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L’inverno sta arrivando: la situazione militare in Ucraina a otto mesi dall’invasione russa

5 Novembre 2022 11 min lettura

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L’inverno sta arrivando: la situazione militare in Ucraina a otto mesi dall’invasione russa

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di Flavio Pintarelli

Sono passati due mesi dall'inizio di settembre, quando, con una manovra di impressionante ampiezza e rapidità, le forze armate ucraine riuscivano a liberare oltre 6.000 chilometri quadrati di territorio occupato in precedenza dalle forze d'invasione russe.

Per molti analisti, l'offensiva condotta alla fine dell'estate nell'Oblast di Kharkiv ha rappresentato un punto di svolta nel conflitto causato dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, iniziata alla fine di febbraio dell'anno in corso.

L'operazione, frutto di una meticolosa progettazione strategica e di un'innovativa esecuzione tattica, ha mutato l'inerzia del conflitto, consegnando l'iniziativa alle forze armate ucraine e costringendo le truppe russe ad adottare una postura difensiva lungo la maggior parte della linea del fronte.

Da allora a oggi, la situazione sul campo di battaglia ha visto il succedersi di pochi eventi significativi, mentre il contesto politico, economico e sociale in cui il conflitto si sta svolgendo ha registrato avvenimenti degni di nota, la cui ricostruzione è utile per provare a capire l'attuale fase dell'invasione dell'Ucraina e le sue possibili evoluzioni.

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Annessioni, mobilitazione, legge marziale e guerra aerea: l'escalation di Putin

Per la leadership russa, il successo dell'offensiva ucraina su Kharkiv ha rappresentato una cocente sconfitta.

La rotta delle unità russe, costrette ad abbandonare dietro di sé armi ed equipaggiamento, ha messo Putin e i suoi comandanti in un profondo imbarazzo, esponendoli alle critiche dei falchi e dei commentatori più estremisti.

Negli ultimi dieci giorni di settembre, la risposta di Putin alle pressioni interne a cui il suo governo era esposto si è concretizzata in due decisioni: l'annessione dei territori ucraini occupati e l'inizio di una mobilitazione parziale della popolazione civile. 

Queste decisioni hanno assecondato una logica di escalation, allontando possibili soluzioni negoziali del conflitto. Hanno inoltre tenuto conto della fazione più guerrafondaia dell'élite russa, rispondendo alla nuova e sfavorevole configurazione del campo di battaglia.

Attraverso l'annessione, Putin ha cercato di creare le condizioni per un inasprimento dello sforzo militare, uscendo dalla logica dell'operazione speciale - il cui carattere temporaneo e aggressivo iniziava a risultare sempre meno giustificabile e gradito agli occhi di altri settori dell'élite russa - per entrare in quella della difesa della madrepatria da un potente nemico esterno. Una logica che, anche in caso di sconfitta militare, avrebbe la forza di garantire all'autocrate russo il mantenimento del potere.

Iniziata intorno al 20 di settembre e conclusasi all'inizio del mese di novembre, la mobilitazione parziale ha coinvolto ufficialmente 300 mila ersone, di cui circa 40 mila sono state inquadrate in formazioni di combattimento e rapidamente schierate sul campo di battaglia, spesso senza aver ricevuto un adeguato addestramento ed equipaggiamento.

Fin dai giorni seguenti il decreto di mobilitazione sono apparse sui social network numerose testimonianze che, da una parte, documentano le proteste e le tensioni generate dal carattere asimmetrico della mobilitazione - che sembra aver assunto caratteri da pulizia etnica, interessando in modo molto più sistematico le regioni rurale remote e abitate in prevalenza da minoranze etniche - e, dall'altra parte, raccontano il modo frettoloso e disorganizzato con cui sono state condotte le operazioni di reclutamento e dispiegamento dei riservisti russi.

A prescindere da condizioni e qualità dell’addestramento, l’afflusso di forze fresche lungo la linea del fronte ha ispessito le linee di difesa russe. Ciò ha rallentato e ostacolato, con un elevato costo in termini di perdite, le operazioni delle forze armate ucraine, che pure hanno continuato a ottenere limitati ma importanti successi tattici e strategici.

All'inizio di ottobre, infatti, le forze armate ucraine hanno liberato la città di Lyman. Un importante risultato che ha aperto la strada verso lo snodo logistico costituito dalle città di Svatove e Kreminna, e ha provocato un limitato ma signficativo collasso delle linee di difesa russe nell'Oblast di Kherson. Le truppe ucraine hanno potuto così avanzare verso la città, muovendosi da nord-ovest lungo la sponda destra del fiume Dnipro. Entrambe le operazioni sono state portate a termine pochi giorni dopo l'annessione dei territori occupati, dimostrando quanto fosse fragile il controllo esercitato su di essi dalle forze d'invasione russe e portando, una decina di giorni dopo, alla dichiarazione della legge marziale.

Mentre queste due operazioni erano in corso, nelle prime ore della giornata dell'8 ottobre, una forte esplosione ha colpito il ponte di Kerch, provocando il collasso di una parte della carreggiata stradale e l’incendio di un convoglio ferroviaro. Nell’esplosione sono rimaste uccise 3 persone, tra cui il giudice Sergey Maslov.

Inaugurato da Putin nel 2018, il ponte di Kerch collega la Crimea alla Russia. La sua costruzione, iniziata nel 2015, pochi mesi dopo l'annessione della penisola alla Federazione Russa, è stata denunciata come illegale dal governo ucraino in una lettera indirizzata all'assemblea delle Nazioni Unite nel 2018. Anche se non c'è ancora accordo tra gli esperti sulle cause dell'esplosione, le autorità filorusse della Crimea hanno attribuito l'attacco ai servizi segreti ucraini, che avrebbero usato un camion bomba per far esplodere il ponte.

Come l'affondamento dell'incrociatore Moskova, anche l'attacco al ponte di Kerch ha valore sia simbolico che strategico. Simbolico perché colpisce, il giorno dopo il compleanno di Putin, il segno più tangibile dell'occupazione, mostrando ancora una volta le difficoltà che le forze armate russe hanno nel garantire la sicurezza dei loro asset. Strategico perché il ponte rappresenta la principale via di rifornimento per le truppe di invasione stanziate nel sud dell'Ucraina ed è dunque uno snodo logistico fondamentale per la difesa militare.

La risposta russa all'attacco al ponte di Kerch non si è fatta attendere. Due giorni dopo l'esplosione (definita da Putin un atto di terrorismo), un intenso bombardamento ha colpito obiettivi e infrastrutture civili in tutta l'Ucraina. L'attacco russo sembra essere una reazione diretta all'esplosione sul ponte di Kerch, ma in un'indagine pubblicata il 24 ottobre da Bellingcat si avanza l'ipotesi che il bombardamento sia stato pianificato in anticipo rispetto all'attacco al ponte.

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Lo stesso giorno dell'esplosione, il generale Sergey Surovikin viene nominato comandate di tutte le forze russe in Ucraina, succedendo al colonnello generale Gennady Zhidko. Surovikin è un veterano di guerra che si è guadagnato fama internazionale come comandante delle forze russe in Siria, dove si è distinto per la sua durezza e l'inedito (almeno nella storia militare russa) uso combinato dell'aviazione e delle forze di terra.

In un'intervista pubblicata pochi giorni dopo la nomina, Surovikin ha spiegato la sua strategia usando le seguenti parole:

All measures are taken to build up the combat strength and formations of military units, create additional reserves, equip defense lines and positions along the entire line of contact, continue attacks with high-precision weapons on military facilities and infrastructure facilities affecting the combat capability of the Ukrainian troops, to reduce the combat capability.

Letto alla luce di questo avvicendamento, il bombardamento del 10 ottobre presagisce segna l’ultimo passo dell'escalation voluta da Putin: la guerra aerea contro le infrastrutture ucraine. L'obiettivo dichiarato è quello di ridurre la capacità di combattimento ucraina, minando al contempo la volontà della popolazione nel proseguire il conflitto. Volontà che, secondo un sondaggio pubblicato da Gallup, all'inizio di settembre era ancora preponderante in tutto il paese.

L'ampio impiego di missili e droni esplosivi, forniti alle forze armate russe dall'Iran, è alla base della strategia di guerra aerea, portata avanti con frequenza variabile dall'inizio del mese di ottobre.

