I No Tav e le comunità perdute sotto tonnellate di cemento


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

“Ho ritrovato la mia infanzia in Val Susa”, questo ho pensato entrando nell’appartamento che i No Tav ci hanno lasciato per dormire, in questi giorni di riprese per Valigiabu. Guardando dalla finestra vedo le Alpi innevate, non saprei indicare esattamente su una mappa la mia posizione attuale, eppure non potrei essere più vicino alla mia Sardegna (quella stampata nella mia memoria).

Già dall’inizio di questo viaggio mi sono trovato più volte a tornare nel passato. Come in stazione a Torino: appena scesi dal vagone ho riconosciuto Boosta, il tastierista dei Subsonica, mentre mangiava un panino da McDonalds. Anche la mia prima volta a Torino, era il 2012, incontrai un membro della band, Max Casacci, che metteva i dischi da Giancarlo ai Murazzi.

C’è qualcosa che riporta indietro, della Val Susa. Tornando qui dopo diversi anni ho ripensato a quando c'era Berlusconi al governo: sembrava che manifestando avremmo ottenuto un paese migliore. È anche figlia della solidarietà che ci lega da quei giorni, l’ospitalità ricevuta dai No Tav. “È casa di mia madre”, mi spiega al telefono Claudio Giorno, attivista che ho conosciuto in quegli anni, “D’inverno viene a stare da noi, quindi la casa è vuota, potete starci tranquillamente”.

E poi lì, in quell’appartamento sotto una montagna, trovare la mia infanzia. Gli infissi di legno degli anni ’60 (quelli in cui il vetro sbatte), le porte di casa in legno laccato e ottone, il letto e l’armadio come l’aveva mia nonna (ma il suo era ricoperto di buchi di tarlo). I soprammobili, perfino i fornelli, sono gli stessi delle case dei miei parenti e amici di quando ero piccolo. Quando non si badava agli ascensori, ai portoni in vetro e acciaio, ai terrazzi grandi come eliporti.

Non è un caso, forse, se tutto questo mi è tornato in mente in Val Susa, dove da 25 anni una comunità si oppone alla costruzione del treno ad alta velocità Torino-Lione. Mi sono chiesto: “Da quanto tempo non vedevo una casa come questa?”. Nel mio vecchio quartiere, in Sardegna, hanno buttato giù tutte le case di uno o due piani. Ci vivevano spesso persone anziane. Come la vecchietta della casa a un piano, senza intonaco e col tetto rosso, al suo posto ora c’è un palazzo a sei piani. O la nonna del mio amico che stava sempre alla finestra, anche lì ora è sorto un casermone.

Per non parlare dell’enorme distesa di centri commerciali che si estende attorno la città in cui sono cresciuto: “Questa zona è stata un laboratorio per l’urbanistica italiana”, mi spiegava un amico architetto a natale, mentre entrando in città dall’aeroporto imprecavo come al solito alla vista dei cantieri. Un laboratorio, già, perché l’Italia è una repubblica fondata sugli appalti. E i No Tav, questo, lo sanno meglio di tutti: “Qui non c’è spending review”, mi spiega Claudio Giorno mentre ci guida in giardinetta per le strade della valle. “Col cantiere prima e la militarizzazione poi, qui arrivano fiumi di soldi. I No Tav fanno comodo”, conclude.

Ma la valle è tutto meno che un avamposto selvaggio. “Quella è l’autostrada”, spiega Valerio Colombaroli che ci accompagnerà al cantiere: “E poi c’è questa statale, l’altra statale, la ferrovia e il binario morto”, conclude. Salendo sul colle ci fermiamo a guardare dall’alto: è un reticolo di cemento e ferro. “Guarda il treno che arriva”, dice Giorno indicando a Valle, “È completamente vuoto. Il traffico merci è in calo da 20 anni”. Dalla collina si vede, in basso, il presidio No Tav di Borgone, una casetta in legno col comignolo. Ci dirigiamo lì: “Qui c’è il miglior caffè della Val Susa”, annuncia Valerio.

