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L’Italia tra alluvioni, frane e valanghe: i numeri di un continuo disastro annunciato

11 Novembre 2014 9 min lettura

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L’Italia tra alluvioni, frane e valanghe: i numeri di un continuo disastro annunciato

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Articolo in partnership con Fanpage.it

Alluvioni, frane e valanghe che sommergono persone e città. L'ultimo caso è Chiavari, in Liguria, con il centro storico allagato ieri notte dopo un'ondata di maltempo e persone tratte in salve dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco. Un territorio in gran parte in dissesto, quello italiano, caratterizzato anche da spregiudicatezza nelle costruzioni di case ed edifici. Oggi il governo Renzi presenta "Gli stati generali contro il dissesto idrogeologico". L'obiettivo, dicono gli organizzatori, è «far si che le nostre città non siano più indifese» verso questi fenomeni atmosferici. Ma la mappa del dissesto idrogeologico in Italia è allarmante, con i governi e gli enti locali che negli anni non sono stati all'altezza o hanno sottovalutato la gravità della situazione.

Il caso Genova

Appena un mese fa Genova e provincia venivano sommersi da fango e detriti. Nel capoluogo ligure, dopo una grande pioggia, sono esondati alcuni torrenti che attraversano la città, come il Bisagno e il rio Ferragiano. Una stima precisa dei danni economici deve essere ancora fatta, ma si parla «di 10 milioni di euro per la viabilità nella città metropolitana di Genova, 2 milioni e 500 mila euro di interventi urgentissimi, 7 milioni di somma urgenza». Inoltre, la Regione ha calcolato un costo per la parte pubblica di 250 milioni, mentre le associazioni di categoria hanno stimato in 100 milioni i danni per le attività commerciali e produttive. Oltre il dato economico, c’è anche anche quello umano con un morto e circa 100 famiglie sfollate dalle loro case dopo l’alluvione. Dei 2400 negozi chiusi per l’alluvione, ad oggi la metà è riuscita a riaprire.

Un identico dramma si era verificato nel 2011, con Genova e provincia travolte dal fango, dopo una grande alluvione. Quella volta i morti furono sei, con negozi e attività imprenditoriali distrutti. Stesse le cause a quasi tre anni di distanza: cementificazione selvaggia e mancata gestione dell’assetto idrogeologico del territorio, con anni e anni di «sperperi e appalti inutili».

«Secondo il catalogo storico dal Cnr-Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) - scrive Tgcom 24 - dal 1970 frane e inondazioni hanno causato oltre 100 tra morti e dispersi, 49 feriti e più di 10.000 sfollati e senzatetto». Sono mancati interventi adeguati. Nel 1970, dopo l’ennesima inondazione di fango, l’onorevole Ciriaco De Mita disse che il Bisagno era «un'emergenza nazionale». Passati quarant’anni, però, non sono state realizzate adeguate operazioni per sistemarlo. Ritardi e problemi che, come scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della sera, hanno coinvolto anche altre zone del territorio italiano:

Da quella del Seveso a quella dell’Arno, da quella del Tagliamento («Si discute sulle soluzioni da 48 anni, con 41 milioni da spendere») a quella di Sarno e di Quindici. Dove nel maggio 1998 morirono, travolte dal fango, 160 persone.

"Sapevamo che sarebbe accaduto"

Sardegna, novembre 2013. (via Flickr)

"Sapevamo che sarebbe accaduto". La maggior parte della volte i drammi causati dal dissesto idrogeologico si concludono con questa frase. Partendo dalle Isole, l’alluvione in Sardegna di un anno fa è stata una vera e propria strage: 16 morti, fra le vittime 4 bambini. Tutti sapevano quali rischi stesse correndo il territorio da almeno due anni. Il sindaco di Olbia, Gianni Giovannelli, aveva infatti scritto all’allora governo Monti l’8 novembre 2011. La missiva era indirizzata anche al prefetto di Sassari, alla direzione nazionale della Protezione civile, al presidente della Regione Sardegna, all'assessore regionale ai Lavori Pubblici. Nella lettera, pubblicata da Panorama, il sindaco segnalava un «significativo rischio idrogeologico» riscontrato dopo un sopralluogo del Genio civile e della Protezione civile regionale che, «pur raccomandando l'attuazione del piano predisposto dal Comune» non aveva assunto, al pari di quella nazionale, «alcun impegno al riguardo». Giovannelli chiedeva, quindi, «al fine di evitare la perdita di vite umane», che gli fosse concesso di derogare al Patto di Stabilità e spendere i fondi a disposizione del Comune (circa 32 milioni di euro a fronte dei 27 stimati per gli interventi necessari) per mettere in sicurezza la zona. Ma l’acqua è arrivata prima della risposta del governo.

