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Povertà economica, sanitaria, educativa: una delle prime emergenze di cui dovrà occuparsi il governo Draghi

18 Febbraio 2021 15 min lettura

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Povertà economica, sanitaria, educativa: una delle prime emergenze di cui dovrà occuparsi il governo Draghi

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Dati preliminari dell'Istat sulla povertà in Italia nel 2020

Aggiornamento 4 marzo 2021: Secondo i dati preliminari dell'Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate di oltre un milione rispetto ai livelli pre-pandemia, salendo a circa 5,6 milioni. Le famiglie in povertà assoluta sono invece cresciute di 335 mila unità, arrivando a oltre 2 milioni. La povertà è cresciuta soprattutto al Nord – anche se nel Mezzogiorno resta la più alta – e ha colpito soprattutto le famiglie numerose, con minori. Qui sono consultabili tutti i dati Istat.

A un anno dall’arrivo dell’epidemia di Covid-19 in Italia, uno dei temi di cui si dovrà occupare quanto prima il nuovo governo Draghi riguarda il forte rischio di un aumento della povertà nel nostro paese, come ha segnalato lo stesso Draghi nel suo discorso per la fiducia al Senato del 17 febbraio.

Di recente abbiamo infatti analizzato come nel 2020 gli occupati in Italia siano calati di quasi mezzo milione, nonostante il blocco dei licenziamenti e l’estensione della cassa integrazione, con donne e giovani tra le fasce più colpite della popolazione.

Leggi anche >> Donne, giovani e lavoro: i numeri della crisi. “Reddito di cittadinanza” e “quota 100” hanno funzionato?

Ma la crisi economica in atto quanti poveri in più rispetto a prima ha già creato? Al momento è impossibile avere una risposta a questa domanda. Nonostante circolino da mesi stime, riprese anche da quotidiani e politici, non ci sono ancora infatti statistiche ufficiali sull’andamento della povertà in Italia nel 2020. Diversi indicatori, però, suggeriscono che le misure messe in atto dallo scorso governo siano riuscite solo in parte a contenere gli effetti negativi della crisi sui cittadini più vulnerabili. 

Per avere un quadro della potenziale drammaticità della situazione, vediamo nel dettaglio qual era la situazione della povertà nel nostro paese con l’arrivo della pandemia – con un focus sulle dimensioni sanitarie ed educative – per poi analizzare brevemente che cosa dicono le evidenze raccolte negli ultimi mesi.

La povertà in Italia prima della pandemia

I dati più precisi e aggiornati sulla povertà in Italia fanno riferimento al 2019, prima dell’arrivo della pandemia, e sono stati pubblicati dall’Istat a giugno 2020. Secondo le rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica, prima dell’arrivo della Covid-19 la povertà nel nostro paese aveva registrato un leggero calo, dopo quattro anni di continuo aumento.  

Prima di addentrarci nei numeri, bisogna fare un po’ di chiarezza sulle parole in campo. Nei suoi rapporti annuali l’Istat fa infatti riferimento a due tipi di povertà: quella assoluta e quella relativa. Che differenza c’è tra questi due indicatori? Sono considerate povere in senso assoluto quelle famiglie che non raggiungono una soglia mensile di spesa per un insieme di beni e servizi considerati essenziali per avere una vita minimamente accettabile (si pensi, per esempio, al cibo, ai vestiti o a un’abitazione). La soglia della povertà assoluta varia a seconda dell’area geografica in cui si vive, e dal numero e dall’età dei componenti del nucleo familiare (qui è consultabile il calcolatore dell’Istat). 

La povertà relativa è diversa rispetto a quella assoluta, perché utilizza una soglia che definisce “povera” una famiglia di due componenti che ha una spesa per consumi inferiore o uguale a quella media di una singola persona nel paese. Detta in parole più semplici: mentre la povertà assoluta dice quanto si è poveri in rapporto alla spesa per un insieme di beni essenziali, la povertà relativa dice quanto si è poveri in rapporto a quanto consumano le altre persone nel paese.

Secondo Istat, nel 2019 le famiglie italiane in povertà assoluta in Italia erano quasi 1,7 milioni (il 6,4% di tutte le famiglie residenti in Italia) in calo di oltre 100 mila unità rispetto all’anno prima. In totale, stiamo parlando di quasi 4 milioni e 600 mila persone in povertà assoluta – il 7,7% di tutti i residenti in Italia e oltre tre volte il numero di tutti gli abitanti di Milano – in calo di oltre 400 mila unità rispetto al 2018. Tra il 2008 e il 2011 c’è prima stato un aumento contenuto della povertà, ma tra il 2012 e il 2013 – a causa della nuova crisi – la crescita è stata molto forte. Da quella data non si è più ridotta, fino al 2019.

