L’Etimacello: #Decadenza

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Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

Tump. Sbong, slpanf, poff. Trishh. Crack, patapum. Son decadi in declino, cadute di cadaveri e caduche maschere: candide, dall'alto in basso senza ritegno, insieme al proprio peso spento. Un capitombolo d’autore, un ruzzolone di prim’ordine. Discesa, perdita e tracollo. Una cascata goffa, la precipitazione più lenta nella storia della nostra decadenza. Un agognato schianto, un disastro inaspettato. Non è consentito all'uomo, pena la decadenza e la morte intellettuale, alterare le condizioni primordiali della propria esistenza, diceva Baudelaire. E allora si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, tentennando appesi all’ascesa dell’ascia magistrale, finché tump. Sbong, splanf, poff. Scade l’Occidente e cade l’uccisore delle coscienze in rovina. Calo d'attenzione, crollo dell’autostima. La decadenza della menzogna: i tramonti sono ormai sorpassati e non c’è notte in cui le nostre sorti non siano rimesse all’asta nella borsa del più in voga. L’indecente è deperito, cala la palpebra, reflusso gastroesofageo, perde il credito e la grazia, casca. Uno sdrucciolone e un abbattimento, bello spettacolo all’arena dei leoni: il godimento instabile e precario dei nostri erranti inganni, la tentazione del vizio nazionale. Io sono l’impero alla fine della decadenza. Clunc, fluush... gorgle gorgle.

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