Europa e migranti: cosa cambia dopo l’accordo di ieri, cosa ha chiesto e cosa ha ottenuto l’Italia

[Tempo di lettura stimato: 14 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

"I 28 leader hanno trovato un accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo, inclusa l'immigrazione".

Con un tweet alle 4,30 del mattino, dopo 13 ore di negoziati, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha annunciato l’accordo raggiunto dai capi di Stato e di governo dei 28 paesi dell’Unione europea su un testo condiviso sulla gestione dei flussi migratori.

L’incontro del Consiglio europeo (l’organo che definisce l'indirizzo politico dell’Unione europea) del 28 e 29 giugno era atteso con grande attenzione per i temi importanti all’ordine del giorno, come, tra gli altri, la discussione della riforma dell’Unione economica e monetaria, la nuova composizione del Parlamento europeo dopo la Brexit e in vista delle elezioni europee di maggio 2019, lo stato dei negoziati con il Regno Unito. Il tema più difficile sul tavolo, come lo ha definito la cancelliera tedesca Angela Merkel, era proprio quello relativo all’immigrazione.

A testimonianza di quanto il tema fosse particolarmente sentito e la situazione delicata, lo scorso 24 giugno c’era stato un incontro informale convocato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, inizialmente aperto solo ai leader di Italia, Francia, Spagna e Germania, ma che alla fine ha visto la partecipazione di 16 capi di Stato e di governo, per trovare una posizione comune in vista del Consiglio europeo del 27 e 28 giugno. In quell’occasione, si legge in un comunicato dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea della Camera, l’Italia aveva proposto “l'istituzione di centri di protezione internazionale nei Paesi di transito per verificare le richieste di asilo e offrire assistenza ai migranti, un rafforzamento delle frontiere esterne, il superamento del regolamento di Dublino e del criterio del Paese di ‘primo approdo’”, la condivisione delle responsabilità sui naufraghi in mare tra tutti gli Stati membri sui naufraghi in mare, l’incremento dei centri di accoglienza nei paesi europei e il contrasto ai movimenti secondari (cioè gli spostamenti dei migranti giunti in Europa da un paese all’altro dell’Unione europea). A quell’incontro non avevano partecipato Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, i 4 paesi che formano il cosiddetto gruppo di Visegrad, che più di tutti si oppongono a una ridistribuzione dei migranti tra i paesi membri dell’Unione europea.

Dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, quindi, ci si aspettava misure concrete e una decisione su quali strumenti per la gestione dell’immigrazione adottare e sulla riforma del sistema europeo comune di asilo. In altre parole, la riforma del cosiddetto Regolamento di Dublino. Ma così non è stato.

Come titola il Guardian, “I leader dei 28 paesi europei parlano di vittoria al vertice sull’immigrazione ma il testo concordato è privo di dettagli”. Canta vittoria il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, che ha detto che «da questo Consiglio esce un'Europa più responsabile e solidale, l'Italia non è più sola». Si dichiara soddisfatto il presidente francese Emmanuel Macron, che ha sottolineato come l’accordo raggiunto rappresenti una tappa importante «perché siamo riusciti a ottenere una soluzione europea e un lavoro di cooperazione» a dispetto di quanti «predicevano un mancato accordo o il trionfo di soluzioni nazionali». Esulta il premier polacco Mateusz Morawiecki, per il quale «l’Europa ha adottato le posizioni di Visegrad», con una dichiarazione parzialmente in controtendenza rispetto a quella di Macron e in direzione opposta a quella del nostro presidente del Consiglio che aveva minacciato di mettere il veto a tutti gli altri temi all’ordine del giorno fino a quando non fosse stata trovata una soluzione sull’immigrazione soddisfacente per il nostro paese, suscitando la sorpresa e l’irritazione dei capi di governi di alcuni paesi. Per il tedesco Günther Oettinger, commissario europeo per il bilancio e le risorse umane, il vertice ha segnato «una vera svolta», un «grande passo che va nella giusta direzione». Più cauta la cancelliera Merkel, che ha segnalato come sulle migrazioni ci siano ancora molte divisioni e ci sia molto lavoro da fare per poterle superare. A questo proposito, «aver concordato un testo comune è un buon segnale».