Senigallia, maggio 2014. (via Flickr)

Dinamiche e voci inascoltate si ripetono anche nel Centro Italia. Dopo l’esondazioe del 2011, a Senigallia era già nato il "Comitato alluvionati Misa", grazie al quale sono stati recuperati tutti i documenti che attestavano come da allora in poi non si fosse mai smesso di cercare di portare l’attenzione sui rischi idrogeologici della zona. Eppure, «a seguito della prima alluvione non è stato poi effettuato nessun intervento di rinforzo degli argini o di pulizia dell’alveo del fiume». A renderlo noto è un consigliere comunale Roberto Paradisi, parlando di “responsabilità gravissime” in merito alla gestione dell’emergenza dovuta all’alluvione del maggio scorso che ha colpito Senigallia e l’entroterra della Valmisa e in cui hanno perso la vita due persone.

Parma, ottobre 2014. (via Flickr)

Anche a Parma, colpita duramente dall’alluvione dello scorso 13 ottobre, che ci fossero problemi si sapeva da tempo. Già nel 2011 era stata approvata una cassa d’espansione per il torrente Baganza, opera che però non è mai stata realizzata. Se fossero stati stanziati gli appositi fondi da Regione e governo forse sarebbe stato possibile evitare il disastro che ha colpito 9 mila famiglie e circa mille abitazioni. Eppure, un ex assessore provinciale, Andrea Fellini, aveva segnalato la situazione al governo più volte, anche con una lettera inviata il 4 agosto in cui riferiva ai ministri competenti le criticità della zona e gli interventi necessari, tra cui proprio la realizzazione della cassa d’espansione per il Baganza. Lettera che non ha mai ricevuto risposta.

I numeri del dissesto idrogeologico

Il bollettino dei danni e dei morti causati dal dissesto idrogeologico in Italia è pesantissimo. Nell'ultimo rapporto (del 2013) Ance Cresme, intitolato "Dobbiamo avere paura della pioggia?", c'è scritto che in poco più di 100 anni si contano 12.600 tra morti, dispersi e feriti: «Tra il 2002 e il 2014 ci sono stati 293 morti. Solo l'anno scorso 24». Il rapporto spiega che l'82% del territorio nazionale è a rischio idrogeologico, con «oltre 5 milioni e 700 mila di cittadini che vivono in un’area di potenziale pericolo». Tra il 2001 e il 2013 questo dato è cresciuto del 5,1%.

A essere in pericolo sono anche luoghi ritenuti più sicuri, come scuole e ospedali. Il rapporto Ance Cremse denuncia come su 64.800 edifici scolastici, «6.400, cioè uno su dieci, siano situati in un'area a rischio frana o alluvione». Lo stesso discorso vale anche per le strutture sanitarie, visto che sono oltre 500 ad esse costruite in zone a rischio.

Una situazione di scarsa sicurezza dovuta anche a una cementificazione continua che ha coinvolto nel tempo tutto il territorio nazionale. «Nel 1961 l'Italia aveva 50 milioni di abitanti, nel 2011 sono diventati 57. Il 12 per cento in più. Nello stesso periodo però le case sono passate da 14 a 27 milioni. Con un aumento di circa il 100 per cento», spiegava Alessandro Trigila, ricercatore dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione dell'ambiente), all'Espresso, un anno fa. Se poi si pensa che, come riporta Legambiente, solo tre Comuni su cento informano i cittadini su come prevenire e arginare i rischi, il quadro diventa ancora più preoccupante. Ma la battaglia al dissesto idrogeologico potrebbe portare «sviluppo economico ed occupazione», come sottolinea Marco Gisotti sulla Stampa, basandosi su un documento dei ministeri dell'Ambiente e delle Politiche Agricole.

Nella cartina sotto si possono vedere dati e numeri divisi per Regioni del rischio dissesto idrogeologico in Italia.

Lo studio Ance Cremse si conclude con il calcolo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 al 2012: una cifra che si aggira intorno ai 61,5 miliardi di euro, circa 1 miliardo all’anno. Numeri che stridono con l'attuale stato dei lavori di riqualificazione del territorio italiano. Il governo, infatti, ha reso noto che dal 2009/2010 ad oggi quasi l'80% degli interventi è ancora bloccato.

Come è intervenuto lo Stato

Nel 2012, l'ex ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, disse che per contrastare il dissesto idrogeologico sulla totalità del territorio nazionale ci vorrebbero 40 miliardi in 15 anni. L'attenzione dello Stato italiano, però, verso questo enorme problema non è stata costante e decisa. I fondi erogati dal 1991 al 2010 dallo Stato, secondo Confartigianato su dati del ministero dell'Ambiente e ANBI, per la prevenzione sono stati 8,4 miliardi di euro, a discapito di un costo per interventi di riparazione di 22 miliardi nello stesso periodo di tempo.

