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Colombia, dalla rivendicazione sindacale alla ribellione popolare: migliaia di cittadini in ogni piazza contro la violazione dei diritti umani

31 Maggio 2021 7 min lettura

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Colombia, dalla rivendicazione sindacale alla ribellione popolare: migliaia di cittadini in ogni piazza contro la violazione dei diritti umani

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di Susanna De Guio

Le centinaia di migliaia di persone che ogni giorno occupano le strade di tutta la Colombia venerdì 28 maggio hanno celebrato un mese dallo sciopero nazionale. Un mese trascorso occupando le piazze di tutto il paese con musica, slogan cantati e performance, ma anche esponendo il proprio corpo alla brutale repressione delle forze di polizia, costruendo strategie di resistenza e solidarietà con gli scudi della prima linea e le enormi pentolate collettive per rifocillare i manifestanti, con le denunce dei media alternativi e dei difensori dei diritti umani, sempre presenti, a rischio della vita.

Dalla rivendicazione sindacale alla ribellione popolare

Durante questo mese, la protesta iniziale delle principali sigle sindacali contro le riforme del governo Duque si è trasformata in un’estesa ribellione popolare che coinvolge le generazioni più giovani e le organizzazioni studentesche insieme a movimenti sociali, femministi e transgender, comunità indigene e contadine, lavoratori e lavoratrici che non possono più sostenere il peso della crisi sanitaria ed economica di cui lo Stato non si fa carico. Ma la protesta è andata oltre, esige il rispetto della vita e del diritto a manifestare, chiede giustizia per le persone morte, mutilate, abusate sessualmente, fatte sparire, pretende la rinuncia del presidente e sta mettendo sotto accusa l’intero modello politico ed economico del paese, che registra da anni il maggior numero di omicidi di difensori dei diritti umani e leader sociali dell’America Latina ed è governato da un’élite oligarchica che difende i grandi capitali, non rispetta gli accordi di Pace e usa le armi come strumento di controllo sociale.

Garanzie per l’esercizio della protesta sociale e fine della repressione sono anche le premesse imposte dal Comitato dello Sciopero per iniziare qualsiasi dialogo con il governo, condizioni che sono state infine riconosciute dal preaccordo firmato il 24 maggio, dopo nove giornate di incontri. Il presidente Duque sta però ritardando la firma di ratifica di questo documento preliminare che permetterebbe l’avvio di sette tavoli di trattative su temi chiave come l’intervento dello Stato nella gestione della pandemia, l’istituzione di un reddito di base d’emergenza, la difesa della produzione nazionale e dei diritti sul lavoro, lo stop all’uso del glifosato come pesticida nelle coltivazioni di coca, la derogazione dei decreti che privatizzano alcuni settori della sanità.

Se il Comitato dello Sciopero è l’organo che in questo momento rappresenta le mobilitazioni nel negoziato con il governo, la vastità dei settori sociali e delle rivendicazioni che si è espressa nei cortei, nei presidi permanenti, nei cacerolazos e nei blocchi stradali dell’ultimo mese ne eccede ampiamente i limiti. Ciò che sta costringendo Duque a cercare di patteggiare la smobilitazione è la determinazione, la durata e l’intensità di una rivolta sociale senza precedenti che sta attraversando il paese.

Che cosa è successo in un mese di proteste

La prima vittoria ottenuta con le mobilitazioni è stata innanzitutto il ritiro dell’iniqua riforma tributaria, che prevedeva di appianare il debito statale aumentando le tasse della classe lavoratrice, già impoverita dalle politiche neoliberiste implementate da decenni e ulteriormente precarizzata dalla pandemia. Il governo ha dovuto poi rinunciare all’intero pacchetto di riforme che sarebbero andate a toccare anche le pensioni e la salute, quest’ultima in direzione di privatizzazioni, tagli agli ospedali pubblici, e una maggiore arbitrarietà sulle tariffe degli enti sanitari, comprese le prestazioni legate al Covid-19. Tra i tentativi di placare la ribellione in corso, Duque ha implementato la “matricola zero” per il prossimo semestre, misura che permetterà l’accesso gratuito all’istruzione superiore, e che era una richiesta storica del movimento studentesco colombiano.

Dopo il ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla, ha rinunciato al suo incarico la ministra degli Esteri, Claudia Blum e l’Alto Commissario per la Pace, Miguel Ceballos, mentre il ministro della Difesa Diego Molano ha dovuto affrontare una mozione di sfiducia in parlamento. La debolezza di Duque è dimostrata anche dagli ultimi sondaggi dell’agenzia Invamer che lo indica come il presidente più impopolare della storia colombiana, con il 76% di disapprovazione.

Il governo si trova sulla difensiva anche sul piano internazionale, dove diversi organismi per i diritti umani stanno denunciando l’estrema violenza esercitata dalle forze di polizia nella repressione delle proteste. In particolare, lo scorso 14 maggio la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH) aveva richiesto al governo di entrare in Colombia “per verificare la situazione dei diritti umani nel quadro dei fatti di violenza accaduti durante le proteste iniziate il 28 aprile”. La risposta negativa da parte della nuova cancelliera e vicepresidente, Marta Lucía Ramírez, ha suscitato enormi polemiche tanto della popolazione come a livello internazionale e il 28 maggio è dovuta tornare sui suoi passi dichiarando lo Stato colombiano disponibile ad accogliere la CIDH. Anche la Missione di Solidarietà Internazionale e Diritti Umani partita dall’Argentina ha denunciato di aver subito un’aggressione al suo arrivo in Colombia e a Juan Grabois, membro del gruppo, è stato negato l’ingresso.