Cosa dice l’accordo

Il testo concordato si articola in 12 punti e più che misure concrete invita gli Stati membri a perseguire alcune politiche di gestione dell’immigrazione. In sostanza, come sottolineato da Ispi, l’accordo non è giuridicamente vincolante, le divisioni restano e non modifica sostanzialmente nulla.

Innanzitutto, come detto, il Regolamento di Dublino non è stato modificato. Anzi, il testo dell’accordo, dopo aver sottolineato che “è necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà”, rinvia “al Consiglio europeo di ottobre una relazione sui progressi compiuti”. Come spiega Il Post, “nel linguaggio del Consiglio europeo significa che bisognerà trovare un accordo all’unanimità, col rischio che i paesi del blocco orientale blocchino ogni negoziato”. Anche sulle procedure di asilo, il Consiglio europeo dice che è necessario un ulteriore esame e che bisogna “trovare una soluzione rapida all’intero pacchetto”.

Non è stato rivisto né ci sono indicazioni rispetto al criterio del primo approdo, che impone a ogni migrante di chiedere asilo nel primo paese in cui mette piede, cioè i paesi di frontiera come Italia, Grecia o Spagna. Non si parla nemmeno di quote di ridistribuzione dei richiedenti asilo tra i paesi europei.

Nell’accordo, i 28 paesi ribadiscono che ci vuole un approccio globale alla migrazione “che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne dell'UE, il rafforzamento dell'azione esterna e la dimensione interna, in linea con i nostri principi e valori”, che sono determinati “a proseguire e rafforzare questa politica per evitare un ritorno ai flussi incontrollati del 2015” e che “è una sfida, non solo per il singolo Stato membro, ma per l'Europa tutta”.

Il testo affronta le questioni dello sbarco di chi è soccorso in mare e delle migrazioni secondarie. Per quanto riguarda il primo aspetto, il Consiglio europeo evidenzia che “è necessario eliminare ogni incentivo a intraprendere viaggi pericolosi” e va individuato “un nuovo approccio allo sbarco di chi viene salvato in operazioni di ricerca e soccorso, basato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri”. Da questo punto di vista, suggerisce alla Commissione europea di esplorare l’ipotesi di piattaforme di sbarco regionali, in stretta cooperazione con i paesi interessati, con l’Unhcr e l’Osservatorio Internazionale per le migrazioni (Oim). Cosa significa? Si tratta di hotspot in paesi terzi, come Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia e Niger (dove la Francia ha già iniziato a esaminare le richieste di asilo, ad esempio), dove identificare i migranti e valutare le richieste di asilo. Un esempio di piattaforma regionale, spiega Ispi, è quello australiano. L’Australia porta i migranti salvati in centri chiusi sulla terraferma in paesi terzi (ad esempio in Papua Nuova Guinea), anche quando le persone salvate hanno già raggiunto le acque territoriali australiane.

Per restare a esempi a noi vicini, è quanto accaduto recentemente con la nave Lifeline, rimasta in mare per oltre una settimana con 234 migranti a bordo e approdata nel porto di Malta dopo aver ottenuto il permesso dal governo di La Valletta. In quel caso, 8 paesi europei hanno accettato di accogliere quei migranti ai quali, dopo un veloce esame delle loro singole posizioni, è stato riconosciuto il diritto di poter presentare una richiesta di asilo. Tutti gli altri dovrebbero essere immediatamente respinti, scriveva Repubblica. Contro questo modello si è espresso il direttore europeo dell’Oim, Angelo Ambrosi, che al Guardian ha dichiarato: «Ciò che non vogliamo sono i centri di identificazione migranti esterni e sicuramente non vogliamo un modello australiano», facendo riferimento proprio ai controversi centri di detenzione presenti nel Pacifico.

Al tempo stesso, all’interno dell’Unione europea, “lasciando impregiudicata la riforma di Dublino”, dovrebbero essere aperti su base volontaria dei centri sorvegliati, finanziati e gestiti dall’Unione europea, dove “distinguere i migranti irregolari, che saranno rimpatriati, dalle persone bisognose di protezione internazionale, cui si applicherebbe il principio di solidarietà”. Si tratta, in altre parole, scrive ancora Ispi, di centri molto simili a quelli istituiti in Italia e Grecia a fine 2015, “pensati come strutture chiuse, da cui non si potesse uscire fino a identificazione completata, che in teoria sarebbe dovuta avvenire entro massimo 72 ore. Nella realtà, soprattutto nei periodi di flusso più intenso, i termini si sono dilatati e di fatto gli hotspot sono diventati più simili a centri di accoglienza”. Considerando che tutte le persone in carcere in Italia non sono più di 60mila e che il numero di richiedenti asilo attualmente presenti nel nostro paese è di circa 150mila, l’incremento degli hotspot creerebbe notevoli problemi, conclude Ispi nella sua analisi. Su questo punto, Conte ha sottolineato il carattere volontario dell’apertura di questi centri: «Non siamo obbligati ad aprirli, valuteremo».

