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La ‘guerra delle targhe tra Serbia e Kosovo’ e la fragile stabilità dei Balcani sempre più in pericolo

10 Agosto 2022 9 min lettura

La ‘guerra delle targhe tra Serbia e Kosovo’ e la fragile stabilità dei Balcani sempre più in pericolo

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8 min lettura
Raggiunta intesa tra Serbia e Kosovo sulla 'guerra delle targhe'

Aggiornamento 29 agosto 2022: L ’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha annunciato che Serbia e Kosovo hanno raggiunto un'intesa sulle norme doganali.

La Serbia «ha acconsentito ad abolire i documenti di entrata e di uscita per i possessori di un documento d’identità kosovaro, e il Kosovo ha deciso di non introdurli per chi ha un documento d’identità serbo» e che quindi «i serbi del Kosovo così come tutti gli altri cittadini potranno viaggiare liberamente tra Kosovo e Serbia con i loro documenti d’identità», ha scritto su Twitter Borrell. "L'Ue ha appena ricevuto garanzie a tal fine dal primo ministro Kurti. Questa è una soluzione europea. Ci congratuliamo con entrambi i leader per la decisione".

Nelle ultime settimane, le tensioni erano cresciute quando il governo del Kosovo aveva annunciato che i documenti d’identità e le targhe dei veicoli serbi non sarebbero più stati validi nel territorio del Kosovo, in risposta allo stesso tipo di provvedimento che il governo serbo impone ai veicoli targati Kosovo, a cui si aggiunge il rilascio manuale di un titolo di viaggio temporaneo che crea code chilometriche alla dogana.

Il vetro che avvolge la fragile stabilità dei Balcani occidentali continua a subire danni che rischiano di diventare irreversibili. Le crepe che, agli occhi poco attenti del mondo, avevano iniziato a delinearsi in Montenegro, Kosovo e Bosnia Erzegovina sul finire del 2021 proseguono indisturbate verso la rottura totale.

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Al confine tra Kosovo e Serbia la questione della reciproca imposizione del cambio di targa automobilistica e di un temporaneo documento di viaggio quando si attraversa il confine non è stata risolta. Le ingerenze della stessa Serbia in Montenegro attraverso la chiesa ortodossa serba non sono cessate. Infine in Bosnia Erzegovina l’Alto Rappresentante, la figura che supervisiona l’implementazione degli Accordi di Dayton che nel 1995 posero fine alla guerra nel paese, è sul punto di approvare una riforma elettorale che contribuirebbe a una maggiore divisione etnica della popolazione. Nel terzo caso, oltre alla onnipresente Serbia guidata da Aleksandar Vučić, a intromettersi negli affari di politica interna di uno Stato sovrano è la Croazia, interessata a difendere i diritti dei croato-bosniaci.

Analizziamo singolarmente le tensioni in corso nei Balcani occidentali, partendo dal paese che negli ultimi giorni è finito improvvisamente in prima pagina: il Kosovo.

Kosovo

Iniziamo con una doverosa smentita: non c’è nessuna guerra in corso in Kosovo e la Serbia non ha tentato di invadere il paese.

Come ha spiegato la giornalista Una Hajdari su New Lines Magazine, abbiamo semplicemente assistito allo stesso canovaccio che si ripete dal 2008, anno in cui il Kosovo si è reso unilateralmente indipendente dalla Serbia, e in particolare dall’inizio dei negoziati tra i due paesi avviati dall’Unione Europea (UE) nel 2012. Il Kosovo adotta un provvedimento da imporre anche ai cittadini serbi-kosovari e la Serbia, che considera ancora il Kosovo parte della propria provincia autonoma del Kosovo i Metohija, reagisce accendendo le tensioni lungo il confine. Talvolta il confine ha preso letteralmente fuoco, come accaduto nel 2011 in seguito all’imposizione del governo kosovaro di una tassa sui prodotti importati dalla Serbia. 

La questione delle targhe automobilistiche non è nulla di nuovo. Scontri e disordini si erano verificati già nella seconda metà dello scorso settembre, quando il Kosovo, a ulteriore riprova della propria indipendenza acquisita, aveva smesso di emettere targhe ONU e iniziato a emetterne di nuove con la dicitura RKS (Repubblica del Kosovo). Inoltre, aveva imposto a chiunque entrava in Kosovo con un veicolo immatricolato in Serbia di apporre una targa provvisoria kosovara. Quest’ultimo provvedimento si appella al principio di reciprocità ed è una risposta allo stesso tipo di provvedimento che il governo serbo impone ai veicoli targati Kosovo, a cui si aggiunge il rilascio manuale di un titolo di viaggio temporaneo che crea code chilometriche alla dogana. 