A luglio, il governo Renzi ha presentato una struttura di missione contro il dissesto idrogeologico coordinata da Erasmo D'Angelis, politico del Pd che si occupa di tematiche ambientali. Gli impegni sono di sbloccare 3.395 cantieri per la messa in sicurezza del territorio con una spesa prevista di 4 miliardi. Nei bilanci dello Stato il governo ha trovato risorse per 2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998, che De Angelis ha promesso di trasformare in cantieri per ridurre stati di emergenza territoriali. A questi si dovrebbero aggiungere 1,6 miliardi di euro - stanziati dal Cipe nel 2012 per opere urgenti di fognature e depuratori nelle regioni del Sud da concludere entro il 2015 - ancora non spesi né impegnati. Gian Luca Galletti, ministro dell'Ambiente, inoltre, si è posto l’obiettivo di prevedere nuove risorse dal Fondo sviluppo e coesione 2014-2020 per una cifra di 9 miliardi di euro: «Dobbiamo semplificare drasticamente le procedure, eliminare la burocrazia, per evitare che i cavilli blocchino opere indispensabili per il territorio».

Soldi e cantieri ad oggi però racchiusi ancora dentro promesse politiche. Nel mentre, critiche al governo per un lavoro non all'altezza della situazione sono arrivate da associazioni ed enti locali. Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance (associazione nazionale costruttori edili), in audizione davanti le commissioni Bilancio della Camera e del Senato, ha criticato l’assenza di investimenti pubblici nella legge di Stabilità approvata dal governo a metà ottobre, come quelli per contrastare il dissesto idrogeologico: «I numeri sugli investimenti pubblici, -11% nel 2015, -8,8% nel 2016, +0,6% nel 2017, parlano chiaro, la politica economica non trova negli investimenti in infrastrutture un fattore di rilancio dell'economia».

Un giudizio negativo alla manovra del governo Renzi è arrivata anche dalle Province. Questi enti locali, ridimensionati dalla legge Delrio, hanno tra i loro compiti anche interventi contro il rischio idrogeologico. La legge di Stabilità prevede tagli per 1 miliardo nel 2015, di 2 miliardi l’anno seguente e di 3 miliardi nel 2017. Con questa drastica riduzione di risorse l’Upi (Unione province italiane) ha denunciato l'impossibilità «di potere assicurare il riscaldamento nelle scuole, lo sgombero della neve, la messa in sicurezza delle strade, la tutela del territorio e dell’ambiente».

Lo Sblocca Italia, approvato in via definitiva al Senato lo scorso 6 novembre, all’articolo 7 prevede di poter attingere al fondo per lo sviluppo e coesione per far fronte ai danni nelle zone colpite duramente dal maltempo, come il territorio di Genova e provincia. Lo stanziamento era inizialmente di 50 milioni di euro. In commissione Ambiente era stato raddoppiato, ma dopo il passaggio del testo in Commissione Bilancio della Camera i soldi sono stati nuovamente dimezzati. Il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci (Pd), ha definito «insufficiente» l’attuale cifra: «Chiederemo che le risorse vengano trovate nella legge di Stabilità». Nel testo sono presenti anche deroghe al codice degli appalti (e altre misure) per i lavori (sotto la soglia comunitaria di 5,2 miliardi di euro) come la messa in sicurezza delle scuole e dissesto idrogeologico. In questo modo si vuole rendere più veloci la realizzazioni di opere non rinviabili.

Infine, c'è una proposta di legge (la n. 1233) presentata nel giugno 2013 che punta ad escludere dai vincoli del patto di stabilità le spese a qualsiasi titolo sostenute dagli enti territoriali per interventi di messa in sicurezza, manutenzione e consolidamento di territori esposti a eventi calamitosi e per gli interventi fatti per agevolare la riduzione del rischio sismico, idraulico e idrogeologico. L'esame del testo è iniziato a marzo scorso presso la commissione Bilancio della Camera. In un dossier della Camera su questa proposta di legge viene però sottolineato che mancherebbero le coperture economiche per una simile operazione. La questione è stata comunque in parte affrontata nelle legge di Stabilità del 2014 (governo Letta), che dal 1° gennaio 2015 ha previsto il subentro dei presidenti delle Regioni ai commissari straordinari. In questo modo anche le risorse giacenti nelle contabilità speciali passano nella disponibilità dei bilanci regionali per interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. Queste spese saranno escluse dal patto di stabilità.

 

 

 

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