Inoltre, i 28 paesi hanno raccomandato l’intensificazione del ruolo di Frontex attraverso maggiori risorse e un rafforzamento del suo mandato, un maggiore sostegno all’Italia e degli altri Stati membri in prima linea, e “a favore della regione del Sahel, della guardia costiera libica, delle comunità costiere e meridionali”, per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale, maggiori sforzi “per attuare pienamente la dichiarazione UE-Turchia, impedire nuovi attraversamenti dalla Turchia e fermare i flussi”, rispetto alla rotta del Mediterraneo orientale, aiuti finanziari e non alla Spagna e al Marocco per fermare le migrazioni illegali lungo la rotta del Mediterraneo occidentale.

Rispetto alle migrazioni secondarie, il Consiglio ha evidenziato la necessità che gli Stati membri collaborino tra di loro per contrastare gli spostamenti dei migranti tra un paese e l’altro dell’Unione europea dopo essere approdati in Europa, un fenomeno, specifica il testo che rischia di “compromettere l'integrità del sistema europeo comune di asilo e l'acquis di Schengen”. La questione delle migrazioni secondarie, scrive Ispi, è riemersa dopo la “proposta del Ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, di fermare i migranti alla frontiera e di riconsegnarli al paese Ue da cui provengono (per esempio l’Austria) o al paese di primo ingresso (per esempio l’Italia o la Grecia)”. Un problema che ha messo in crisi il governo tedesco, nato dopo sei mesi di trattative.

Cosa chiedeva e cosa ha ottenuto l’Italia

Prima del Consiglio europeo, durante l’incontro informale di domenica 24 giugno con i leader di altri 16 paesi europei, l’Italia aveva formulato alcune proposte da sottomettere al vertice dei giorni scorsi. In particolare, il nostro paese aveva chiesto il superamento del Regolamento di Dublino e del criterio del paese di “primo approdo”, l’istituzione di centri nei paesi di transito (e quindi non in quelli di approdo) per verificare le richieste di asilo e offrire assistenza ai migranti, il rafforzamento delle frontiere esterne e un maggiore supporto a Frontex e la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri dell’Unione europea sui naufraghi in mare e un incremento del numero dei centri di accoglienza nei paesi europei. Rispetto ai movimenti secondari, da un lato, c’era la Germania che chiedeva la fine del passaggio dei migranti da un paese all’altro dell’Ue, dall’altra l’Italia che voleva maggiore sostegno rispetto ai movimenti primari. “La fine dei movimenti secondari per Roma”, sintetizzava Roberto D’Argenio su Repubblica, “può arrivare solo se accompagnata da decisioni incisive e vincolanti per tutti su quelli primari”.

In particolare, sui movimenti primari, scrive Ispi, l’Italia chiedeva l’europeizzazione dei confini marittimi dell’Unione europea, considerando così gli sbarchi sulle nostre coste come sbarchi nell’Ue: “Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa”. In concreto, questa proposta avrebbe implicato “il ricollocamento automatico verso i vari paesi europei di tutti i migranti in arrivo dal mare”, laddove per tutti si intendevano “non solo i migranti che potrebbero qualificarsi come rifugiati, ma anche i migranti ‘economici’”. Se fosse passata, prosegue Ispi, si sarebbe trattata di una vera e propria rivoluzione nel campo delle migrazioni”. Ma nel testo concordato dai 28 paesi del Consiglio europeo non c’è traccia di ricollocamenti, è stato rinviato l’esame del Regolamento di Dublino (e una sua eventuale riforma) e si è parlato solo dell’istituzione di centri nei paesi europei su base volontaria e di hotspot nei paesi terzi come ipotesi da esplorare da parte della Commissione europea.