Il 21 ottobre erano partiti i lavori della commissione incaricata dall’UE e dalle diplomazie degli Stati coinvolti di trovare una soluzione. La commissione non è mai giunta a una conclusione e il primo ministro kosovaro Albin Kurti ha deciso di rispolverare la misura annunciata lo scorso settembre e farla entrare in vigore il 31 luglio, giorno in cui gruppi di serbi-kosovari armati, e presumibilmente comandati ad hoc da Belgrado, hanno eretto nove barricate lungo il confine per impedire il passaggio verso la Serbia. È seguito il consueto dispiegamento di forze speciali kosovare che ha portato a qualche breve scambio di colpi d’arma da fuoco.

Kurti ha dichiarato che “sono stati sparati colpi di arma da fuoco in direzione della polizia [kosovara], ma nessuno è rimasto ferito” e di “stare alla larga dagli organi di propaganda serbi e russi”. Dopo colloqui con rappresentanti dell’UE e degli USA, il 1 agosto il premier kosovaro ha anche twittato che il governo si impegna “a rinviare l’implementazione del provvedimento sulle targhe automobilistiche e sui documenti di ingresso-uscita ai valichi di frontiera con la Serbia per 30 giorni, a condizione che tutte le barricate vengano rimosse e venga ripristinata la completa libertà di movimento”.

Appare evidente che nessuno dei due paesi è interessato alla risoluzione di questo conflitto. Come sottolinea Giorgio Fruscione, ricercatore ISPI esperto di Balcani, mantenere lo status quo è utile a entrambi i governi: Belgrado difende a parole l’interesse nazionale e del popolo serbo del Kosovo; Kurti guadagna in popolarità rendendo alla Serbia pan per focaccia.

Il 18 agosto è previsto un incontro tra il presidente serbo Vučić e Kurti nell’ambito del dialogo UE.

Montenegro

In Montenegro non si sono registrati scontri come in occasione della cerimonia di insediamento di Joanikije II, la nuova guida della metropolia del Montenegro e del Litorale, ma l’ingerenza di Belgrado attraverso la propria istituzione religiosa prosegue. 

Il 3 agosto il patriarca serbo Porfirije e il primo ministro montenegrino Dritan Abazović hanno firmato un contratto che restituisce la proprietà di numerose chiese e monasteri presenti sul territorio montenegrino alla Chiesa ortodossa serba. Queste proprietà erano state confiscate dal governo montenegrino nel dicembre 2019 con la promulgazione della legge sulla libertà di religione. Quella legge aveva provocato una campagna di odio e radicalizzazione delle istituzioni serbe che era coincisa con la campagna elettorale che ha poi portato politici pro-Serbia a occupare posizioni chiave nel governo montenegrino. Al nuovo governo era seguita l’intronazione di Joanikije, eletto dalla Chiesa ortodossa serba. Le sopracitate proteste di settembre 2021 avevano come oggetto l’intera narrazione che ha accompagnato l’intronazione del metropolita. Una narrazione che nega al popolo montenegrino il diritto all’affermazione della propria identità e il riconoscimento della propria chiesa ortodossa, fondata nel 1993 ma giudicata illecita dal patriarca di Istanbul Bartolomeo I e per questo motivo ancora oggi registrata come organizzazione non governativa. 

Ciò che più ha acceso gli animi del popolo montenegrino è il fatto che l’ingresso di Porfirije in Montenegro è avvenuto segretamente, tant’è che l’applicazione FlightRadar non è riuscita a localizzare il velivolo su cui viaggiava il patriarca perché a quanto pare il transponder era spento. Porfirije e la sua delegazione non sarebbero stati neppure sottoposti al controllo doganale. Questo ha spinto il capo della polizia di frontiera Vasko Aković alle dimissioni, perché l’ingresso illegale in Montenegro del patriarca serbo sarebbe stato organizzato a sua insaputa.

Il controverso rapporto tra la Chiesa ortodossa serba e il Montenegro, che si è dichiarato indipendente dalla Serbia nel 2006, rischia di far cadere l’ennesimo governo. Il 19 agosto è prevista una sessione straordinaria del Parlamento per votare la sfiducia al governo Abazović perché quest’ultimo, dando priorità ai rapporti con la Chiesa ortodossa serba rispetto alla necessaria riforma del sistema giudiziario, al rafforzamento del sistema dello Stato di diritto, all’intensificazione del processo di integrazione europea e al consolidamento della politica economica nel Paese, ha portato all’innalzamento delle tensioni sociali.

Bosnia Erzegovina

La peggior crisi istituzionale della breve storia della Bosnia Erzegovina, che si compone di due entità e un distretto autonomo e si regge su un complesso sistema di istituzioni tripartite facenti riferimento ai tre popoli costituenti (bosgnacchi, serbi e croati), non sembra conoscere fine. Al processo di secessione dell’entità della Republika Srpska avviato lo scorso ottobre, si è aggiunta la contestata proposta di riforma elettorale elaborata dall’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina - un’istituzione teoricamente super partes che ha il compito di salvaguardare gli accordi di pace di Dayton - e inviata a luglio alle ambasciate straniere presenti nel paese.

