tutti i paesi colpiti dalle stragi e dai dirottamenti si adoperarono per stringere patti segreti di non belligeranza con le fazioni della cosiddetta “Resistenza palestinese” e con gli stati arabi sponsor del terrorismo internazionale (Libia, Iraq, Siria) al fine di mettersi al riparo dagli attentati. Nella mia esperienza di ricerca in questo campo mi sono convinto che l’acquisizione di un piano di lettura sovranazionale, europeo e globale, sia indispensabile per comprendere a fondo le dinamiche, per ricostruire le strutture del terrorismo nei decenni centrali della Guerra fredda, riconoscendo la natura transnazionale del fenomeno. Solo un orizzonte di analisi capace di andare oltre le vicende nazionali permette di individuare la cornice storica e politica entro la quale collocare e soppesare adeguatamente ragioni, dilemmi e risultati della diplomazia segreta. Lo studio del terrorismo degli anni Settanta e Ottanta non può prescindere dal contesto di tensioni internazionali della Guerra fredda e in particolare dalla condizione di belligeranza diffusa e sotterranea che questa assunse nel periodo della cosiddetta distensione. La polarità est-ovest non fu però l’unico fattore determinante della diffusione globale del terrorismo. Alla contrapposizione fra i blocchi si aggiunse e incrociò un ulteriore asse di conflitto nord-sud, con tensioni e contese innescate dal processo di decolonizzazione in Asia e Africa, dalla corsa al controllo delle risorse energetiche, specie quelle petrolifere, concentrate in un’area geografica, il Medio Oriente appunto, fra le più instabili del pianeta.

"Così facevano tutti": sì, ma tutti contro tutti?

La politica italiana che finora abbiamo chiamato “lodo Moro” non fu un unicum e nemmeno la si può derubricare a vile cedimento nei confronti della violenza terroristica. Fu piuttosto una componente di una strategia antiterrorismo che cercava di articolarsi su un doppio binario, da un lato l’organizzazione di specifiche strutture informative e operative di contrasto e prevenzione del terrorismo (che non dimentichiamo, all’epoca, era per dimensioni e qualità un fenomeno nuovo), dall’altro l’interlocuzione con i terroristi tramite una diplomazia occulta, non ufficiale, parallela, capace di condizionare a più livelli le loro scelte strategiche. I primi a inaugurare la pratica, presto diffusa, delle silenziose intese con il terrorismo palestinese furono probabilmente gli inglesi. Documenti individuati e analizzati dallo studioso scozzese Thomas Skelton-Robinson negli archivi britannici attestano come il governo di Londra cercò già nel 1970 l’intermediazione del presidente egiziano Nasser per interloquire con i palestinesi. Lo stesso fece la Svizzera: sotto l’impressione dei 51 morti causati dal duplice attacco terroristico del febbraio 1970 (assalto all’aeroporto di Zurigo-Klöten e strage di Würenlingen), le autorità elvetiche avviarono una trattativa segreta con il “ministro degli Esteri” dell’OLP Faruq al-Qaddumi. Stando alle evidenze portate alla luce dalle investigazioni di Marcel Gyr, ai palestinesi fu promessa una base diplomatica a Ginevra, sede distaccata dell’ONU in Europa. In cambio, la Svizzera fu risparmiata dagli attacchi palestinesi per il resto degli anni Settanta.

