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La storia di Emilio Scalzo, l’attivista No Tav e per i migranti in galera in Francia

28 Dicembre 2021 8 min lettura

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La storia di Emilio Scalzo, l’attivista No Tav e per i migranti in galera in Francia

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di Stefano Toniolo

Scarcerato Emilio Scalzo per vizio di forma nella richiesta del mandato di arresto europeo

Aggiornamento 15 febbraio 2022: Il Tribunale di Grenoble l’11 febbraio ha disposto la scarcerazione di Emilio Scalzo, riconoscendo un vizio di forma nella richiesta del Mandato di arresto europeo formulata dalla procura di Gap. Ora l’attivista si trova ancora in Francia, dal momento che ha l’obbligo di firma e di dimora nella zona del carcere di Aix Luynes.

È il pomeriggio dell'1 dicembre quando la Digos e diversi agenti in tenuta antisommossa bloccano la statale 24 della Val di Susa. Dentro a una delle case di Bussoleno, Comune della bassa valle, c’è Emilio Scalzo. 66 anni, venditore di pesce in pensione e una militanza attiva nel movimento No Tav e non solo. Su di lui pende un Mandato di arresto europeo per aver aggredito, questo dice l’accusa, un gendarme francese durante una manifestazione No border al confine tra Italia e Francia. Il Mae è in vigore dall'1 gennaio 2004 ed è una sorta di estradizione velocizzata, che comporta la richiesta di un’autorità giudiziaria di uno Stato membro dell’Unione Europea affinché si proceda all’arresto di una persona in un altro Stato. Di fatto però non si tratta di un’estradizione vera e propria, ma di una “consegna” da parte di uno Stato membro a un altro. Inoltre, a differenza dell’estradizione, il Mae è una procedura gestita solo dagli organi giudiziari e non dal governo. Quando la polizia arriva per arrestare Scalzo, già da diversi giorni i No Tav hanno dato vita a un presidio permanente fuori da casa sua. Uno striscione recita: “Emilio a casa”, mentre dalle aiuole spuntano alcune bandiere No Tav. Anche l'1 dicembre si radunano diversi attivisti e attiviste fuori da casa sua, mentre Scalzo viene condotto al carcere Lorusso e Cutugno di Torino per poi essere consegnato alle autorità francesi pochi giorni dopo. 

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Scalzo si è avvicinato al movimento No Tav nel 2005, uno di quegli anni che fanno da spartiacque. C’è un prima e c’è un dopo. È uno degli anni più “caldi” e, forse per questo, uno di quelli più ricordati tra i militanti. È l’anno della cosiddetta “liberazione di Venaus”. Venaus è un comune della Val di Susa di circa 800 abitanti, dove migliaia di manifestanti in quell’anno avevano occupato i terreni su cui avrebbe dovuto sorgere il cantiere. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre ci fu uno sgombero violento da parte delle forze dell’ordine, che portò a una marcia popolare a cui parteciparono decine di migliaia di persone. I manifestanti riuscirono a oltrepassare le reti del cantiere e a occupare nuovamente l’area, bloccando i lavori. Quei giorni ebbero due conseguenze sul piano politico: l’apertura dell’Osservatorio Tav e la ridiscussione del progetto (quindi lo spostamento del cantiere a Chiomonte, in alta Val di Susa). Per il movimento No Tav hanno perciò una portata simbolica molto forte, tanto che oggi a Venaus una borgata porta il nome dalla marcia dell’8 dicembre e ogni anno, in questo giorno, c’è un corteo. Proprio nel 2005 Scalzo inizia a militare nel movimento No Tav, diventandone uno degli attivisti di primo piano. Negli ultimi anni si impegna attivamente anche per assistere i migranti sulle montagne valsusine al confine con la Francia. È proprio quest’ultima esperienza che si intreccia con i fatti degli ultimi mesi.

