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La guerra Apple-Samsung e quei commenti technoradicalchic

23 Settembre 2012 6 min lettura

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La guerra Apple-Samsung e quei commenti technoradicalchic

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Una delle notizie più discusse negli ultimi mesi, nel settore tecnologico, è la guerra di brevetti tra Apple e Samsung. Da quando è stato lanciato, il sistema operativo Android sta risucchiando giorno per giorno quote a iOS di Apple, fino a raggiungere il 68% del mercato, relegando Apple (17%) a comprimario, anche se di lusso.
Google finora ha preferito concentrarsi sul software lasciando la produzione dei dispositivi ad aziende terze, in primis Samsung che ormai è uno dei principali produttori di smartphone al mondo. Anche negli Usa si assiste ad un testa a testa tra Apple e Samsung, dove quest'ultima è prima in molti altri paesi.
Man mano che Apple perdeva quote, partiva l'escalation di azioni giudiziarie per violazione di brevetti che si sono intrecciate tra i due principali produttori di dispositivi hardware, ma che col tempo hanno coinvolto un po' tutti i player del settore smartphone e tablet. Apple cita Samsung che cita Apple che cita Htc che cita Apple che cita Motorola che cita Apple, in un crescendo di cause che ormai ammontano ad oltre 50 in almeno 10 paesi diversi.

In tale bailamme colpisce un certo proliferare di articoli che dispensano la loro opinione sulla vicenda, non mancando spesso di rilasciare un giudizio sulla problematica giuridica, presentando talvolta un'opinione del tutto soggettiva e personale come fosse un giudizio tecnico sulla causa un corso: “mi piace di più l'iPhone, quindi ha ragione Apple!”.
In realtà la materia dei brevetti è probabilmente la più complessa del settore giuridico, al punto che anche gli addetti al lavori - non avendo le carte davanti - fanno fatica a capire esattamente di cosa si discute in tribunale. Risulta difficile comprendere perché, quindi, nella maggioranza degli articoli scritti da occidentali il giudizio espresso è a favore di Apple, senza scendere in tecnicismi giuridici.

Sentenze contrapposte

Negli ultimi giorni si sono avvicendate alcune importanti sentenze. Una causa si è svolta negli Usa e ha visto vincitore Apple, un'altra si è conclusa a Seul con la vittoria parziale di Samsung, una terza in Giappone con la vittoria di Samsung.
L'unica causa citata nella quasi totalità degli articoli è quella del giudice californiano, ed è la base del giudizio a favore di Apple. Quei pochi che menzionano la sentenza del giudice di Seul lo fanno, invece, con assoluta sufficienza perché Seul è la patria di Samsung, evidenziando che circa il 10% del Pil della Corea del Sud è costituito da quell'azienda. Insomma, quel giudice è di “parte”, difende gli interessi del paese!
Sarà, ma il tribunale della California che ha emesso la sentenza a favore di Apple non si trova forse negli Usa, a pochi chilometri dalla sede di Cupertino? In quegli Stati Uniti nei quali Apple vale ormai oltre 650 miliardi di dollari e ha in pancia cassa superiore all'economia Usa? Non si è detto che le sole vendite dell'iPhone 5 potrebbero elevare il Pil Usa dello 0,5%? Eppure quasi nessuno ha adombrato la possibilità che ci sia stata una qualche pressione su quella sentenza californiana. No, la Apple ha ragione, Samsung ha torto, e il giudice di casa è un giudice competente e imparziale!

Giuria popolare

Il giudice. L'ordinamento statunitense in verità prevede le cosiddette giurie popolari. Per la precisione il verdetto è opera di 9 persone che in appena 22 ore hanno studiato ben 109 pagine di istruzioni redatte dal giudice Koh al fine di emettere un verdetto valido e comprensibile (il caso era davvero molto complesso) e hanno risposto a 26 pagine di domande in fatto e in diritto pronunciandosi su circa 700 argomenti giuridici. Il risultato è stato una vittoria schiacciante di Apple con una quantificazione dei danni di 1.051.855.000 dollari. Rimarchevole!
Dovremmo pensare che la giuria fosse composta da esperti della materia, ma tra i componenti della giuria vi erano solo due ingegneri.
Secondo un'inchiesta di Cnet solo un membro della giuria aveva un iPhone, nessuno un Samsung, due membri erano disoccupati, uno era un impiegato comunale, un altro un assistente sociale, ecc... E solo uno degli ingegneri, il capo giuria, aveva competenze in materia di brevetti: in pratica deteneva egli stesso dei brevetti! Che non è la stessa cosa che avere competenze giuridiche in materia di brevetti.

