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Tra ostacoli e voglia di riscatto, storie di imprese recuperate dai lavoratori in Italia e nel mondo

21 Giugno 2023 20 min lettura

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Tra ostacoli e voglia di riscatto, storie di imprese recuperate dai lavoratori in Italia e nel mondo

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Le storie delle imprese recuperate in forma cooperativa ci restituiscono esempi di resilienza, iniziativa e determinazione. Si tratta di esperienze di recupero che si concentrano nelle province italiane, dove è più difficile trovare un altro lavoro se la propria azienda chiude. Sono storie ancora troppo poco raccontate, vittime del fenomeno mediaticamente fagocitante delle cosiddette false cooperative, da qualche anno combattuto in maniera efficace in quanto oggetto del dovuto scrutinio. Storie da ascoltare con attenzione dunque, nel momento in cui viviamo gli effetti più nefasti e anonimizzanti della finanziarizzazione dell’economia reale con delocalizzazioni che portano a chiusure e licenziamenti, abbandonando le persone ad un senso generale di ineluttabilità e, quindi, di impotenza. 

Alcune di queste storie sono state raccolte nel volume, Le imprese recuperate in Italia (2022); il libro è l’esito del prezioso lavoro del Collettivo di Ricerca Sociale, un gruppo di insegnanti, operaiə, ricercatrici e altrə lavoratorə della conoscenza, che, a partire dal 2008, anno della recessione, ha cominciato a riflettere sulle “esperienze di riscatto sociale, economico, culturale e politico maturate sul territorio italiano”, e che nel dicembre 2017 si è costituito ufficialmente come associazione, la Rete Italiana delle Imprese Recuperate. 

Le storie sono “esperienze di riscatto sociale, economico, culturale e politico maturate sul territorio italiano”, che invitano a non lasciarsi risucchiare dal ‘realismo capitalista’ di cui parlava Mark Fisher, (ma nemmeno dal ‘pensiero unico neoliberista’ di David Harvey). Quel che ci dicono è che si può tentare un’altra via. 

Il fenomeno del recupero cooperativistico di aziende esiste nel nostro paese dal dopoguerra: secondo una mappatura (non ancora pubblicata) a cura di uno degli autori del libro, Leonard Mazzone, ricercatore in filosofia sociale e politica presso l’Università di Firenze, tra il 1952 e il 2022 sono state recuperate 494 imprese in forma cooperativa (dal progetto di ricerca “Mutualismi emergenti: Narrazioni e pratiche di reciprocità solidale ai tempi della sindemia”). Tra queste, 280 hanno ormai cessato la loro attività, mentre delle 214 cooperative ancora attive, 28 sono costituite da ex soci o dipendenti di cooperative preesistenti, 21 sono start-up cooperative, 165 sono nate da operazioni di workers buyout (vale a dire, le imprese rilevate dagli ex dipendenti), delle quali 143 restano attive e 22 hanno continuato la loro attività dopo aver cambiato forma sociale (si veda sotto la storia della TrafilCoop, ora Trafila s.r.l.).

Dal 1985, il recupero delle aziende in crisi è avvenuto grazie alla Legge Marcora, che ha reso in genere l’esperienza delle imprese recuperate in Italia meno “politica” e conflittuale rispetto a altri paesi, come l’Argentina, per esempio. Certo, esistono eccezioni come la Rimaflow di Trezzano sul Naviglio o le Officine Zero di Roma. La stessa ex Gkn, pur tra mille difficoltà, sta cercando di diventare un’impresa recuperata, dopo essersi dichiarata fabbrica pubblica e socialmente integrata lo scorso ottobre. Il 17 aprile scorso si sono chiuse le manifestazioni d’interesse per la nascitura cooperativa degli ex lavoratori Gkn, mentre l’8 maggio si è conclusa la prima fase del crowdfunding che ha raccolto oltre 170mila euro, più che raddoppiando il target. 

Le lavoratrici e i lavoratori ex Gkn, una parte delle RSU, ricercatori e ricercatrici solidali (incluso membrə del Collettivo di Ricerca Sociale) e personalità autorevoli del mondo della cultura e del sociale stanno dando vita al comitato promotore della cooperativa. La fabbrica di Campi Bisenzio si trova attualmente in liquidazione dopo che l’industriale che l’aveva rilevata nel dicembre 2021 e trasformata in Qf, Francesco Borgomeo, non è riuscito a portare avanti la reindustrializzazione del sito produttivo nei tempi stabiliti dagli accordi tra le parti.

