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Le tensioni nei Balcani e il fantasma della ‘Grande Serbia’ di Milošević

21 Ottobre 2021 10 min lettura

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Le tensioni nei Balcani e il fantasma della ‘Grande Serbia’ di Milošević

10 min lettura

di Alia Alex Čizmić

Bosnia-Erzegovina, approvata una risoluzione per ricostruire l’esercito serbo-bosniaco, simile all'apparato militare giudicato colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2007

Aggiornamento 4 novembre 2021: Dicevamo che la situazione in Bosnia-Erzegovina è apparentemente più tranquilla perché non si vedono eserciti o unità speciali di polizia all’orizzonte, ma Milorad Dodik ha impiegato poco tempo per risvegliare il trauma di migliaia di cittadini e cittadine bosniaco-erzegovesi che stanno ancora tentando di sanare le profonde ferite della guerra degli anni ‘90.

Il 29 ottobre l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD), il partito politico guidato da Dodik, ha adottato una risoluzione per ricostituire l’esercito serbo-bosniaco, un apparato militare serbo secessionista che ricalcherebbe quello che durante la guerra in Bosnia si macchiò di terribili atrocità e fu giudicato colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2007.

Questa risoluzione ha seguito quella del 20 ottobre che annunciava la creazione di un’agenzia di approvvigionamento di farmaci specifica per l’entità della Republika Srpska (RS) e che rappresenterebbe il primo passo verso una secessione di fatto dalle istituzioni nazionali.

Nonostante il 18 ottobre parte dell’opposizione del parlamento della Republika Srpska abbia impedito a Dodik di porre il veto su alcuni accordi discussi a livello statale e di rendere effettive alcune decisioni a livello locale (come l’apertura dell’ambasciata dell’Azerbaigian a Sarajevo e di un ufficio dell’ambasciata russa a Banja Luka, capitale della Republika Srpska), le azioni di Dodik stanno acquisendo sempre più forza e credibilità a causa della debole risposta della comunità internazionale, in particolare l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America.

Il 3 novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato l’estensione del mandato EUFOR, un dispiegamento militare dell’UE presente in Bosnia-Erzegovina dal 2004 che ha il compito di supervisionare l’attuazione degli Accordi di Dayton. Nel corso degli anni l’UE ha smantellato questo corpo militare fino a ridurlo alle attuali 700 unità circa. Dopo aver minacciato di bloccare la risoluzione riguardante l’estensione dell’EUFOR, la Russia, alleata di Serbia e Republika Srpska, ha scelto di minare la già precaria autorità di Christian Schmidt, Alto Rappresentante in Bosnia-Erzegovina, impedendogli di intervenire al consiglio e analizzare il rapporto inviato all’ONU in cui definisce un possibile nuovo conflitto un rischio reale. L’Alto Rappresentante funge da supervisore dell’accordo di pace di Dayton e indebolire la sua figura equivale a offrire maggior campo libero a Dodik per il suo piano secessionista.

A pagare le conseguenze della spinta secessionista della RS e la blanda reazione della comunità internazionale è la cittadinanza bosniaco-erzegovese. Sui social, in particolare Twitter, proliferano i racconti di sopravvissuti al genocidio degli anni ‘90 che esprimono il terrore che stanno vivendo in queste settimane.

A settembre il vetro che avvolge la fragile stabilità nei Balcani occidentali ha subìto nuove e pericolose incrinature che hanno elevato la soglia di attenzione in tutta la regione.

La prima crepa ha iniziato a delinearsi durante i primi giorni del mese in occasione della nomina del nuovo metropolita della chiesa ortodossa serba in Montenegro. La seconda si è riaperta nella seconda metà di settembre in Kosovo, dove il governo ha imposto a chi entra nel proprio territorio con un veicolo immatricolato in Serbia di utilizzare una targa automobilistica provvisoria kosovara. A queste si somma una terza crepa che non ha mai smesso di allargarsi sin dagli accordi di Dayton del 1995 che hanno definito l’attuale composizione amministrativa della Bosnia-Erzegovina: si tratta dell’ennesima minaccia di secessione delle autorità politiche della Republika Srpska, una delle due entità (a maggioranza serba) in cui è diviso lo Stato balcanico.

