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Gaza, tregua tra Israele e il Jihad islamico dopo tre giorni di bombardamenti. Ma perché questo attacco e perché proprio ora?

9 Agosto 2022 7 min lettura

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Gaza, tregua tra Israele e il Jihad islamico dopo tre giorni di bombardamenti. Ma perché questo attacco e perché proprio ora?

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Tre giorni di bombardamenti. Tanto è durata l’operazione “Alba nascente”. Questo il nome scelto dalle forze armate israeliane per il più recente attacco dell’aviazione di Tel Aviv su Gaza, iniziato venerdì 5 agosto e concluso domenica 7 agosto con un cessate il fuoco entrato in vigore nella notte. Sono stati ancora una volta i servizi di sicurezza egiziani a mediare la fine delle ostilità tra le forze armate israeliane e la fazione armata palestinese del Jihad Islamico (PIJ), obiettivo dei bombardamenti. Il Jihad Islamico ha reagito agli attacchi aerei con il lancio di razzi verso il sud di Israele e verso la periferia meridionale di Tel Aviv.

Il bilancio di tre giorni di bombardamenti su Gaza è quello fornito dal ministero della salute palestinese. 45 palestinesi uccisi, tra i quali 16 bambini e 4 donne. Quasi la metà dei morti sono, cioè, bambini e donne. I feriti sono 360, curati negli ospedali di Gaza, che sono a rischio di chiudere per la mancanza di elettricità, visto che l’unica centrale elettrica della Striscia funziona con il carburante che entra dai valichi controllati da Israele e che la tregua, anzitutto, ha avuto come punto d’inizio proprio la trattativa sull’ingresso del carburante per alimentare la centrale. Il bilancio dei razzi del Jihad Islamico sulle città israeliane è, secondo le fonti ufficiali israeliane, di alcuni feriti da schegge o nella corsa verso i rifugi e nessuna persona uccisa.

Questa la scarna cronaca di ciò che è successo negli ultimi giorni. Nessun “combattimento”, nessuno “scontro”. Bombardamenti aerei preventivi sui centri urbani della Striscia di Gaza, e il lancio – successivo, in questo ultimo caso – di razzi sparati dal Jihad Islamico dall’interno di Gaza in direzione delle cittadine del sud di Israele. Nessun “combattimento”, nessuno “scontro”: il linguaggio delle armi e del confronto armato ha bisogno di precisione, perché si comprenda quello che è successo. Non c’è stato nessun corpo a corpo, perché un confronto diretto tra soldati e miliziani è impossibile, a meno che Israele non intraprenda una invasione con truppe di terra. Gaza è un territorio chiuso e sigillato dal punto di vista militare, a sud dall’Egitto, a nord, a est, e a ovest (via mare) da Israele.

La premessa è d’obbligo, per orientarsi nel labirinto della questione israelo-palestinese, quando – soprattutto – l’unico rumore è quello di missili e razzi. Questi tre giorni di fuoco all’inizio di agosto sono, infatti, un rovello, per gli analisti. Perché – è la domanda che tutti si fanno – il governo israeliano presieduto da Yair Lapid ha deciso di lanciare un attacco armato preventivo e specifico contro il Jihad Islamico, e cioè contro una delle fazioni armate che non rappresenta, dal punto di vista del consenso, la più forte nel panorama palestinese? Perché proprio ora?

Per aiutarci, in questo racconto complesso, cominciamo con la cronologia. Il rialzo della tensione, tra Israele e Palestina, comincia più a nord di Gaza, e cioè la parte settentrionale della Cisgiordania occupata. A Jenin, per la precisione, teatro soprattutto negli ultimi mesi delle incursioni delle truppe speciali israeliane e del confronto con le diverse fazioni armate, in particolare quella del Jihad (Saraya al Quds) e di Fatah (le Brigate dei Martiri di Al Aqsa). Proprio a Jenin è stata uccisa, lo scorso maggio, la più importante e conosciuta giornalista palestinese, Shireen Abu Akleh, la storica corrispondente di Al Jazeera. 

