Se Vasco Rossi denuncia Puzza87 & C.


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

La decisione di Nonciclopedia di oscurare il proprio sito per protestare
contro la diffida dell’avvocato di Vasco Rossi, decisione su cui si sta
molto scrivendo in queste ore, è uno di quei casi in cui
l’atteggiamento riduzionista («è solo satira!», «la satira non si
tocca», «non è satira, è schifo») fa danni a non finire, secondo me. Lo
scrivo perché, quando ho saputo della chiusura del sito, subito sono
scattato pensando «ma come? Una rockstar denuncia un gruppo di ragazzi? E
non poteva chiedere la semplice rimozione della pagina?». E avevo così
scritto una traccia per l’articolo, inizialmente, che ho completamente
rivisto a mano a mano che acquisivo più informazioni e dati, anche
attraverso uno scambio di mail con lo staff che amministra
Nonciclopedia.
Leggendo la loro versione ufficiale,
scritta con lo stile caustico che ha caratterizzato finora il sito (una
versione satirica e parodistica di Wikipedia), si scopre che nel
febbraio 2010 l’avvocato di Vasco Rossi ha contattato gli amministratori
per richiedere la rimozione della pagina dedicata alla rockstar e, come
se non bastasse, «i dati degli utenti per procedere alla loro
identificazione». Gli amministratori fanno presente all'avvocato che già
in passato hanno rimosso delle pagine, su richiesta dei diretti
interessati, e che essendo un sito dove gli iscritti generano e
modificano i contenuti (in modo simile a Wikipedia, per l’appunto), la
richiesta dei dati degli utenti ha poco senso, ai fini della richiesta
di rimozione.
Ingenuamente gli amministratori pensano che la questione sia finita lì.
Naturalmente si sbagliano: un giro di convocazioni della polizia postale
fa capire agli amministratori che la questione è ancora aperta,
essendoci una denuncia. Gli amministratori sono stati convocati come
persone informate sui fatti: non è stato comunicato loro nessun avviso
di garanzia.

Ora, viste le parti in causa, da una parte Vasco Rossi, rockstar che
riempie gli stadi e macchina economica di primo piano nell’industria
dello spettacolo, dall’altra un gruppetto in cui girano nick come
“Puzza87” o “Sua Sbronzosità MF Alcool”, una denuncia appare più una
forma di intimidazione, che un atto a propria tutela. Un eccesso di
difesa che sconfina nell’offesa. E anzi, in un periodo critico in cui si
discute di “bavagli” e “ammazzablog” il comportamento della rockstar e
del suo entourage sembrerebbero alquanto fuori luogo. Il condizionale è
d’obbligo, perché come ha specificato lo stesso avvocato di Vasco Rossi,
la denuncia è conseguente alla mancata rimozione della pagina.
Una versione che sembra confermata dagli stessi amministratori di
Nonciclopedia, come si evince da due date in particolare, distanti più
di un anno tra loro:

4 febbraio 2010: Nonciclopedia risponde all'avvocato, spiegandogli
brevemente cos'è Nonciclopedia, che non è in grado di fornire i dati
degli utenti, mostrandosi infine disponibile a eliminare dalla pagina le
parti diffamatorie che saranno indicate dallo stesso avvocato, come già
successo in passato con altri personaggi che hanno segnalato la loro
pagina.

18 agosto 2011: un admin di Nonciclopedia viene convocato dalla polizia
postale per spiegare il funzionamento del sito. I poliziotti gli
chiedono un autografo. Sul verbale.
La comunità decide di cancellare la pagina di Vasco Rossi in attesa di
ulteriori sviluppi, comunicando la nostra decisione all'avvocato e
spiegandogli che attendevamo una sua risposta. L'avvocato continua ad
ignorarci nonostante la notifica di lettura.

