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Lezioni di Storia / Lo squadrismo fascista, corsi e ricorsi storici

10 Ottobre 2021 6 min lettura

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Lezioni di Storia / Lo squadrismo fascista, corsi e ricorsi storici

6 min lettura

Lezioni di Storia, una rubrica di divulgazione storica partendo dal presente

15 aprile 1919, l’assalto all’Avanti!

Grida, urla, colpi di pistola. Un corteo di nazionalisti inferociti guidato dallo scultore Ferruccio Vecchi e dal poeta Filippo Tommaso Marinetti circonda minaccioso la sede del quotidiano socialista Avanti!, in via San Damiano a Milano. All’interno cronisti e caporedattori si sono barricati. Qualcuno è armato, perché non è certo la prima volta che i socialisti vengono attaccati. Fuori, a fare da cuscinetto fra assedianti e assediati, c’è la forza pubblica costituita da un centinaio di militari. La confusione è massima, fra i nazionalisti a dare ordini e prendere il comando dell’assalto è un ex ufficiale poco più che ventenne, Mario Chiesa. La tensione sale, si sparano colpi di pistola, qualcuno anche da dentro, per difesa. Uno manca il bersaglio. Invece di colpire gli assedianti, ferisce a morte Martino Sperone, uno dei militari del cordone di difesa. I militari, che già avevano prestato la loro opera malvolentieri per difendere i socialisti, a quel punto si fanno da parte. Gli assalitori dilagano nella sede del giornale, da cui per fortuna quasi tutti riescono a fuggire. L’edificio viene devastato: le rotative del giornale distrutte, l’insegna asportata mentre la squadra di assalto intona gridando lo slogan: “L’Avanti non è più”. La mattina successiva l’insegna dell’Avanti! viene donata come cimelio a Benito Mussolini presso la sede del suo nuovo giornale, Il Popolo d’Italia, che per i nazionalisti è il nuovo punto di riferimento. Mussolini è felice del regalo, che per lui è una rivincita personale: dell’Avanti! è stato direttore ed è stato poi costretto a dimettersi lasciando il partito per le sue posizioni inconciliabili, in quanto favorevole all’entrata nella Grande guerra. Da allora è iniziata quella deriva nazionalista e totalitaria che lo aveva portato a fondare il nucleo del futuro Partito Fascista e divenire dittatore.

Le squadre fasciste

Nascono così le squadre fasciste da cui deriva la parola “squadrismo”. Sono formate da aderenti a quello che di lì a poco prenderà definitivamente il nome di Partito Nazionale Fascista. Gli aderenti alle squadre sono personaggi di estrazione e cultura molto diversa. All’inizio il nucleo duro è formato dai sansepolcristi. I sansepolcristi sono gli aderenti della prima ora al nuovo partito di Mussolini, i Fasci di Combattimento, fondato il 23 marzo 1919 a Milano, nella sede di Piazza San Sepolcro. Un gruppo di personaggi, fra i quali c’è Ferruccio Vecchi, che saranno nominati “il Fascio primigenio”.

La nascita dello squadrismo è dunque connaturata a quella del movimento fascista. Le squadre di azione sono nuclei di attivisti che hanno come obiettivo l’uso della violenza nei confronti degli avversari politici, cioè principalmente i socialisti (siamo prima del 1921 e quindi il Partito Comunista ancora non esisteva e quello socialista era il principale partito di massa e operaio in Italia). Gli aderenti sono quasi tutti domiciliati nelle città del nord. Sono uomini d’azione, reduci della Grande Guerra, e provengono spesso dagli Arditi, un reparto scelto della fanteria dell’esercito italiano che durante la Prima guerra mondiale era stato usato in missioni speciali (e spesso pericolosissime) e che poi era stato al fianco di Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Insomma, l’equivalente di una squadra d’assalto dei Marines di oggi. Alle prime squadre, però, aderiscono anche intellettuali rivoluzionari come Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo, e gran parte dei suoi adepti. L’idea che per rinnovare la società italiana borghese e stagnante fosse necessario l’uso della violenza era infatti uno dei capisaldi del movimento futurista.

Il biennio 1919-1921

Le squadre fasciste impazzarono negli anni del cosiddetto “biennio rosso”, dal 1919 al 1921. Furono due anni turbolenti in cui i socialisti furono impegnati in una vasta campagna di scioperi e iniziative per far fronte alla crisi economica e ai problemi sociali che la fine della guerra aveva fatto emergere. Nonostante la vittoria, infatti, la società e l’economia italiana stentavano a riprendersi. I socialisti, come grande partito di massa, avevano organizzato una vera e propria rete sociale di appoggio per operai e aderenti, che andava dalle società di mutuo soccorso (associazioni in grado di garantire assistenza sanitaria e sociale alle famiglie in difficoltà, finalizzate dagli operai con parte del loro salario versato su base volontaria), alle università popolari e le scuole di partito che permettevano agli operai di continuare gratuitamente la loro formazione con corsi di istruzione e approfondimento. Tutti questi enti ed istituzioni erano sentiti come pericolosi perché erano straordinari punti di aggregazione popolare e fabbriche del consenso. Non solo i fascisti, ma anche i partiti borghesi e moderati li ritenevano possibili cellule per una prossima rivoluzione socialista simile a quella avvenuta in Russia nel 1917.