Continuano le violazioni dei diritti umani

È estremamente allarmante il documento pubblicato il 23 maggio da tre organizzazioni per i diritti umani che rivela di aver ricevuto denunce in cui si indicano luoghi utilizzati da polizia e paramilitari per detenere, torturare e far sparire manifestanti nella città di Cali. Nel rapporto si segnalano anche fosse comuni nelle zone rurali dei comuni vicini di Buga e Yumbo e si dichiara che “le dinamiche repressive si sono fatte più sofisticate in questi quasi 25 giorni con la pretesa sempre maggiore di evitare che sia identificabile la responsabilità della polizia in operazioni di tipo paramilitare ed evidentemente criminali.”

Il livello della violenza quotidiana da parte delle forze di polizia, dell’ESMAD e dei gruppi di civili armati resta elevatissimo: durante le manifestazioni del 28 maggio, a un mese dallo sciopero, sono state uccise 13 persone nella regione di Cali, dove si è concentrata la repressione fin dai primi giorni di protesta. Il 27 maggio i messaggi di allerta e i video di denuncia si sono moltiplicati a Bogotá, nella periferia sud di Usme, con 185 feriti, e attorno al Portal de la Resistencia, come è stata ribattezzata la stazione della principale linea di trasporto della capitale, che è diventata punto di riferimento dei manifestanti e scenario di costanti attacchi della polizia. Il giorno prima, il 26 maggio, è stato appiccato il fuoco al palazzo di giustizia di Tuluá, nella regione del Valle del Cauca, dopo una giornata di proteste interrotta all’imbrunire dall’attacco dell’ESMAD, secondo una dinamica che si ripete da settimane in tutto il paese. Allo stesso modo le istituzioni e i grandi media continuano a proporre la narrazione dei vandali e dei terroristi nelle manifestazioni, che giustificherebbe l’intervento violento delle forze di polizia.

Le forme dello sciopero e una nuova soggettività politica

Le stesse strategie comunicative erano state adottate già in Cile a partire dall’ottobre 2019, così come la repressione, unica risposta alla rivolta da parte di uno Stato che non ha le capacità politiche per condurre un negoziato e non vuole rinunciare ai propri privilegi.

Sono molti i punti in comune tra le mobilitazioni nei due Paesi, come i simboli e l’organizzazione della prima linea, la composizione ampia e diversificata di un soggetto politico che si sta ribellando senza leader politici identificabili, e infine la risignificazione dello spazio pubblico con nomi che richiamano i valori della resistenza, della solidarietà, della dignità contro la politica di morte adottata dallo Stato. “Uno dei risultati dello sciopero è che settori ampi della popolazione, in maggioranza giovani, si sono appropriati delle strade, e con questo hanno generato un processo di deliberazione pubblica” afferma l’antropologo Alberto Benavides Mora. Nei quartieri, tra le manifestazioni e le barricate, si costruisce anche “una capacità organizzativa che è autonoma, è un potere che trasforma la cultura politica radicata nel paese”.  Secondo Benavides, un’altra chiave per comprendere la tenacia di questa rivolta è la configurazione regionale della Colombia: “Storicamente si è sempre cercato di dividere e creare una dicotomia tra urbano e rurale, che si è accresciuta con il conflitto armato, mentre ora si mobilitano le grandi città insieme alle zone rurali” e ciò contribuisce a dare potenza e sintesi a questo sciopero in cui convergono gli ultimi cicli di lotte e le rivendicazioni provenienti dalle distinte componenti di una società attraversata da molteplici cause di diseguaglianza.

Il ruolo della comunità internazionale

Tutto il mondo sta ormai osservando con attenzione la rivolta colombiana e in moltissimi Paesi ci sono state manifestazioni in solidarietà al popolo colombiano. Non solo nelle capitali latinoamericane ma anche in Europa, nell’ultimo mese, si sono tenute ripetute manifestazioni in decine di città chiedendo la fine del massacro e il diritto alla protesta in Colombia, e già il 4 maggio l’Unione Europea e la ONU si erano espresse condannando la violenza delle forze di sicurezza colombiane contro i manifestanti.

In Italia l’ultimo flash mob è avvenuto a Roma il 26 maggio, per denunciare le parole dell’ambasciatrice Gloria Isabel Ramirez Ríos, che in un’intervista ha parlato di “gruppi terroristici, organizzazioni criminali e violente” nelle proteste in Colombia, a cui la polizia avrebbe “risposto come doveva”.

Lo scorso 18 maggio, su iniziativa della deputata del Movimento 5 Stelle Doriana Sarli, un gruppo di 19 parlamentari ha mandato una lettera al presidente Duque, e il 24 maggio la Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati ha ricevuto in audizione dei rappresentanti dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII – Operazione Colombia, che hanno presentato una relazione sulla situazione dei diritti umani nel paese. Si fa notare il silenzio di Mario Draghi e Luigi Di Maio sugli oltre 40 omicidi e sulle gravi violazioni dei diritti umani che continuano nello stesso paese dove, meno di un anno fa, è morto l’operatore ONU Mario Paciolla in circostanze su cui non è ancora stata fatta chiarezza.

La pressione che può esercitare la comunità internazionale risulta di primaria importanza, come chiedono a gran voce le organizzazioni per i diritti umani colombiane, e sarà sempre più importante in un contesto dove la protesta sociale non accenna a diminuire e il governo Duque non ha dato per ora nessun segnale di poter risolvere il conflitto rispondendo alle proteste che il suo popolo sta esigendo con estrema determinazione.

Immagine anteprima via peoplesdispatch.org

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