Leggi anche >> Chi ha ucciso la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh?

La notte del 1° agosto, a Jenin, c’è l’ennesima incursione delle truppe speciali israeliane. Stavolta, il loro obiettivo è Bassem al-Saadi, esponente del Jihad Islamico locale. Non è la prima volta che Bassem al-Saadi viene arrestato: ha già trascorso oltre un decennio di detenzioni nelle carceri israeliane. Immediatamente dopo l’arresto, le autorità israeliane comunicano di essere in allerta in attesa della reazione del Jihad. Reazione che non avviene. Nessun attacco a Jenin. Nessun razzo sparato da Gaza a opera dell’ala armata del Jihad. Eppure, lo stato di allerta aumenta. I segni ci sono tutti nel sud di Israele, al confine con Gaza che Tel Aviv ha sigillato nel 2007. Restrizioni nella circolazione viaria in quelle che Israele definisce le “comunità del sud”, cioè i centri urbani attorno alla Striscia. E il pre-allerta dei riservisti, e cioè di migliaia di soldati nel caso di una vera e propria “campagna militare” contro Gaza. 

Stavolta, a differenza di altre operazioni militari su Gaza che sono state giustificate con il lancio di razzi da parte di Hamas e Jihad Islamico, gli israeliani non attendono che ci sia una reazione. Vengono subito colpite tre aree urbane, da nord a sud, e soprattutto un palazzo nel centro di Gaza. L’obiettivo è Tayseer al-Jabari, un comandante dell’ala militare del Jihad Islamico. Non è l’unico a essere ucciso. Nell’attacco sono uccise altre dieci persone, compresa una bambina di cinque anni, Alaa Qaddoum. La sua immagine rimbalza da giorni nei social palestinesi, arabi, non occidentali, così come rimbalzano le immagini degli altri minori uccisi, nelle foto e nei video che riempiono la cronaca non mainstream. Nei tre giorni di bombardamenti un altro comandante del Jihad Islamico, Khaled Mansour, viene ucciso. Ma il bilancio totale va ben oltre gli “omicidi mirati”, cioè omicidi extragiudiziali. È sempre successo così, anche quando – all’inizio degli anni Duemila - a essere bersaglio erano gli esponenti di Hamas e delle Brigate Ezzedin al Qassam.

A proposito di Hamas, il movimento radicale islamista palestinese - che da quindici anni governa con il suo regime lo spazio chiuso di Gaza - è il vero convitato di pietra di questi giorni. Il confronto armato è stato tra Israele e il Jihad Islamico. Il Jihad si è assunto la paternità dei razzi sparati verso le cittadine israeliane. Il Jihad ha raggiunto il cessate il fuoco attraverso la mediazione egiziana.

Perché, dunque, il governo israeliano presieduto da Yair Lapid decide un attacco per molti versi inatteso? E perché lo decide un governo che, per mandato, si occupa solo degli affari correnti in attesa delle ennesime elezioni anticipate, in agenda il prossimo primo novembre?

Alcune analisi parlano di ragioni elettorali, e cioè di un tentativo – da parte di Yair Lapid e del suo ministro della difesa Benny Gantz – di conquistare i voti di un elettorato di destra che potrebbe avere dubbi ad appoggiare un leader come Lapid, un civile senza un passato militare di peso.

Bisogna però, con molta probabilità, uscire dall’angusta dimensione della questione israelo-palestinese e allargare lo sguardo più a nord, verso il Libano e soprattutto verso l’Iran. Un elemento, infatti, unisce l’establishment delle forze armate israeliane e il potere politico: considerare l’Iran il nemico numero uno di Tel Aviv.