Durante la crisi di Zarqa, scatenata dal dirottamento di quattro aerei di linea nel settembre 1970, Bonn inviò in Giordania il socialdemocratico Hans-Jürgen Wischnewski in qualità di commissario straordinario del governo Brandt, incaricato di trattare con Arafat la protezione dei diplomatici tedeschi e il rilascio di ostaggi occidentali trattenuti nel deserto giordano. Wischnewski, soprannominato "Ben Wisch" per la sua vasta rete di contatti nel mondo arabo, intessuta nel periodo della guerra d’indipendenza algerina, inaugurò il suo prolungato impegno nella regione aprendo un canale segreto di comunicazione con i dirigenti di Fatah Abu Maher, Abu Youssef e Abdallah Frangi. La politica di diplomazia parallela non ufficiale imbastita nel 1970 fu portata avanti anche sotto il cancellierato di Helmut Schmidt, il quale, all’indomani dei drammatici eventi del cosiddetto “Autunno tedesco” 1977, autorizzò la partecipazione di un funzionario del suo governo, il diplomatico Peter Kiewitt, a un vertice segreto con due rappresentanti dell’OLP di altissimo profilo, Ali Hassan Salameh e il consigliere di Arafat, Issam Sartawi. L’incontro, che si tenne a Vienna il 24 novembre 1977, fu un’iniziativa del cancelliere austriaco Bruno Kreisky, che intendeva coinvolgere i tedeschi nella sua ambiziosa politica estera di “antiterrorismo diplomatico” ovvero il lancio di una nuova Ostpolitik delle potenze europee verso il mondo arabo. D’altronde, anche l’Austria era da tempo finita nel mirino dei terroristi: all’attacco palestinese alla stazione di Marchegg nel settembre 1973 era seguito, il 21 dicembre 1975, il clamoroso sequestro dei ministri del petrolio alla sede OPEC di Vienna. Determinato a coinvolgere Arafat nel contenimento del terrorismo in Europa occidentale, Kreisky aveva persino proposto ai palestinesi, in cambio del definitivo abbandono del terrorismo, di spostare il quartier generale dell’OLP da Beirut a Vienna, cioè lontano dal Medio Oriente, per sganciare il movimento palestinese dai condizionamenti dei regimi arabi. Schmidt, più cauto, decise di accogliere la proposta austriaca, scavalcando la diplomazia ufficiale, perché dopo il sequestro Schleyer e la “notte di Stammheim” riteneva opportuno sviluppare alternative alla linea della fermezza, costata la vita al presidente della Confindustria tedesca, cercando la collaborazione con l’OLP per sconfiggere il terrorismo domestico.

Il verbale della riunione, il cosiddetto Protocollo Wischnewski, ritrovato fra le carte del ministro dopo la sua morte, attesta che a Vienna si discusse del riconoscimento ufficiale dell’OLP in cambio della collaborazione palestinese al contenimento del terrorismo internazionale. Arafat riteneva che Bonn avesse l’autorità per intervenire sugli americani, sbloccando il processo di riconoscimento formale dell’OLP in Europa. In cambio di questa azione diplomatica presso l’amministrazione Carter, Salameh e Sartawi offrirono il definitivo rigetto del terrorismo da parte dell’OLP e la collaborazione informativa per combattere efficacemente il terrorismo europeo, mettendo a disposizione le intime conoscenze dei circuiti internazionali a disposizione dell’intelligence palestinese. Mettendo sul tavolo addirittura la possibilità di «bloccare il terrorismo per i prossimi dieci anni», Salameh precisò anche le condizioni per avviare tale collaborazione antiterrorismo: l’OLP non avrebbe consegnato terroristi tedeschi alle polizie europee e non avrebbe modificato la propria posizione nei confronti di Israele. L’unica contropartita richiesta era il sostegno politico europeo ad Arafat nella forma di «un qualche riconoscimento formale». Non sappiamo con certezza se i tedeschi accolsero l’offerta, ma i fatti ci dicono che nel 1978-79 gli organi dell’antiterrorismo tedesco-occidentale svilupparono varie esperienze di collaborazione con l’agenzia palestinese al-Rasd, inoltre venne formalizzata l’esistenza di un ufficio di rappresentanza dell’OLP a Bonn. E anche Vienna fece la sua parte, riconoscendo ufficialmente l’OLP – primo paese occidentale in assoluto a fare il passo – nel marzo 1980.

La cautela di Schmidt nell’avvicinarsi ai palestinesi era dettata non solo da ragioni storiche (il debito morale della Germania nei confronti degli ebrei), ma anche da un certo allineamento alla politica americana, che sollecitava i partner europei a non instaurare rapporti formali con l’OLP finché questa non avesse riconosciuto il diritto all’esistenza e la sovranità dello Stato ebraico. Ma esattamente come i suoi alleati europei, anche Washington disponeva di canali di diplomazia segreta, attivabili quando si trattava di salvare ostaggi e proteggere o evacuare connazionali, per esempio da Beirut durante la guerra civile. E anche gli americani strinsero un accordo segreto di non belligeranza con i vertici di Fatah nel 1973. All’indomani del brutale assalto di un commando di Settembre nero alla residenza dell’ambasciatore saudita a Khartoum, nel corso del quale furono assassinati l’ambasciatore statunitense Cleo Noel e altri due diplomatici, il vicedirettore della CIA Vernon Walters autorizzò contatti non ufficiali segreti con rappresentanti dell’OLP. Il capo della divisione Medio Oriente della Cia a Beirut, Robert Ames, si rivolse direttamente a Salameh, col quale era in contatto dal 1969. Il “principe rosso” respinse la proposta di una collaborazione confidenziale con la Cia avanzata da Ames, ma si rese disponibile a fungere da back channel, in seguito anche a operare come agente di influenza presso i vertici di Fatah. Dalla collaborazione Salameh-Ames maturò, sul finire del 1973, un patto di non aggressione USA-OLP che prevedeva una garanzia di protezione dei cittadini americani dal terrorismo palestinese in cambio di appoggio politico e finanziario ad Arafat. A una riflessione più matura a distanza di tempo, l’interlocuzione segreta Usa-OLP appare essere stata cardine di una strategia più ampia e lungimirante, finalizzata a contendere a Mosca il predominio politico nell’arena mediorientale. Anche grazie a Salameh, la Cia godette nella parte centrale degli anni Settanta di condizioni informative eccellenti sul terrorismo mediorientale, condizioni che cambiarono repentinamente dopo la morte di Ames, rimasto ucciso nell’attentato esplosivo contro l’ambasciata Usa di Beirut del 18 aprile 1983, ad opera degli Hezbollah.

