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USA, la condanna del poliziotto che ha ucciso George Floyd segna davvero una nuova fase nella lotta contro razzismo e violenza sistemica?

24 Aprile 2021 19 min lettura

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USA, la condanna del poliziotto che ha ucciso George Floyd segna davvero una nuova fase nella lotta contro razzismo e violenza sistemica?

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Se la sera del 25 maggio 2020 Darnella Frazier non avesse ceduto alle ripetute richieste della cugina di nove anni di uscire per andare a comprare insieme qualcosa da mangiare probabilmente, oggi, non commenteremmo un verdetto. Se la giovane diciassettenne non si fosse trovata a passare sulla Chicago Avenue, a Minneapolis, non avesse assistito agli ultimi istanti di vita di George Floyd e con prontezza non avesse ripreso col cellulare i dieci minuti che per sempre segneranno la sua vita e che hanno fatto il giro del mondo forse non parleremmo della conclusione di un processo tirando un sospiro di sollievo. Se quella ragazza non avesse avuto il coraggio, quella stessa notte, di pubblicare su Facebook il video di un omicidio compiuto sotto i suoi occhi non avremmo mai avuto la certezza di sapere cosa è realmente accaduto quasi un anno fa, nelle strade della più grande città del Minnesota.

Verosimilmente non avremmo avuto neanche la possibilità di chiedercelo, perché fin da subito la realtà è stata camuffata.

"Uomo muore per problemi di salute nel corso di un intervento della polizia". Questo il titolo del primo comunicato stampa pubblicato sul sito del dipartimento in cui veniva spiegato che gli agenti, che erano riusciti ad ammanettare il sospetto, avevano notato che “sembrava soffrire di problemi di salute”. “È stato trasportato in ambulanza all'Hennepin County Medical Center dove è deceduto poco tempo dopo”, prosegue il documento che specifica che per la durata dell'intervento non sono state usate armi di alcun tipo da nessuna delle persone coinvolte nell'incidente.

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Il video girato da Darnella Frazier ha contribuito a smontare una narrazione falsa mostrando l'ex agente di polizia Derek Chauvin inginocchiato per 9 minuti e 29 secondi sul collo di George Floyd che per 27 volte ha ripetuto disperatamente di non riuscire a respirare.

«Per lunghe notti sono rimasta sveglia a scusarmi ripetutamente con George Floyd per non aver fatto di più e non essere intervenuta per salvargli la vita», ha detto la ragazza durante la testimonianza al processo. «Ma il punto non è quello che avrei dovuto fare io, è quello che avrebbe dovuto fare lui», ha spiegato riferendosi a Chauvin.

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«Quando penso a George Floyd, vedo mio padre, i miei fratelli, i miei cugini, i miei zii, perché sono tutti neri», ha proseguito Frazier. «Ho un padre nero. Un fratello nero. Ho amici neri. Al suo posto avrebbe potuto esserci uno di loro», ha aggiunto.

Il verdetto raggiunto dopo dieci ore di camera di consiglio dalla giuria – composta da dodici membri dai 20 ai 60 anni, sette donne e cinque uomini, di cui sei bianchi, quattro neri e due multirazziali – è stato unanime: colpevole di omicidio di secondo grado non intenzionale, colpevole di omicidio colposo di secondo grado, colpevole di omicidio di terzo grado.


La decisione è stata accolta con grande soddisfazione e sollievo dagli attivisti per i diritti civili, dai politici di entrambi gli schieramenti, dai sindaci di varie città.

Certamente non basterà a sanare le ferite più profonde del paese ma almeno non le ha riaperte.

Peter A. Cahill, il giudice che ha presieduto il processo durato 23 giorni, ha disposto l'immediata carcerazione dell'imputato che dal 7 ottobre scorso era uscito di prigione dopo aver pagato una cauzione di un milione di dollari. La sentenza verrà emessa tra otto settimane. Secondo una fonte accreditata non autorizzata a parlare pubblicamente, ripresa dal New York Times, sarebbe già stata fissata una data: il 16 giugno.

Chauvin rischia anni di carcere ma il verdetto non mette un punto alla vicenda. Quasi sicuramente ci sarà un ricorso in appello. Il giudice Cahill ha già detto che le dichiarazioni rilasciate dalla deputata californiana Maxine Waters – che aveva chiesto ai manifestanti, mentre il procedimento era ancora in corso, maggiore aggressività se Chauvin non fosse stato giudicato colpevole – potrebbero rappresentare un motivo di ribaltamento del processo.