Sempre Cnet ci dice che la decisione è stata effettivamente molto veloce, grazie ai confronti in clip video tra i prodotti Apple e Samsung. Quei clip erano contenuti nella relazione del ricorrente (Apple, allegati 44 e 46).
Gli allegati in effetti presentano centinaia di confronti tra uno smartphone Samsung ed uno Apple, prendendo in considerazione design, look ecc..., con tanto di commenti. Si tratta per lo più di fonti confidenziali interne Samsung che valutano il prodotto del concorrente al fine di migliorare i loro smartphone: Apple ha una fotocamera, mettiamola anche noi!
Dopo un primo momento nel quale la giuria sembrava orientata per un verdetto favorevole a Samsung, le cose sono poi cambiate, e la giuria ha iniziato a studiare bilanci, dati di vendita, indicatori di mercato, statistiche di penetrazione dei prodotti. Insomma parrebbe che si sia passati direttamente a stabilire il risarcimento del danno, sotto l'esperta guida del capo giuria, l'ingegnere titolare di brevetti.

Il "vestito per la vendita"

L'aspetto toccato nella sentenza californiana riguarda il design, e in particolare il cosiddetto trade dress il “vestito per la vendita”, cioè il modo di presentare il prodotto ai consumatori. Apple è stata una delle aziende che si è preoccupata più di tutte di brevettare gli aspetti di design, fino al package (lo scatolo). Ma gli aspetti di design sono molto legati alle tendenze del momento, e le mode, si sa, passano, per cui viene da domandarsi che senso ha consentire un brevetto su questi aspetti. Questo senza considerare che la copia del design fa la moda, nel senso che quanto più un prodotto viene imitato tanto più lo si qualifica di moda.
Nelle cause tra Apple e Samsung, invece, si tende ad optare per una strategia del tutto-o-niente, pretendendo di ottenere dei monopoli temporanei sul design.
Nessuno mette in discussione il fatto che Apple vende perché di tendenza, del resto molti commentatori parlano dell'azienda di Cupertino come fosse un vero e proprio culto religioso, ma questo non vuol dire che il diritto debba seguire queste tendenze e consentire un monopolio sulla moda del momento, che avrebbe come unico effetto l'eliminare dal mercato i concorrenti perché la gente preferisce lo smartphone con gli angoli arrotondati.

Sia chiaro, qui nessuno sta dicendo che la sentenza è sbagliata, ma che la questione è molto più complessa di come la si presenta. E che ci sarà un appello che potrà ribaltare la situazione e che comunque ci sono sentenze in contrasto tra loro, e non c'è solo quella del tribunale Usa.
Che poi proprio l'aspetto giuria popolare dovrebbe farci prendere col beneficio d'inventario quella decisione, perché nelle altre nazioni il giudizio sarà demandato a magistrati con competenze specifiche e assistiti da consulenti altamente specializzati. Altro che un ingegnere in pensione!

Perché quindi delle due sentenze solo quella californiana viene considerata di peso?
E non dimentichiamoci della sentenza di un giudice giapponese, che potremmo ritenere avuta in campo neutro, e che da ragione a Samsung statuendo che l'azienda coreana non ha copiato da Apple, quest'ultima condannata a pagare le spese del giudizio. Eppure anche di questa sentenza se ne parla pochissimo.
Forse è un problema di presunzione di noi occidentali che non riusciamo ad ammettere che altre nazioni possono fare come noi, o forse meglio. Eppure le economie vincenti adesso sono proprio quelle asiatiche, mentre sono Europa ed Usa a patire la crisi, e tentano di uscirne introducendo normative protezionistiche a favore delle loro aziende.
Forse dovremmo rifletterci sopra.

 

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