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Chi ha ucciso la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh?

28 Maggio 2022 13 min lettura

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Chi ha ucciso la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh?

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Inchieste separate di <em>New York Times</em> e Ufficio Diritti Umani delle Nazioni Unite: la giornalista di <em>Al Jazeera</em> Shireen Abu Akleh uccisa dai soldati israeliani

Aggiornamento 24 giugno 2022: Dopo Bellingcat, Associated Press (AP), CNN e Washington Post, anche un’indagine del New York Times è giunta alla conclusione che il proiettile che ha ucciso la giornalista statunitense-palestinese di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, è partito dalla posizione approssimativa in cui si trovava un convoglio militare israealiano, molto probabilmente sparato da un soldato di un'unità d'élite.

L’inchiesta, durata un mese, è riuscita a dimostrare che non c'erano palestinesi armati vicino alla giornalista, quando è stata colpita, e che dal luogo in cui si trovava il convoglio israeliano sono partiti 16 colpi. Ciò contraddice le affermazioni di Israele secondo le quali Abu Akleh sarebbe stata uccisa per errore da un soldato israeliano che stava tentando di colpire un palestinese armato, e che il militare avrebbe sparato solo cinque proiettili in direzione dei giornalisti. Il New York Times non è riuscito a trovare prove che dimostrino che il soldato che ha sparato ha riconosciuto la giornalista e l’ha colpita deliberatamente, e non è stato in grado di stabilire se il militare, prima di aprire il fuoco, avesse visto che Abu Akleh e i suoi colleghi indossavano giubbotti con la scritta “Press”.

Alle stesse conclusioni del New York Times e delle altre testate giornalistiche è giunta anche l’indagine indipendente dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla base di sopralluoghi, interviste a testimoni, consultazione di esperti, analisi di foto, audio e video. “Tutte le informazioni che abbiamo raccolto - comprese quelle ufficiali dell'esercito israeliano e del procuratore generale palestinese - sono coerenti con la conclusione che gli spari che hanno ucciso Abu Akleh e ferito il suo collega Ali Sammoudi provenivano dalle forze di sicurezza israeliane e non da spari indiscriminati di palestinesi armati, come inizialmente sostenuto dalle autorità israeliane. Non abbiamo trovato informazioni che suggeriscano l'esistenza di attività di palestinesi armati nelle immediate vicinanze dei giornalisti”.

L'Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ha sollecitato le autorità israeliane affinché avviino un’indagine sull'uccisione di Abu Akleh e di tutte le altre vittime da parte delle forze israeliane in Cisgiordania e nel contesto delle operazioni di contrasto a Gaza. Dall'inizio dell'anno, riferisce l’Ufficio per i diritti umani dell’ONU, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 58 palestinesi in Cisgiordania, tra cui 13 bambini.

Indagine di Al Jazeera: il proiettile che ha ucciso giornalista Shireen Abu Akleh è di quelli in dotazione alle forze di difesa israeliane

Aggiornamento 17 giugno 2022: Al Jazeera ha ottenuto un'immagine del proiettile utilizzato per uccidere la giornalista palestinese-statunitense Shireen Abu Akleh. Il proiettile è stato progettato per perforare le armature e viene utilizzato in un fucile M4. In base all’analisi degli esperti con modelli 3D, la munizione era dello stesso calibro (5,56 mm) di quelli usati dalle forze di difesa israeliane. Inoltre, stando a quanto dichiarato ad Al Jazeera, da Fayez al-Dwairi, ex generale maggiore giordano, sia l'arma che il proiettile utilizzati per uccidere Abu Akleh sono regolarmente in dotazione alle forze israeliane. L'assistente del Ministro palestinese per gli Affari Multilaterali Ammar Hijazi ha dichiarato che il proiettile rimarrà al governo palestinese per ulteriori indagini.

Intanto, una nuova inchiesta, pubblicata il 12 giugno dal Washington Post, è giunta alla conclusione che Abu Akleh sarebbe stata uccisa da un soldato israeliano. Attraverso l’esame di oltre 60 video, post sui social, fotografie, l’ispezione dell’area e l’analisi acustica degli spari, il Washington Post è giunto alla conclusione che il colpo che la giornalista palestinese-statunitense sarebbe partito dalla posizione in cui si trovava un convoglio militare israeliano verso il quale Abu Akleh si stava avvicinando insieme ad altri suoi colleghi.