«Vorrei che i funzionari eletti smettessero di parlare di questo caso, soprattutto in modo irrispettoso nei confronti dello stato di diritto, del ramo giudiziario e della nostra funzione», aveva aggiunto Cahill. «Se vogliono esprimere le loro opinioni, dovrebbero farlo in modo corretto e coerente con il giuramento fatto alla Costituzione di rispettare un altro ramo del governo. Il loro fallimento nel farlo è ripugnante, ma non credo che abbia compromesso in qualche modo il processo con ulteriori elementi che possano influenzare la giuria».

Come spiegato da Vox, sebbene Chauvin sia stato ritenuto colpevole di tre capi d'imputazione sconterà le varie condanne nello stesso momento perché l'atto che ha commesso e a cui si riferiscono le accuse – l'uccisione di George Floyd – è uno soltanto.

La più grave delle incriminazioni a suo carico è l'omicidio involontario di secondo grado. Sebbene la legge dello Stato stabilisca che la pena massima per questo crimine sia 40 anni, i giudici del Minnesota in genere, quando emettono sentenze penali, fanno affidamento sulle linee guida dello Stato, evitando di applicare la condanna più pesante.

Per determinare la sentenza corretta in base alle linee guida, il giudice consulta una griglia che individua la "condanna presunta" in base al crimine per cui l'imputato è stato condannato tenendo conto anche della fedina penale.

Poiché Chauvin non ha condanne penali precedenti, il “punteggio” relativo alla sua fedina penale è pari a zero. Pertanto la condanna per aver commesso un omicidio involontario di secondo grado partirà da 150 mesi (12 anni e mezzo).

Le linee guida consentono inoltre al giudice di aumentare la pena se la giuria determina che uno o più fattori aggravanti abbiano reso il crimine particolarmente grave. In alternativa il giudice può prendere questa decisione se l'imputato rinuncia al diritto di farlo fare alla giuria, come nel caso di Chauvin.

Secondo i pubblici ministeri sono almeno tre i fattori aggravanti quando Chauvin ha ucciso Floyd: la presenza di minori, l'aver agito con “particolare crudeltà” e l'abuso “della sua posizione di autorità”.

Se Cahill riterrà valido uno qualsiasi di questi elementi potrà aumentare la pena fino a un massimo di 40 anni.

Per il raggiungimento del verdetto di colpevolezza fondamentale è stato il ruolo giocato dalle dichiarazioni rilasciate sul banco dei testimoni da dieci alti ufficiali della polizia di Minneapolis, a partire dal capo del dipartimento, Medaria Arradondo. Un evento raro, come è stato sottolineato da esperti legali.

Tutti hanno riconosciuto che l'uso della forza da parte di Chauvin sia stato eccessivo e inutile.

«Continuare a esercitare quel livello di forza su una persona stesa, ammanettata con le mani dietro la schiena, non è previsto dalla policy in nessun modo, maniera o forma», ha confermato Arradondo. «Non fa parte della nostra formazione. E certamente non fa parte della nostra etica o dei nostri valori».

Il capo del dipartimento di polizia, che già lo scorso anno aveva ritenuto “un omicidio” quanto commesso dal suo ex sottoposto, ha inoltre sottolineato come la policy del dipartimento preveda tecniche di de-escalation e di risoluzione dei conflitti che Chauvin non ha utilizzato.

L'eccezionalità di tante testimonianze rese dagli agenti di polizia spinge a chiedersi se "il muro blu del silenzio" – come viene definita la regola non scritta che vige quando uno di loro è accusato di cattiva condotta – stia cominciando a sgretolarsi, segnando così un cambiamento che potrebbe spingere le forze di sicurezza ad essere maggiormente propense a intervenire quando i colleghi commettono azioni illecite.

Per Vox la realtà potrebbe essere diversa. L'alto profilo e l'attenzione mediatica del processo potrebbero aver spinto gli agenti a dipingere Chauvin come una mela marcia – l'unico a non rappresentare degnamente il dipartimento e un sistema di polizia funzionante – in modo da evitare lo svolgimento di un'indagine più approfondita.

«Stanno gettando Chauvin sotto un autobus perché così quell'autobus si mantiene intatto», ha detto il professore di diritto della Howard University Justin Hansford.