A che punto siamo con il pagamento dei lavoratori ex Gkn

L’art. 30 del Decreto Lavoro sembra scritto apposta per il caso della ex Gkn. Denominato “cassa integrazione guadagni in deroga per eccezionali cause di crisi aziendale e riorganizzazione,” de facto concede retroattivamente anche ad aziende in liquidazione (e quindi in assenza di un piano industriale) l’ammortizzatore. Suona come una ratifica della versione data da Qf (e smentita dalle stesse autorità) circa la presunta inagibilità dello stabilimento di Campi Bisenzio, in quanto riguarda aziende “che non siano riuscite a dare completa attuazione, nel corso del 2022, ai piani di riorganizzazione e ristrutturazione originariamente previsti per prolungata indisponibilità dei locali aziendali, per cause non imputabili al datore di lavoro”.

Il 17 maggio, dunque, la proprietà ha mandato ai dipendenti Qf la comunicazione circa la cigs che coprirà da ottobre 2022 fino a dicembre 2023. Il Collettivo ha dichiarato sui social “la fine dell’assedio, almeno sul reddito”. La concessione a Borgomeo di tale ammortizzatore ha anche delle conseguenze legali. “Il Governo con la cassa condona retroattivamente il dovere dell’azienda di pagare gli stipendi, cancellando con un gesto di spugna i decreti ingiuntivi”—che erano arrivati a 200, con 5 sentenze a favore dei lavoratori. “Se è retroattivo tutto”, le RS chiedono allora anche “la reintegra di coloro in questi mesi che si sono dovuti licenziare per giusta causa per riagganciare un reddito.”

Al 20 giugno, le lavoratrici e i lavoratori ex Gkn non hanno ancora ricevuto parte del suddetto ammortizzatore.

Nonostante fossero senza stipendio, i lavoratori ex Gkn hanno continuato la loro attività di scouting dal basso fino a intercettare la proposta di reindustrializzazione (attualmente al vaglio) di una startup italo-tedesca che prevede la fabbricazione di pannelli fotovoltaici e batterie senza l’utilizzo di materie rare e a smaltimento ordinario. Assieme alla produzione di cargo bike, a sostegno della mobilità sostenibile, anche il core business della riconversione industriale del sito di Campi si ispira dunque a principi di giustizia sociale e ambientale, e al contempo punta sul mutualismo per reinvestire le competenze di centinaia di lavoratori. 

Ad aprile 2023, soltanto in Toscana, erano ben 57 i dossier riguardanti tavoli di crisi in aziende più o meno grandi di vari settori—commercio, automotive, chimica, logistica, siderurgia—con 15.000 posti di lavoro a rischio, come riportato da Repubblica. Eppure la Toscana, e in particolare Firenze, è la culla delle imprese recuperate. L’istituzione della Cooperativa Lavoratori Officina e Fonderia delle Cure risale infatti al 1955: l’azienda metallurgica, entrata in crisi nel dopoguerra a causa della crescente competizione e diminuzione delle commesse,  venne requisita dal sindaco Giorgio la Pira e rilevata da una sessantina di dipendenti.

Intraprendere la via del recupero cooperativo è una scelta rischiosa e spesso le famiglie monoreddito, più diffuse al Sud, non sono disposte a rischiare. Nemmeno alla Coop-Bolfra Scrl, una falegnameria di Castelfiorentino (FI), leader a livello nazionale nel settore degli infissi in legno, c’era voglia di lanciarsi in un’impresa del genere. D’altra parte, trovare un’altra occupazione si era prospettato difficile e alcun3 dipendent3 dell’azienda hanno deciso alla fine di costituirsi in cooperativa, usufruendo della legge Marcora con l’intermediazione di LegaCoop Firenze. (Dal 2020, la cooperativa Bolfra ha cessato la sua attività, ma i soci si sono ricollocat3 tutt3 nel settore della falegnameria)