Il potere politico lo ha detto a chiare lettere a Joe Biden, durante il viaggio che il presidente statunitense ha dedicato al Medio Oriente, anche per far digerire un possibile nuovo accordo con l’Iran, dopo il brusco rigetto da parte di Trump della faticosa intesa negoziata durante la presidenza Obama. Il potere militare israeliano, dal canto suo, esprime tutte figure che considerano l’Iran un avversario non solo da contenere, ma da colpire, anche nei suoi alleati locali, in primis Hezbollah in Libano e, appunto, il Jihad Islamico, la fazione palestinese nata sul rapporto con Teheran e ancora oggi legata indissolubilmente al regime iraniano. Lo dice a chiare lettere anche il rapporto scritto da Eyal Zamir, uno dei candidati a rivestire la carica di capo di stato maggiore, quando Aviv Kochavi finirà il suo mandato.

A Israele un nuovo accordo con l’Iran non piace per nulla. Per gli Stati Uniti e per l’Unione Europea, in cerca di nuovi approvvigionamenti di combustibili, un ammorbidimento delle relazioni con Teheran è invece un passo necessario. 

A rendere ancora più complesso il quadro, è la situazione nel mare prospiciente Israele e Libano, Stati nemici senza un qualsivoglia trattato che appiani decenni di guerre e confronti. Israele è entrato recentemente nel gioco energetico, con la sua partecipazione alle prospezioni nel Mediterraneo orientale. Tutt’altro che pacifico, il gioco energetico in una zona in cui i conflitti non si esauriscono sulla terra, ma comprendono il controllo marittimo. Un esempio per tutti: la questione di Cipro e il confronto, non solo diplomatico, tra Grecia e Turchia. Ebbene, delle questioni diplomatiche e di conflitto fa parte anche il giacimento di gas naturale Karish, di fronte alle coste settentrionali di Israele. E dunque di fronte alle coste meridionali del Libano. Nessun accordo è stato mai raggiunto tra Israele e Libano, che devono definire anche i loro confini marittimi. Eppure, Israele ha intenzione di cominciare entro poche settimane a lavorare su Karish e a diventare, dunque, un soggetto che esporta gas naturale, non più solo un importatore. Il Libano, dal canto suo, sostiene che Karish non è solo nelle acque israeliane, ma anche in quelle libanesi. E la questione è tanto scottante che tra la fine di giugno e l’inizio di luglio si è rischiato l’ennesimo rialzo della tensione. Tre droni sono stati abbattuti dagli israeliani. Droni inviati da Hezbollah. Negli stessi giorni, il leader incontrastato di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è entrato nella questione di Karish a chiare lettere, in una intervista rilasciata alla tv al Mayadeen, minacciando proprio i giacimenti. “Tutti i giacimenti israeliani sono a portata dei nostri missili – non solo Karish. Le navi che estraggono il gas sono israeliane, anche se battono bandiera greca”.

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Colpire il Jihad Islamico può, dunque, essere l’ennesimo messaggio indiretto al vero nemico numero uno di Israele, cioè l’Iran? È una ipotesi verosimile, visto il quadro internazionale, sempre più opaco e frammentato. Tanto più verosimile visto che “Alba Nascente” è stata lanciata durante la visita del leader del Jihad Islamico, Ziyad al-Nakhalah, a Teheran e il suo incontro con il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il generale Hossein Salami.

La dimensione tutta “locale” della questione israelo-palestinese è, comunque, predominante, e non mostra – all’orizzonte – cambiamenti importanti nelle dinamiche che ormai sono consolidate. “Alba nascente” è solo l’ultima operazione militare che ha come obiettivo Gaza. Negli ultimi quindici anni è difficile contare il numero di operazioni, oltre le vere e proprie guerre (quattro) che hanno avuto Gaza come teatro militare. Quanto tempo si potrà andare ancora avanti così? A Gaza vivono oltre due milioni di persone in un rettangolo di terra ampio meno di quattrocento chilometri quadrati. Un milione e trecentomila vivono di aiuti alimentari. Esiste solo la sopravvivenza, in un alveare in cui non c’è niente. Neanche i rifugi antiaerei.

Immagine in anteprima: frame video Al Jazeera via YouTube

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