A dispetto dei fatti riportati, però, che cosa sta succedendo?
Succede che si è scatenata una reazione compulsiva e massificata
all’insegna del dagli al censore! Si è arrivati, per esempio, al titolo
del Corriere
on line, «Vasco Rossi fa chiudere Nonciclopedia -Il rocker contro il
sito satirico: querelati per diffamazione, si autosospendono. E il web
s'infuria», che assolutamente non rende conto dell’effettivo svolgersi
dei fatti, e si inserisce dietro un’ondata di reazioni rabbiose che si è
scatenata in rete. #vascomerda è tra i trending topic mondiale su twitter oggi,
senza contare i pesantissimi insulti sulla bacheca della rockstar, che
conta più di due milioni di fan. Per riprendere uno dei molti
interessantissimi spunti offerti dai Wu Ming sul loro profilo twitter,
vorrei vivere in un paese dove i trending topics sono altri:
#debitopubblico, #precariato o #questionemorale, per fare degli esempi.
Gli amministratori hanno chiaramente chiuso il sito anche per attirare
l’attenzione dell’opinione pubblica. Nel forum di Nonciclopedia,
infatti, l’area dedicata all’argomento si chiama «Sciopero di Nonciclopedia».
Così come nel loro sito c’è scritto che «Nonciclopedia sciopera a tempo
indeterminato» Dunque la protesta è il motivo alla base della chiusura,
e non le richieste in sé dell’avvocato di Vasco Rossi. Obiettivo
raggiunto, ma la faccenda è sfuggita di mano, per usare un eufemismo. È
da stamattina che contro Vasco Rossi stiamo vivendo un infinito minuto
d’odio orwelliano: questo sfogatoio ha come principale effetto quello di
sdoganare l’uso dell’insulto e del turpiloquio veemente nel senso
comune. Sembra quasi ordinaria amministrazione leggere «crepa» su una
bacheca. Ma io, scusate tanto, non mi voglio abituare a leggere certe
cose, in assenza di comportamenti che giustifichino davvero una simile
rabbia.

Ora si possono fare due riduzioni qui. La prima è «sì, ma è solo satira,
la satira è sacra». Questa è una sciocchezza: già in passato
Nonciclopedia ha ampiamente superato il confine tra la satira e
l’istigazione al trolling con la pagina dedicata allo scrittore G.L. D’Andrea,
che vessato a lungo dai troll alla fine ha preferito chiudere il
proprio blog; c'è una certa contiguità tra i due tipi di linguaggio. Mi
pare dunque una scusa patetica, come chi, magari dando un colpo troppo
forte a una persona, si giustifica dicendo «aò, ma stavo a scherzà, ma
fatte una risata»: l’atteggiamento ridanciano, in realtà, se abusato
diventa un modo per non assumersi mai le responsabilità del proprio
comportamento. La libertà è un qualcosa connesso all’individuo, non una
“facoltà di…” che ci si prende senza guardare in faccia a nessuno.
Questa per me non è satira: è immaturità, è desiderio di impunità. Se
penso a grandi maestri della satira, con rispetto parlando, penso a un Jonathan Swift,
non ad anonimi autori che mulinano insulti e sberleffi e volgarità a un
personaggio famoso, così, per farsi quattro risate. Del resto gli amministratori del sito si difendono in modo molto
ambiguo:

Probabilmente si terrà un processo, al termine del quale quel brufoloso
ragazzino quindicenne che ha scritto la pagina dopo essere stato
picchiato dai suoi compagni di classe, adesso dovrà anche pagare gli
alimenti al nullatenente Vasco Rossi. Un uomo che ha vissuto
l'esperienza della droga, l'esperienza del carcere, l'esperienza di
stadi e folle che lo acclamavano, non poteva proprio sopportare l'idea
di essere oggetto di satira su Nonciclopedia.