Le famiglie in povertà relativa erano invece poco meno di 3 milioni (circa una famiglia residente su 10) per un totale di oltre 8,8 milioni di persone (il 14,7% dei residenti). Stiamo parlando in questo caso di un numero inferiore di circa un milione a quello di tutti gli abitanti della Regione Lombardia.

Sia per quanto riguarda la povertà assoluta che per quella relativa, esistono forti differenze a seconda delle aree geografiche del paese.

L’incidenza della povertà relativa familiare per area geografica. Fonte: Istat

Nel 2019 quasi la metà dei poveri assoluti in Italia, per esempio, viveva nel Mezzogiorno, a causa anche della maggior presenza in questa area di famiglie numerose.

La povertà assoluta non coinvolge solo di più le famiglie con più componenti, ma anche quelle con minori (un problema che vedremo meglio più avanti parlando di povertà educativa), quelle composte da cittadini stranieri (è povero in senso assoluto uno straniero su quattro residente in Italia) e quelle con membri con un basso livello di istruzione.

È vero che per quanto riguarda la povertà assoluta, prima della pandemia c’è stato un miglioramento dei dati – solo in parte dovuto all’introduzione del reddito di cittadinanza – ma la situazione restava comunque parecchio critica. Le famiglie povere erano infatti ancora molte di più rispetto a quelle prima della crisi 2008-2009 e alcuni dati, nonostante il miglioramento, invitavano comunque a una cautela. Per esempio, nel 2019 l’intensità della povertà assoluta familiare – che calcola “quanto poveri sono i poveri” – è salita al 20,3%, rispetto al 19,4% del 2018. In concreto, questa percentuale indica quanto la spesa media delle famiglie definite povere si trova al di sotto della soglia di povertà.

Riassumendo: a fine 2019, dopo anni di crescita, l’aumento della povertà in Italia si è arrestato, rimanendo però a livelli più elevati rispetto a quelli di oltre 10 anni fa, coinvolgendo soprattutto le famiglie numerose, del Sud e gli stranieri.

Il rischio di povertà e il confronto con l’Europa

Prima di vedere come sono cambiate le cose nel 2020, cerchiamo di capire quanto è povera l’Italia se rapportata con gli altri Paesi dell’Unione europea.

Per fare un confronto tra i vari Stati membri, Eurostat – l’ufficio statistico dell’Ue – utilizza la misura del “rischio di povertà o esclusione sociale”, un indicatore che fa parte della “Strategia Europa 2020”, introdotta dalla Commissione Ue ormai 10 anni fa per incentivare una crescita «intelligente, sostenibile e inclusiva» da finanziare con i fondi europei.

Si è considerati una persona a “rischio di povertà o esclusione sociale” se ci si trova in almeno una delle seguenti tre condizioni. La prima condizione è quella di vivere in una famiglia a “rischio di povertà”, ossia in una famiglia che ha un reddito inferiore a una determinata soglia (in Italia fissata nel 2019 a 858 euro mensili). La seconda condizione è quella di trovarsi in condizioni di “grave deprivazione materiale”, definita da alcuni indicatori, come l’essere in arretrato con il pagamento di bollette e affitto, non poter riscaldare adeguatamente la propria casa o non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni. La terza e ultima condizione è quella di vivere in una famiglia a “bassa intensità lavorativa”, ossia una famiglia dove chi ha tra i 18 e i 59 anni lavora meno del 20% del proprio potenziale. 

Nel 2019 circa un italiano su quattro (il 25,6% per la precisione) viveva in condizioni di “rischio di povertà o esclusione sociale”, anche qui con un leggero miglioramento rispetto agli anni precedenti. In valori assoluti, stiamo parlando di quasi 15,4 milioni di persone: un numero più elevato degli abitanti di Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna messi insieme.

Nell’Ue soltanto Bulgaria, Romania, Grecia, Lettonia e Lituania avevano dati peggiori dei nostri. Gli altri grandi Paesi europei – Spagna, ma Francia e Germania soprattutto – avevano percentuali più basse di quelle italiane.

