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Legge di bilancio, Patto di stabilità e MES: il governo Meloni non è all’altezza dei problemi

22 Dicembre 2023 10 min lettura

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Legge di bilancio, Patto di stabilità e MES: il governo Meloni non è all’altezza dei problemi

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Oltre al consueto approdo della Legge di bilancio alle camere e la sua approvazione, quest’anno il governo si è trovato ad affrontare un altro impegno sul fronte economico: quello della riforma, in sede europea, del Patto di stabilità e crescita. 

Si tratta di questioni cruciali per un paese come l’Italia, le cui difficoltà economiche, da decenni a questa parte, sono sotto gli occhi di tutti. Le stesse difficoltà che hanno reso più duri gli anni appena trascorsi, sotto certe aspetti. In questo clima, è poi arrivata la bocciatura del MES alla Camera, con l'Italia unico paese a non ratificarlo. Una decisione le cui conseguenze rischiano di isolarci in Europa.

Vediamo quindi che cosa è successo in questi giorni, tra tensioni interne alla maggioranza e scenari europei. 

Legge di bilancio e MES: tensioni interne e problemi strutturali

La legge di bilancio ha incontrato nel corso delle ultime settimane dei problemi di metodo. Avevamo già fatto notare che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva richiesto coesione e responsabilità alle forze politiche della maggioranza. Per snellire il processo che porta all’approvazione, Meloni aveva esplicitamente suggerito di non apportare emendamenti, in modo tale che la legge di bilancio potesse approdare alle camere prima rispetto agli ultimi giorni dell’anno come da tradizione. 

Ma ciò ha generato tensioni in seno ai gruppi parlamentari. Due sono gli esempi più paradigmatici di questo clima. In primo luogo quello che è successo in commissione bilancio con il Decreto “anticipi”, collegato alla manovra e che stanzia risorse per progetti voluti da senatori e deputati: durante la discussione sono stati presentati vari emendamenti, anche da parlamentari di maggioranza. Forza Italia, in particolare, si è dimostrata particolarmente attiva su questo fronte. 

Successivamente era stata la Lega a intervenire. Il senatore e capogruppo della Lega Massimiliano Romeo ha presentato tre emendamenti di non particolare importanza. Anche qui ci sono state delle tensioni, stavolta tra i banchi del governo stesso. Dopo una telefonata di Salvini, Romeo ha poi dichiarato di aver compreso male, pensando che si potessero presentare un numero ristretto di emendamenti.

L’atteggiamento del governo, però, ha continuato a suscitare conflitti non solo nei confronti dell’opposizione, che con l’ostruzionismo ha reso più accidentato il percorso della manovra, ma anche  in seno alla sua stessa maggioranza. Dopo una riunione che aveva tra i partecipanti anche i capigruppi e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, il governo ha concesso una serie di emendamenti, passati al vaglio del ministero dell’economia per la loro fattibilità economica. 

Secondo quanto riportato dalla stampa, proprio il capogruppo al Senato della Lega avrebbe dichiarato: “Avete visto? Ci avete messo quindici giorni prima di capire che bisogna comunque accogliere gli emendamenti”. Le tensioni in seno alla maggioranza non finiscono qui. 

Ieri infatti la Camera ha bocciato la ratifica della riforma sul MES. Sul voto però la maggioranza è spaccata: da una parte la Lega che ha spinto per opporsi strenuamente alla ratifica, seguita poi da Fratelli d’Italia che è rimasta però indecisa fino all’ultimo. A votare contro anche il Movimento 5 Stelle, mentre si è astenuta Forza Italia. La riforma del MES quindi non viene approvata, questo non solo per l’Italia, ma anche per i restanti paesi. Non sarebbe quindi possibile a un altro paese utilizzare strumenti che erano presenti nella riforma, come quelli per la risoluzione di crisi bancarie. 