Tale strategia ha messo l'Ucraina di fronte a un problema notevole. Ora che l'inverno è alle porte, la stabilità dei servizi garantiti dalle infrastrutture elettriche, idriche e termiche è fondamentale per sostenere le truppe, così come la popolazione civile e la già provata economia del paese. 

Di fronte ai continui e massicci bombardamenti russi, l'Ucraina è costretta a prendere misure (blackout controllati, razionamenti, e così via) che aumentino la resilienza delle sue reti. C’è inoltre la necessità di aumentare i sistemi di difesa aerea.

Per quanto i tassi di intercettazione di missili e droni siano elevati, proteggere un territorio vasto come quello ucraino richiede sistemi di difesa aerea avanzati e integrati. Pur essendo stati richiesti fin dall'inizio dell'invasione, gli alleati occidentali sono stati riluttanti a fornirli, almeno fino a questo momento. La campagna di bombardamento russa ha infatti smosso l’invio di NASAMS statunitensi, di IRIS-T tedeschi e di SAMP/T franco-italiani.

Per quanto le forze di difesa aerea ucraine stiano operando con grande efficacia, questi sistemi sono molto costosi da ottenere, operare e mantenere. Il loro schieramento e impiego peserà in modo significativo sul costo dello sforzo bellico, che sta mettendo a dura prova l'economia ucraina. La creazione di una no fly zone, misura richiesta dall’Ucraina fin dall'inizio di marzo, potrebbe rappresentare una contromisura efficace contro la strategia di guerra aerea russa.

Putin però copre le sue azioni sollevando di continuo la minaccia di un attacco con armi atomiche, che potrebbe innescare pericolose reazioni a catena. Dunque i paesi che potrebbero imporre una no fly zone sui cieli ucraini sono riluttanti ad agire in modi che possono richiedere l’ingaggio diretto.

La minaccia atomica non rappresenta per Putin solo una copertura per le sue decisioni strategiche, in particolare quelle rivolte in modo di aperto contro la popolazione e le infrastrutture civili ucraine, ma anche uno strumento di regolazione emotiva. L’incubo di un’escalation nucleare è utile per influenzare l'opinione pubblica mondiale e indebolire il supporto verso l’Ucrana.

Allo stesso obiettivo sono funzionali anche le voci sollevate dalla Russia a proposito di un possibile impiego, da parte delle forze armate ucraine, di un ordigno convenzionale arricchito di materiale radioattivo, la cosiddetta "bomba sporca". Una prospettiva discutibile, in quanto la contaminazione di una o più aree del campo di battaglia sarebbe tatticamente controproducente per una forza militare impegnata in operazioni offensive.

I campi di battaglia e l'evoluzione della situazione lungo la linea del fronte

Dall'inizio di settembre a oggi, tre continuano a essere i principali campi di battaglia di questa fase della guerra.

A nord, nell'Oblast di Luhansk, le forze armate ucraine sono impegnate in operazioni per disarticolare la linea logistica che, passando da Svatove e Kreminna, collega la regione alla Russia. Tagliare questo collegamento costringerebbe le forze d'invasione a riorganizzare nuovamente la logistica, aprendo la possibilità di una manovra di accerchiamento sulle città di Sievierodonetsk e Lysychansk. Ne potrebbe seguire un collasso del fronte simile a quello visto in occasione della liberazione dell'Oblast di Kharkiv.

A est, nell'Oblast di Donetsk, sono invece le forze armate russe a condurre il maggior numero di azioni offensive. Particolarmente duri sono stati gli scontri nella zona di Bakhmut dove, da diverse settimane, personale della PMC Wagner coordina e lancia assalti contro le linee di difesa ucraine.

Il valore tattico e strategico di questo sforzo appare opaco a molti analisti. Tra questi, Lawrence Freedman ha ipotizzato che gli sforzi della Wagner verso Bakhmut abbiano più a che fare più con la necessità di consolidare la propria posizione e influenza su Putin da parte di Yevgeniy Prigozhin, personalità in vista e principale nodo della rete Wagner.

A sud, nell'Oblast di Kherson, si registra la situazione più opaca. Pur continuando ad avanzare verso la città e a colpire la rete logistica, i depositi di munizioni ed equipaggiamento e i centri di comando e controllo avversari, le forze armate ucraine stanno incontrando diversi ostacoli, perlopiù naturali. Ciò riguarda la conformazione del terreno, una pianura aperta e priva di copertura che rende particolarmente difficile avanzare a causa dei tiri di artiglieria, e il clima, che nelle ultime settimane ha reso più difficili i movimenti delle truppe. Senza contare i movimenti delle truppe russe, poco leggibili in questa zona del fronte.