I fatti del reato contestato a Scalzo risalgono a maggio di quest’anno: durante una manifestazione "No Border" a Monginevro, Comune francese al confine con l’Italia, ci sarebbe stata una colluttazione tra Emilio Scalzo e un gendarme. Secondo la procura francese di Gap, l’attivista gli avrebbe rotto un braccio con un bastone durante gli scontri di quel giorno tra manifestanti e forze dell’ordine. La dinamica per la difesa è diversa. Scalzo infatti avrebbe agito per difendersi dalle manganellate del gendarme con un bastone di legno. Il gendarme, sempre secondo la difesa, si sarebbe fratturato il braccio colpendo il bastone con cui si stava riparando l’attivista. Il Mandato di arresto europeo è scattato pochi mesi dopo, il 15 settembre, su iniziativa della procura di Gap. Così Scalzo è stato arrestato a Bussoleno. Pochi giorni dopo il suo arresto è stata accolta la misura di scarcerazione chiesta dal suo avvocato in Italia, Danilo Ghia. Così l’attivista è stato posto agli arresti domiciliari. Prima dell’arresto di dicembre, Ghia ha presentato ricorso prima alla Corte d’Appello di Torino e poi alla Corte di Cassazione per chiedere la corretta applicazione degli articoli 24 e 20 della legge 69/2005, che disciplina il Mae. In particolare, l’articolo 24 prevede la possibilità che il Mae venga rifiutato, nel caso in cui l’imputato abbia a suo carico un processo nel paese di origine. 

Emilio Scalzo è sotto processo anche in Italia per l’occupazione della Casa Cantoniera di Oulx, comune dell’alta Val di Susa. Lo spazio era nato nel 2018 sotto il nome di “Chez JesOulx” dopo lo sgombero del sottoscala della chiesa di Claviere, al valico del Monginevro. Il 2018 era stato l’anno che aveva segnato il cambio della rotta migratoria tra l’Italia e la Val di Susa: se prima i migranti transitavano dal Colle della Scala a Bardonecchia, dal 2018 la rotta aveva iniziato a spostarsi sempre di più sul lato del valico del Monginevro. Claviere è una piccola lingua di terra italiana circondata da montagne francesi e, quando alcuni attivisti di nazionalità diverse e legati al mondo anarchico avevano occupato il sottoscala della chiesa, non c’era nessun altro ad assistere i migranti in questo versante. Anche quando poi sono arrivate realtà istituzionali come la Croce Rossa di Susa e il rifugio notturno Fraternità Massi di Oulx, la realtà delle occupazioni ha sempre risposto a un bisogno di assistenza ai migranti, che fosse anche solo fornendo un luogo dove potessero stare durante il giorno.

Dopo lo sgombero del sottoscala di Claviere era stata occupata la Casa Cantoniera di Oulx, una realtà che ha operato per tre anni. Dalla fine del 2020 la Casa Cantoniera era in odore di sgombero, cosa che poi è avvenuta pochi mesi più tardi, a marzo 2021. In suo sostegno si era levata anche una petizione da parte di “Valsusa oltre confine”, un gruppo di volontari del rifugio Massi di Oulx vicini al movimento No Tav. Al netto di alcune frizioni tra le realtà dell’occupazione e quelle istituzionali, tra i volontari c’è sempre stata la consapevolezza che “Chez JesOulx” rispondeva a un bisogno di assistenza che la rete istituzionale composta dalla Croce Rossa e dal rifugio Fraternità Massi non riusciva a soddisfare. Ciò era reso ancora più evidente dal mutamento nella tipologia di persone che tentavano di attraversare il confine. Infatti dal 2020 la Val di Susa diventa un luogo di passaggio della cosiddetta “rotta balcanica”, ossia quel percorso di migrazione che vede l’arrivo in Europa attraverso i Balcani. Quindi, se prima arrivavano persone principalmente dall'Africa, ad oggi la maggioranza delle persone proviene dal Medio Oriente (Afghanistan, Pakistan, Iran, ecc.). Gli sgomberi, però, da marzo 2021 non si sono fermati perché Sono state occupate prima la dogana e poi l’ex Casa Cantoniera di Claviere, entrambe sgomberate dopo poco tempo. In questo contesto si inserisce Emilio Scalzo, che ha fatto attivismo nella parte che potremmo definire (semplificando) più intransigente.