Un caso particolare è rappresentato dalla Francia, rispetto ad altri paesi europei sostanzialmente al riparo dal terrorismo arabo-palestinese per tutti gli anni Settanta. Parigi adottò una strategia politica che mirava a fare del territorio francese un campo neutro, rinunciando a perseguire penalmente i terroristi ovvero assicurando loro libertà di soggiorno e movimento e un’impunità di fatto se questi rinunciavano a colpire la Francia e i suoi interessi. Si trattava di una politica non ufficiale coerente con le speciali relazioni che legavano storicamente la Francia al mondo arabo e l’impostazione filopalestinese della politica estera francese in Medio Oriente. I governi centristi francesi vedevano nel terrorismo internazionale una proiezione del conflitto mediorientale e non un attacco alla sicurezza dello Stato francese e dunque un problema che andava affrontato negoziando con i terroristi e gli Stati che li proteggevano e finanziavano. Questa cosiddetta “politica dell’equilibrio”, iniziata dal presidente De Gaulle e portata avanti dai suoi successori Pompidou e Giscard d’Estaing, implicava una sostanziale neutralità sia nei confronti dei fedayn palestinesi sul territorio francese sia verso gli agenti del Mossad che gli davano la caccia. In caso di intervento delle autorità di polizia, si provvedeva a rapide espulsioni per evitare ulteriori tensioni e conflitti. Durante l’ondata di terrorismo che si abbatté sulla Francia negli anni Ottanta, quando il paese divenne al contempo base e bersaglio del terrorismo internazionale, Parigi si vide costretta a intensificare l’azione diplomatica segreta, offrendo protezione ai terroristi che accettavano di deporre le armi. Dopo l’assalto al ristorante ebraico Chez Jo Goldenberg a Parigi nell’agosto 1982, il presidente socialista Mitterrand autorizzò il servizio per la sicurezza interna Dst a prendere contatti con l’organizzazione del terrorista palestinese Abu Nidal, col quale fu raggiunto due anni avanti un accordo di non aggressione che prevedeva non solo la libertà di movimento dei “soldati” di Abu Nidal sul suolo francese in cambio di una sospensione degli attentati, ma anche lo scambio informativo fra i servizi segreti francesi e la stessa formazione terroristica.

Ora che abbiamo accertato l’esistenza dei “lodi” e cominciano a delinearsi i termini di quegli accordi non scritti, ciò che resta da illuminare sono le ricadute politiche che tali impegni comportarono. La loro sommaria condanna quali pavidi e inefficaci atti di accomodamento con i terroristi mi pare francamente riduttiva e inadeguata alla complessità del fenomeno, tanto più che l’antiterrorismo fu solo una delle varie componenti della politica estera mediorientale dei paesi occidentali. La diplomazia parallela ebbe sicuramente il compito di conciliare il contrasto del terrorismo con gli interessi politici ed economici, per questo motivo conobbe continui aggiustamenti, revisioni e sentieri paralleli, servendo anche come strumento esplorativo dei meccanismi della politica palestinese. Sul piano della cooperazione informativa la collaborazione con le intelligence di Giordania, Egitto e Arabia saudita fu probabilmente non meno indispensabile di quella con gli organi di sicurezza israeliani, e contatti, in talune circostanze intese, furono cercati anche con le autorità dei paesi che finanziavano, alimentavano e ispiravano il terrorismo. Il peso che ebbero gli interessi politico-economici e commerciali nelle concrete determinazioni di questa politica resta però ancora tutto da studiare. Così come non sappiamo ancora quali furono le ricadute sui rapporti con Israele, quali furono le reazioni, le contromisure messe in campo a tutti i livelli dai governi dello Stato ebraico.

