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Il senso del piombo: Volontà, Vendetta e Violenza negli anni ’70

25 Novembre 2012 5 min lettura

Il senso del piombo: Volontà, Vendetta e Violenza negli anni ’70

4 min lettura

Luca Moretti, con il romanzo Il senso del piombo affronta la violenza politica degli anni '70. Il libro, edito da Castelvecchi, è disponibile in copyleft sul sito di TerraNullius. Sul sito il romanzo ha una prefazione «a posteriori» di Barbara Balzerani, scrittrice ed ex terrorista delle Br. Balzerani sintetizza così il libro:

la storia dei Nar, scritto dal loro punto di vista da un avversario politico. Un esercizio di coraggio intellettuale non comune nella capacità di astenersi dal giudizio e raccontare le ragioni degli altri.

È una sintesi pertinente, perché in Italia gettare lo sguardo oltre il recinto dell'ortodossia politica è esercizio raro e ostico, spesso travisato. Dunque Moretti, varcando quel recinto, ha compiuto un'operazione di per sé rilevante.

Abbiamo così la storia dei «guerrieri del nulla» capeggiati da Valerio Fioravanti (il «Tenente») e Francesca Mambro («Frida»), proiettata su uno scenario letterario. Alla ricostruzione storica dei fatti che vedono coinvolti i Nar e dei principali avvenimenti del periodo - si va dalla strage di Piazza Fontana all'arresto del «Tenente» - si mescolano invenzioni o personaggi fittizi funzionali al racconto. Il mŷthos si sostituisce all'analisi storica, offre una lettura ad ampio spettro alla violenza politica di quegli anni. Percorrendo questa strada Il senso del piombo ha libertà nell'interpretare, pur tenendo salda la linea dei fatti: senza questo bordone il romanzo sarebbe caduto probabilmente nelle trappole del revisionismo, anche involontario, o della forzatura ideologica.

Chiave di lettura centrale è nei personaggi definiti «Buffoni Sacri»: restano dietro le quinte a muovere le fila della politica  - come «il Taranta», il tipico uomo d'apparato che manovra con la saggezza del deus ex machina -  o godono di particolari immunità nell'ordine costituito - come «Don Carmelo» uno dei capi della Banda della Magliana. Sono coloro cui spetta il compito di far cambiare tutto, affinché tutto rimanga com'è:

I Buffoni infrangono costantemente i modelli di comportamento, tuttavia sono garanti dell’ordine, custodi delle tradizioni; il loro comportamento è un rovesciamento istituzionalizzato del senso comune. La loro contestazione è il segno che ogni potenziale crisi è realizzata e risolta nel contesto festivo, e questo annulla la possibilità che essa possa manifestarsi nella non-festività. I Buffoni hanno il potere e il diritto di uccidere per garantire la sopravvivenza del mito, sono i guardiani del silenzio.

Il loro agire è guidato dalla «Volontà» (o «Sacra Volontà»), una Provvidenza indifferente alle passioni umane i cui «dettami» sono come il corso di un fiume che non può essere mutato:

Il Taranta avrebbe volentieri fatto a meno di quel morto, ma nessuno si poteva opporre ai dettami della Volontà, neanche lui.

Altra chiave di lettura centrale è ispirata dallo spontaneismo armato dei Nar, che vedevano la propria sigla come qualcosa di aperto, abbracciabile e utilizzabile da chiunque volesse muovere guerra allo Stato borghese. Nel romanzo questa particolare declinazione della lotta armata passa per il nome multiplo «Carlos Reutemann»: il nome del pilota di Formula Uno è la firma posta in calce ai comunicati. Chiunque può usare quella firma:

Carlos Reutemann. Il nome era lì, bello e pronto: un nome multiplo, da poter utilizzare per un numero imprecisato di azioni, tutte legate da un comune sostrato ideologico. Un personaggio rivoluzionario aperto. Una sigla da mettere a disposizione di tutta l’area rivoluzionaria, una sorta di parola d’ordine con cui attestare, attraverso i fatti, la condivisione di un progetto complessivo.

Il «Gruppo Reutemann», celato dietro il nome multiplo, ha la forza e la ferocia di una Nemesi evocata dalla «Vendetta»:

Loro erano armati. Noi no. Loro erano tanti e ben organizzati. Noi dei gruppuscoli di disperati, molti non sono arrivati neanche davanti al tribunale, sono stati fermati prima. Loro erano liberi, noi ancora soggetti alle dinamiche e alle regole di questo partito del cazzo che cerca solo morti per aumentare il consenso. Hanno ucciso il Greco e questo è il suo sangue che chiede Vendetta.

La violenza del «Gruppo Reutemann» esorbita dalla sfera politica, perché ha le proprie radici nei legami di sangue, nell'appartenenza a un clan. Da qui il bisogno di rompere con i partiti (Msi) o con i movimenti (il Fuan). I legami viscerali si alimentano di passioni, non di idee o interessi particolari, e le passioni trovano sbocco nell'azione, non nella dialettica. Il fascismo del Tenente passa infatti per le persone a lui vicine, come la madre, il fratello, gli amici, Frida:

Di Mussolini non me n’è mai importato niente: non ho mai pensato che fosse una gran persona. Quando sentivo dire: “Uccidere un fascista non è reato” non pensavo al Duce o al Ventennio, ma all’unica persona fascista che conoscessi, mia madre. Ci siamo semplicemente schierati da quella parte che ritenevamo essere più debole, numericamente inferiore, contro un Sistema oppressivo e soffocante. Abbiamo interiorizzato l’immagine un po’ parodistica del camerata che fa le cose solo perché i superiori gli dicono di farle. In numero ancora più ristretto abbiamo seminato la disobbedienza tra quelle fila, abbiamo pensato di poter cambiare il mondo con la forza, abbiamo distrutto la nostra vita e quella di molte altre persone per questo.

La «Vendetta» porta al piombo, e il piombo all'omicidio. Ma in un Paese dove la Storia è un eterno ritorno, «la morte è come un carnevale, destabilizza per stabilizzare». E allora la violenza politica, al di là degli scopi professati da chi la propugna e la realizza, è solo la componente più feroce di quell'ordine dove i «Buffoni Sacri» ricoprono un ruolo privilegiato:

In questo Paese non serve ribellarsi, urlare. Tutto è già stato scritto nell’eterno ritorno della nostra millenaria Storia. Rimangono i monumenti, servono a canonizzare le vittime.

Il tratto saliente della scrittura di Moretti è la rapidità. Omicidi, rapine, agguati, tradimenti, cospirazioni si susseguono come un vortice nell'arco di 133 pagine. Ma è un vortice colto nella fissità: come l'istantanea di un tornado o di un'esplosione a catena; domina infatti il passato remoto. Il narratore ricorda, ma lo fa per capire e comunicare un senso recondito, non per muovere gli animi o affabulare.

Questa scelta stilistica è importante: evita derive nostalgiche, che sposterebbero l'epicità su un discutibile piano sentimentale (come analizzato da Demetrio Paolin in Narrare gli anni '70, su Orwell del 3 novembre). Moretti scarta inoltre stilemi facili, di genere: lo si nota soprattutto nei dialoghi, dove è assente la parlata romana, che sarebbe forse suonata troppo piaciona - o poliziottesca - e avrebbe finito per mistificare. Evita perciò quel limite che a mio avviso caratterizza Romanzo Criminale, in particolare la fiction, con il corollario di merchandising a uso e consumo dei fan che segna il trionfo del peggior kitsch.

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