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Uccisione della giornalista palestinese americana di Al Jazeera Shireen Abu Akleh: cosa si sa finora

14 Maggio 2022 11 min lettura

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Uccisione della giornalista palestinese americana di Al Jazeera Shireen Abu Akleh: cosa si sa finora

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Un nuovo video mostra che prima dell'uccisione della giornalista Shireen Abu Akleh non erano in corso combattimenti

Aggiornamento 20 maggio 2022: Un nuovo video, girato da un abitante di Jenin pochi istanti prima della morte della giornalista Shireen Abu Akleh – avvenuta lo scorso 11 maggio – e verificato da Al Jazeera, mostra come negli attimi che precedono l'uccisione non ci siano scontri in corso tra militari israeliani e militanti palestinesi, confermando varie testimonianze.

Nelle immagini si vedono alcune persone parlare e scherzare, con altre sullo sfondo, tra cui Abu Akleh e alcuni suoi colleghi, con indosso giubbotti antiproiettile con la scritta “stampa”.

Secondo la ricostruzione di Al Jazeera prima dell'inizio degli spari la reporter, insieme ad altri giornalisti, si stava dirigendo verso le forze israeliane.

Dopo i primi colpi si vedono le persone in primo piano scappare per cercare protezione. Qualche secondo dopo il corpo di Abu Akleh è a terra, colpito da un proiettile.

Un funzionario militare israeliano ha dichiarato, giovedì, che l'esercito ha potenzialmente identificato il fucile da cui potrebbe essere partito il colpo che ha ucciso la donna, ma di non poter avere la certezza fino a quando le autorità palestinesi non decideranno di consegnare il proiettile.

I palestinesi, che stanno svolgendo un'indagine indipendente, continuano a rifiutare di affidare la pallottola agli israeliani per mancanza di fiducia, sulla base di esperienze passate.

L'esercito israeliano ha, inoltre, dichiarato di non aver in programma lo svolgimento di un'indagine sulla morte di Abu Akleh.

A riferirlo il quotidiano israeliano Haaretz (e a confermarlo una corrispondente del Jerusalem Post) secondo cui la divisione criminale investigativa della polizia militare israeliana ritiene che un'indagine in cui i sospettati siano i soldati israeliani genererebbe contrasti all'interno della società.

Decine di membri del Congresso americano hanno, intanto, firmato una lettera chiedendo all'FBI di indagare sull'omicidio di Abu Akleh che aveva anche la nazionalità statunitense.

La famiglia di Abu Akleh ha dichiarato di non essere sorpresa dalla decisione dell'esercito israeliano.

«Ce lo aspettavamo dagli israeliani. Ecco perché non volevamo che partecipassero alle indagini», ha detto ad Al Jazeera.

I parenti della giornalista hanno invitato nuovamente la comunità internazionale, e in particolar modo gli Stati Uniti, ad aprire un'indagine equa e trasparente.

Un proiettile. Quello che ha ucciso colpendo alla testa mercoledì mattina la giornalista palestinese americana di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, nel corso di un raid israeliano nel campo profughi di Jenin, città nel nord della Cisgiordania occupata. Quella pallottola è diventata il punto centrale di una contesa tra israeliani e palestinesi per capire chi abbia sparato alla donna e di due narrazioni differenti sulle circostanze che hanno determinato la morte della giornalista.

Subito dopo l'uccisione di Abu Akleh due testimoni, Shatha Hanaysheh and Mujahid al-Sa’adi, hanno dichiarato al Times of Israel che l'autore era da cercare tra i soldati israeliani. Quando la reporter è stata colpita l'area di Jenin dove si trovava era piena di militari.

Nei primi concitati momenti che hanno seguito la notizia del decesso della giornalista la versione data dai funzionari militari israeliani era che fosse stata raggiunta da un proiettile di un fucile d'assalto di un palestinese durante una sparatoria con le forze israeliane.

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Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ha subito attribuito la responsabilità a palestinesi armati che avevano sparato “in modo impreciso, indiscriminato e incontrollato” in un'operazione delle forze di difesa israeliane (IDF) che avevano risposto al fuoco “nel modo più accurato, attento e responsabile possibile” e che "purtroppo la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh era rimasta uccisa durante lo scontro”.

Il ministero della Salute dell'Autorità nazionale palestinese e Al Jazeera stessa hanno immediatamente accusato, invece, l'esercito israeliano di aver colpito a morte Abu Akleh e aver ferito alla schiena il suo collega Ali Samoudi. Entrambi indossavano la pettorina antiproiettile che li identificava come “stampa” e gli elmetti. Non c'era possibilità di errore. Abu Akleh era stata raggiunta da una pallottola sotto un orecchio, in una zona non protetta. Per Samoudi, ricoverato in ospedale in condizioni stabili, sono state le forze israeliane a sparare “a sangue freddo”. In quel momento, nelle vicinanze, non erano presenti combattenti palestinesi.

In una dichiarazione, la testata per la quale Abu Akleh ha lavorato negli ultimi venticinque anni, ha definito quello della reporter “un palese omicidio” e “un crimine efferato, che intende solo impedire ai media di svolgere il proprio dovere”.