L’analisi del Washington Post smentisce ancora una volta, dunque, la tesi sostenuta dalle forze di difesa israeliane secondo la quale Abu Akleh sarebbe stata colpita non intenzionalmente durante uno scontro armato tra forze palestinesi ed esercito israeliano. Come ribadito anche nell’articolo del Washington Post non ci sono prove che dimostrino che i soldati del convoglio militare israelino non fossero a conoscenza della presenza sul posto di giornalisti o che non abbiamo sparato deliberatamente contro di loro.

Due settimane dopo la morte della giornalista palestinese-americana di Al Jazeera, colpita mentre si trovava a Jenin, nel nord della Cisgiordania, per seguire un raid nel campo profughi, sono almeno tre le ricostruzioni che sostengono le dichiarazioni rilasciate dalle autorità palestinesi e dai colleghi della reporter secondo cui il proiettile che l'ha uccisa proveniva da un'arma delle forze militari israeliane. A documentarle Bellingcat, il gruppo di ricerca investigativa con sede in Olanda, Associated Press (AP) e CNN.

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Cosa è successo la mattina dell'11 maggio?

Video e immagini circolati in rete nei giorni scorsi mostrano che, poco prima delle 6.30, un convoglio israeliano era parcheggiato nella stessa via in cui si trovavano Abu Akleh, altri tre giornalisti – come riferito da CNN – e alcuni astanti che, ai primi colpi sparati provenienti dalla direzione in cui sostavano i veicoli militari, hanno cercato di ripararsi. L'esercito aveva una visuale chiara della strada.

Sulla scena non erano presenti militanti palestinesi. Viene così smentita una delle tesi di Israele secondo cui Abu Akleh sarebbe rimasta vittima di fuoco incrociato. Ipotesi per la quale non è stata fornita, finora, alcuna prova e che da subito non ha trovato riscontro nelle dichiarazioni dei testimoni oculari.

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L'unica presenza confermata di militanti palestinesi nell'area è a circa 300 metri di distanza dal convoglio, in una posizione in cui edifici e muri impediscono di vedere il luogo dove si trovava Abu Akleh.

Per portare avanti la propria inchiesta i reporter di AP sono andati sul posto, nel punto esatto in cui Abu Akleh è stata uccisa, ai margini del campo profughi di Jenin, palcoscenico quella mattina di uno scontro tra le forze israeliane e i militanti palestinesi catturato in un video condiviso da Israele poco dopo la morte della giornalista, usato per attribuire immediatamente la responsabilità dell'omicidio alla controparte, e smontato da un fact-checking della ONG israeliana B'Tselem.

Le interviste rilasciate ad AP da cinque testimoni oculari palestinesi (come quelle rilasciate a CNN) corroborano l'analisi di Bellingcat che aveva già confermato come le forze israeliane fossero vicine ad Abu Akleh quando la giornalista è stata colpita. Il gruppo, specializzato nella geolocalizzazione di eventi nelle zone di guerra attraverso l'analisi di foto e video condivisi in rete, è stato il primo a individuare la posizione del convoglio nella stessa strada dove è stata uccisa la donna.

I giornalisti che si trovavano con lei quella mattina hanno dichiarato come, al loro arrivo, fosse tutto tranquillo, che non c'erano scontri in corso, né militanti nelle immediate vicinanze. Un video (che si trova in rete in versioni di durata diversa e che è quello di cui CNN è entrata in possesso nella sua interezza) lo conferma.

Nelle immagini si vede il gruppo di giornalisti e fotoreporter incamminarsi in maniera compatta, per non correre rischi ed essere inequivocabilmente riconoscibile grazie ai giubbotti antiproiettile con la scritta “stampa” in evidenza. Shireen Abu Akleh, il suo collega di Al Jazeera, Ali al-Samoudi, una giovane fotografa, Shatha Hanaysha, e un altro giornalista palestinese, Mujahid al-Saadi, si dirigono, lungo la strada lunga e stretta, incontro al convoglio, parcheggiato a circa 200 metri di distanza, secondo la ricostruzione di AP e di CNN, a circa 190 metri per Bellingcat.

«Siamo usciti allo scoperto in modo che potessero vederci», ha detto ad AP al-Samoudi, colpito quel giorno anche lui da proiettili. «Non ci hanno detto che dovevamo andarcene, per cui abbiamo proseguito lentamente, avanzando di circa 20 metri».

Improvvisamente, prosegue l'uomo, i soldati hanno sparato un colpo di avvertimento, che lo ha costretto a chinarsi e a tornare indietro. Un secondo colpo lo ha raggiunto alla schiena. Abu Akleh è stata colpita alla testa e sembra che sia morta sul colpo. Shatha Hanaysha ha confermato alla CNN quanto dichiarato dal collega: «Siamo stati di fronte ai veicoli militari israeliani per circa cinque, dieci minuti, prima di muoverci per assicurarci che ci vedessero. È nostra abitudine muoverci in gruppo, mettendoci di fronte in modo che ci riconoscano prima di iniziare a spostarci».

Quando sono iniziati gli spari, Hanaysha si è riparata dietro a un albero, vicino a un muro. Sulla corteccia, sul lato rivolto verso l'esercito, sono stati trovati segni di schegge di colpi di arma da fuoco o di frammenti.

Inizialmente Hanaysha ha creduto che Abu Akleh fosse inciampata. Quando si è accorta che non respirava e che sanguinava sotto la testa ha capito che era stata colpita.

Sharif Azer, un abitante di Jenin che proprio in quegli attimi stava andando al lavoro, è corso sul posto non appena ha sentito gli spari per capire cosa stesse accadendo. In un video si vede l'uomo scavalcare il muro dove Hanaysha si stava riparando, aiutare la ragazza a scappare e soccorrere Abu Akleh.

Secondo quanto raccontato ad AP, Azer sostiene di aver visto i soldati puntare le armi nella direzione dei giornalisti.

«Ci hanno sparato più di una volta. Ogni volta che qualcuno si avvicinava, sparavano contro», ha detto.

Eliminata la possibilità di una sparatoria tra forze israeliane e militanti palestinesi in cui Abu Akleh sarebbe stata colpita involontariamente, resterebbe in piedi l'altra ipotesi avanzata da Israele che AP trova più plausibile, sebbene anche per questa non vi siano finora prove. “Nelle vicinanze”, lungo la strada dove si trovavano il convoglio e i giornalisti, Israele sostiene che potrebbe esserci stato un militante palestinese armato che avrebbe sparato più volte contro uno dei veicoli dell'esercito e a cui un soldato avrebbe risposto dall'interno di uno dei mezzi con un fucile dotato di mirino telescopico.

L'indagine dell'esercito si sarebbe concentrata proprio su quel fucile nonostante si continui a insistere che un proiettile palestinese vagante possa aver ucciso Abu Akleh.

Per le forze armate israeliane non è possibile fornire risposte certe non mettendo a confronto il proiettile che ha ucciso Abu Akleh con l'arma. «Senza la possibilità di esaminare il proiettile, il dubbio rimane», ha dichiarato il maggior generale Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratrice capo dell'esercito, nel corso di un intervento alla conferenza annuale dell'Ordine degli Avvocati nazionale.

Da parte loro, i palestinesi continuano a rifiutarsi di consegnare la pallottola per paura che le prove vengano inquinate e non hanno cambiato idea sulla possibilità di collaborare con Israele sulle indagini.

Tomer-Yerushalmi ha inoltre precisato che, poiché l'omicidio è avvenuto in una zona di combattimento attiva, non sarebbe stata aperta automaticamente un'indagine penale fino al completamento di una inchiesta preliminare, a meno che non esista un sospetto credibile e immediato che sia stato commesso un reato penale.