La storia della WBO ItalCables di Caivano (NA) testimonia come recuperare un’azienda sia un percorso a ostacoli che richiede caparbietà e cooperazione, e spesso un pizzico di fortuna, perché il tempo non è dalla parte di chi rileva una fabbrica, e la burocrazia è certamente un ostacolo. Diretta dall’ex responsabile tecnico e vicedirettore dell’azienda, l’ingegner Matteo Potenzieri, la WBO ItalCables si trova nel consorzio industriale di Pascarola a Caivano (Napoli) dove si producono fili, trecce e trefoli per cemento armato precompresso sin dagli anni Settanta—prima come Radaelli, dal 2008 come ItalCables. Quest’ultima, di proprietà della portoghese Companhia Previdente, possiede già i due stabilimenti di Brescia e Pescara, che però vengono chiusi a seguito della crisi finanziaria globale. La Companhia Previdente non riesce infatti a pagare i fornitori di materie prime: tra questi, innanzitutto le acciaierie di Piombino. Nel momento in cui la Lucchini viene commissariata (dicembre 2012), interrompe la fornitura e la ItalCables entra pure in una brutta crisi “non di prodotto ma dovuta al credito delle banche,” come riporta Potenzieri a Calcagno nel libro. A questo punto, i lavoratori occupano la fabbrica e si auto-organizzano per recuperare l’azienda: contrari allo smembramento, si oppongono alla fuoriuscita dei mezzi di produzione. La prospettiva di perdere il lavoro porta anche a gesti disperati, nel tentativo di attirare l’opinione pubblica: nel giugno del 2013, alcuni operai salgono sul tetto della fabbrica e ci rimangono per qualche giorno. “Uno di loro si sentì male e stava per cadere”, ricorda Potenzieri. “Furono momenti molto difficili”. Grazie anche all’intervento delle forze dell’ordine e della Prefettura, continua l’ingegnere, la situazione si calma. Ottengono dal commissario giudiziale una proroga sulla vendita a pezzi dello stabilimento, con l’obiettivo di riprendere la produzione.

Con l’aiuto di Legacoop Campania e di un commercialista solidale (divenuto poi consulente della cooperativa), viene presentato un business plan al MISE. Nell’aprile del 2015, si costituisce la cooperativa, a cui aderiscono 51 dei 67 lavoratori. Nonostante l'intervento di CFI e Coopfond di LegaCoop, viene chiesto loro di mettere 25.000 euro a testa (l’anticipo sulla mobilità a cui avevano diritto) per far ripartire la produzione. Sono concessi altri sei mesi di cassa integrazione, fondamentali affinché il piano sia rifinito nei dettagli e la mobilità non intaccata. É una corsa contro il tempo perché i vari uffici territoriali dell’INPS erogano con tempi diversi l’anticipo. C’è chi lascia perdere, chi prende credito tramite Banca Etica, unico istituto che finanzia anche la cooperativa e permette l’acquisto di una materia prima costosa come la vergella. Professionistə del consorzio industriale di Caivano offrono consulenza gratuita. Nel settembre 2015, arriva il primo camion con la vergella, “un momento molto emozionante”, ricorda Potenzieri, come quando viene prodotto il primo rotolo di corde di acciaio. Affittano, infine, un ramo d’azienda con promessa di acquisto (che avviene nel novembre 2018). 

Attualmente, la WTO ItalCables conta 61 dipendentə di cui 57 sociə. Nel caso della ItalCables, dirigenti e impiegatə--tutti uomini, tranne un’impiegata che di recente è entrata dopo che il padre è andato in pensione—“sono stati i primi a fare sacrifici,” dice il direttore. Nel 2022, l’azienda recuperata in forma di cooperativa è riuscita finalmente a pagare anche degli utili tramite ristorni ai soci lavoratori e lavoratrici. La più grande soddisfazione per Potenzieri è che si tratta di una sfida vinta, “una riconquista fatta al Sud”. Sfata lo stereotipo del meridione assistenzialista, anzi, continua l’ingegnere, “tante persone proprio perché siamo in un contesto difficile, lavorano pure di più!”.

Sono molte le varianti che intervengono in un processo di recupero aziendale. Il caso della SteelCoop, nata dalle ceneri della Bekaert e su iniziativa della Fiom, è esemplare. Nel giugno 2018, l’azienda leader nella produzione del cordino di acciaio per gli pneumatici decide di chiudere il sito di Figline Valdarno (un tempo ex Pirelli). La strenua resistenza degli operai e dell’intera comunità contro la chiusura della “fabbrica dei fili di ferro” porta alla restituzione della cassa integrazione per cessazione attività. Non aiuta il nascente progetto di autogestione la cosiddetta “lettera dei 100”, che nel maggio 2020 cento dipendenti (appunto), iscrittə per lo più alla Cisl, mandano alle istituzioni opponendosi alla neonata cooperativa, la SteelCoop. La Cisl è fortemente contraria alla cooperativa nel caso della Bekaert per la “particolarità e complessità del prodotto, l’altissimo costo della materia prima e il confronto con grandi multinazionali”, come si legge sul sito. L’esperienza della Bekaert, partita da un bisogno urgente — l’esigenza di avere un progetto di reindustrializzazione per prorogare l’ammortizzatore sociale — si scontra dunque contro una forza-lavoro non unita e la mancanza di volontà politica a sostegno del progetto SteelCoop.