Nel frattempo, stando a quanto riporta il vicedirettore di Afp a Bruxelles, Danny Kemp, la Francia ha già preso le distanze dall’ipotesi dell’istituzione di centri di identificazione e valutazione delle posizioni dei migranti nel proprio paese.

In una conferenza stampa a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha escluso che i nuovi centri sorgeranno in Francia perché quello transalpino «non è un paese di primo arrivo». I nuovi centri, ha proseguito il presidente francese, saranno riservati ai paesi sulle principali rotte migratorie come Malta, Italia, Spagna o Grecia.

Anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che governa in coalizione con un partito anti-immigrazione di estrema destra, riporta Afp, ha rifiutato di ospitare i centri: «Certo che no ... non siamo un paese di primo arrivo, a meno che la gente non si lanci dai paracadute», ha detto Kurz, che a partire da luglio per i prossimi sei mesi assumerà la presidenza di turno dell’Ue.

Intanto, Tunisia, Marocco, Albania, Algeria hanno già fatto sapere di non avere intenzione di aprire i "punti di sbarco" per migranti che propone l'Italia.

E, nei giorni scorsi, anche la Libia aveva rifiutato categoricamente di ospitare queste strutture.

In sintesi, nota Luca Misculin su Twitter, l’Italia ha ottenuto vaghe rassicurazioni ma nessun impegno concreto a condividere l'onere della prima accoglienza.

Il Regolamento di Dublino e la ricerca di un sistema comune europeo di asilo

Sin dal 1999 l’Europa ha cercato di definire un sistema comune di asilo, ma non ha ancora trovato un equilibrio tra le diverse legislazioni locali. Attualmente il Regolamento Dublino III, entrato in vigore il 1 gennaio 2014, definisce qual è lo Stato membro dell’Unione europea competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino proveniente da un paese terzo o da un apolide. Si tratta del documento principale adottato dall’Ue per quanto riguarda il diritto di asilo ed è stato sottoscritto anche paesi non membri come la Svizzera.

Il Regolamento di Dublino impedisce che un migrante possa presentare richiesta di protezione in più di uno Stato membro dell’Ue e prevede che la domanda venga fatta nel paese di approdo del richiedente asilo. Per controllare che un richiedente abbia fatto più domande in paesi diversi, l’Europa ha adottato Eurodac, un archivio comune delle impronte digitali dei richiedenti asilo usato dalla polizia, in cui vengono registrati i dati e le impronte di chiunque attraversi irregolarmente le frontiere di uno Stato membro o presenti richiesta di protezione internazionale. Questa banca dati consente, dunque, di stabilire in quale Stato membro un richiedente asilo ha fatto il suo primo ingresso in Europa. Ad esempio, scrive Open Migration, “un cittadino straniero che è entrato in maniera irregolare in Italia e che poi si è recato in Germania dove ha presentato richiesta di asilo dovrebbe, in teoria, essere trasferito in Italia”.

Il Regolamento ha ricevuto diverse critiche dal Consiglio europeo per i rifugiati e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati perché, riporta Internazionale, “il sistema attuale non riesce a fornire una protezione equa ed efficiente ai richiedenti asilo, costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate, non tiene conto del ricongiungimento familiare e comporta una pressione maggiore Sugli stati membri del sud dell’Europa, che sono anche i paesi d’ingresso nel continente”. È proprio questo uno degli aspetti che l’Italia chiedeva di cambiare: il criterio del paese di “primo approdo”. Si tratta di una logica perversa, scrive Annapaola Ammirati su Open Migration, “per cui il paese che salva una vita in mare è poi il paese che dovrà accogliere quella persona e garantirgli protezione e il paese in cui quella persona sarà costretta a costruire il suo futuro”.

Il percorso in Europa della discussione sulla riforma del Regolamento di Dublino e le proposte presentate

La riforma del Regolamento di Dublino ha iniziato il suo percorso nel 2016, con 7 proposte presentata tra maggio e giugno dalla Commissione europea. Tra queste, il centro studi del Senato nel documento “Note su atti dell’Unione europea” spiega che era stato avanzato un primo testo di riforma di Dublino III, denominato "Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d'asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide (rifusione)".