Del resto anche la linea seguita dai pubblici ministeri Steve Schleicher e Jerry Blackwell è andata in quella direzione, mettendo in risalto la professionalità degli agenti la cui buona reputazione è stata infangata dal comportamento dell'imputato.

«Questo non è un procedimento contro la polizia», ha detto Schleicher nell'intervento conclusivo. «È un procedimento giudiziario a favore della polizia».

Per la studiosa di scienze politiche Roberta Ann Johnson rimanere in silenzio quando un collega commette qualcosa di illecito – come l'uso eccessivo della forza – è un atto di lealtà richiesto da un codice d'onore che impone agli agenti di non "fare la spia" "denunciando" i colleghi. Il rispetto e la lealtà degli agenti di polizia verso i propri pari li incoraggia a obbedire al codice e a prestare attenzione all'obbligo del silenzio.

Sarebbe proprio il codice del silenzio quindi – secondo un rapporto redatto dalla Commissione Christopher, l'organo indipendente voluto dall'allora sindaco di Los Angeles, Tom Bradley, per indagare sul dipartimento della polizia della città all'indomani del pestaggio brutale di Rodney King nel 1991 – il più grande ostacolo per una reale ed effettiva riforma della polizia.

Per questo quanto accaduto al processo contro Derek Chauvin riveste un carattere di eccezionalità.

A conferma di ciò un'analisi del Washington Post del 2015 che ha rilevato che dal 2005, in tutto il paese, sono 54 gli agenti incriminati di omicidio o omicidio colposo per aver sparato e ucciso qualcuno mentre si trovavano in servizio. Lo studio ha rilevato che solo in 12 di questi casi è stata raccolta la deposizione o la dichiarazione di un collega.

Il verdetto emesso contro Chauvin è comunque stato accolto con estremo favore da molti funzionari di polizia.

Dermot Shea, capo del dipartimento di polizia di New York, il più grande del paese, ha mostrato soddisfazione scrivendo su Twitter "giustizia è fatta".

Sul proprio account Twitter il dipartimento di polizia di New Orleans ha espresso compiacimento per la decisione a seguito della quale si potrà dare finalmente inizio a un processo di risanamento. L'esito del processo dimostra inoltre come gli agenti di polizia non siano al di sopra della legge e non possano nascondersi dietro un badge per evitare di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Il capo del dipartimento di polizia di Houston, Troy Finner, ha dichiarato che sebbene ci metta un po' di tempo la giustizia riesce a fare il suo corso e ha invitato i cittadini a festeggiare insieme ma “nel modo giusto”.

Per il dipartimento di polizia di Seattle l'omicidio di George Floyd rappresenta un momento di svolta per il paese poiché il dolore che ha generato ha provocato un vero cambiamento.

Il dipartimento di polizia di Oakland, in California, ha chiesto ai cittadini di essere "compassionevoli, empatici e indulgenti" per ripensare insieme alle attività di sorveglianza, vigilanza, controllo della polizia in America.

Anche il Fraternal Order of Police – il più grande sindacato di polizia della nazione – ha espresso soddisfazione per l'esito del processo.

«Il nostro sistema di giustizia ha funzionato come dovrebbe», ha detto il presidente Patrick Yoes, sottolineando la correttezza del procedimento.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la vice presidente Kamala Harris hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche qualche ora dopo che si è appresa la decisione della giuria.

«Al fine di realizzare un cambiamento e una riforma reali, possiamo e dobbiamo fare di più per ridurre la probabilità che una tragedia come questa possa ripetersi ancora. Per tutelare le persone con la pelle scura – o chiunque altro – in modo che non temano le interazioni con le forze dell'ordine, che non debbano svegliarsi sapendo che possono perdere la loro stessa vita. Perché non debbano più preoccuparsi se i loro figli o figlie riusciranno a tornare dopo una corsa al supermercato o semplicemente camminando per strada o guidando la macchina o giocando nel parco o dormendo a casa», ha detto Biden.

«E questo richiede il riconoscimento e un confronto aperto sul razzismo sistemico e sulle disparità razziali che esistono nella polizia e nel nostro sistema di giustizia penale in generale», ha proseguito.

«Non dobbiamo voltare le spalle. Non possiamo voltare le spalle. Abbiamo la possibilità di iniziare a cambiare la traiettoria in questo paese. La mia speranza e la mia preghiera sono che siamo all'altezza di questa eredità. Questo potrebbe essere un momento di cambiamento significativo», ha concluso il presidente statunitense.