A parte che gli stessi amministratori sconfessano voci circa denunce e
rinvii a giudizio, l’idea che chi amministra un sito non sia
responsabile dei contenuti, perché tanto a scrivere è un bimbominkia di
15 anni, non sta in piedi. O l’autore della pagina a Vasco Rossi è un
nuovo e precocissimo Corrado Guzzanti, oppure chi amministra si nasconde
dietro la piattaforma wiki per eludere qualunque tipo di responsabilità
sui contenuti. Questo è un comportamento vigliacco, oltre che
irresponsabile: non è un limite della piattaforma wiki, ma una scelta,
casomai, di chi amministra Nonciclopedia, tanto è vero che su Wikipedia
la vigilanza sui contenuti è una attività fondamentale. Tanto più che,
invece di argomentare sulla libertà di espressione, gli amministratori
di Nonciclopedia preferiscono puntare il dito sui trascorsi giudiziari
di Vasco Rossi, per dire, in sostanza “ha avuto problemi di droga, è stato in carcere, è famoso, quindi possiamo scrivere quello che ci pare”.
E nel dirlo, si limitano al solo piano delle allusioni. Quello di
espressione è un diritto dell’individuo che lo esercita, non un diritto
contro l’individuo.

Ma c’è un altro riduzionismo che secondo me è pericoloso. Ossia:
«Siccome non è satira, è giusto denunciarli, ci starebbe bene la
diffamazione, bisogna fare qualcosa». La satira non è qualcosa di
facilmente definibile, perché affida il proprio statuto alla creatività e
alla libera invenzione. Un conto è cercare una definizione sul piano
culturale, critico, un conto è cercarla sul piano legale. Sarebbe come
definire per legge che cos’è un romanzo: chiunque non rispettasse la
definizione non sarebbe più un artista che sperimenta, che osa, ma un
potenziale delinquente. Il tentativo di regolamentare la satira, perciò,
ha sempre un che di censorio, perché limita le possibilità espressive
dell’autore. Il punto, dunque, è nello spirito che anima qualunque tipo
di regolamentazione: non è una materia che può essere affrontata solo
dal punto di vista tecnico, perché gli effetti pratici sono sempre e
comunque di censura.
Quindi, vuoi perché Nonciclopedia fin troppo spesso scade nel cattivo gusto, vuoi perché la versione del 2009 della pagina dedicata a Vasco Rossi è
molto più schifosa di quella che sta girando attualmente su Facebook, il
rischio è che questo episodio possa diventare il tanto sospirato capro
espiatorio da impugnare per leggi restrittive contro il web; il rischio è che l’opinione pubblica non sappia trovare una posizione
critica tra l’ondata di insulti a Vasco Rossi e la volontà di fermare
tutto ciò che anche approssimativamente puzza di trolling, facendo il
gioco di quei politici che da anni ormai cercano di infilare ovunque
codicilli censori per il web.

Un'ultima osservazione. Su Facebook (e ti pareva), è nata la pagina Salviamo Nonciclopedia. Boom di iscritti, denuncia di tentativi di
forzare gli account degli amministratori (non dimostrata), richiesta di spostarsi verso
una pagina che nulla ha a che vedere con Nonciclopedia, facendo leva su un eventuale rischio di chiusura della pagina (non si capisce per quale motivo): un copione già visto. Ma in questa versione c'è un dato in
più, davvero interessante. La pagina risulta esplicitamente creata da Genera.tv, una «giovane e dinamica cross media agency», come è scritto sul loro
sito, si è fiondata in difesa della libertà di espressione? Ho chiesto a
uno degli amministratori di Nonciclopedia di eventuali contatti tra
loro e questa agenzia, ma ha negato. Ho contattato via chat Facebook uno
dei responsabili di Genera.tv, che ha confermato la versione (aggiungendo a proposito del "dirottamento": «provavamo a dirottare su rivoluzioni generative perchè siamo convinti
che le prossime grandi rivoluzioni saranno fortemente diffuse ed
influenzate dalla rete. ed ovviamente per rendere noto l'eventuale soppressione della pagina da terzi»). Nessun
contatto, si è trattato di una libera e spontanea iniziativa  di
Genera.tv. Curioso che la missione della pagina sia superare i 2 milioni di fan di Vasco Rossi. Ma che c'entra con la libertà di espressione e con il dibattito censura/satira?