Il pericolo rosso come giustificazione allo squadrismo

Le squadre fasciste infatti poterono operare in relativa sicurezza perché le forze dell’ordine e la politica erano conniventi con loro, o per lo meno molto distratte. L’idea diffusa era che le squadre fasciste facessero il “lavoro sporco” atto però a “salvare la democrazia”, colpendo socialisti e anarchici prima che questi potessero scatenare una rivoluzione. Persino moderati come il cattolico Alcide de Gasperi e giolittiani liberali chiudevano un occhio e dichiaravano giustificata la violenza fascista. Questo favoriva anche nelle forze di polizia e nell’esercito un atteggiamento compiacente: i fascisti anche quando venivano arrestati venivano rilasciati molto presto, e le forze dell’ordine intervenivano tardivamente e in maniera blanda quando portavano avanti i loro assalti.

Squadrismo di campagna e di città

All’inizio lo squadrismo fu un fenomeno essenzialmente cittadino, sviluppatosi nelle grandi città del nord per contrastare le associazioni operaie. Ma presto anche le campagne divennero un luogo di scontro. Qui le squadre fasciste furono finanziate dai proprietari terrieri, che le usarono per colpire le manifestazioni di braccianti e contadini, e smantellare le nascenti cooperative agrarie e le società di mutuo soccorso. Particolarmente calda da questo punto di vista era la pianura padana, soprattutto la campagna fra Ferrara, Bologna e Mantova. Qui i grandi proprietari terrieri usarono le squadre fasciste per seminare il terrore e fare pressione perché venissero abbandonate o disattese le leggi che garantivano a braccianti e contadini diritti e condizioni di vita migliori.

Pochi, efficienti, determinati

Gli squadristi erano numericamente pochi, ma si trattava di gente ben addestrata dal punto di vista militare perché erano quasi tutti reduci di corpi d’assalto ben addestrati. Essendo per giunta quasi tutti i fondatori ufficiali abituati alla catena di comando, erano in grado di mobilitare velocemente i loro aderenti e dare ordini mirati. L’abile propaganda del Partito fascista fece il resto. Mussolini era un ex giornalista, in grado di usare a suo vantaggio i media del tempo per fare da cassa di risonanza alle imprese dei suoi uomini.

Fu costruito il mito degli eroi squadristi rivoluzionari che combattevano per salvare la patria dai bolscevichi. In realtà nel biennio rosso i morti furono principalmente socialisti (si parla di circa 3.000 persone, ma le cifre sono approssimate probabilmente per difetto. Cfr Gaetano Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, a cura di Roberto Vivarelli, Milano, Feltrinelli, 1979). L’abilità degli squadristi consisteva inoltre nell’infiltrarsi in manifestazioni di piazza scatenando poi violenze e assalti.

Corsi e ricorsi storici

In breve, lo squadrismo era basato su alcune caratteristiche ben precise:

  • L’organizzazione di piccoli gruppi ben addestrati di fanatici disposti a usare la violenza contro gli avversari.
  • La capacità di mobilitarsi in fretta e insinuarsi in manifestazioni di piazza.
  • La scelta di obiettivi come sedi di sindacati o giornalisti/organi di stampa.
  • La capacità di manipolare i media.
  • Una sostanziale connivenza da parte di schieramenti politici vicini agli squadristi o convinti di poter usare la loro violenza a proprio vantaggio.
  • La connivenza o la benevola distrazione da parte delle forze dell’ordine.

Tutti elementi che, purtroppo, viene da dire, si stanno ripresentando anche oggi nella nostra cronaca. La definizione di questo attacco come “squadrista” è dunque perfettamente lecita.

Ma c’è di peggio. Fatti dunque tutti i distinguo perché la storia non si ripete mai pari pari, l’assalto ieri a Roma disegna uno scenario italiano abbastanza inquietante.

Siamo nel 2021. Nel 2022 ricorrerà il centenario della Marcia su Roma, in cui le squadre fasciste trovarono la loro apoteosi. Speriamo che resti solo un centenario e non si trasformi nell’occasione di una rievocazione.

Bibliografia

Gaetano Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, a cura di Roberto Vivarelli, Milano, Feltrinelli, 1979.

Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965.

Giordano Bruno Guerri, Fascisti, Milano, Oscar Mondadori (Le scie), 1995.

Mimmo Franzinelli, Squadristi, Milano, Oscar Mondadori, 2009.

Immagine in anteprima via wikipedia

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