Non è del tutto chiaro infatti capire le "difficili decisioni" annunciate dal generale Surovikin a proposito di Kherson. Forse hanno riguardato una ritirata dalla sponda destra del fiume Dnipro per creare una più robusta linee di difesa sulla sponda opposta, oppure la volontà di resistere fino all'ultimo in un'area le cui linee di rifornimento sembrano sempre più fragili ed esposte al fuoco di precisione dell'artiglieria ucraina. Nelle prime ore di giovedì 3 novembre, voci e testimonianze riportavano che la bandiera russa era stata ammainata dal principale edificio amministrativo della città e alcuni checkpoint rimossi. Segnali, anche questi, di difficile lettura.

Possiamo tuttavia vedere come, dopo la breve fase di frenetiche manovre registrata all'inizio di settembre, la guerra è tornata ad avere il ritmo lento della guerra d'attrito che l'aveva contraddistinta durante l'estate. L’unica differenza è che, con l'inverno alle porte, sono le forze armate ucraine ad attaccare le truppe d'invasione russe, che si difendono lungo la quasi totalità della linea del fronte,

Il copione operativo delle prime non sembra essere cambiato. Le forze armate ucraine alternano un costante martellamento delle retrovie nemiche, grazie ai sistemi di artiglieria di precisione forniti dagli alleati, a tentativi di sfondamento delle difese avversarie. Questi sono condotti rapidamente, utilizzando unità motorizzate con il compito di penetrare in profondità le linee nemiche per disarticolarle. 

Una strategia a cui le forze armate russe hanno risposto ispessendo le proprie linee, con il ricorso a un vero e proprio muro umano per effetto della alla mobilitazione parziale. A detta di vari analisti, la mobilitazione non avrebbe però la forza di rovesciare gli esiti della guerra, ma solo di rallentare l'inevitabile avanzata ucraina e alzare di molto il costo in termini di vite umane del conflitto. 

L'obiettivo strategico russo sembra essere quello di voler prolungare il conflitto.  Mosca sta scommettendo su una crescente disaffezione delle opinioni pubbliche occidentali, tale da raffreddare il decisivo supporto fornito fino a questo momento all'Ucraina, spingendone così il sistema paese, messo a dura prova da otto mesi di accanita resistenza, fino a un irreparabile punto di rottura.

L'inverno alle porte

Su questo scenario incombe, sempre più da vicino, l'arrivo dell'inverno.

Per quanto sia probabile che entrambi gli eserciti perseguano i loro obiettivi anche nei mesi più freddi dell'anno, è ingenuo pensare che le aspre condizioni climatiche non avranno un effetto sulla realtà del campo di battaglia.

Uomini ed equipaggiamenti di entrambi gli schieramenti saranno sottoposti a uno sforzo più elevato. La capacità di garantire rifornimenti alle proprie linee diventerà sempre più fondamentale, e potrebbe rappresentare un fattore di debolezza, soprattutto per le forze d'invasione, che fin dalle prime settimane del conflitto hanno dimostrato importanti carenze in questo ambito.

Le condizioni per condurre operazioni offensive saranno inoltre complicate da terreni inagibili a causa della pioggia o del ghiaccio. La neve potrebbe nascondere con più facilità mine e ordigni esplosivi improvvisati, oltre a rendere necessari camuffamenti ad hoc per uomini e mezzi impegnati sul campo.

Nelle retrovie, infine, i civili ucraini saranno costretti a sacrifici dovuti ai continui attacchi russi alle infrastrutture energetiche, che renderanno alcuni servizi di base (forniture elettriche, acqua, riscaldamento) inaccessibili. La resistenza del paese verrà perciò messa alla prova, ma non sembra essere messa in discussione.

Per entrambe le parti, i mesi invernali rappresenteranno un periodo estremamente arduo, ma importante per le sorti di un conflitto i cui effetti si sono riverberati ben oltre la dimensione regionale, per ripercuotersi sul mondo nella sua totalità.

Immagine in anteprima via kulturjam.it

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