P.S. Intanto mercoledì 5 ottobre il Parlamento si accinge a votare la legge bavaglio, comma ammazzablog incluso. 

Matteo Pascoletti (hanno collaborato le mie segretissime  fonti G.T. e V.D.N.)

@valigiablu - riproduzione consigliata

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Contro l’ossessione per il consenso


[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

La propaganda parla al bambino che è in noi, cerca di convincerlo attraverso la suggestione, i personaggi, le storie. Crea cornici (frame) che servono alla nostra mente per assimilare i concetti attraverso narrazioni e metafore – ricordate “Renzi il Rottamatore”? Chi fa informazione, in teoria, dovrebbe essere disincantato e scettico, maneggiare con cura questo tipo di linguaggio; non aderire ai suoi frame, piuttosto crearne di propri per svolgere al meglio la funzione di contropotere. Altrimenti contribuisce a diffondere la propaganda, vi aderisce quel tanto che basta per effettuare una precisa scelta, la stessa che richiedono le favole: la sospensione d’incredulità.

Nelle favole gli animali parlano e noi scegliamo di crederci, entrando in un mondo di significati e simboli simile al nostro, ma non identico. Possiamo considerare una favola anche che negli anni ‘90 Silvio Berlusconi sia “sceso in campo” in un paese minacciato "dal pericolo comunista” per realizzare un “nuovo miracolo italiano”; miracolo possibile perché il fondatore di Forza Italia è un “unto dal Signore” cui manca solo il nostro voto. Abbiamo nell’ordine un eroe, un antagonista, un’impresa, un mandante (Dio) e un donatore (gli elettori).

Naturalmente chi votava Forza Italia negli anni ‘90 non sceglieva – si spera – di credere all’origine divina di Silvio Berlusconi, così come chi legge una favola non inizia a credere che gli animali parlino. Però leggere una favola è un atto circoscritto: prendiamo un libro o consultiamo un sito web, ci immergiamo in un mondo simbolico, e poi avviene una cesura – chiudiamo il libro, cambiamo sito. Mentre i frame scandiscono la cronaca politica, i talk-show, i lanci di notizie sui social media. Nel tempo diventano un modo naturale di pensare, creano il senso di cosa sia normale e cosa deviante, mentre in fondo sono sempre e comunque un atto di adesione, consapevole o meno.

Il linguaggio politico è perciò molto più pervasivo e influente delle favole. Se è abbastanza difficile credere alla storia dell’unto dal Signore, riesce invece più facile credere che Berlusconi sia davvero sceso in campo per salvare il paese dai comunisti. Specie se reggere il gioco contribuisce alla nostra carriera di commentatore, giornalista, intellettuale. Solo che a reggere troppo il gioco poi si finisce per prenderlo sul serio, e questo spiega perché molti ancora oggi parlano di Berlusconi come se in Italia vi fosse stato davvero un pericolo comunista negli anni ‘90 e una fondamentale missione salvifica da compiere. E spiega perché un monopolista con palesi conflitti di interesse sia riuscito a passare per eroe di una fantomatica “rivoluzione liberale”.

In Non pensare all’elefante! il linguista George Lakoff, parlando di frame, fa l’esempio del taglio delle tasse e dell’espressione “sgravio fiscale” per mostrare quanto sia facile veicolare un certo tipo di messaggio politico, anche solo per pigrizia linguistica. “Sgravio” fa pensare a un peso che si toglie, all’immagine di un alleggerimento e quindi di un sollievo. Ma è un frame in origine creato dai conservatori, e l’immagine del peso tolto nasconde aspetti politici non secondari: come sarà coperto il taglio delle tasse? Quali servizi verranno meno? La copertura economica del provvedimento peserà sulle spalle di chi?