Ma andiamo per gradi e vediamo nel dettaglio cosa sta succedendo in questi paesi.

Montenegro

Partiamo dal Montenegro, dove il 5 settembre scorso era in programma la cerimonia di insediamento di Joanikije II, la nuova guida della metropolia del Montenegro e del Litorale. Il viaggio di Joanikije verso il monastero di Cetinje, sede della metropolia, è stato ostacolato da barricate erette lungo la strada da sostenitori dei partiti di opposizione e da gruppi di montenegrini autodichiaratisi patriottici. Gli scontri con la polizia sono cominciati qualche giorno prima della data della cerimonia, che è stata portata a termine grazie all’intervento di un’unità speciale della polizia che ha scortato Joanikije in elicottero fino al monastero.

Ma perché tanta ostilità di parte della popolazione montenegrina nei confronti della chiesa ortodossa serba e del neoeletto metropolita? Per capirlo bisogna fare un paio di passi indietro.

Il primo arriva a dicembre 2019, quando è stata promulgata la controversa legge sulla libertà di religione che ha trasferito la proprietà di edifici ecclesiastici e altri immobili costruiti prima del 1918 (quando il Regno del Montenegro era parte del Regno di Serbia) dalla chiesa ortodossa serba in Montenegro allo Stato montenegrino. Questa legge ha scatenato un’ondata di proteste della chiesa serba. “A queste proteste sono poi seguite una campagna di odio e radicalizzazione delle istituzioni serbe che ha coinciso con la campagna elettorale che ha portato a un grande cambiamento politico dopo 30 anni”, sottolinea a Valigia Blu Ljubomir Filipović, analista politico montenegrino. “Ora politici pro-Serbia occupano posizioni chiave nel nuovo governo e questo ha portato all’intronazione di Joanikije a Cetinje e ai disordini successivi”, continua. “Le proteste non sono solo contro l’intronazione in sé, ma contro tutta la narrazione che l’ha accompagnata. Una narrazione che nega al popolo montenegrino il diritto all’affermazione della propria identità e il diritto di avere una propria chiesa”. La scelta del monastero di Cetinje (una delle proprietà toccate dalla legge di cui sopra) come teatro della cerimonia è decisiva. La sede della metropolia della chiesa ortodossa serba, infatti, è anche la capitale degli antichi Principato e Regno del Montenegro ed è considerata la culla dell’identità culturale montenegrina, che reclama la propria unicità rispetto a quella serba.

Col secondo passo indietro torniamo al 1993, l’anno di fondazione della chiesa ortodossa montenegrina (CPC). Ad oggi, secondo un report dell’Ufficio internazionale sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato degli USA, i fedeli appartenenti alla CPC sono circa il 10% del totale della popolazione ortodossa del paese, la quale ammonta al 72,07% dei 620.029 cittadini montenegrini che si sono dichiarati cristiani ortodossi. La CPC non è stata ancora riconosciuta ufficialmente da nessuna delle altre chiese ortodosse e tantomeno dal patriarcato di Istanbul. Le uniche a riconoscerla sono le altre chiese ortodosse non canoniche, tra cui quella vecchio-cattolica italiana fondata nel 1991 da Antonio de Rosso. Nel 2019 l’attuale patriarca di Istanbul Bartolomeo I ha dichiarato che “non daremo mai l’autocefalia alla cosiddetta ‘Chiesa ortodossa montenegrina’”. Per questo motivo la CPC è ancora oggi registrata come organizzazione non governativa.

Kosovo

Proseguiamo questo viaggio della tensione in Kosovo, il cui confine settentrionale con la Serbia è attraversato da scontri e disordini ormai dal 20 settembre. Sin dal 2011 Kosovo e Serbia stanno tentando di appianare le loro divergenze attraverso un dialogo diretto dall’Unione Europea. Uno degli obiettivi è quello di risolvere problemi tecnici di varia natura sorti tra i due paesi dopo la proclamazione d'indipendenza del Kosovo nel 2008.