Il progetto di legge di Christian Schmidt, politico tedesco che ha assunto l’incarico di Alto Rappresentante il 1 agosto 2021, è stato fatto filtrare alla stampa a metà luglio e lunedì 25 ha causato la più grande protesta di massa dai tempi delle sommosse del 2014 che coinvolsero varie città dell’entità della Federazione di Bosnia Erzegovina. Organizzata in poche ore dai movimenti favorevoli a una Bosnia Erzegovina unita e avulsa dalle divisioni etniche che governano il paese, la protesta durata tre giorni sembrerebbe aver fatto desistere Schmidt dall’approvare la parte più controversa della sua legge. Si tratta del punto che garantirebbe l’elezione costante di un certo numero di rappresentanti croato-bosniaci alla Camera dei Popoli - una delle due camere che compongono il Parlamento - nonostante essi costituiscano solo il 15,43% della popolazione totale e nominino già il 30% dei ministri, vantino il 12% dei membri alla Camera dei Deputati e il 27% dei delegati alla Camera dei Popoli.

Sono quattro le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (Echr) di Strasburgo che hanno giudicato discriminatoria la legge elettorale attualmente in vigore che impedisce a ebrei, rom e chiunque non voglia o possa rientrare nelle categorie dei tre popoli costituenti di candidarsi per le più alte cariche dello Stato. Secondo la Costituzione bosniaco-erzegovese, le sentenze dell’Ehcr hanno la priorità su ogni altra legge. Nonostante ciò, nel suo presunto tentativo di eliminare le discriminazioni legislative vigenti Schmidt ha fatto riferimento solo al caso presentato alla Corte Costituzionale della Bosnia Erzegovina da Božo Ljubić, politico di spicco della comunità croato-bosniaca secondo cui ognuno dei dieci cantoni che compongono l’entità della Federazione di Bosnia Erzegovina debba eleggere almeno un rappresentante croato-bosniaco alla Camera dei Popoli.

Fondamentale per evitare la promulgazione di questo punto controverso è stato anche l’intervento di alcuni eurodeputati, come l’olandese Tineke Strik, che hanno condannato fermamente la proposta di Schmidt.

La baronessa Arminka Helić, membro del Parlamento britannico di origini bosniaco-erzegovesi, si è chiesta com’è possibile che una proposta di legge così invisa alla maggior parte dei partiti pro-UE e pro-NATO in Bosnia Erzegovina, così come all’ampia maggioranza della società civile e dei comuni cittadini scesi in piazza sia stata così vicina all’approvazione. La risposta è da cercare a Zagabria. L’attuale governo croato, a guida Unione Democratica Croata (HDZ), supporta da sempre il partito gemello in Bosnia, il HDZ BiH. Insieme al leader nazionalista serbo-bosniaco Milorad Dodik, il presidente del HDZ BiH Dragan Čović ha più volte assunto posizioni pro-Putin volte a destabilizzare la Bosnia Erzegovina. Un’ulteriore conferma arriva dalle parole del primo ministro croato Andrej Plenković, che si è dichiarato insoddisfatto della decisione finale presa da Schmidt come se si trattasse di una questione interna alla Croazia.

In realtà, la decisione finale sulla rappresentatività dei croato-bosniaci è stata solamente rinviata. A meno di due mesi dalle elezioni generali in programma il 2 ottobre, Schmidt ha affermato che darà ai politici della Federazione di Bosnia Erzegovina qualche settimana di tempo per trovare una soluzione e che imporrà ulteriori modifiche alla legge elettorale se non verrà trovato un accordo.

Un secondo fronte di guerra di guerra nei Balcani è un regalo gradito per Putin

Come abbiamo visto, sono le principali potenze dei Balcani occidentali, Serbia e Croazia, a percuotere continuamente la fragile stabilità della regione, in particolare degli Stati più piccoli su cui hanno delle mire espansionistiche a medio-lungo termine (si legga “Mondo Serbo” nel caso di Belgrado). A ciò si aggiunge il ruolo della Russia di Vladimir Putin, di cui i vari Vučić, Dodik e per ultimi Čović e Plenković sono alleati più o meno noti e visibili.

Per Mosca, che contribuisce a condizionare la vita dei cittadini balcanici attraverso la sua fitta rete di propaganda, l’apertura di un secondo fronte, ancor più vicino al cuore dell’Europa, sarebbe qualcosa di molto gradito nella sua battaglia infinita contro l’Occidente. Dall’altra parte appare inspiegabilmente debole e scarsamente motivata la risposta delle istituzioni europee e statunitensi che sembrano non scorgere il pericolo che sbuca dal piccolo ma strategico angolo orientale del continente. Le azioni fin qui intentate si sono rivelate inefficaci e, nel caso della Bosnia Erzegovina, l’appoggio fornito dai governi del Regno Unito e degli USA alla proposta di legge di Schmidt è emblematica di come l’Occidente stia andando nella direzione sbagliata.

Immagine in anteprima: frame video RaiNews

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