Lo spirito della Legge Marcora: la riappropriazione sociale dell’economia

Nelle intenzioni di Giovanni Marcora, partigiano, democristiano, Ministro dell’Industria del Governo Spadolini (1981-82), la cooperazione poteva rappresentare la terza via per l’industria nostrana. Soprattutto, era un modo per sostanziare il secondo comma dell’art. 41 della Costituzione che di fatto vincola la libertà d’impresa alla sua utilità sociale, visto che non deve arrecare “danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Marcora, fondatore della corrente interna alla DC detta La Base (intorno all’omonima rivista), meglio conosciuto per aver ispirato la legge che regola l’obiezione di coscienza e istituisce il servizio civile (L.772/1972), volle fortemente la L.49/1985 (a lui intitolata post mortem). 

La Legge Marcora rappresentò la tanto attesa risposta politica a una serie di crisi industriali e occupazionali nonché all’acceso dibattito sul ruolo dei lavoratori nelle aziende a partire dall’Autunno Caldo, documentato in un libro-indagine di Francesco Dandolo. Soprattutto, la norma testimoniava “la convergenza di vedute tra DC e PCI,” come si legge ne Le imprese recuperate in Italia. Ispirata al solidarismo cristiano, la Marcora andava a colmare la mancanza di strumenti adeguati a sostegno di esperienze di co-gestione e democrazia industriale. Nel 1986, fu creato Cooperazione Finanza Impresa (CFI), l’investitore istituzionale con il compito “di promuovere la nascita e lo sviluppo di imprese cooperative di produzione e di cooperative sociali” e di “salvaguardare e incrementare l’occupazione.” Ancora oggi, CFI, partecipata al cui capitale contribuiscono, oltre all’ex Mise (adesso Mimit, Ministero delle Imprese e del Made in Italy), Invitalia, i fondi mutualistici di AGCI, Confcooperative, Legacoop e 393 imprese cooperative, interviene nel capitale sociale delle imprese, finanzia il piano di investimento, e coadiuva i lavoratori nell’elaborazione del piano industriale e nell’avvio dell’azienda. “Dalla sua nascita al 31 dicembre del 2022, CFI ha sostenuto 586 cooperative permettendo di salvare e creare oltre 27.205 posti di lavoro”. La (prima) legge Marcora (1986-2001) consentiva di triplicare il capitale sociale della cooperativa attraverso il Fondo Speciale del CFI. 

Negli anni Novanta, Confindustria si oppose al Titolo II della legge che permetteva finanziamenti a fondo perduto svincolati dalla valutazione della condizione patrimoniale dell’azienda, giudicato in contrasto con l’Art.107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). La Commissione Europea aprì una procedura di infrazione che portò al blocco dei finanziamenti per i nuovi progetti dal 1995 al 2001. Per Romolo Calcagno, insegnante e dottore di ricerca in Sociologia e scienze applicate presso La Sapienza di Roma, curatore di Le imprese recuperate assieme a Mazzone, la legge venne depotenziata per motivi ideologici. L’aiuto di Stato mal si coniugava con l’approccio neoliberista dell’Europa, che nel TFUE esplicitamente sancisce il principio della libera concorrenza.

Con le successive modifiche alla legge Marcora,imprese orientate ad accrescere il profitto vennero equiparate con quelle autogestite in maniera cooperativistica, sminuendo in tal modo lo spirito alternativo della norma, secondo il Collettivo di Ricerca Sociale.

L’art. 5 della L. 273/2002, per esempio, ha allargato il raggio di azione del CFI, estendendo anche alle cooperative sociali la possibilità di richiedere finanziamenti (art. 5, comma 2).

La legge è stata modificata più volte fino ad arrivare alla Nuova Marcora che ora al massimo raddoppia (tramite CFI, che si pone come socio finanziatore in una partecipazione di minoranza), e non triplica, come la prima Marcora, il capitale sociale versato dai soci dell’impresa. 