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«Quel proiettile non ha ucciso solo Shireen, quel proiettile ha ucciso un pezzo di tutti noi. Era un simbolo e viveva in tutte le nostre case», ha detto al New York Times Thuraya Elayan, 66 anni, residente a Ramallah, quando è andata a rendere omaggio alla salma.

L'Autorità Palestinese ha respinto la richiesta dei funzionari israeliani di esaminare il proiettile che ha ucciso la donna e ha dichiarato che porterà avanti un'indagine indipendente. Allo stesso modo è stata rispedita al mittente la proposta israeliana di condurre un'indagine congiunta che avrebbe permesso di analizzare la pallottola sotto la supervisione internazionale.

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«Rifiutiamo un'indagine congiunta con lo Stato israeliano, perché è responsabile di questo crimine», ha detto il presidente dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ai piedi del feretro di Abu Akleh, dopo il corteo funebre a Ramallah. «E poiché non ci fidiamo di loro, porteremo il caso alla Corte penale internazionale per perseguire i criminali».

Da parte israeliana la mancata disponibilità dei palestinesi indica la volontà di nascondere la verità.

«Nessuno dovrebbe credere alle promesse israeliane di “investigare” su ciò che è accaduto perché la promessa di svolgere le indagini non è altro che il primo passo verso una copertura organizzata da Israele", ha affermato Hagai El-Ad, direttore esecutivo della ONG israeliana B'Tselem che si occupa della difesa dei diritti umani. «Israele non è in grado e non vuole condurre questo tipo di indagini che aprirebbero le porte a una responsabilità giuridica a livello internazionale».

Da tempo Israele non permette che siano condotte indagini internazionali sulle violazioni nel paese o nei Territori occupati e negli ultimi anni ha scelto di non collaborare, né di fornire accesso a commissioni ONU o relatori speciali.

Funzionari militari israeliani hanno raccontato che mercoledì mattina scontri tra le proprie forze e i militanti palestinesi erano in corso in tre luoghi differenti a Jenin. Sia i soldati israeliani che i militanti palestinesi imbracciavano fucili d'assalto M16. Ciò significherebbe che sia gli israeliani che i palestinesi avrebbero sparato proiettili da 5,56 millimetri.

Risalire al fucile dal quale è partito il colpo che ha ucciso Abu Akleh è possibile. Su ogni pallottola sparata restano alcuni segni microscopici incisi che la collegano all'arma dalla quale proviene, ha affermato Lior Nadivi, un esperto israeliano di balistica forense, secondo cui l'Autorità Palestinese non ha la capacità di effettuare un simile esame autonomamente.

A confondere ulteriormente il quadro i militanti palestinesi che sono spesso equipaggiati con armi e munizioni rubate all'esercito israeliano, come dice il New York Times.

Gli investigatori dell'Autorità Palestinese hanno intervistato testimoni e setacciato l'area dove è stata uccisa Abu Akleh. Secondo quanto dichiarato dall'ufficio del pubblico ministero dell'Autorità Palestinese, l'autopsia sul corpo della donna è stata effettuata poche ore dopo il decesso. I risultati del rapporto preliminare non sono stati ancora resi noti.

Subito dopo l'uccisione, il governo israeliano aveva fatto circolare un video che mostrava uomini armati palestinesi che sparavano in un vicolo e una voce che urlava in arabo: «Ne hanno colpito uno, hanno colpito un soldato. È sdraiato a terra».

Sui rispettivi account social di varie piattaforme il governo israeliano e il primo ministro, Naftali Bennett, hanno subito concluso che quelle immagini erano la dimostrazione che esisteva un'alta probabilità che Abu Akleh fosse stata uccisa dai palestinesi e non dalle forze israeliane.

Dal momento che nessun soldato israeliano risultava ucciso durante il raid, secondo loro, la voce che si sentiva nel video avrebbe potuto riferirsi all'uccisione di Abu Akleh.

Tuttavia B'Tselem ha dichiarato che il luogo dove è stata colpita la reporter si trova a diverse centinaia di metri di distanza da quello dove è stato girato il video.

“Il video degli spari palestinesi condiviso dall'esercito israeliano non può riferirsi alla sparatoria che ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh”, ha scritto in un tweet l'organizzazione che ha aggiunto che il suo ricercatore sul campo a Jenin ha documentato i luoghi esatti in cui il combattente palestinese, ripreso nelle immagini diffuse dalle autorità israeliane, aveva sparato i colpi.

Le coordinate GPS delle due località e una fotografia aerea “dimostrano che la sparatoria che si vede nel video non può essere quella che ha colpito Shireen Abu Akleh e il suo collega”, ha affermato il gruppo.

Allo stesso modo un'indagine di Al Jazeera ha confermato che i combattenti palestinesi mostrati nel video non si trovavano vicino ad Abu Akleh al momento della sparatoria ma a circa 300 metri di distanza, in un'area circondata da edifici residenziali che non permettono la visuale diretta del luogo dove si trovava la donna quando è stata uccisa.