Uno di questi riguarda le targhe automobilistiche. Dato che la Serbia riconosce il mandato delle Nazioni Unite in Kosovo e non il Kosovo come Stato, la maggior parte delle persone provenienti dalla più giovane repubblica dei Balcani ha sempre preferito utilizzare le targhe ONU per poter entrare in Serbia. L’anno scorso, in linea con una clausola di un accordo siglato nel 2016 che aveva fissato al 2021 la scadenza delle targhe ONU, il Kosovo ha smesso di emetterne. Inoltre, in assenza di un nuovo accordo, il Kosovo si è appellato al classico principio di reciprocità. Così come la Serbia fa con i veicoli immatricolati in Kosovo, il governo kosovaro ha imposto a chiunque entri nel proprio territorio con un veicolo targato Serbia di utilizzare una targa automobilistica provvisoria kosovara e pagare una tassa. Tra l’altro, la dicitura delle targhe kosovare ora riporta la sigla RKS, Repubblica del Kosovo, a indicare che non si tratta più di una provincia autonoma serba ma di uno Stato a se stante.

Questa misura ha scatenato proteste nella regione settentrionale del paese, dove risiede la maggior parte della minoranza etnica serba. Centinaia di serbi kosovari si sono accampati lungo il confine, bloccando le strade che portano alle dogane di Jarinje e Brnjak. Il governo kosovaro ha inviato forze speciali della polizia per ristabilire l’ordine. Quello serbo ha risposto con il trasferimento di carri armati e aerei militari al confine. Il 30 settembre Miroslav Lajčák, il delegato dell’UE per il dialogo tra Serbia e Kosovo, e rappresentanti diplomatici di entrambi i paesi hanno trovato una soluzione temporanea. Dal 4 ottobre ogni paese pone un adesivo sullo stemma presente sulle targhe dell’altro. Il 21 ottobre, invece, partiranno i lavori della commissione incaricata di trovare una soluzione definitiva alla diatriba.

Ma la tregua è durata solo un paio di settimane. Il 13 ottobre la polizia kosovara si è scontrata con dei manifestanti serbi a Mitrovica, una città etnicamente spaccata in due, mentre conduceva un’operazione contro il contrabbando di merci in città. La polizia ha fatto sapere che il raid nella parte nord di Mitrovica (a maggioranza serba) era parte di una più vasta operazione che ha coinvolto 28 località e non aveva una connotazione etnica. A conferma di ciò, la polizia ha rivelato di aver arrestato otto sospettati in tutto il paese, sei dei quali di etnia albanese, uno di etnia bosgnacca e uno di etnia serba. Il premier kosovaro Albin Kurti ha invitato i cittadini di Mitrovica Nord “a non cadere vittime di alcuni media serbi che difendono il crimine e la corruzione e vogliono politicizzarli ed etnicizzarli”. Nonostante ciò, la tensione non sembra scemare: il 17 ottobre un proiettile di arma da fuoco, che come riporta Kosova Press sarebbe stato sparato dal confine serbo, ha colpito un container della polizia kosovara alla dogana di Jarinje. 

Bosnia-Erzegovina

L’ultima tappa è in Bosnia-Erzegovina, dove la situazione è apparentemente più tranquilla perché non si vedono eserciti o unità speciali di polizia all’orizzonte. In realtà, il paese sta vivendo la peggior crisi istituzionale della sua breve storia.

La Bosnia-Erzegovina si regge su un complesso sistema di istituzioni tripartite e il veto di una sola di queste parti può generare uno stallo. Il leader nazionalista Milorad Dodik, attuale membro serbo della presidenza tripartita del paese, sta ostacolando o ha intenzione di ostacolare numerose istituzioni statali: dalle forze dell’ordine ai tribunali. Più precisamente, Dodik ha comunicato che “il 26 ottobre ci sarà un nuovo sistema costituzionale” e che il suo governo nell’entità della Republika Srpska passerà una serie di leggi per tirarsi fuori dalle istituzioni della Bosnia-Erzegovina. Questo fa parte di una più ampia strategia legata all’ennesima minaccia di secessione pronunciata da Dodik, che l’ha giustificata sostenendo che l’ordine costituzionale della Bosnia-Erzegovina è stato distrutto a causa di decisioni che vanno in contrasto con gli Accordi di Dayton del 1995 prese dagli Alti rappresentanti per la Bosnia-Erzegovina e dalla Corte costituzionale.