Con il decreto del 2014 (la “Nuova Marcora”), e i successivi interventi, lo Stato si limita oggi “a promuovere la nascita e lo sviluppo di cooperative di piccola e media dimensione”, mentre la (prima) Marcora aveva consentito di recuperare aziende più grandi fornendo direttamente un capitale potenziato. Secondo un’analisi dei dati aggregati da parte del Collettivo di Ricerca Sociale, se da un lato la partecipazione degli investitori istituzionali (CFI in primis) nei CdA delle imprese recuperate ha alzato il loro tasso di sopravvivenza sul mercato, dall’altro, le imprese recuperate con la Nuova Marcora sono di dimensioni ridotte, anche a causa del minore capitale investito. Nonostante CFI abbia presentato di recente il proprio bilancio all’assemblea dei soci, vantando una crescita del valore medio degli interventi deliberati – da 240mila nel 2020 a 469,3 nel 2021 (gli anni dell’emergenza Covid) passato a 570mila nel 2022 – il progetto europeo di durata triennale a cui CFI ha aderito lo scorso febbraio, Small2Big, sembra proseguire nella medesima direzione. 

Il D.Lgs. 22.2015, in continuità con quanto previsto dal decreto del 1991 (D.L. 223/1991) ha previsto poi la possibilità per i soci lavoratori di chiedere all’INPS l’anticipo su tutta la NASpI (o il TFR) e di poterli quindi investire (esentasse, grazie alla L.160/2019) nel capitale sociale della cooperativa. Con il decreto 145/2013, i dipendenti di un’azienda hanno inoltre diritto di prelazione per l’affitto o l’acquisto della stessa o di un suo ramo. Con la L.178/2020, la Marcora è stata dotata infine di una misura preventiva: adesso è possibile convertire in cooperative in caso di vendita o prima che si manifesti una crisi, “in assenza do un ricambio generazionale negli assetti proprietari”, importante misura visto che tante PMI italiane sono a conduzione famigliare.

Un esempio dei cambiamenti apportati alla normativa è il caso della Alfa Engineering, produttrice modenese di giunti monolitici nel settore Oil & Gas: la proprietà stessa ha cercato una soluzione cooperativistica alla crisi del 2008. Dal 2011, AE opera come società cooperativa, grazie agli elementi di continuità portati dall’ex presidente Loredana La Rosa, grande risorsa di conoscenze aziendali e da Cataldo Ruppi, attuale presidente, che si occupa dell’ufficio tecnico e dei reparti produzione, nonché dalla presenza di CFI e Coopfond, il fondo mutualistico di LegaCoop, in qualità di soci sottoscrittori. La società cooperativa conta oggi 12 soci lavoratori.

Secondo il rapporto Euricse sulle imprese recuperate in Italia (2015), il 70% delle aziende recuperate aveva da 10 a 49 dipendenti, per lo più nel settore manifatturiero con manodopera altamente specializzata. Se i lavoratori e le lavoratrici ex Gkn riuscissero nel loro intento, rappresenterebbero il primo esperimento in Italia di fabbrica recuperata grazie alle persone e alle associazioni che hanno solidarizzato con la loro lotta, nonché l’impresa recuperata più grande del paese, “dimostrando come democrazia dal basso, economia sostenibile e transizione ecologica possano stare insieme soprattutto in momento di crisi”, come si legge nel comunicato stampa rilasciato a seguito della conferenza operaia, assemblea sindacale e dell’attivismo climatico tenutasi il 18 giugno al presidio ex Gkn.

La storia della TrafilCoop (oggi Trafila s.r.l.) esemplifica per certi versi le diverse fasi della Marcora. “Fare impresa in Italia oggi è tutt’altro che facile”, racconta a Valigia Blu il direttore dell’azienda di Lucera (FG), Pietro Scioscia, fino al 2021 presidente della ex TrafilCoop. La stessa Trafila, pur essendo parte di un gruppo storico, ha ottenuto con difficoltà credito dalle banche. Anche per questo, secondo Scioscia, il lavoro di CFI potrebbe essere più incisivo. 

La sua azienda, produttrice di filo zincato e derivati della vergella per ottenere reti per recinzioni, è stata tra le prime imprese recuperate a usufruire della Marcora. Fu grazie alla triplicazione del capitale sociale che la TrafilCoop poté partire, anche se Fincooper di Bologna anticipò il capitale sociale, per via dei ritardi nei decreti attuativi della legge. 