Come per la povertà assoluta, il rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia cresce nelle famiglie più numerose e in quelle del Mezzogiorno. Se si guarda ai singoli dati delle regioni italiane, si scopre che nel 2019 la Campania e la Sicilia erano le due aree messe peggio nell’Ue, con percentuali di “rischio di povertà o esclusione sociale” rispettivamente del 49,7% e del 48,7%. Detta altrimenti: in queste due regioni – ma erano in situazioni abbastanza simili anche le altre regioni del Mezzogiorno – quasi una persona su due vive con almeno una delle tre condizioni che abbiamo visto prima (rischio povertà, grave deprivazione materiale e bassa intensità lavorativa).

Ci sono poi altri dettagli che rendono preoccupante il quadro pre-pandemico sulla povertà in Italia, nonostante i leggeri miglioramenti rispetto al passato. Per esempio, nel 2019 in Italia viveva in condizioni di “rischio di povertà o esclusione sociale” circa il 30% delle persone con disabilità, percentuale superiore alla media europea.

Persone con disabilità a rischio di povertà o esclusione sociale. Fonte: Eurostat

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, nel nostro paese era a rischio povertà l’11,8% degli occupati, quarto dato peggiore dell’Ue soltanto davanti a Romania, Spagna e Lussemburgo. 

Riassumendo: se si guarda al rischio di povertà e di esclusione sociale, a livello europeo l’Italia era uno degli Stati Ue messi peggio prima dello scoppio della pandemia. Anche in questo caso, come per la povertà assoluta e relativa, il Sud del paese registrava le statistiche più preoccupanti, addirittura del continente.

Scuola e salute: le altre dimensioni della povertà

Come abbiamo visto, la povertà è un fenomeno che può essere analizzato da diversi punti di vista. Durante la pandemia, due dimensioni hanno attirato più di tutte l’attenzione: quella sanitaria e quella educativa. 

Secondo la definizione data dalla ONG Save the children, la povertà educativa coinvolge tutti quei «bambini e giovani che, a causa di difficili condizioni economiche, non hanno le stesse opportunità dei loro coetanei economicamente stabili di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni». Anche su questo fronte i dati italiani pre-pandemia non lasciavano di che stare tranquilli.

Nel 2019 oltre 1,1 milioni di minori in Italia vivevano in condizioni di povertà assoluta: l’11,4% di tutti i minori nel paese, contro un’incidenza del 7,7% degli altri individui a livello nazionale. Detta altrimenti: per un minore nel nostro paese le probabilità di vivere in povertà assoluta sono maggiori rispetto alle altre fasce di età. «Disaggregando per età, l’incidenza si conferma più elevata nelle classi 7-13 anni (12,9%) e 4-6 anni (11,7%) rispetto alle classi 0-3 anni (9,7%) e 14-17 anni (10,5%)», spiega Istat, che aggiunge: «Oltre a essere più spesso povere, le famiglie con minori sono anche in condizioni di disagio più marcato».

Questo fatto ha chiaramente delle conseguenze sull’educazione degli adolescenti nel nostro paese, in particolare per quanto riguarda i risultati scolastici e l’abbandono precoce degli studi. Secondo i dati Eurostat più aggiornati, nel 2019 l’Italia è stato il quinto paese dell’Ue con la percentuale più alta di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato il percorso di studi prima del diploma. Stiamo parlando di un 13,5%, una percentuale in calo da alcuni anni, però ancora più alta della media europea e di Paesi non solo come Francia e Germania, ma anche come Grecia, Polonia e Svezia, solo per citarne alcuni.

Percentuale di abbandono scolastico nei Paesi membri dell’Ue. Fonte: Eurostat

Anche per quanto riguarda la povertà educativa, esistono grandi divari da regione a regione. Save the children, con l’aiuto di alcuni ricercatori e utilizzando una serie di statistiche Istat, ha sviluppato l’Indice di povertà educativa (Ipe), che tiene conto di una serie di indicatori riguardanti l’offerta educativa a scuola e fuori dalla scuola (per esempio, la percentuale di minori tra 6 e 17 che non hanno letto libri o non utilizzano internet, oppure la percentuale di classi a scuola senza tempo pieno). In base ai dati del 2018, la regione con l’Ipe più alta era la Campania, mentre quella messa meglio era il Friuli-Venezia Giulia. 