La differenza rispetto al passato è che questa volta la minaccia di secessione sembra essere accompagnata da un piano e che, come dichiarato dallo stesso Dodik alla tv nazionale serba, “se la NATO interverrà, chiederemo l'aiuto dei nostri amici che ci hanno detto, chiaramente e ad alta voce, che non ci lasceranno mai soli”. Gli amici principali sono identificabili con la Serbia di Aleksandar Vučić e con la Russia di Vladimir Putin. Dodik ha anche aggiunto che ci sarebbero sette paesi pronti ad appoggiare l’indipendenza della Republika Srpska senza svelare quali.

Secondo il portale investigativo bosniaco-erzegovese Istraga.ba, che cita fonti di agenzie di sicurezza del paese, Dodik avrebbe già chiesto al Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov supporto militare in caso di necessità. Il che non è sorprendente, visto che ormai da tempo l’esercito serbo svolge regolari esercitazioni militari con quello russo. Come riporta N1, l’ultima, durata tre giorni dal 12 al 15 ottobre, rientra nell’ambito della cooperazione “Slavic Shield 2021” e ha riguardato esercitazioni di tiro da combattimento in funzione antiaerea e missili Pantsir-S.  

Il "mondo serbo"

Ora la domanda sorge spontanea: cosa accomuna queste crepe che si stanno aprendo e allargando contemporaneamente?

E la risposta non può che essere la Serbia di Aleksandar Vučić, definito dal Ministro dell’Interno Aleksandar Vulin il “presidente di tutti i serbi”. Riferendosi ai fatti di Cetinje, Vulin ha dichiarato a TV Pink che il compito di questa generazione di politici è la creazione del “mondo serbo” per proteggere tutte le popolazioni serbe, ovunque esse si trovino, e che, se non verrà creato, c’è il rischio di non assistere a una prossima generazione di serbi.

Il concetto di “mondo serbo” altro non è che una rivisitazione della “Grande Serbia”, un progetto politico nazionalista le cui radici risalgono al XIX secolo. Quel progetto fu fatto proprio da Slobodan Milošević e ha rappresentato l’ideologia che ha guidato le aggressioni militari della Serbia negli anni ‘90 nei confronti delle altre ex repubbliche jugoslave. La strategia attuale consiste nel portare ogni minimo incidente al punto di tensione massimo così da poter giustificare una risposta militare sempre maggiore fino a quando l’invasione non sarà normalizzata e vista come un atto inevitabile.

Nel 2014 Vučić, che durante la presidenza di Milošević era Ministro dell’Informazione e aveva represso pesantemente la libertà di stampa tanto per le testate locali quanto per quelle estere, ha ammesso i suoi errori e ha dichiarato di essere cambiato. Effettivamente è stato abile a riposizionarsi dopo la caduta di Milošević e a riciclarsi come politico moderato, ma nei quattro anni alla presidenza della Serbia la sua natura autoritaria e nazionalista è riemersa.

Conclusione

Qual è dunque lo scenario che ci si presenta davanti?

Secondo Filipović, “se il consolidamento di elementi pro-serbi nei vari paesi si dovesse rafforzare, e se l'Occidente continuasse a reagire così timidamente, potrebbero verificarsi disordini di maggiore intensità in tutta la regione. Sono stati schierati aerei al confine col Kosovo e questo è già un segnale che la tensione sta salendo”.

Su Twitter Jasmin Mujanović, analista politico bosniaco, suggerisce chela cosa peggiore che gli attori democratici e atlantisti nella regione e all’estero possono fare è trattare gli eventi in Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Kosovo come eventi separati e consentire a Vučić di affrontarne uno alla volta. È imperativo creare e mantenere un fronte unito. La nostra pace e sicurezza collettiva dipende da questo”. 

Foto in anteprima di marketa1982/Shutterstock.com

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