I lavoratori cominciarono a gestire l’azienda, rivestendo anche ruoli molto diversi da quelli originari. Scioscia, per esempio, entrò in cooperativa nel 1987 e venne coinvolto proprio in quanto aveva competenze tecnico-amministrative necessarie a far crescere l’azienda. Nel 1991, la TrafilCoop divenne anche proprietaria dello stabilimento. 

Dopo la crisi del 2008-9, fu necessaria una “dolorosa ristrutturazione interna”. Per esempio, il D.M. del 4 dicembre 2014, emanato ad hoc a sostegno delle cooperative in crisi proprio nel Mezzogiorno, avrebbe potuto aiutare la TrafilCoop, secondo il direttore della Trafila s.r.l.. Era un provvedimento nello spirito della Marcora, ribadisce Scioscia, strenuo difensore della norma e delle intenzioni del legislatore. “Non è un finanziamento a perdere,” continua. “Ma un investimento pubblico che crea e difende il lavoro”, specie a fronte dei milioni di euro spesi dallo Stato in ammortizzatori sociali–si vedano tra tutti il caso dei lavoratori Stellantis di Termini Imerese o di quelli delle acciaierie di Piombino, da anni in cassa integrazione. 

“Perché il progetto che sta portando avanti Trafila non è stato finanziato da CFI nonostante le promesse?”, denuncia a Valigia Blu. “Eppure, la Trafila ha margine, produce, i bilanci sono in utile”. È amareggiato Pietro Scioscia: dopo 34 anni in cooperativa, avrebbe voluto che il fondo istituzionale continuasse a sostenere la TrafilCoop. E invece, la cooperativa è stata costretta a entrare in liquidazione coatta nel 2021; tramite la cessione del ramo d’azienda a un gruppo di Bari, sono riuscit3 comunque “a salvare 30 posti di lavoro e tutelare il patrimonio sociale e aziendale nonché i creditori”.

Abbiamo contattato CFI per un commento ma nel momento in cui scriviamo non abbiamo ancora ricevuto risposta.

Perché parlare di imprese recuperate, e non di Workers Buyout

Recuperare in chiave cooperativistica delle aziende vuol dire anche anteporre il valore del mutualismo al profitto rifacendosi ai principi della Costituzione italiana, che all’art.45 riconosce “la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”.  Si pone sempre più come un’alternativa alla cosiddetta ontologia imprenditoriale, secondo la quale, tutto andrebbe gestito secondo i principi capitalistici—incluso il lavoro di cura e quello educativo (Fisher 2009). Sì, perché recuperare un’impresa attraverso una cooperativa di lavoratrici e lavoratori, in concreto, va oltre la retorica dell’essere “imprenditorə di sé stessə”. La forma cooperativistica consente di canalizzare in maniera democratica i conflitti, da diritto di cittadinanza democratica dentro il luogo di lavoro, spiega Mazzone, membro attivo del Collettivo di Ricerca Sociale.

Ne Le imprese recuperate in Italia, il Collettivo di Ricerca Sociale ha scelto di chiamare tutte le esperienze raccolte “imprese recuperate”, e non “Workers Buyout (WBO),” o imprese rigenerate, come vengono definite in Italia da qualche tempo, per un certo riduzionismo economicista. Nella letteratura sul tema, spiegano gli autori, si tende a distinguere le “workers buyout”, le imprese salvate grazie ai fondi della Legge Marcora, dalle “imprese recuperate”, salvate grazie a un processo di emancipazione sociale. Di fatto, tale distinzione è riduttiva e non corrisponde alla realtà di come avviene spesso il processo di recupero. Che può essere conflittuale anche nel caso di una WBO, come la Italcables di Caivano. 

Il termine, poi, non calza per niente nei casi delle aziende recuperate in senso mutualistico, la cui esperienza, rischia di essere oscurata anche dalla scelta linguistica. Invece, il termine “recuperate” rimanda a un immaginario, scrive Mazzone, che riutilizza un qualcosa che era stato (per vari motivi: costo del lavoro, calo delle commesse, morte improvvisa del proprietario) ‘scartato’ dal mercato e che invece si impone per la propria presenza, con tutto il sapore del riscatto. Esistono poi le startup cooperativistiche, per esempio, che non sono conteggiate tra i casi di imprese recuperate da CFI, che è intervenuto sul 61% dei casi di recupero cooperativistico, secondo la suddetta mappatura di Mazzone.