Ne esce particolarmente danneggiato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che assieme a Tajani era il membro del governo più favorevole alla ratifica. Il PD, attraverso le parole della segretaria Elly Schlein, chiede le dimissioni, parlando di un ministro dell’Economia che è stato sfiduciato dalla sua stessa maggioranza. La linea di difesa, esposta ad esempio dal senatore della Lega Romeo, è che questa decisione viene dal parlamento e non dal governo. Il ministro per il momento sembra al sicuro. 

Tornando alla finanziaria, tra gli emendamenti, uno dei più importanti e discussi è quello che riguarda il Ponte sullo Stretto di Messina. Si tratta di uno dei cavalli di battaglia del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Nel mesi scorsi, il leader della Lega si è speso molto per il finanziamento di quest’opera, che servirebbe a rilanciare l’economia e l’occupazione al sud. 

Nonostante ciò, le varie dichiarazioni del ministro sono apparse confuse: come spiega Pagella Politica, i dati sull’occupazione citati da Salvini cambiano di volta in volta. In un primo momento Salvini ha sostenuto che il progetto avrebbe portato a 100 o 120 mila occupati in più, citando uno studio dell’Università Bocconi di quasi vent’anni fa. Leggendo lo studio si nota però che Salvini fa confusione tra “occupati” e“unità di lavoro annuo”: quindi la stima ne esce nettamente ridimensionata. 

Successivamente, Salvini ha citato un documento della società di consulenza OpenEconomics, secondo cui il ponte genererebbe 50 mila posti di lavoro, arrotondando di molto i dati originali (33 mila). 

Ma non tutti sono d’accordo. Un’analisi costi-benefici svolta dal Bridges Research, un istituto dichiaratamente vicino alle posizioni della Public Choice (secondo cui il legislatore politico è un agente egoistico che vuole massimizzare il suo consenso), rivela come i costi del Ponte sullo Stretto sarebbero maggiori rispetto ai benefici: le stime dell’istituto rivelano una perdita di benessere per 3.6 miliardi di euro. Secondo lo studio, per quanto l’opera sia importante, non è il Ponte sullo Stretto che porterà a una maggiore crescita economica, ma il contrario: proprio quando vi saranno le condizioni economiche di crescita, grazie a investimenti infrastrutturali nelle regioni coinvolte, la costruzione del ponte diventerà conveniente. Uno studio congiunto italo-tedesco ha invece sottolineato come il rischio sismico sullo Stretto di Messina si conferma elevato. 

E infatti è proprio sui costi che si è dibattuto in questi ultimi giorni. Il governo ha deciso di ridurre il suo contributo diretto, sfruttando invece i fondi per lo sviluppo e la coesione (FSC), in particolare quelli previsti per le due regioni interessate, Sicilia e Calabria. La settimana scorsa, il presidente del Consiglio Regionale della Regione Sicilia Renato Schifani ha contestato la decisione del governo Meloni di attingere ai FSC per la regione Sicilia e destinarli alla costruzione del ponte. 

Come ricostruito da Giacomo di Girolamo su Linkiesta, si sarebbe trattato di una serie di ripicche tra il ministro Salvini e il presidente Schifani per motivi strettamente elettorali. Dopo la morte di Berlusconi, infatti, il partito di cui fa parte Schifani, Forza Italia, sembra essersi riassestato, e c’è da capire chi prenderà più voti alle europee del 2024. Il tentativo di Salvini è quindi quello di mettere i bastoni tra le ruote a un nome importante di Forza Italia che, secondo di Girolamo, ambirebbe a essere il vice di Tajani, ruolo cui però ambisce anche Roberto Occhiuto, presidente proprio della Regione Calabria. La manovra quindi diventa in realtà scontro politico in seno alla maggioranza in vista delle elezioni europee del 2024. 

Un altro fronte di conflitto riguarda i medici. Già in precedenza il governo si era ritrovato a dover modificare le penalizzazioni per chi va in pensione anticipata nella sanità dopo le proteste dei sindacati. Questa volta è toccato invece all’età pensionabile. Il governo voleva infatti alzare l’età pensionabile di medici dirigenti sanitari e docenti universitari, da 70 a 72 anni. 