Un altro esempio è quello per i matrimoni tra persone dello stesso sesso: che espressione usiamo per indicarli? “Matrimoni omosessuali”, spiega sempre Lakoff, è un frame conservatore, perché crea un apparente ossimoro tra il matrimonio tradizionale e l’essere omosessuali. Mentre “matrimoni egualitari” è un frame progressista, perché si focalizza sull’estensione di un diritto. Non esiste un modo di esprimersi perfettamente neutro (o, se esistesse, sarebbe terribilmente noioso e pedante): può esistere però la consapevolezza di quale aspetto si evidenzia con il linguaggio, e un certo grado di trasparenza nel motivare le scelte. E se per Lakoff un politico e il suo staff devono evitare di usare il linguaggio dell’avversario, figuriamoci un contropotere come il giornalismo.

Un esempio di come districarsi tra i frame della propaganda lo ha fornito di recente il Guardian. Nel giugno scorso, ha modificato le proprie linee guida per descrivere i provvedimenti sull’aborto, a partire dall’ondata di leggi in materia approvate negli Stati Uniti. I conservatori, infatti, hanno impiegato massicciamente l’espressione “hearbeat bill”, concentrandosi sul battito cardiaco del feto. Questo per promuovere il frame “la vita inizia al concempimento”, e quindi l’idea che ogni aborto sia un infanticidio, non un qualcosa che concerne i diritti delle donne. Per gli stessi motivi, nelle linee guida il Guardian consiglia di usare “anti-aborto” invece di “pro-vita”, e “pro-scelta” invece di “pro-aborto” – una persona può essere contraria all’idea di abortire, ma garantire agli altri quella possibilità. il Guardian, dunque, è partito dalla consapevolezza che il vocabolario usato per coprire un fenomeno politico così complesso, controverso e centrale per la sfera dei diritti forma l’opinione fin nelle sfumature. E, nel farlo, ha deciso di esplicitare al pubblico l’operazione, per trasparenza.

Tornando in Italia, e agli ‘90, in quel periodo abbiamo visto due importanti elementi farsi strada nel linguaggio politico, per effetto della propaganda politica di Silvio Berlusconi e di Forza Italia. Il primo è il leaderismo: interpretando al meglio il nuovo sistema maggioritario, Berlusconi si candidò direttamente a guidare il paese, benché in Italia la nomina del Presidente del Consiglio spetti al Presidente della Repubblica e al voto del Parlamento. Berlusconi centrò poi la narrazione politica sui suoi successi da imprenditore: “Sono stato un ottimo imprenditore, sarò un ottimo Presidente del Consiglio”, “non ho bisogno di arricchirmi con la politica, perché sono già ricco”. Ciò gli permise di posizionarsi come outsider di successo in un quadro politico su cui gravava Tangentopoli. Questo tipo di approccio si è riversato strutturalmente anche sul modo di intendere la forma-partito, accentrata attorno ai leader di turno e ai loro "cerchi magici". Persino in un partito in apparenza più tradizionale come il Pd, noi intendiamo le correnti in riferimento ai rispettivi leader - i "renziani", e più indietro negli anni ricordiamo i "dalemiani" e i "veltroniani", e così via, e questo modo di pensare è naturalmente un riflesso della personalizzazione della dialettica interna.

Il secondo elemento è la demagogia, la tendenza a blandire il consenso delle masse attraverso le emozioni e l’accondiscendenza. Una vocazione maggioritaria a carattere nazional-popolare (a partire dal nome del partito stesso, uno slogan da stadio), che diventerà strategica una volta al governo. I continui richiami alla maggioranza degli italiani sono stati infatti un tema portante della retorica berlusconiana, tesa a imporre un frame ben preciso: la democrazia è consenso. Da cui deriva che il potere si fonderebbe solo ed esclusivamente sul consenso popolare. “La maggioranza degli italiani è con me”, “i sondaggi mi danno in testa”, sono diventati con Berlusconi dei tormentoni imprescindibili, accettati dal discorso pubblico come un fatto a sé. Mentre inchieste, avvisi di garanzia e rinvii a giudizio sono stati inquadrati come tentativi di “sovvertire la volontà popolare”, o persino come tentativi di “golpe giudiziario” – tanto che su Tangentopoli un certo revisionismo usa tutt’oggi quest’ultima espressione. O, per opposizione, si è sedimentata l’idea che un avviso di garanzia rappresenti un segno di colpevolezza e corruzione morale, quando invece è un semplice atto dovuto nel processo di indagine.