Nel testo si leggeva che “l’attuale sistema Dublino non è stato concepito per garantire una distribuzione sostenibile delle responsabilità nei confronti dei richiedenti in tutta l’Unione. Di conseguenza, attualmente pochi Stati membri si trovano a gestire la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo in arrivo nell’Unione, il che sottopone a pressione le capacità dei loro sistemi di asilo e incoraggia una certa inosservanza delle norme dell’UE”. Per questo motivo occorre riformarlo “sia per semplificarlo e renderlo più efficace nella pratica, sia per metterlo in condizioni tali da poter reagire a situazioni in cui i sistemi di asilo degli Stati membri subiscano pressioni sproporzionate”.

Le modifiche, continua il Centro studi del Senato, prevedevano un meccanismo di assegnazione correttivo (chiamato "meccanismo di equità"), “in base al quale, nel caso in cui uno Stato membro si trovi ad affrontare un afflusso sproporzionato di migranti, che superi il 150% della quota di riferimento (fondata su due criteri, ciascuno dei quali vale per il 50%: la popolazione e il PIL totale di uno Stato membro), tutti i nuovi richiedenti protezione internazionale, dopo una verifica dell’ammissibilità della domanda presentata, dovrebbero essere ricollocati in altri Stati membri fino a quando il numero di domande non sia ridisceso al di sotto di tale quota”. Uno Stato membro poteva però sottrarsi totalmente per un anno all'obbligo di partecipare al meccanismo di redistribuzione, pagando un contributo di 250mila euro per richiedente asilo a quello Stato membro che sarebbe stato designato come competente per l’esame di queste richieste di asilo non prese in carico.

Il Parlamento e il governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, in diverse occasioni (qui, qui e qui), avevano presentato un parere negativo su una simile proposta perché non avrebbe contribuito a un'equa ripartizione dei migranti fra gli Stati membri, ma avrebbe rafforzato e ampliato, "sotto vari profili, il criterio del primo ingresso, aumentando le difficoltà dei Paesi di frontiera, come l'Italia". Era da respingere anche la possibilità per uno Stato di potersi sottrarre al meccanismo di redistribuzione, previo pagamento di 250mila euro per richiedente asilo non preso in carico, perché sarebbe stata “contraddittoria con i principi di solidarietà e corresponsabilizzazione stabiliti nei Trattati”.

Il Ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti, aveva proposto invece una rinegoziazione dei criteri di determinazione dello Stato competente da fondarsi non sul primo ingresso, "bensì su una chiave di distribuzione che rifletta le dimensioni, la ricchezza e la capacità degli Stati membri di assorbimento dei richiedenti".

Ma contro i meccanismi obbligatori di redistribuzione dei richiedenti asilo a livello europeo si oppongono alcuni Stati, in particolare il cosiddetto gruppo di Visegrad fondato nel 2004 e formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Nel 2015, ad esempio, è stato lanciato dall’Ue un programma temporaneo e obbligatorio di ricollocamento negli Stati membri dei migranti presenti nei Paesi maggiormente coinvolti dai flussi migratori, come Italia e Grecia, per garantire “un'equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri per numeri elevati di richiedenti con evidente bisogno di protezione internazionale” (negli anni il piano ha proceduto con lentezza e con un forte ridimensionamento dei numeri di richiedenti asilo che sarebbero stati coinvolti). Ad oggi, in basi ai dati forniti dal Ministero dell’Interno italiano e della Commissione europea, i migranti ricollocati dall’Italia nei paesi membri sono poco meno di 13mila e di questi, quelli “accolti” dagli Stati del gruppo di Visegrad sono pari a zero. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sono infatti contrari al piano lanciato nel 2015 e per il fatto di non averlo recepito, nel giugno 2017 la Commissione UE ha avviato una procedura di infrazione contro Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia.

 Visegrad chiede così misure alternative all’obbligo di redistribuzione dei richiedenti asilo, come ad esempio l'invio di personale di supporto o l'assunzione di una parte degli oneri finanziari connessi all'accoglienza e all'esame delle domande, spiega sempre il Centro Studi del Senato.

La proposta votata dal Parlamento europeo

Un’altra proposta di riforma del regolamento di Dublino, redatta dalla Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), era stata approvata dal Parlamento europeo (con 390 voti in favore – tra cui quelli del Partito democratico, Possibile e Forza Italia –, 175 voti contrari – tra cui quelli del M5S – e 44 astensioni – tra cui i parlamentari della Lega –) lo scorso novembre.