L’indice di povertà educativa: la classifica delle regioni. Fonte: Save the children

Negli scorsi mesi il massiccio ricorso alla didattica a distanza – dovuto alle forti incertezze legate alla diffusione della pandemia – ha aumentato il rischio di un ampliamento delle disuguaglianze tra chi ha di meno e chi ha di più dal punto di vista educativo. Nel suo ultimo Rapporto annuale, pubblicato a luglio 2020, l’Istat ha infatti sottolineato – per citare solo un dato emblematico – come oltre un terzo dei ragazzi che vivono nel Mezzogiorno in famiglie con basso livello di istruzione (quelle con maggiore probabilità di essere in povertà) non ha né un computer né un tablet a casa.

Discorso analogo vale anche per un’altra dimensione della povertà, quella relativa alla sfera sanitaria, che tocca diversi aspetti della vita delle persone più vulnerabili. In base ai dati più aggiornati dell’Osservatorio sulla povertà sanitaria (Ops) – un gruppo di ricerca istituito dalla fondazione Banco Farmaceutico – nel nostro paese esiste ancora un’ampia discrepanza tra le famiglie povere e quelle non povere nella spesa per medicinali, servizi medici e dentistici non coperti dal Servizio sanitario nazionale. 

Secondo alcune stime dell’Ops, nel 2020 oltre 430 mila persone non hanno potuto comprare farmaci di cui avevano bisogno proprio a causa di ragioni economiche, chiedendo aiuto agli oltre 1.859 enti della rete che fa capo al Banco Farmaceutico. 

C’è poi tutto il discorso che riguarda la rinuncia delle cure. «L’equità, misurata in termini di difficoltà di accesso ai servizi sanitari, è stata fortemente condizionata dall’emergenza sanitaria», ha detto in un’audizione del 29 gennaio 2021 in Parlamento il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo. «Nel 2020 (dati provvisori), un cittadino su 10 ha dichiarato di aver rinunciato negli ultimi 12 mesi, pur avendone bisogno, a visite mediche o accertamenti specialistici a causa delle liste di attesa, la scomodità delle strutture, ragioni economiche e motivi legati al Covid-19; questi ultimi sono stati indicati da circa la metà delle persone che hanno riferito una difficoltà di accesso». 

Nel 2019 la quota di rinunce era stata più bassa, pari al 6,3%, in calo sia rispetto al 2018 che al 2017. «L’impatto del Covid-19 sulla rinuncia è stato maggiore nel Nord, con un aumento di 4,7 punti percentuali rispetto al 2019 (da 5,1% a 9,8%)», ha aggiunto Blangiardo. «Nel Centro l’indicatore è passato, invece da 6,9% a 10,3% e nel Mezzogiorno da 7,5% a 9%».

Riassumendo: povertà può voler dire molte cose e con la pandemia le due dimensioni della povertà educativa e di quella sanitaria hanno attirato particolare attenzione. Da un lato, la didattica a distanza e la chiusura temporanea delle scuole ha molto probabilmente aggravato una situazione per certi versi ancora complicata, per esempio per quanto riguarda l’abbandono scolastico. Dall’altro lato, l’epidemia ha acuito le difficoltà di una parte della popolazione a ricevere cure sanitarie adeguate. 

Che cosa dicono i dati raccolti negli ultimi mesi

Come abbiamo appena anticipato, mancano ancora delle statistiche ufficiali che quantifichino come sia cambiata la povertà assoluta e quella relativa in Italia, così come il rischio di povertà e quello di esclusione sociale. Diverse evidenze dicono però che la situazione si è quasi certamente aggravata.

Un primo indicatore è l’aumento dei beneficiari del reddito di cittadinanza, che però, come abbiamo spiegato nell’approfondimento sull’occupazione, non sono del tutto assimilabili a chi vive in condizioni di povertà (per esempio, gli stranieri poveri che non hanno 10 anni di residenza in Italia non possono accedere al sussidio). A fine 2019 il numero di persone coinvolte dal reddito di cittadinanza era di poco superiore ai 2,5 milioni, mentre a fine 2020 è salito fino a oltre 3,5 milioni. Secondo alcuni commentatori, questa crescita sarebbe in parte uno dei primi effetti della crisi economica causata dalla Covid-19. A questi, vanno aggiunti le quasi 300 mila domande accolte per il reddito di emergenza, destinato ad aiutare le famiglie che non possono accedere al reddito di cittadinanza. 