Eppure chi vince le elezioni raramente ha la maggioranza effettiva della popolazione dalla propria parte, e i sondaggi sono un indicatore troppo aleatorio per fondare la legittimità di un potere. Se guardiamo al Democracy index, in fondo alla classifica troviamo la Corea del Nord, dove almeno formalmente si tengono elezioni. Se la democrazia si fondasse sul consenso elettorale, il potere giudiziario non avrebbe fondamento, o sarebbe per l’appunto di minor peso perché non sottoposto al giudizio popolare. Per una democrazia sono invece centrali separazione dei poteri e il concetto di assemblea, che trova la sua massima espressione nel Parlamento, ma anche nella collegialità di organi come la Corte costituzionale, o il Consiglio superiore della magistratura.

Parliamo inoltre di “società democratica” nel suo insieme, con particolare riferimento al grado di trasparenza, alla libertà di espressione, alla tutela delle minoranze, e ai processi di selezione della classe dirigente. Quando un qualunque organismo è fortemente centralizzato, e le decisioni spettano a poche persone, oppure a una sola, e l’operato di quell’organismo è sottoposto a scarso o nullo controllo, ecco farsi strada in noi l’idea che sia più autoritario che democratico. Quando in nome del popolo sovrano si individuano nemici da abbattere o peggio, si stanno muovendo i primi passi per introdurre limiti alle loro libertà, tra gli applausi delle masse. Quando un leader dice “chi è eletto dal popolo risponde solo al popolo”, non sta esaltando la sovranità popolare: la sta strumentalizzando per delegittimare gli altri poteri dello Stato.

Il frame berlusconiano “la democrazia è consenso”, unito alla retorica maggioritaria e al sostituire la complessità ideologica con la semplificazione leaderistica, ha sedimentato questo artificio collettivo secondo cui chi è al governo è un capo-popolo, più che un Presidente del Consiglio, e quindi è giustificabile per ogni scelta, come se il voto fosse una delega in bianco. A ciò hanno contribuito probabilmente dei difetti endemici del mondo dell’informazione, in particolare la tendenza ad appiattirsi sul linguaggio politico, o la polarizzazione per tifoserie, senza attuare una prima e fondamentale mediazione tra politica e pubblica opinione. Non che il leaderismo sia un fenomeno solo italiano, basti pensare ad esempio alle presidenziali americane e in generale a quanto si sia spettacolarizzata la comunicazione politica, ma in Italia questo aspetto è stato introdotto da un politico ben preciso, trovando i suoi avversari abbastanza indietro – ce la ricordiamo la “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti? Perciò, se il linguaggio politico fosse un genere letterario, Berlusconi sarebbe il nostro canone di riferimento per il leaderismo, e nel nostro canone il leaderismo va di pari passo con una semplificazione demagogica del concetto di democrazia.

Se vogliamo vedere gli aspetti degenerativi più legati all'informazione, pensiamo all’abitudine di testate o programmi televisivi nel lanciare apparenti sondaggi – con Libero sul podio nella classifica del cattivo gusto. Dove si chiede di votare, e dove il voto non ha alcuna valenza statistica, rispetto al serio lavoro degli istituti di ricerca, dove sono fondamentali i criteri di costruzione del campione. Però di fronte a domande su temi di attualità, che vedono l’opinione pubblica coinvolta e polarizzata, quei risultati a tutto schermo o pagina creano la parvenza di una maggioranza che pensa in un certo modo. Concorrono a orientare chi magari non ha un’idea ben precisa, o rafforza chi la pensa in un certo modo. Basta solo, per chi fa propaganda, mobilitare le proprie truppe perché votino in massa, sbandierando all'occorrenza il risultato. Come nel caso del sondaggio sulla pagina di Sky Tg24, dove in pratica la testata ha offerto un assist alla Lega per una comoda propaganda a costo zero.