In base a questo mandato negoziale al Consiglio europeo (spetta a quest’organo infatti decidere se procedere o meno lungo la strada tracciata dalla proposta), si legge sul sito del Parlamento Ue, “il Paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo. I richiedenti asilo verrebbero invece ripartiti tra tutti i Paesi dell'Unione europea e sarebbero ricollocati in un altro Stato membro rapidamente e in maniera automatica”. Inoltre, i Paesi membri che non avrebbero accolto la propria quota di richiedenti asilo avrebbero rischiato di veder ridotto il loro accesso ai fondi dell’Unione europea.

Elly Schlein, eurodeputata di Possibile che ha lavorato al testo nella Commissione LIBE, ha spiegato a Vice Italia ulteriormente il senso e l’obiettivo del testo: «Un richiedente fa domanda nel primo paese, si verifica se ha legami significativi con altri paesi in cui ricollocarlo immediatamente, in assenza di questi lo si ricolloca in un paese a scelta tra quelli più lontani dal raggiungimento della quota di richieste che devono affrontare, stabilita in base a Pil e popolazione». Schlein specifica anche che è stato rifiutato l’approccio sanzionatorio perché ritenuto «inefficace» e «anche la possibilità di chiamarsi fuori dall’accoglienza pagando: anzi, secondo la nostra proposta chi non rispettasse gli obblighi di ricollocamento vedrebbe conseguenze sui fondi strutturali. Il messaggio che abbiamo lanciato è chiaro: non si possono volere solo i benefici di far parte dell’Unione, senza condividere le responsabilità che ne derivano». L’eurodeputata di Possibile denuncia anche che durante le 22 riunioni di negoziato sulla proposta di riforma «la Lega non si è mai presentata (...) e nel voto si è astenuta», «mentre il M5S ha votato contro avanzando argomenti che non hanno alcun fondamento nel testo approvato».

Il compromesso cercato dalla Bulgaria e fallito

A marzo, la Bulgaria, presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, ha presentato un testo di compromesso per provare ad accelerare la riforma. La soluzione presentata non prevedeva un “meccanismo di equità” nell’assegnazione dei richiedenti asilo, come pensato dalla Commissione europea, ma proponeva che la loro ricollocazione si applicasse solo in “situazioni critiche” e di “grave crisi” e si basasse solo su impegni volontari degli Stati membri. La riassegnazione sarebbe stata obbligatoria nel caso in cui le domande presentate in un singolo Stato avessero superato il 180% del corrispettivo numero di riferimento.

Lo scorso 5 giugno al Consiglio affari interni dell'Unione europea i ministri della Giustizia e dell’Interno dei paesi membri in Lussemburgo hanno discusso i dettagli della riforma europea del sistema di asilo per i migranti, tra cui il “Regolamento di Dublino”. Al termine dell'incontro non è stata però trovata un'intesa. Secondo quanto riportato dai media, i no alla proposta/compromesso sono arrivati da Spagna, Germania, Austria, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca. Secondo quanto dichiarato a Internazionale dall’eurodeputata Schlei sembra che le bozze che erano circolate nel Consiglio europeo «non abbiano minimamente considerato» la proposta formulata dal parlamento nel novembre scorso.

Recentemente, il nuovo ministro dell’Interno, Matteo Salvini, aveva dichiarato che l’Italia si sarebbe opposta alle modifiche del Regolamento di Dublino “perché condannano l'Italia, la Spagna, Cipro e Malta ad essere da soli". In Lussemburgo, ha aggiunto Salvini, “proporranno un passo indietro e non un passo avanti. E noi diremo 'no' al regolamento che tratterebbe per più tempo i migranti irregolari in Italia. (...) L’Italia non è il campo profughi d’Europa”. Già ad aprile, il governo Gentiloni aveva espresso (in un documento congiunto con Grecia, Malta, Cipro e Spagna) critiche e proposte alternative rispetto al compromesso bulgaro. Il testo della Bulgaria aveva sollevato anche le perplessità della Germania che, stando alle parole del segretario di Stato agli Interni, Stephan Mayer, “non accetterà di approvarla così com’è”. Secondo Mayer, oltre all’Italia, anche altri paesi, come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, erano critici su alcuni punti specifici del testo bulgaro.

Foto in anteprima via RaiNews

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