Si tratta di un problema notevole. Nel nostro paese, nonostante un numero elevato di laureati in medicina e un numero elevato di medici rispetto alla media OECD, il rapporto Health at a glance mostra come il 55 percento dei medici abbia oltre 55 anni di servizio. Il rischio è quindi un carenza di personale sanitario che il governo voleva tamponare innalzando l’età pensionabile. 

Questo è un esempio paradigmatico di tutto quello che non va nella Legge di bilancio del Governo Meloni: non ci sono vere soluzioni, ma soltanto tentativi estremamente contingenti di risolvere problemi che affliggono davvero il paese. Invece di intervenire sulla sanità pubblica, che è sottofinanziata rispetto ai paesi OECD, con gli investimenti di questa legge di bilancio andranno tutti in rinnovo dei contratti, si tenta di trattenere a forza i medici, salvo poi fare dietrofront quando le critiche si fanno troppo aspre. 

D’altronde il fatto che la manovra di Meloni non offrisse davvero soluzioni lo si era già visto con il provvedimento principale: il rinnovo del taglio del cuneo fiscale. Un rinnovo che si limita a tamponare un calo dei salari reali italiani sia negli ultimi anni sia a livello strutturale. 

La riforma del Patto di stabilità: è davvero la fine dell’austerità?

Mentre in Italia la manovra procede quindi verso le camere, in Europa si è arrivati a un accordo sulla riforma del Patto di stabilità. Si tratta dell’accordo riguardante la disciplina di bilancio: fissa le regole e i parametri per la politica fiscale dei paesi membri. 

Due erano in particolare i cardini della precedente versione: in primo luogo il debito degli Stati membri non dovrebbe mai superare il 60 per cento  in rapporto al PIL e, qualora il debito fosse più alto, gli Stati dovrebbero ridurlo di un ventesimo all’anno rispetto all’eccedente. In secondo luogo, il deficit, cioè la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato in rapporto al PIL, non deve mai superare il 3 per cento.

Il Patto era stato sospeso nel 2020 per permettere ai singoli paesi una maggior libertà fiscale, supportando così consumi e produzione danneggiati dalle misure di contenimento del SarsCoV2. Da anni però vi è un intenso dibattito tra gli esperti su una revisione di queste stesse regole. Già nel 2019, economisti di punta del dibattito europeo come Jean Pisani Ferry avevano sottolineato la necessità di riformare le regole del Patto di stabilità. Senza un accordo in sede europea, dal 2024 si sarebbe tornati alla versione precedente del Patto di Stabilità, che avrebbe sancito quindi un ritorno a un controllo del debito a scapito della spesa per investimenti.

La Commissione UE aveva presentato in primavera quindi una sua bozza di riforma del Patto, proponendo un alleggerimento delle regole: i vari paesi avrebbero dovuto presentare dei piani personalizzati alla Commissione per il rientro del debito. Ciò non era stato particolarmente apprezzato dai paesi frugali, che avrebbero voluto dei parametri quantitativi per la riduzione del debito dei paesi del sud dell’Europa. 

L’accordo che è emerso dall’ECOFIN di questi giorni è, di fatto, l’ennesimo compromesso franco-tedesco. In parte la riforma nata dall’accordo tra i due paesi mantiene il presupposto della Commissione: saranno i paesi altamente indebitati a presentare un piano per il rientro del debito. Allo stesso tempo,  però, rientrano in gioco due criteri quantitativi, anche se più leggeri rispetto a prima: gli Stati con un rapporto debito PIL superiore al 60 per cento dovranno ridurlo di mezzo punto percentuale l’anno, mentre per quelli oltre il 90 l’aggiustamento avverrà al ritmo di un punto all’anno. 