Così i sondaggi politici sul consenso di partiti e leader sono diventati un appuntamento imprescindibile nella narrazione del capo-popolo di turno in cerca di egemonia: un genere giornalistico per tg e talk-show. E si fa strada, nelle conversazioni sui social media, l’idea che “Se continui così Tizio resterà al governo altri 20 anni” o che “non bisogna parlare di Tizio, sennò gli fai un favore". Ora, a prescindere dal fatto che l’alfabetizzazione digitale è un tema imprescindibile di questa nostra epoca, e quindi educare ed educarsi ad abitare questi spazi riguarda chiunque abbia dei profili su una qualunque piattaforma, e non solo gli addetti, è singolare l’idea che chi lavora nell’informazione debba scegliere temi e parole con l’idea di erodere il consenso di qualcuno. Non è l’essenza del giornalismo a tesi, e quindi del cattivo giornalismo? Con questa logica, se un politico di opposizione fosse coinvolto in un grave scandalo, un giornalista, a seconda delle sue convinzioni politiche, dovrebbe autocensurarsi o edulcorare la notizia, per non correre il rischio di fare un favore al governo, oppure caricare a testa bassa per danneggiarlo. Ragionare così significa farsi sequestrare il cervello dall’elefante di Lakoff – altro che “non pensare a”.

Eppure il consenso è qualcosa di estremamente aleatorio e volubile, specie se l’opinione pubblica ormai è esposta a una politica fatta più di emozioni che di contenuti. Sono innumerevoli i cortocircuiti che crea questa visione a breve termine, con dichiarazioni e provvedimenti visti come tappe di una continua performance per tenere alta l’attenzione del pubblico, o distoglierla da ciò che magari potrebbe erodere il consenso. Sta diventando prassi di molti politici il diffondere bufale utili alla propria agenda, senza mai sentire il bisogno di rettificare o scusarsi – si percepisce l'imperativo ad aumentare e mantenere il consenso, non la responsabilità di rendere conto del proprio operato. Talvolta si creano anche esiti comici in questo folle inseguire l’approvazione. Ad esempio, nel 2018 il Movimento 5 Stelle ha prima lanciato un sondaggio su Facebook dove chiedeva, di fronte all’ipotesi di taglio dei vitalizi, di scegliere tra “casta” e “Roberto Fico”. Ma di fronte al massiccio trolling degli utenti, decisi a far trionfare la “casta”, gli amministratori della pagina hanno deciso di rimuovere il sondaggio.

Più spesso accade che, abituati a concepire la democrazia solo come consenso, non percepiamo come sciocchezze dichiarazioni assurde sul piano logico, e gravissime sul piano istituzionale – come fossimo assuefatti. Così quando Salvini invita a candidarsi Alessandra Vella, la gip di Agrigento che ha disposto la scarcerazione di Carola Rackete, ecco che i giornali riprendono nei titoli la dichiarazione. Accettando così la plausibilità di un’idea: che la decisione di un giudice è un atto politico pro o contro il governo, e non l’esercizio autonomo di un potere, che può legittimamente entrare in conflitto. Senza questa accettazione a monte, il titolo si sarebbe focalizzato probabilmente sul Ministro dell’Interno  che non riconosce l’autonomia del potere giudiziario, o sui rancorosi capricci di chi prende male una decisione altrui.

Ed è proprio su temi forti su cui magari, per senso comune, siamo convinti di sapere cosa pensi la maggioranza degli italiani, che si vede la tossicità di questo frame. Ricorderete la storia di Rami e Adam, i due ragazzini di origini egiziane che hanno contribuito a sventare il dirottamento di uno scuolabus. Nei giorni appresso si parlò molto di concedere loro la cittadinanza, persino da parte di chi ha contribuito a inquinare il lessico politico diffondendo espressioni come “taxi del mare” e “clandestino”. Come faceva notare Dino Amenduni su Facebook, in quei giorni un sondaggio di Emg dava in lieve maggioranza gli italiani favorevoli “a concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia” (48%, contrario il 43% del campione). Eppure, nel dicembre 2017, fu proprio la paura di perdere consensi tra i motivi che portò ad affossare la legge sullo Ius Soli. Pensate cosa ne sarebbe stato delle principali riforme nella nostra storia, se i politici avessero ragionato sempre così.