«Il processo era già iniziato e sono già state definite delle udienze successive. Ora, in questo procedimento il Pubblico ministero ha indicato 22 testimoni e una serie di altri testimoni sono stati indicati dalle difese, per cui ce ne sono una cinquantina da sentire - spiega a Valigia Blu Ghia - Io ho sostenuto che la presenza di questo procedimento avrebbe dovuto portare a non consegnare il soggetto, affinché potesse seguire il processo: con la consegna si realizza un legittimo impedimento per cui il processo proseguirà per gli altri 18 imputati, ma non per Scalzo. Ho sostenuto che questo avrebbe creato dei disagi a Scalzo e avrebbe comportato dei costi alla collettività, perché nel momento in cui Scalzo dovesse tornare, dovremmo sentire tutti i testimoni del Pubblico ministero».

Secondo Ghia, inoltre, il processo francese avrebbe potuto iniziare e proseguire. Da parte sua Scalzo avrebbe deciso se presentarsi o meno e, in quest’ultimo caso, il processo sarebbe proseguito in sua contumacia. La Corte d’Appello italiana, però, a fine novembre ha respinto il ricorso, accogliendo il Mae. A quel punto l’avvocato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, che a sua volta lo ha rigettato a fine novembre, sostenendo la mancata applicazione dell’articolo 20. L’articolo disciplina la casistica da considerare nel caso in cui due Stati chiedano contemporaneamente la consegna di un soggetto, tra cui la gravità del reato, il luogo e le date di emissione. «[La Cassazione] Ne ha considerati alcuni e non altri e non ha considerato la completezza dei presupposti. Ha considerato la gravità, ma ce ne sono ben altri - sostiene Ghia - E poi ha fatto un’affermazione priva di fondamento, dicendo che il processo in Italia è molto più lungo perché ci sono 18 testimoni, dimenticando che il processo in Italia era iniziato, vi erano una serie di udienze fissate e a marzo dovrebbe terminare, mentre quello in Francia non è neanche iniziato e avrà sicuramente una durata superiore».

Nel frattempo, Emilio Scalzo ha scontato la misura cautelare agli arresti domiciliari fino all'1 dicembre, ma non per essere consegnato. L’arresto, infatti, tecnicamente era un aggravamento della misura cautelare, nel timore che la consegna fosse ostacolata dagli attivisti No Tav che presidiavano la casa.

Da Bussoleno, Scalzo è stato condotto prima al carcere “Le Vallette” (Lorusso e Cutugno) di Torino, per poi essere consegnato alle autorità francesi pochi giorni dopo. In Francia è stato portato prima a Briançon, poco oltre il confine, per l’identificazione e poi a Gap, dove il giudice istruttore ha disposto la detenzione al carcere di Aix Luynes. Ora ad assisterlo c’è un avvocato francese. “L’avvocato francese ha presentato un primo ricorso affinché si annulli in Francia il Mandato di arresto europeo, perché non ha rispettato alcuni presupposti: l’avvocato dice che in Francia avrebbero dovuto contattarlo per sapere se lui (Scalzo, ndr) fosse stato disponibile o meno ad andare in Francia. Questo non è stato fatto e l’avvocato ritiene che sia motivo di nullità del Mandato di arresto europeo. Poi ha presentato ricorso contro la misura cautelare al Tribunale delle libertà, che è come il nostro Tribunale del riesame, ed è in attesa di un pronunciamento che dovrebbe esserci intorno a gennaio”, conclude Danilo Ghia.

Immagine in anteprima: il momento dell'arresto di Emilio Scalzo – Frame video La Stampa

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