E ancora: resta francamente piuttosto opaca la compatibilità dei “lodi” con gli impegni atlantici e il grado di conoscenza che un paese aveva degli accordi stretti dagli altri, nel perimetro della Nato e anche fuori dell’alleanza atlantica. Tenere lontani i terroristi dal proprio territorio, garantendogli sostanziale libertà di movimento e consentendogli di trasportare le armi, voleva dire, in fondo, lasciare che andassero a colpire altrove. Ma altrove dove? In altri paesi, dei quali si era alleati nella Nato? È ipotizzabile che il “lodo” italiano fosse l’articolazione nazionale di una strategia americana o atlantica? «La politica filoaraba è un atteggiamento che aveva il Potere allora», dichiarò in un’intervista di alcuni anni fa il procuratore Mastelloni, «ma noi siamo sempre stati fedeli all’Alleanza atlantica. Per esempio, quando si trattava di dare armamento a Gheddafi sicuramente l’ambasciata americana dava il suo placet». Al momento, questa ipotesi convive ancora con il suo opposto e cioè l’idea che il “lodo Moro” avesse sì una preponderante finalità pratica (la protezione del territorio italiano da attentati), ma sarebbe stato parte di una strategia geopolitica dello Stato italiano che ambiva a smarcarsi dalla tutela americana, costruendosi nei margini del possibile un ruolo più attivo nel teatro mediterraneo.

Uno sguardo dall’altra parte della Cortina di ferro

Tornando al documento della Stasi citato in apertura, è bene sapere che quei verbali furono stilati in occasione del vertice Stasi-Rasd che si tenne al quartier generale della polizia segreta della Germania orientale nei giorni 20-23 agosto 1979. In quell’occasione Abu Iyad fu convocato a Berlino est per precisare i termini di un accordo che era stato definito in un vertice precedente, tenutosi sempre a Berlino due mesi prima (22-25 giugno). In quella circostanza, la Divisione antiterrorismo della Stasi aveva imposto ai dirigenti dell’intelligence dell’OLP, come condizione per operare clandestinamente sul territorio della Germania Est o per transitarvi andando a colpire in Occidente, l’obbligo di informare e consultare preventivamente la Stasi, onde escludere danni alla reputazione internazionale del regime socialista. Con l’entrata in vigore dello storico trattato di pace fra Egitto e Israele, siglato il 26 marzo 1979, le fazioni più radicali del movimento palestinese, appoggiate dai servizi segreti dei regimi arabi raggruppati nel cosiddetto Fronte della Fermezza e della Resistenza contro gli accordi di Camp David, si apprestavano a scatenare una grande offensiva terroristica in Europa occidentale, utilizzando il territorio della Germania orientale come base logistica. Ora, spiegava la Stasi ai suoi partner palestinesi, la Germania orientale giudicava legittimi (e come tali era disposti a sostenerli in varie forme) atti di guerra “antimperialista” commessi dagli oppressi nel contesto delle lotte di liberazione nazionale dei popoli del cosiddetto “Terzo Mondo”, ma l’etica umanistica del socialismo imponeva di condannare il terrorismo. Pertanto, la Stasi individuava il criterio di discrimine fra “violenza rivoluzionaria” (ovvero “atto di guerra di liberazione”) e mero terrorismo (l’essere coinvolta nei piani di un attentato). La Stasi desiderava decidere se le azioni di cui riceveva notizia dovevano essere a) impediti perché lesivi della reputazione internazionale dello Stato tedesco-orientale, b) tollerati oppure c) favoriti, perché funzionali a un preciso calcolo politico.

Abu Iyad fu convocato una seconda volta a Berlino perché gli accordi di giugno erano stati disattesi dai palestinesi. Gli organi di sicurezza della Germania orientale non riuscirono comunque a evitare che, negli anni Ottanta, il paese del Muro divenisse il principale santuario europeo del terrorismo arabo-palestinese in Europa. Ma ciò su cui mi preme ragionare ora è altro. Innanzitutto, questi documenti rivelano quale fu l’atteggiamento adottato e sviluppato da uno dei servizi segreti del blocco comunista, uno dei principali partner del KGB sovietico, nei confronti della violenza terroristica, nella fattispecie di quella palestinese. In secondo luogo, abbiamo qui uno spaccato che ci permette di conoscere la qualità dello stato dei rapporti fra Stasi e terroristi palestinesi, un tassello che va ad arricchire il mosaico globale che emerge dal discorso fatto sinora sulla gestione del terrorismo nel mondo diviso della Guerra fredda. L’accesso agli archivi dei paesi dell’est europeo ha smentito l’idea, a lungo diffusa dalla pubblicistica occidentale, di una regia occulta sovietica del terrorismo internazionale. La “Resistenza palestinese” non era strumentalizzata come cinghia di trasmissione per esportare in Europa armi, tecniche e logistica della lotta armata e non vi fu alcun cartello unico del terrore finanziato e manovrato dal Cremlino. A dispetto della profonda penetrazione informativa operata dalle strutture di antiterrorismo dei servizi segreti dell’Est, le organizzazioni palestinesi agirono seguendo strategie loro proprie, instaurando con agenzie come la Stasi rapporti di collaborazione strutturata e scambio informativo senza pregiudicare la propria autonomia politica e operativa e approfittando al massimo delle protezioni assicurate dalla politica sovietica, che si sforzava di conciliare il sostegno alle guerriglie di liberazione (che aveva motivazioni ideologiche oltre che strategiche) con altri interessi geopolitici. Al contempo, non risulta che i servizi associati del Patto di Varsavia riuscirono mai a esercitare un controllo sulle organizzazioni terroristiche, riducendole a pedine del proprio gioco, ma dai documenti della Stasi, come da quelli dei servizi bulgari, cecoslovacchi e ungheresi che conosciamo, si evincono calcoli, interessi e motivazioni che, in specifici contesti, ispirarono complici indulgenze di quei servizi con gravissimi atti terroristici.

Objekt 74
In questo complesso nella foresta del Brandeburgo (località Briesen), nome in codice Objekt 74, i funzionari della Divisione HA XXII della Stasi (antiterrorismo) incontravano negli anni Ottanta terroristi tedeschi e internazionali, fra questi Abu Nidal.

La Stasi ebbe un ruolo fondamentale nella professionalizzazione dei servizi segreti arabi, ai quali fornì a più riprese know-how organizzativo, training e moderna strumentazione tecnica. I primi contatti con la dirigenza dell’intelligence palestinese risalgono al 1969, la collaborazione strutturata, che tenne fino al 1989, fu avviata sul finire del 1972. Per effetto di quest’intesa, la Stasi si attivò per proteggere i capi di Settembre nero dalla vendetta del Mossad dopo la strage alle Olimpiadi di Monaco 1972. Anche la rete di Wadie Haddad, numero due del FPLP, dal 1974 a capo di un proprio network terroristico, al quale erano agganciati vari gruppi terroristici internazionali come la RAF tedesca e l’Armata rossa giapponese, ricevette documentate protezioni e sostegno logistico, sia dalla Stasi che dal KGB. Tuttavia, già di fronte alla prima ondata del terrorismo palestinese che investì l’Europa occidentale all’inizio degli anni Settanta si era resa riconoscibile la volontà sovietica di non eccedere col sostegno militare all’OLP onde evitare di contribuire a una completa destabilizzazione del teatro mediorientale, compromettendo gli sforzi di consolidamento dell’egemonia sovietica nella regione. Nel 1970 si era frenata per esempio l’azione siriana e palestinese volta a rovesciare la monarchia hashemita giordana, e non condividendo l’obiettivo di annientare lo Stato d’Israele, Mosca tentò di convincere i palestinesi a interrompere i dirottamenti e le stragi in Europa, proponendo una limitata strategia di “aggressione controllata” nei territori occupati da Israele nella guerra dei Sei giorni. Scontentava inoltre il Cremlino la spregiudicatezza con la quale Arafat, i suoi uomini e il suo servizio segreto si muovevano a cavallo fra i blocchi, interloquendo e cercando intese sia con i paesi socialisti che con quelli occidentali.

A partire dalla primavera del 1979, il sensibile intensificarsi dell’azione dei servizi arabi a sostegno del terrorismo in Europa occidentale, sfruttando basi e avamposti istallati a est della Cortina di ferro, creò all’URSS e ai suoi alleati seri problemi di sicurezza e gestione del rapporto con le formazioni armate. I documenti della Stasi attestano vive preoccupazioni, puntualmente segnalate all’autorità politica, rispetto ai movimenti delle agenzie occidentali, impegnate a infiltrare i gruppi terroristici arabo-palestinesi per condizionarli e strumentalizzarli, ma anche ansie suscitate dalla disinvoltura con la quale si muovevano i servizi arabi, dando per scontato lo spalleggiamento dei paesi socialisti. I regimi del Patto di Varsavia si videro costretti a impegnare le loro intelligence per evitare che i loro paesi divenissero teatro della caccia all’uomo di Abu Nidal contro i dirigenti dell’OLP o delle purghe di Saddam e Gheddafi contro i dissidenti in esilio. Tuttavia, le dirigenze dei partiti comunisti al potere in quei paesi erano prigioniere di un dilemma: dove terminava il sostegno delle lotte di liberazione dal “neocolonialismo” imperialista e iniziava il favoreggiamento di sanguinari criminali?

I documenti ci raccontano che, pur fra molte contraddizioni, nel corso degli anni Ottanta maturò nei regimi del Patto di Varsavia una consapevolezza che il potenziale destabilizzante del terrorismo potesse rivelarsi pericoloso e sconveniente, per il grave discredito che certe complicità arrecavano alla reputazione internazionale della comunità degli Stati socialisti. Esemplare è il caso di Abu Nidal, feroce terrorista “scissionista”, responsabile di quasi cento attentati compiuti in una ventina di paesi. Nidal ebbe certificati rapporti con quasi tutti i paesi socialisti, i suoi uomini ricevettero addestramento militare in Romania, Bulgaria, Cuba, Cina e Corea del Nord. I regimi romeno, bulgaro e polacco gli consentirono, sul finire degli anni Settanta, di piazzare importanti capisaldi operativi a Bucarest, Sofia e Varsavia. L’urgenza di incamerare valuta occidentale spinse i regimi di Bulgaria, Polonia e Germania Est a entrare in affari con Abu Nidal, consentendogli di aprire a Varsavia, Sofia e Berlino est una serie di holding coinvolte nel traffico illegale di armi fra il Medio Oriente l’Est europeo. La Stasi gli pose una sola condizione: che non facesse attentati sul territorio tedesco-orientale e a Berlino Ovest.

Possiamo allora chiamare anche questo accordo un “lodo”, come quello italiano, francese, svizzero? Che differenza c’è fra questo patto che Abu Nidal strinse con la Stasi o l’intelligence polacca o rumena e il patto di non aggressione stipulato coi servizi segreti francesi? Nello stesso periodo in cui il terrorista si radicava in Europa orientale e i suoi fedayn si muovevano liberamente sul suolo francese, la Svizzera gli consentiva di gestire i suoi conti bancari e di stabilire a Zurigo il ramo occidentale del suo vasto impero finanziario. Nel 1988 anche il governo austriaco gli assicurò cure sanitarie gratuite e un ufficio a Vienna. Il quadro che si compone, insomma, è quello di un assassino al quale era consentito di operare quasi indisturbato su ambo i versanti della Cortina di ferro. Non dobbiamo dimenticare che anche per la Germania Est, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, esattamente come per i paesi occidentali, l’obiettivo primario dell’antiterrorismo era evitare attentati sul proprio territorio. Le complicità dovute alla strategia politica “di blocco” imposero l’urgenza di organizzare una gestione occulta che non danneggiasse la reputazione dello Stato a livello internazionale. Il risultato fu che sia a Est che a Ovest i terroristi potevano scorrazzare impunemente, ma fino a che punto le protezioni di cui godettero in Occidente erano qualitativamente differenti da quelle di cui si giovarono a est della Cortina di ferro?

Anche a questa domanda bisognerà dare una risposta.

* Gianluca Falanga è studioso di storia contemporanea, collaboratore del Museo della Stasi e autore del volume La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda (Carocci, 2021).

Bibliografia

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J. Hürter, Terrorismusbekämpfung in Westeuropa. Demokratie und Sicherheit in den 1970er und 1980er Jahren, Berlin, 2014;
M. Lammert, Der neue Terrorismus. Terrorismusbekämpfung in Frankreich in den 1980er Jahren, Oldenbourg, 2017;
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T. Weiner, Legacy of Ashes: The History of the CIA, New York, 2007.

Immagine anteprima: Esercitazione antiterrorismo della Stasi presso la base segreta di Wartin (BStU, MfS HA XXII, Fo-1076, Foto 0019).

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