Lo stesso atto di autogestire un’impresa, anche senza volerlo né desiderarlo, è critica all’ordine sociale ed economico, scrivono Roberto Rizza e Jacopo Sermasi ne Il lavoro recuperato. Imprese e autogestione in Argentina (2008). “Se prima i rapporti di forza capitalistici rappresentati dal disegno organizzativo dell’impresa” dirigevano la volontà delle lavoratrici e dei lavoratori, “ora è necessario risolvere autonomamente i vari problemi pratici. Se prima erano forza sociale dipendente dell’iniziativa capitalista, ora sono guidati dalla propria iniziativa e si convertono in forza sociale e produttiva. Dall’eteronomia iniziale, dal suo contrasto, è nato un processo di autonomizzazione”.

Far parte di una cooperativa significa diventare parte di una “comunità valoriale”, aggiunge Mazzone, che viene anche dall’esperienza mutualistica di Co.mu.net e Officine Corsare alla periferia di Torino. Inoltre, il senso di co-appartenenza a una comunità spesso segue (e non precede) il tentativo di recupero cooperativo dell’impresa stessa, fanno notare gli autori, ed è condicio sine qua non affinché tale recupero abbia successo.

Si sente spesso parlare di “sogni”, di “crederci”, di diventare “imprenditori di sé stessi", senza soffermarsi troppo sul fatto che diventare una cooperativa implica un cambiamento di mentalità spesso radicale—da lavoratrice salariata a socia lavoratrice. Un caso emblematico è quello della Cooperativa Italiana Pavimenti, ex Intec, azienda del cuneese rilevata da un gruppetto di operai guidati Bernardo “Dino” Saglietto e dalla moglie, Ornella Catalano, un’epica avventura fortemente voluta da Dino che muore però all’indomani della storica firma dell’acquisto della Intec da parte dei lavoratori. Per chi volesse leggere la storia è raccontata da Alessandro Principe, giornalista di Radio Popolare, nel libro Riscatto (2018). [A gennaio del 2022, la CIP ha cessato la propria attività].

Di fatto, soltanto un 10% delle imprese recuperate non ce la fa, per cui si tratta davvero di investimenti che creano e difendono il lavoro, come fa notare Pietro Scioscia. Anche la Commissione Parlamentare ha riconosciuto nel 2016, l’apporto positivo delle operazioni WBO, che mantengono i livelli occupazionali delle imprese interessate, nonché quelli dell’indotto e più in generale conserva il patrimonio aziendale e il know-how produttivo.

D’altra parte, i reportage giornalistici, specie televisivi, si sono concentrati spesso sull’eccezionalità delle figure coinvolte, sia perché le questioni sono tante e complesse (e la televisione è per sua natura un medium che semplifica) ma anche perché si tratta davvero di un percorso difficile e la cui riuscita appare straordinaria. Dal lavoro quinquennale di inchiesta del Collettivo di Ricerca Sociale, si evince che tra i principali ostacoli incontrati dai lavoratori e dalle lavoratrici prima di intraprendere il recupero cooperativistico, ci sono la scarsità di informazioni sulle risorse normative e finanziarie, il ritardo accumulato dai sindacati italiani dell’essere promotori attivi del recupero cooperativistico; il dirottamento degli investimenti sull’acquisto  della proprietà, che spesso comporta l’accensione di un mutuo per poter acquistare l’immobile; le diseguali opportunità di partecipazione a seconda dei contesti territoriali—solo Basilicata e Lazio si sono dotate di norme che attualizzano il comma I della Marcora e consentono finanziamenti agevolati per cooperative.

Imprese Recuperate in Europa

Oltre all’Italia, il fenomeno delle imprese recuperate è diffuso in altri paesi europei, ma in maniera significativa solo in Francia e Spagna, come dimostra uno studio recente condotto proprio da ricercatrici e ricercatori italiani e riportato nell’articolo. D’altra parte, manca ancora un’analisi comparata tra i vari paesi. In Spagna, la COCETA è la confederazione delle cooperative di lavoratori e ne conta ben 17,600 (per un totale di 305,000 posti di lavoro); negli ultimi 5 anni, sono state 500 le imprese recuperate. In Francia, solo nel 2022, sono sorte 300 nuove cooperative, a quanto riporta la Confédération générale des Scop, il 15% delle quali da trasferimento di un’azienda non in crisi. 

Un esempio di resistenza, difesa occupazionale nonché di impresa recuperata in senso cooperativistico e solidale, è senz’altro quello degli operai della 1336, la ex Fralib di Marsiglia, una realtà visitata a febbraio anche dal Collettivo di Fabbrica ex Gkn. 