Harris ha sottolineato la necessità di riformare il sistema, ricordando di aver presentato la scorsa estate, insieme al senatore Cory Booker e alla deputata Karen Bass, il George Floyd Justice in Policing Act, una legge che porterebbe le forze dell'ordine dinanzi alla giustizia e contribuirebbe a creare fiducia tra polizia e comunità.

«Questo disegno di legge fa parte dell'eredità di George Floyd. Il presidente e io continueremo a sollecitare il senato ad approvare questa legge, non come una panacea di tutti i problemi ma come un inizio», ha spiegato Harris.

«L'America ha una lunga storia di razzismo sistemico. I neri americani e gli uomini in particolare sono stati trattati nel corso della nostra storia come se fossero meno di esseri umani. Gli uomini neri sono padri, fratelli, figli, zii, nonni, amici e vicini. Le loro vite devono essere valorizzate nel nostro sistema educativo, nel nostro sistema sanitario, nel nostro sistema abitativo, nel nostro sistema economico, nel nostro sistema di giustizia penale, nella nostra nazione. Punto», ha continuato.

«L'ingiustizia razziale non è un problema solo dell'America nera o un problema delle persone con la pelle scura. È un problema di ogni americano. Ci sta impedendo di mantenere la promessa di libertà e giustizia per tutti. E sta impedendo alla nostra nazione di realizzare il nostro pieno potenziale. Facciamo tutti parte dell'eredità di George Floyd. E il nostro compito ora è onorarla e onorarlo», ha concluso.

In una precedente intervista rilasciata alla CNN Harris aveva detto che un verdetto di colpevolezza non avrebbe cancellato il trauma di generazioni causato dal razzismo sistemico, né sanato il dolore.

Il giorno successivo alla condanna di Derek Chauvin il procuratore generale degli Stati Uniti Merrick B. Garland ha annunciato l'apertura di un'indagine nei confronti della città di Minneapolis e della policy e delle attività del dipartimento di polizia di Minneapolis.

«L'indagine valuterà se il dipartimento di polizia di Minneapolis è coinvolto in uno schema o in attività di uso eccessivo della forza, anche durante le proteste», ha detto Garland.

«Costruire la fiducia tra comunità e forze dell'ordine richiederà tempo e impegno da parte di tutti noi, ma assumiamo questo compito con determinazione e urgenza, consapevoli che il cambiamento non può più aspettare», ha proseguito.

Questo tipo di indagini spesso anticipano accordi, riconosciuti dai tribunali, tra il dipartimento di Giustizia e le amministrazioni locali che creano e applicano una road map per la formazione e i cambiamenti operativi da apportare.

Dal giorno in cui è iniziato il processo a quello successivo alla sua conclusione l'America ha assistito all'ennesima serie di uccisioni di cittadini neri per mano della polizia.

Il 29 marzo, giorno di apertura del processo, a Chicago, Adam Toledo, un ragazzino latino di tredici anni, è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco al petto mentre aveva le mani alzate. Sembra che Toledo fosse in possesso di un'arma lanciata oltre un recinto prima di essere colpito.

L'11 aprile, a Brooklyn Center, in Minnesota, a pochi passi dall'edificio dove si stava svolgendo il processo contro Derek Chauvin, Daunte Wright, un giovane padre ventenne, è stato ucciso per errore mentre si trovava in auto da un poliziotta che pensava di avergli puntato contro una pistola elettrica e non un'arma da fuoco.

Il 12 aprile a Knoxville, Tennessee, il diciassettenne Anthony J. Thompson è stato colpito a morte da un poliziotto nel bagno della Austin-East Magnet High School. L'intervento della polizia era stato chiesto dalla madre della fidanzata del ragazzo dopo un litigio tra i due a scuola.

Il 20 aprile, nella capitale dell'Ohio, Columbus, la sedicenne Ma'Khia Bryant è stata uccisa con quattro colpi di arma da fuoco da un agente. La polizia era giunta sul luogo dove è avvenuto l'omicidio dopo aver ricevuto una chiamata probabilmente dalla stessa Bryant per un litigio che stava avvenendo per strada. Sembra che la ragazza fosse in possesso di un coltello.

Il 21 aprile a Elizabeth City, nel North Carolina, Andrew Brown Jr, 42 anni, è stato ucciso da un agente durante una perquisizione. Le autorità non hanno fornito dettagli sulla sparatoria, ma testimoni hanno dichiarato che l'uomo è stato colpito mentre cercava di scappare. L'auto in cui si trovava Brown è sbandata prima di colpire un albero.