Per l’Italia l’ottima notizia è la flessibilità sulla spesa per interessi fino al 2027. Quando si emette debito, infatti, i compratori del titolo lo fanno per ottenere un certo guadagno, ovvero l’interesse che il titolo paga. Più il paese è ritenuto instabile, più sarà alto il tasso di interesse per invogliare gli investitori. Almeno dagli anni ‘80, il nostro paese presenta un’elevata spesa per interessi, e le manovre della Banca Centrale Europea hanno spinto verso l’alto i rendimenti dei titoli. Questo è sicuramente una vittoria per Meloni, ma è anche una patata bollente che verrà lasciata a chi verrà dopo di lei (o a lei stessa, qualora dovesse rimanere Presidente del Consiglio). 

Per il resto però non c’è spazio per l'entusiasmo. Come riportato dall’ANSA, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti è stato sul passo di usare il diritto di veto, ma si è accordato per spirito di compromesso, raccontano fonti interne. 

Più dura invece l’opposizione, a partire da Elly Schlein, che in Europa ci ha passato cinque anni. La segreteria del Partito Democratico ha infatti dichiarato che il ritorno a parametri quantitativi rigidi mostra che della pandemia non abbiamo imparato nulla. L’Italia, continua Schlein, ha semplicemente accettato un accordo tra Francia e Germania, senza giocare davvero da protagonista. 

Se il Governo Meloni non è riuscito a incidere sul negoziato europeo, a causa dei suoi rapporti non proprio idilliaci con paesi come Francia e Spagna, allo stesso tempo non si può non notare quanto queste regole appaiono come minimo fuori dal tempo, nonostante il miglioramento rispetto al passato. 

Da una parte ci sono dei limiti intrinseci all’Unione. A differenza degli Stati Uniti, infatti, l’Europa è una federazione più debole che non ha un governo federale in grado di intervenire, ma vari paesi con caratteristiche diversa dal punto di vista fiscale ed economico in generale, alcuni più esposti a instabilità di altri. 

Dall’altra però, e questa è la vera miopia, manca una discussione seria sulla capacità di affrontare in maniera solitaria e con un pacchetto limitato di strumenti le sfide come la transizione ecologica e digitale. Paesi come gli Stati Uniti e la Cina stanno utilizzando massicciamente la leva degli investimenti pubblici per rilanciare le loro economie e renderle al passo con le sfide del futuro. 

Pensiamo ad esempio a quanto l’amministrazione Biden ha fatto in materia di politica industriale. L’Europa sembra invece discutere di questioni minori come appunto briciole di flessibilità. Il problema del debito, ormai, non è più la sua dimensione, quanto la sua sostenibilità. Un concetto, come sottolineava un anno fa Olivier Blanchard, tra gli economisti di punta del dibattito mondiale e per anni capo economista del Fondo Monetario Internazionale, che è difficile da incastonare in semplici regole valide per ogni paese. 

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Nei giorni scorsi attraverso la piattaforma X (ex Twitter) Blanchard ha ribadito lo stesso concetto, consigliando i legislatori europei a concentrarsi più sulla sostenibilità del debito che sulla riduzione, se questo va a discapito degli investimenti. 

Un governo che guarda indietro

Le tensioni nella maggioranza hanno rallentato il percorso di una manovra, ma segnalano in realtà qualcosa di più profondo. La manovra, soprattutto per la mancanza di fondi, non è spendibile elettoralmente dai partiti, che anzi hanno fino all’ultimo provato a inserire dei provvedimenti utili per il loro elettorato. E ovviamente non finisce qui: nelle prossime settimane Forza Italia chiederà con forza un intervento sul Superbonus, su cui anche Meloni negli anni ha cambiato più volte idea. 

Ma la mancata ratifica del MES pone in grande difficoltà anche i nostri alleati europei e ci priva di strumenti utili per il contrasto alle crisi bancarie. Le tensioni, dunque, non riguardano solo la politica nazionale, o gli alleati di governo. Se in casa si trova sempre un modo per accontentare tutti, in Europa il governo Meloni è rimasto a guardare l’iter di riforma del Patto di stabilità. Non a caso, mentre Salvini esulta perché si sarebbe superata l’austerità, Giorgetti parla di spirito del compromesso, forse consapevole che quanto raggiunto in Europa non sarà di grande aiuto per le prossime manovre.

Immagine in anteprima via Domani

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