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El País licenzia 129 giornalisti: è in gioco la qualità dell’informazione di un paese

12 Novembre 2012 4 min lettura

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El País licenzia 129 giornalisti: è in gioco la qualità dell’informazione di un paese

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Spagna, sabato pomeriggio, 129 giornalisti de El País ricevono per email la comunicazione del proprio licenziamento. Se calcoliamo anche i 20 prepensionamenti annunciati stiamo parlando di 1/3 dei dipendenti del quotidiano più importante del paese. Per tutti gli altri, i cosiddetti sopravvissuti, è in arrivo un taglio allo stipendio del 15%. Valigia Blu ha intervistato alcuni giornalisti de El País per raccontarvi cosa sta succedendo.

Se il più importante giornale di Spagna licenzia un terzo dei suoi dipendenti siamo davanti a una notizia internazionale, una notizia che abbiamo visto nascere e svilupparsi nel corso dell'ultimo anno. Il "cosa" e il "dove" hanno avuto per primi una risposta: i licenziamenti li abbiamo visti arrivare da lontano. Il "quando" era approssimativo e sul "perché" ci sono varie teorie, giustificazioni, scuse e contraddizioni. La domanda che fino a ieri non aveva ancora avuto risposta era il "chi", ma ci ha pensato la direzione editoriale a toglierci ogni dubbio, inviando un'email ai diretti interessati.

In seguito alla reazione indignata dei giornalisti (alcuni dei loro tweet sono raccolti in questo Storify) l'impresa ha risposto con un duro comunicato senza firma pubblicato domenica mattina sul sito del giornale.

Si vive troppo bene, parola di milionario

La domanda che tutti si fanno è: il primo quotidiano spagnolo è davvero “costretto” a licenziare così tante persone? Le ragioni ufficiali sono di natura organizzativa, bisogna far fronte alla crisi e prevenire perdite future tagliando gli "sprechi". La questione fondamentale quindi è stabilire quali siano gli sprechi e quali gli asset indispensabili dell'impresa.

Juan Luis Cebrián, il presidente – cofondatore e primo storico direttore – de El País ha parlato di “misura imprescindibile” per uscire dalla crisi nella quale versa l'editoria spagnola. Cebrián ha dichiarato che ci troviamo davanti a un “processo doloroso” ma che questa è l’unica strada che possiamo percorrere: “non possiamo continuare a vivere così bene”, ha sottolineato dall’alto del suo astronomico stipendio da 13,6 milioni di euro annui. Uno che di vivere bene se ne intende, non possiamo negarlo.

La prima volta

A seguito delle dichiarazioni di Cebrián la redazione ha girato un video di protesta e ha convocato tre giornate di sciopero per il 6, 7 e 8 novembre. Nel video i giornalisti rispettano cinque minuti di solenne silenzio alzando una copia de El País tra le mani e poi, in coro, tutti contano fino a 149: il numero dei dipendenti vittima dell’Expediente de Regulación de Empleo (Ere).

L’Ere è un procedimento amministrativo che permette di estinguere relazioni di lavoro (in una parola: licenziare) al presentarsi una serie di fattori critici per l’impresa. A differenza della concorrenza (mi riferisco in particolare a El Mundo, il secondo quotidiano del paese) El País non aveva mai aperto un Ere nella sua storia.

Ecco un po’ di numeri per capire meglio la portata del provvedimento:

  • 440 giornalisti lavoravano fino ad oggi nel giornale.
  • 129 giornalisti licenziati, sabato scorso, via mail.
  • 20 prepensionamenti annunciati, per chi ha superato i 59 anni, con il divieto di pubblicare in altri giornali.
  • da un 15% a un 35% di riduzione del salario per tutti i dipendenti.

Alcuni giornalisti si sono rifiutati di firmare i propri articoli (il ritiro della firma è un metodo di protesta usato qualche mese fa anche dai giornalisti de El Mundo), ma la direzione li ha informati, con una circolare interna, che questo avrebbe comportato la rottura del contratto di lavoro. La vertenza del giornale e le azioni di protesta che si sono susseguite sono raccontate giorno per giorno attraverso un blog.

Sebbene questa sia la prima ristrutturazione del quotidiano, il gruppo editoriale Prisa ha aperto già diversi Ere quest'anno: la storica catena radiofonica La Ser ha annunciato pochi mesi fa 200 licenziamenti (contro i quali la radio convocò il primo giorno di sciopero della sua storia); ad ottobre abbiamo appreso che il quotidiano economico Cinco Días licenzierà 21 giornalisti; e varie riviste del gruppo navigano nelle stesse acque: Cinemania, Rolling Stone, etc. Per conoscere altri dati sul Grupo Prisa segnaliamo anche questo articolo (in italiano).

Quale futuro?

Quando chiediamo ai giornalisti se vedono la luce fuori dal tunnel la maggior parte ci risponde che vede altri licenziamenti. E mentre alcuni rivendicano una rivoluzione etica, "non è possibile che la cupola del giornale guadagni questi stipendi astronomici", altri (per lo più stagisti e collaboratori) sperano che sia l'occasione per una "ridistribuzione dei diritti lavorativi". E c'è chi, amaramente, ipotizza un web fatto solo da collaboratori esterni (o stagisti). Attualmente un collaboratore viene pagato dai 30 ai 300 euro per articolo, dipendendo dalla lunghezza, dal supporto (digitale o cartaceo) e dall'importanza del reportage.

Il modello editoriale attuale è in crisi, nessuno lo nega, ma i licenziamenti non risolveranno i problemi del quotidiano. Come sottolinea uno dei giornalisti che abbiamo intervistato: "un modello impostato sul precariato della professione comporta un'inevitabile banalizzazione dei contenuti". È in gioco la qualità dell'informazione di un paese.

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