L'indagine ha anche scoperto, grazie ai metadati di un video registrato alle 6:25 ora locale, che nel momento in cui la giornalista è stata colpita le forze israeliane erano presenti nella stessa strada.

Di fronte a una serie di elementi emersi le autorità israeliane sono dovute tornare sui propri passi rispetto alle dichiarazioni rilasciate inizialmente.

Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha annunciato l'apertura di un'indagine e ha promesso che saranno analizzate le immagini riprese dalle bodycam degli agenti presenti.

Il capo dell'esercito israeliano, il tenente generale Aviv Kochavi, ha dichiarato ad AP che non è chiaro chi abbia sparato ad Abu Akleh, mettendo quindi in discussione la certezza che a colpirla sia stato un palestinese.

Secondo un'indagine preliminare dell'esercito israeliano, riportata dal quotidiano Haaretz, al momento della morte, Abu Akleh si trovava a circa 150 metri di distanza da alcuni veicoli dell'esercito che transitavano in quella strada.

In base al racconto di un ufficiale militare israeliano almeno uno dei veicoli sarebbe stato preso di mira da un militante palestinese armato di un M16 che si trovava in prossimità di Abu Akleh, situata dall'altra parte della strada e in movimento. Un soldato israeliano in uno dei veicoli ha risposto al fuoco.

Se Abu Akleh fosse stata uccisa da un proiettile da 5,56 millimetri, potrebbe essere stata colpita da una fazione o dall'altra, ha detto un altro militare israeliano.

“L'indagine mostra che i soldati dell'unità Duvdevan hanno sparato alcune decine di proiettili durante il raid a Jenin, ma non è chiaro se siano stati gli spari israeliani o quelli palestinesi a uccidere la giornalista di Al Jazeera”, si legge su Haaretz.

Col passare delle ore l'esercito israeliano sta considerando sempre di più la possibilità che uno dei suoi soldati abbia ucciso Abu Akleh, con notizie che confermano che le indagini stanno andando in questa direzione.

Il Washington Post ha riportato la dichiarazione di un alto funzionario dell'esercito israeliano secondo il quale l'esercito sta indagando su tre distinti incidenti che hanno coinvolto i propri soldati quando Abu Akleh è stata colpita.

«Un soldato con un fucile e un ottimo sistema di mira stava sparando contro un terrorista con un M16 – condizioni ottime, immagine molto chiara – che stava colpendo le nostre truppe. Quello che stiamo controllando ora è la posizione di Shireen», ha detto il funzionario, aggiungendo che questo è lo scenario più probabile nel quale un soldato possa essere coinvolto nella morte di Abu Akleh.

Contemporaneamente, un altro funzionario militare israeliano ha detto al Wall Street Journal che l'esercito stava indagando su un incidente in cui ci sarebbe la possibilità che il proiettile di un soldato israeliano possa essere responsabile dell'omicidio di Abu Akleh.

Il funzionario “ha riconosciuto che un proiettile avrebbe potuto essere deviato da terra o da un muro colpendo Abu Akleh”.

L'Unione Europea e l'ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, hanno chiesto l'apertura di un'indagine “indipendente” sulla morte di Abu Akleh.

Il Dipartimento di Stato americano ha affermato che Israele è in grado di condurre un'indagine esaustiva. «Gli israeliani hanno i mezzi e le capacità per condurre un'indagine approfondita e completa», ha detto il portavoce, Ned Price, nel corso di una conferenza stampa.

L'ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite, Riyad Mansour, ha invece sostenuto che il suo paese “non accetterebbe” un'indagine da parte dell'”autorità occupante israeliana”, ritenendo l'esercito israeliano responsabile dell'assassinio di Abu Akleh.

Intanto i media occidentali sono stati pesantemente criticati da analisti e utenti dei social media per aver evitato intenzionalmente di menzionare il coinvolgimento delle forze israeliane nella morte di Shireen Abu Akleh privilegiando un'unica narrazione.

Anche se hanno mostrato rispetto per la professionalità di Abu Akleh, molti organi di stampa sono stati attenti a non chiamare in causa Israele nell'omicidio, nonostante le dichiarazioni rilasciate da Al Jazeera e da chi si trovava con Abu Akleh quando è stata colpita.

Beth Miller, direttrice dell'organizazione Jewish Voice for Peace, ha criticato il New York Times per un titolo di apertura che non menzionava la causa della morte. ""Muore a 51 anni". Incredibile, NYT", ha commentato.

Facendo riferimento allo stesso titolo, Bassam Khawaja, co-direttore del progetto per i diritti umani e la privatizzazione della NYU Law, ha twittato: ““Muore a 51 anni” è un modo davvero strano per dire che una giornalista è stata colpita alla testa”.

Il New York Times ha poi pubblicato una correzione per aver riportato “in modo inesatto” la dichiarazione di Al Jazeera sull'omicidio di Abu Akleh da parte delle forze israeliane. Inizialmente aveva riferito che la testata aveva affermato che Abu Akleh fosse stata uccisa nel corso di “scontri”.

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