Quando l’azienda venne chiusa nel 2010 dalla multinazionale dell’agroalimentare Unilever (proprietaria del marchio Thé de l’Elephant e Lipton) per delocalizzare in Polonia, i 182 lavoratori della fabbrica produttrice di tè occuparono il grande stabilimento di Marsiglia. Dopo una lotta lunga oltre tre anni, nel 2014 ottennero infine un indennizzo dalla Unilever di 20 milioni di euro per danni causati dalla chiusura del sito produttivo. Da allora, 60 dei 182 lavoratori e lavoratrici della ex Fralib, (denominata “1336” proprio dal numero di giorni di lotta) autogestiscono la produzione, dopo aver sostituito aromi e dolcificanti chimici con quelli naturali provenienti da cooperative di una rete solidale e alternativa.

Il caso argentino

Il paese che ha funzionato da laboratorio per la nuova ondata di autogestione delle fabbriche è stato l’Argentina, che ha visto emergere centinaia di fabbriche recuperate (empresas y fabricas recuperadas)—erano 388 nel 2019.

Trent’anni di politiche economiche e sociali neoliberiste (con connessi attacchi al welfare, impennate dell’inflazione, disoccupazione altissima) avevano portato il 60% del paese sotto la soglia di povertà. “L’Argentina,” scrivono Rizza e Sermasi ne Il lavoro recuperato, “è stata protagonista del più grande modello di economia predatoria in grado di trarre profitto e al contempo di esternalizzare i costi sociali che la sperimentazione del modello ha comportato”. Il corralito del 2001 scatenò proteste che videro un allargamento anche alla classe media delle proteste. Per diverso tempo, la nazione latino-americana ha visto picchetti e ripetuti blocchi stradali del movimento dei disoccupati, ma anche la sperimentazione dei mercati di baratto, le assemblee politiche “dal basso” fino ad arrivare (appunto) all’esperienza del recupero delle imprese in senso cooperativo, secondo il motto “ogni fabbrica che chiude, occuparla e rimetterla in produzione”.

Per questo, il Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (MNER), nato nell’aprile 2001 presso la fabbrica metallurgica occupata IMPA di Buenos Aires, ha assunto un significato politico e alternativo. In seguito a contrasti interni, sono poi nati dal MNER, il Movimiento Nacioonal de Fàbricas Recuperadas por los Trabajadores (MNFRT) e altre organizzazioni che riuniscono le imprese quali il FECOOTRA e la CTA, quest’ultima sorta dalle proteste della seconda metà degli anni Novanta. In Argentina, la cooperativa di lavoro è la forma giuridica che prevale tra le imprese recuperate; essa ha notevoli vantaggi rispetto ad altre forme associative—diritto di prelazione per condurre azioni di recupero, esenzione delle imposte sui guadagni, mancanza di responsabilità individuale dei soci, tra le altre. Le imprese recuperate argentine sono anche di dimensioni più grandi. Il caso di maggior successo è la fabbrica di trattori Zanello (ex Pauli), unica produttrice a livello nazionale, che impiega oltre un migliaio di operai contando l’indotto. 

Una ricetta contro paura e cinismo?

La realtà delle imprese recuperate in Italia si pone come un esempio di autentica resilienza, investimento sul territorio e sul suo know how, ma soprattutto scompagina le logiche involutive di indebolimento contrattuale della forza lavoro, proponendo un nuovo modello in cui sindacati, associazioni, lavoratrici e lavoratori assumono un nuovo ruolo improntato a logiche mutualistiche. 

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Contro una gestione gerarchica e spesso paternalistica delle imprese, il modello di autogestione delle imprese recuperate sperimenta assetti organizzativi più democratici, salari perequati, riducendo così le differenze tra i lavoratori dotati di qualifiche differenti, tutti elementi che forse sono davvero “un’invenzione capitalistica” per avere il controllo, come scriveva Nanni Balestrini in quel manifesto politico in forma di romanzo che è Vogliamo tutto (1971), e, quindi, frutto di un’impostazione atta a dividere la classe lavoratrice.

E se è vero, che i sentimenti prevalenti nel tardo capitalismo sono la paura e il cinismo, come faceva notare Mark Fisher, la crescita del cooperativismo potrebbe forse farci guarire anche da quelli. E ridare finalmente un po’ di fiducia alle persone. 

Immagine in anteprima: Frame video Il Sole 24 Ore

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