Cinque persone nere morte per mano della polizia in cinque Stati diversi nell'arco di poco più di tre settimane.

Su The Atlantic, in un articolo intitolato “La condanna di Chauvin è l'eccezione che conferma la regola”, David A. Graham spiega che la colpevolezza di Chauvin, pur rappresentando un importante esempio di accountability e un sollievo per milioni di persone indignate per la morte di Floyd, non è un modello che potrà essere replicato a causa di una serie di elementi che si sono rivelati fondamentali in questo processo: le testimonianze dei colleghi e le prove video chiare e convincenti. Nonostante le circostanze favorevoli i pubblici ministeri hanno sentito comunque il bisogno di presentare il caso tutelando l'immagine delle forze dell'ordine. Se è necessario tutto questo per dichiarare colpevole un ex agente di polizia – dice Graham –  le condanne rimarranno rare e la riforma della polizia dovrà avvenire al di fuori dei tribunali.

“Condannare un assassino non garantisce giustizia per George Floyd e le altre vittime della violenza sponsorizzata dallo Stato”, ha dichiarato Phillip Atiba Goff, CEO e co-fondatore del Center for Policing Equity, una ONG fondata a Los Angeles che si occupa di aiutare le forze dell'ordine a identificare modalità per migliorare il rapporto con le comunità. “Ritenerci responsabili della creazione e del mantenimento di questo sistema che ha autorizzato Chauvin può farci compiere passi avanti”.

Goff, che ha testimoniato davanti al Congresso lo scorso giugno insieme al fratello di Floyd, Philonise, ha detto che c'è ancora tanto da fare prima di potersi lasciarsi alle spalle “generazioni di discriminazioni”.

Sono molti coloro che ritengono che il verdetto di questo processo non debba più concedere alibi a chi resiste alle modifiche da apportare al sistema di giustizia penale.

«Non possiamo accontentarci», ha detto la deputata della Georgia Erica Thomas rivolgendosi alla folla che si era riunita per celebrare il verdetto ad Atlanta. «Sì, è successo. In un'unica città di uno Stato. Ma non sta accadendo nel resto degli Stati Uniti d'America».

Come riferisce Vox negli ultimi cinque anni la polizia ha ucciso in media tre persone al giorno, secondo i dati forniti da Mapping Police Violence, un gruppo di raccolta dati e ricerca. Queste sparatorie sono così ricorrenti che le morti, la rabbia e le richieste di giustizia iniziano a sembrare cicliche.

La condanna di Chauvin – che rappresenta un'interruzione di quel ciclo – è un'anomalia che non ne determina la fine. Inoltre, non tutti sembrano essere d'accordo nel volere che finisca. Un sondaggio condotto ad aprile per Vox da Data for Progress ha rilevato che il 77% degli elettori vorrebbe vedere più agenti di pattuglia nei propri quartieri, mentre un altro sondaggio svolto dalla Quinnipiac University nello stesso periodo ha rilevato che il 55% degli americani approva il modo in cui gli agenti di polizia svolgono il loro lavoro.

Nonostante ciò, l'omicidio di George Floyd ha avuto un impatto epocale. Ha portato milioni di persone ad unirsi agli appelli di attivisti e comunità nelle richieste di cambiamento della policy della polizia e del sistema di giustizia penale.

Alcuni sostenitori hanno proposto di riformare i dipartimenti di polizia in modo più ampio, con un controllo federale più forte con la supervisione del dipartimento di Giustizia sulla polizia statale e locale. Altri hanno insistito col divieto di alcune tecniche e pratiche, come i mandati che consentono agli agenti di entrare nelle case senza bussare o la policy che permette di sparare ai veicoli in movimento. Alcuni obiettivi di riforme locali sono stati raggiunti nell'ultimo anno, incluso l'ampliamento dei comitati di controllo a Oakland e San Francisco e la nuova policy sull'uso della forza in Massachusetts e Colorado.

Alcune città si sono spinte oltre con il taglio dei fondi della polizia per destinarli in altri ambiti, tra cui istruzione, alloggio e servizi sociali.

Gli elettori di Los Angeles hanno votato a favore del taglio dei fondi e il Consiglio comunale ha recentemente approvato il trasferimento di 32 milioni di dollari a programmi che forniscono alternative alla polizia e alle iniziative di salute pubblica. Baltimora ha tagliato 22 milioni di dollari dal budget della polizia, sperando di finanziare la programmazione comunitaria e stimolare lo sviluppo economico. Anche Las Vegas, Austin, New Orleans e Seattle hanno ridotto i loro budget.