Ci sono poi alcune statistiche che provengono da realtà attive nel mondo dell’assistenza ai più bisognosi. Per esempio, quasi una persona su due tra quelle aiutate dai centri di ascolto della Caritas rientrava nella categoria dei cosiddetti “nuovi poveri”: persone che «per la prima volta hanno sperimentato condizioni di disagio e di deprivazione economica tali da dover chiedere aiuto». Questa statistica è stata ricordata, tra gli altri, anche dal presidente Draghi nel suo discorso al Senato del 17 febbraio. Un aumento significativo degli assistiti ha riguardato anche il Banco Alimentare, che distribuisce pasti ai cittadini in difficoltà. 

Inoltre, non mancano alcune rilevazioni, seppur parziali e provvisorie, provenienti da istituzioni più autorevoli, come l’Istituto superiore di sanità e la Banca d’Italia.

Secondo i dati raccolti dall’Iss con i sistemi di sorveglianza a rilevanza nazionale PASSI (dedicato alla popolazione di 18-69 anni) e PASSI d’Argento (dedicato alla popolazione di 65 anni ed oltre), il 32% su un campione di 2.700 intervistati tra agosto e novembre 2020 ha dichiarato che le proprie disponibilità economiche erano peggiorate a causa della crisi. «Lo dichiarano le persone senza problemi economici (21%), ma in particolare chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese (53%)», ha sottolineato l’Iss nel suo rapporto uscito lo scorso dicembre. 

Secondo alcune stime della Banca d’Italia, pubblicate a fine giugno 2020, dopo il lockdown primaverile oltre la metà di un campione di oltre 3 mila persone intervistate aveva dichiarato di aver subito una contrazione del proprio reddito, anche tenendo conto degli aiuti del governo. Circa il 15% del campione aveva detto che il proprio reddito si era di fatto dimezzato. Un’altro studio di Bankitalia, uscito a novembre scorso, conteneva i risultati di alcune interviste fatte invece tra agosto e settembre 2020. In questo caso il quadro era meno negativo, ma comunque più di un terzo degli individui intervistati aveva dichiarato di avere risorse finanziarie sufficienti per meno di 3 mesi a coprire le spese per consumi essenziali della famiglia, in assenza di altre entrate. Questa quota superava il 50% per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine.

Il 15 febbraio 2021 è uscita poi una nuova ricerca, con cui – in estrema sintesi – Banca d’Italia ha evidenziato luci e ombre sull’impatto della crisi da Covid-19 sulla disuguaglianza del reddito da lavoro in Italia. Da un lato, la ricerca ha sottolineato come gli ammortizzatori introdotti dal governo italiano abbiano attutito la perdita di reddito, anche nelle fasce più vulnerabili della popolazione. Dall’altro lato, i dati mostrano che «la pandemia ha colpito più duramente le famiglie a basso reddito da lavoro, dove si concentrano gli occupati che hanno minori possibilità di lavorare da casa, che svolgono lavori più instabili e in settori maggiormente esposti alla crisi. Ne è conseguito un significativo incremento della disuguaglianza del reddito da lavoro».

Sempre secondo i conti di Banca d’Italia, nei primi sei mesi del 2020 i redditi pro-capite primari delle famiglie (ossia quelli al netto dell’intervento pubblico) sono calati dell’8,8% rispetto allo stesso periodo del 2019, una riduzione più marcata rispetto a quelle registrate nelle crisi finanziarie del 2008 e del 2011. 

Tiriamo le somme

Ricapitolando: ad oggi non esistono ancora statistiche ufficiali per valutare un eventuale aumento della povertà in Italia a causa della crisi economica per la Covid-19. Secondo i dati più aggiornati, nel 2019 – prima della pandemia – c’era stato un lieve miglioramento per la povertà nel nostro paese, ma la situazione rimaneva comunque decisamente peggiore rispetto a quella precedente alla crisi del 2008. 

C’erano inoltre molte differenze territoriali e in diversi indicatori l’Italia era messa peggio della gran parte dei Paesi europei, soprattutto per quanto riguarda le regioni del Sud Italia.

Vedremo nei prossimi mesi, con la pubblicazione di nuovi dati e ulteriori statistiche, se e quanto gli effetti più recenti su reddito e disuguaglianze avranno una ricaduta anche sull’aumento della povertà in Italia. Senza dimenticare, come abbiamo scritto in passato, che prima o poi – nonostante le diverse visioni all’interno del nuovo governo Draghi – dovrà essere allentato il blocco dei licenziamenti, con conseguenze significative su occupati e fasce più vulnerabili della popolazione.

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