“La Val Susa è la Twin Peaks italiana”, penso. Ci sono tanti misteri irrisolti, personaggi loschi, un mondo a parte con regole proprie, situato in mezzo ai boschi. Mistero numero uno: se i treni sono vuoti, se gli abitanti non la vogliono, se la valle è già iper costruita… perché si vuole (ancora) realizzare la Tav? Mistero numero due: chi ha bruciato il fabbricato che si trova di fronte al presidio di Borgone? “Era il vecchio presidio”, racconta Giorno, “Qualcuno gli ha dato fuoco”. Poco lontano, qualcuno ha scritto con una bomboletta spray: “Si Tav”.

Sono bruciati altri due presidi negli ultimi anni. “Hanno bruciato la facciata di quella chiesa”, indica Giorno mentre guida, “E anche quel centro congressi”. C’è scritto ‘speculazione’ ovunque, sulla Val Susa. I roghi, il malaffare, gli appalti e le infiltrazioni mafiose in qualsiasi altro posto avrebbero lasciato solo macerie. Qui è accaduto il contrario: “Abbiamo già vinto”, dice Valerio in un momento di silenzio. “Sto qui da una vita ma non conoscevo nessuno”, spiega. “Con l’opposizione alla Tav siamo diventati una comunità. Pochi giorni fa c’è stato il funerale di un attivista, c’era una folla a salutarlo”.

Anche Francesco Guccini, il cantautore modenese, è voluto venire qui a presentare il suo libro con Marco Aime, antropologo vicino al movimento. In tanti sono venuto a vederlo ma la fila è composta: siamo, dopotutto, in Piemonte. Chiamo Luca, che ha accompagnato Guccini nel viaggio, e grazie a lui riusciamo a fargli un paio di domande: “Mi sembra assurda la vicenda di Erri De Luca, non ha alcun senso”, commenta il cantautore sull'imputazione per istigazione a delinquere dello scrittore. "Su da me forse (...) dovrebbero fare una strada che distruggerà la parte di là dal fiume... se sarà il caso cercherò di adoperarmi per fare qualcosa".

Per Guccini, quindi, i No Tav sembrano essere un esempio da seguire. E le sue parole, dette da un artista simbolo degli anni '70, sembrano ricordare  nostalgia le comunità perdute di una volta. Dall'altra parte, però, c'è stata una opposizione frontale dello Stato - come la chiama l'ex magistrato Livio Pepino - volta a criminalizzare il movimento: "Per il numero dei processi, la loro corsia privilegiata, le modalità usate, i reati contestati" (su tutte l'imputazione per terrorismo). Allora, mi chiedo: perché la loro protesta ha avuto così tanto successo? Perché se dalle mie parti hanno buttato giù le case a uno o due piani, qui invece, dopo 25 anni, dopo i processi per terrorismo, dopo i roghi e le intimidazioni, ancora non si arrendono?

Sarà dovuto al fatto che si tratta di una protesta locale su un fatto specifico. “C’entra la tradizione partigiana”, sottolinea Valerio. La dimensione locale, inoltre, ha fatto sì che i rappresentanti politici fossero direttamente raggiungibili. La mobilitazione contro la Tav ha educato una popolazione alla democrazia: votare qui non solo è un diritto, è importante per la propria sopravvivenza (l'affluenza al voto qui è sempre molto alta). E il movimento è diventato un vero e proprio motore di produzione culturale: “Conto 120 libri sulla nostra protesta finora”, commenta Giorno.

Ma è qualcosa più di questo. Qualcosa che non si può spiegare con le analisi politiche, con le sentenze, con i dati sul traffico delle merci. È qualcosa che trascende, perché in valle rimangono le cose seppellite della nostra infanzia, quelle che pensavamo perdute per sempre. È una terra di confine, con la Francia, certo, ma anche col nostro passato, con le comunità vive ormai scomparse, con la strenua resistenza dei deboli contro i potenti.

La Val Susa sta ancora lì, a ricordarci che certe cose devono essere preservate, anche se Dio, il Papa e lo Stato non sono d’accordo. Per ricordarci che c’è stato un tempo in cui non avremmo permesso a nessuno di toccare ciò a cui teniamo di più, anche in questo paese dove sembra che ogni azione sia vana perché tanto non cambia mai nulla. Tutto questo l’ho ricordato In Val Susa, dentro un piccolo appartamento, con la mia infanzia dentro. Ringrazio i No Tav per averla conservata fino ad oggi.

[Foto via sestocielo.it]

Leggi anche Notav, hanno criminalizzato la partecipazione dei cittadini

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI