Anche i barboni si innamorano

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foto: Alex E. Proimos

Questo popolo, che vediamo così da vicino ma che ci sembra tanto remoto, siamo noi. Il popolo perduto è il nostro popolo. Siamo noi, se non cambieremo la nostra rotta suicida che sta rendendo invivibile la vita e inabitabile il mondo. Gli appartenenti a questo popolo non sono solo quelli che non hanno saputo tenere il passo, sono anche quelli che ci stanno dicendo che il nostro passo è sbagliato. Non sono la nostra retroguardia, sono la nostra avanguardia.

Così ha scritto Antonio Moresco su Vanity Fair (sì, Vanity Fair) in un articolo che accompagna l'uscita del suo nuovo romanzo, Fiaba d'amore. Il «popolo perduto» dell'articolo sono i barboni, categoria cui appartiene il protagonista del romanzo, uno «straccione», per l'appunto. Moresco non è interessato a teorie economiche, quando parla di «avanguardia», né alla povertà assoluta o relativa, ai dibattiti sulla crisi reale o percepita. Moresco rovescia la gerarchia apparente con cui l'uomo comune guarda ai «disadattati» perché coglie una verità che può germogliare in tutta la sua forza solo nel terreno della letteratura: lì la protesta contro la ferocia della civiltà tecnica e capitalista si tramuta in persuasione estetica, volontà verticale dello spirito.

Come in Gli incendiati e La lucina, il protagonista si è ritirato dal mondo, tra delusione e rifiuto delle logiche di sopraffazione:

Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C'erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell'amore. [...]. Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle. Se ero solo, meglio essere solo da solo.
(Gli incendiati)

Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l'unico abitante.
(La lucina)

Lo straccione della Fiaba d'amore, addirittura, nemmeno ricorda perché si è lasciato indietro tutto ciò che aveva:

Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno. [...] Neanche lui sapeva chi era stato. Ricordava solo che tutto lo aveva deluso, che aveva abbandonato la sua casa, la sua vita, e che si era messo a dormire per strada, al freddo, nel mondo vuoto.

Come una coscienza estranea al quotidiano e un corpo alla deriva, lo straccione interagisce unicamente con un colombo; l'animale, si vedrà nella storia, ha la valenza simbolica di connessione tra i vivi e i morti.

Nella vita dello straccione, avverte la voce narrante, «succede una cosa incredibile...», e questa cosa è l'incontro con una «meravigliosa ragazza» e l'amore che nascerà, ricambiato. Accade dunque la vita, il suo essere ben più vasta della nostra mente e del nostro sguardo. Nel descrivere i primi contatti tra i due, Moresco si sofferma proprio sul «vedere», verbo che non coinvolge solo la sfera sensoriale, ma si affaccia su strati di coscienza profondi, come una fessura che l'esperienza attraversa; riconoscere la pienezza della vita in un'altra persona è solo il primo strato. La Fiaba d'amore ne scava molti, e nel percorso è il corpo dei personaggi a mutare, insieme ai sentimenti. Come nella scena della doccia, in cui la ragazza lava lo straccione, il cui corpo emerge mentre lo sporco, le croste e i pidocchi vanno nello scarico della doccia. «Avevo spento tutte le luci...», è la prima frase che lo straccione pronuncia nel libro. Se nella Lucina era un lume lontano, scorto di notte, a invitare il protagonista al mistero, qui è l'amore la forza che trascina.

«"Voglio morire!" avevo detto agli dei» sussurrò ancora, dopo un po', all'improvviso, così piano che non si capiva, se era sveglio del tutto o se stava ancora dormendo. «E loro mi hanno mandato te». [...] «Chi mi hanno mandato? Tu chi sei? La vita o la morte?»

Non basterà un mondo solo perché la fiaba giunga alla fine. La meravigliosa ragazza, inaspettatamente lascia lo straccione, nonostante gli abbia promesso eterno amore, e così l'uomo si trova di fronte a quegli interrogativi dolorosi con cui gli innamorati fanno i conti, nella inutile lotta che governa i rapporti umani, dove le parole e i gesti prima ammaliano e poi tradiscono:

Com'è possibile che le parole non contino nulla, che i gesti non contino nulla? Com'è possibile che parole, gesti, progetti e promesse si sciolgano da un momento all'altro come neve al sole? Com'è possibile che una persona diventi improvvisamente un'altra persona? Ma allora perché ha fatto tutto quello che ha fatto? Perché mi ha accolto nella sua casa e nel suo letto? Perché mi ha detto quelle parole e fatto quelle promesse? E perché poi, di colpo, è diventata un'altra persona, non si è ricordata più le parole dette, le promesse fatte, come se le avesse dette e le avesse fatte un'altra persona?

Ci sarà bisogno di un altro mondo, dunque, quello dei morti, simile e contiguo a quello dei vivi, separato solo dai limiti di chi vive nell'uno o nell'altro mondo: «il buio dei morti è il buio che fa la luce dei vivi, mentre quello dei vivi è la luce che fa il buio dei morti», «nella città di morti non sai che sei morto, come in quella dei vivi non sai che sei vivo». Serviranno altre trasformazioni della carne, affinché gli occhi vedano tutto ciò che altrimenti si lascia fuori da quella bolla chiamata realtà. Eppure, senza rivelar troppo della conclusione, non si arriva a un vero e proprio «e vissero per sempre felici e contenti». Nella lezione di fondo di Fiaba d'amore riecheggia Cristina Campo, citata sia nell'introduzione del romanzo, sia in un articolo di Moresco pubblicato nel maggio 2013 su Il Primo Amore, dove riporta delle citazioni della Campo - proprio sulla fiaba - tratte da Gli imperdonabili:

La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente nient’altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra.

Chiudendo il libro, l'impressione finale è che la fiaba, come genere, non serva a Moresco per esprimere la propria poetica. Non ha bisogno di quel territorio specifico per far risorgere i morti, o per mostrarli mentre amano come i vivi, mentre si muovono in città che sono come le nostre, le quali in fondo non ci appartengono più. È il lettore ad aver bisogno della fiaba, per seguire meglio quel viaggio verso l'oltre che Moresco compie disseminando dietro di sé la Letteratura.

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