Tutti i testimoni che hanno rilasciato dichiarazioni ad AP e CNN hanno insistito sul fatto che non ci fossero militanti nell'area tra i giornalisti e l'esercito. Per l'agenzia di stampa internazionale un uomo armato avrebbe potuto potenzialmente ripararsi senza essere visto nel cimitero, che è pieno di cespugli, o nella fabbrica di mattoni a cielo aperto, sul lato est della strada dove si trovavano i giornalisti.

Nei video diffusi sui social, però, non c'è traccia di militanti. Il ministero della Sanità palestinese ha confermato che, quel giorno, a Jenin, non sono stati uccisi o feriti altri palestinesi. Anche i media locali non hanno registrato vittime oltre ad Abu Akleh.

Walid al-Omary, caporedattore a Gerusalemme di Al Jazeera, ha confermato di non aver visto alcuna prova di militanti presenti tra i giornalisti e l'esercito.

«Se fosse stato presente un militante palestinese in quell'area, perché non colpirlo direttamente? Hanno i cecchini.», ha detto. «Per noi è chiaro che hanno preso di mira Shireen.»

L'indagine della CNN, che si è basata su video della scena della sparatoria, dichiarazioni di otto testimoni oculari, pareri di un analista forense di tracce audio e di un esperto di armi da fuoco, non lascia dubbi: Abu Akleh è stata uccisa in un attacco mirato delle forze israeliane.

In un video di 16 minuti filmato con un cellulare da un residente di Jenin, Salim Awad, condiviso nella sua interezza con la CNN, si vede l'uomo dirigersi verso il punto in cui si erano radunati i giornalisti e poi zoomare sui veicoli blindati israeliani parcheggiati in lontananza, mentre dice: «Guarda i cecchini».

«Non c'è stato alcun conflitto o confronto. Eravamo 10, circa. Ridevamo e scherzavamo con i giornalisti», racconta. «Non avevamo paura di nulla. Non ci aspettavamo che sarebbe successo niente, perché quando abbiamo visto i giornalisti in giro, abbiamo pensato che quella sarebbe stata una zona sicura».

Dopo circa sette minuti dall'arrivo di Awad, sono partiti i colpi di arma da fuoco contro i quattro giornalisti.

«Abbiamo visto circa quattro o cinque veicoli militari in quella strada con i fucili che spuntavano dall'interno e uno di loro ha sparato contro Shireen. Eravamo proprio lì, l'abbiamo visto. Quando abbiamo cercato di avvicinarci, ci hanno sparato. Ho cercato di attraversare la strada per aiutare, ma non potevo», ha detto Awad.

La CNN ha esaminato un totale di 11 video che mostrano la scena e il convoglio militare israeliano da diverse angolazioni, prima, durante e dopo l'uccisione di Abu Akleh. Tra essi il filmato di una bodycam di uno dei militari diffuso dall'esercito israeliano, che riprende i soldati che corrono attraverso un vicolo stretto, impugnando fucili d'assalto M16 in varie versioni, e poi si riversano nella strada dove sono parcheggiati i veicoli blindati. Una fonte militare israeliana ha detto a CNN che quel giorno sia i suoi soldati, sia i militanti palestinesi sparavano con fucili d'assalto M16 e M4.

Nei video si vedono cinque veicoli israeliani allineati in fila sulla stessa strada dove è stato uccisa Abu Akleh, più a sud. Il veicolo più vicino ai giornalisti è contrassegnato con il numero uno bianco, quello più lontano, con il numero cinque. Sulla parte posteriore dei veicoli, sopra i numeri, c'è una fessura rettangolare stretta.

L'esercito israeliano ha fatto esplicito riferimento a questa fenditura in una dichiarazione nella sua indagine preliminare sull'uccisione di Abu Akleh, affermando che la giornalista potrebbe essere stata colpita da un soldato israeliano che sparava da una “fessura destinata agli spari in un veicolo dell'IDF usando un mirino telescopico”, durante uno scambio a fuoco. Diversi testimoni oculari hanno riferito alla CNN di aver visto fucili da cecchino sporgere dalle fessure prima dell'inizio dei colpi, che non erano stati preceduti da altri spari.