Altre città, invece, come Ithaca e New York, hanno proposto di riconfigurare completamente i loro dipartimenti di polizia, unendoli ad altri dipartimenti che si occupano, per esempio, di salute mentale.

Minneapolis, dove Chauvin è stato condannato, ha intrapreso un progetto analogo a seguito dell'impegno della maggioranza del Consiglio comunale di "smantellare" il dipartimento di polizia e sostituirlo con una nuova struttura con competenze maggiori. Un'iniziativa che dovrà raccogliere il favore degli elettori alle prossime elezioni di novembre.

Il video virale dell'omicidio di Floyd ha cambiato in parte l'opinione degli americani sulla polizia e ha certamente influito nella decisione dei giurati.

C'è però chi ritiene che la visione di certi tipi di immagini sia parte del sistema da cambiare.

Su Columbia Journalism Review Mathew Ingram si domanda quanto la continua trasmissione, pubblicazione e condivisione di video di testimoni oculari della violenza della polizia contro i neri sia causa di una serie di problemi, non ultimo il trauma che costringe familiari e spettatori ad assistere o a rivivere un evento doloroso.

Per Allissa Richardson, professoressa di giornalismo alla USC Annenberg, la riproduzione di questo genere di video ha un impatto più negativo che positivo poiché rafforza il suprematismo bianco non scoraggiandolo, come ha scritto in un saggio pubblicato su Vox. La proposta continua di quelle immagini non smaschera più un sistema corrotto ma diventa il promemoria di una gerarchia sociale che privilegia la polizia che gode dell'immunità.

Richardson si chiede perché quando un cittadino dalla pelle scura viene ucciso dalla polizia si pongano sempre le stesse domande sbagliate: esiste un video dell'omicidio? La videocamera dell'agente era accesa?

Perché invece non ci si domanda il motivo per cui le comunità emarginate sono tenute a fornire quel tipo di “prova”? Per quale ragione le persone con la pelle scura sono costrette ad affrontare i processi per omicidio con quella modalità? Perché è necessario costruire una contro-narrazione per combattere il vecchio stereotipo dei neri criminali? Perché bisogna arrivare a dover creare una storia parallela al rapporto ufficiale della polizia?

Per questo Richardson chiede una moratoria sulla trasmissione di questi video sia in televisione che online a meno che la famiglia della vittima non ne dia il consenso.

Nello stesso modo in cui un emendamento al Comstock Act del 1873 ha vietato la circolazione delle cartoline con le immagini dei linciaggi negli Stati Uniti, i legislatori potrebbero utilizzare il Broadcast Decency Enforcement Act del 2005 (BDEA) per multare i telegiornali e le piattaforme che abusano della visione di queste immagini traumatiche.

Così facendo – secondo Richardson – i giornalisti sarebbero costretti a raccontare i fatti attraverso una narrazione “riparativa”. Questo tipo di giornalismo non riprodurrebbe all'infinito il video dell'omicidio di Adam Toledo per cercare di capire se il ragazzo abbia lanciato una pistola oltre un recinto ma si chiederebbe, invece, che tipo di fallimenti sistemici hanno portato un tredicenne a stare per strada alle 2 del mattino oppure che tipo di crudeltà sistemica ha portato Chauvin a ritenere che le suppliche di George Floyd affinché gli risparmiasse la vita non avessero importanza. Queste sono le domande a cui la politica deve rispondere. Ed è questa la direzione che il giornalismo dovrebbe intraprendere.

La strada per smantellare la violenza e la discriminazione della polizia sarà lunga, prosegue Richardson. I media possono favorirne il processo eliminando l'idea che le comunità afroamericane e latine debbano partecipare con i video a questo gioco empatico per ottenere giustizia. È ora di iniziare semplicemente a credere a queste comunità. Ci sono prove sufficienti ed è stato provato abbastanza dolore. Ciò che manca è una riforma ed è giunto il momento di approvarla perché è un atto dovuto nei confronti di tante persone, specialmente di chi ha invocato la propria madre riverso sul marciapiede e di chi è morto senza avere neanche questa possibilità.

Foto anteprima Singlespeedfahrer, sotto licenza CC BY 3.0  via Wikimedia Commons

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