Jamal Huwail, professore presso l'Arab American University di Jenin, che ha aiutato a portare via il corpo senza vita di Abu Akleh, ha affermato di ritenere che i colpi provenissero da uno dei veicoli israeliani, che ha descritto come un “nuovo modello che ha un'apertura per i cecchini”.

«Stavano sparando direttamente ai giornalisti», ha detto Huwail, ex parlamentare e membro del partito Fatah a Jenin.

Secondo Chris Cobb-Smith, esperto di armi da fuoco, nei video del raid dell'esercito girati all'alba presso il campo di Jenin, si vedono soldati israeliani e militanti palestinesi combattere con fucili d'assalto M16 in varie versioni. Ciò significa che entrambe le parti avrebbero sparato proiettili da 5,56 millimetri.

Anche senza accedere al proiettile che ha colpito Abu Akleh, esistono modi per determinare chi l'ha uccisa analizzando il tipo di spari, il suono e i segni lasciati dai proiettili sulla scena del crimine.

Cobb-Smith ritiene che Abu Akleh sia stata presa di mira da singoli colpi, non da una raffica di spari automatici. Per giungere a questa conclusione, Cobb-Smith ha esaminato le immagini ottenute da CNN, che mostrano i segni dei proiettili lasciati sull'albero dove la donna si è accasciata e Hanaysha si è riparata.

«Il numero di colpi sull'albero dove si trovava Shireen dimostra che non si è trattato di un colpo casuale, ma che è stata presa di mira», ha detto.

A 16 giorni dall'uccisione di Abu Akleh l'Autorità Palestinese ha annunciato i risultati dell'indagine svolta, basata su interviste a testimoni, un'ispezione sul luogo dove è avvenuta l'uccisione e la relazione medico legale, che conferma che le forze israeliane hanno deliberatamente sparato e ucciso la giornalista.

Rivolgendosi ai media presenti a Ramallah, in Cisgiordania, il procuratore generale palestinese, Akram al-Khatib, ha detto che è chiaro che una delle forze di occupazione israeliane abbia sparato un proiettile che ha colpito alla testa Shireen Abu Akleh mentre stava tentando di scappare.

L'autopsia e un'analisi forense condotti a Nablus dopo la morte di Abu Akleh hanno mostrato che le hanno sparato alle spalle, indicando che stava tentando di fuggire mentre le forze israeliane continuavano a sparare contro il gruppo di giornalisti.

«L'origine unica degli spari è quella delle forze di occupazione con l'obiettivo di uccidere», ha ribadito al-Khatib.

Cosa accadrà adesso?

Al Jazeera ha incaricato un team legale di deferire l'uccisione della sua giornalista alla Corte penale internazionale (CPI) dell'Aia.

La testata ha dichiarato di aver formato una coalizione internazionale composta dal suo team legale e una serie di esperti e di star preparando un dossier sull'omicidio di Abu Akleh da presentare al pubblico ministero della CPI.

Oltre all'uccisione di Abu Akleh la documentazione prodotta da Al Jazeera includerà il bombardamento israeliano “e la distruzione totale” dell'ufficio a Gaza nel maggio 2021, e “le continue istigazioni e gli attacchi” ai suoi giornalisti che lavorano nei Territori palestinesi occupati.

Al Jazeera ha, inoltre, sottolineato come l'uccisione o l'aggressione fisica a giornalisti che lavorano nelle zone di guerra o nei Territori occupati sia un crimine di guerra ai sensi dell'articolo 8 dello Statuto della Corte penale internazionale.

Intanto gli avvocati che stanno lavorando a una denuncia presentata ad aprile presso la Corte penale internazionale (CPI) in cui si accusa Israele di prendere di mira sistematicamente i giornalisti che lavorano in Palestina e di non aver indagato a pieno sugli omicidi degli operatori dei media, che equivalgono a crimini di guerra, hanno affermato che includeranno nella documentazione anche l'uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh.

L'annuncio è stato fatto in una conferenza stampa a Londra ed è arrivato all'indomani della decisione dell'Autorità Palestinese e di Al Jazeera di presentare casi separati alla CPI sull'uccisione di Abu Akleh.

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