Un ultimo aspetto da prendere in considerazione, è che il frame “la democrazia è consenso” promuove una spregiudicatezza senza limiti. Essere in cima ai sondaggi e vincere le elezioni ormai non solo è trattato come virtù politica a sé, a prescindere dai mezzi con cui si ottengono questi risultati, ma garantisce una comoda difesa d’ufficio di fronte ai casi più spinosi. Pensiamo al caso Diciotti e al presunto sequestro di persone su una nave militare in nome del popolo italiano: parliamo di un governo di coalizione post-elettorale dove il partito del Ministro dell’Interno ha in Parlamento una dote del 17%.

C’è poi chi si spertica in lodi per chi è in cima ai sondaggi, e ne decanta le doti di vincente nell’analizzare la comunicazione. Ma così facendo rimuove delle scelte ideologiche ben precise. La prima è la manipolazione del campo di osservazione: il consenso diventa conseguenza diretta di carisma del leader e capacità dello staff che ne cura la comunicazione, come se invece non avessero rilevanza altri aspetti – ad esempio il ruolo del sistema mediatico, o le eventuali debolezze degli oppositori, il contesto socio-economico in cui agisce la propaganda. La seconda è promuovere il frame maggioritario mascherando l’operazione attraverso una valutazione falsamente neutrale, intanto che spiegano perché il tal politico è "bravo", "efficace", "un genio", o un "fenomeno".

Non prendiamoci in giro: è un’idea che alcuni addetti sposano perché sono in una condizione di prossimità con quel potere di cui, a turno, decantano le virtù. Ne subiscono il fascino nella migliore delle ipotesi, o lo inseguono – nella peggiore. Oppure non sanno guardare al mondo se non attraverso le finestre del Palazzo. È qualcosa di interno alla bolla mediatica italiana che riflette il posizionamento politico, non certo un sistema di valori che si applica a prescindere, o fuori da quella bolla.

Nei corsi di comunicazione, difficilmente – si spera – vedremo seminari su “Come gestire il dissenso: il caso Khashoggi”, “Rendere mainstream l’antisemitismo: la lezione storica di Joseph Goebbels” o “Ruspe sui rom: storytelling vincente della pulizia etnica”. Eppure se a contare fosse solo e soltanto il consenso, a nessun livello bisognerebbe porsi la domanda “con che mezzi è ottenuto?”. Mentre invece l’analisi tecnica di un fenomeno – in questo caso la propaganda – non può prescindere dalla sua problematizzazione. Se la comunicazione passa per la retorica, e la retorica è l’arte di persuadere, da qualche parte dobbiamo iniziare a chiederci dove ci porta quella persuasione, quali prezzi impone. Pretendere di valutare solo aspetti tecnici, o di applicare il dogma del "chi vince ha ragione", ignorando le conseguenze, ha a che fare più con l'ignavia e il servilismo che con la neutralità.

Immagine in anteprima via davidegiacalone.it

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Kashmir: carta, penna e motociclette. Così i giornalisti raccontano la repressione, sfidando la censura


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Il 5 agosto, approfittando di uno stallo legislativo che perdurava da più di un anno, il ministro dell'Interno Amit Shah ha annunciato alla Camera alta del parlamento federale indiano la revoca dell'articolo 370 dell Costituzione che priva, dopo 70 anni, lo Stato di Jammu e Kashmir (una regione contesa da decenni da India e Pakistan) della sua autonomia.

"È stato così cancellato un “errore storico”", ha twittato l'ex ministro delle Finanze Arun Jaitley del primo esecutivo del premier attualmente in carica Narendra Modi.

Questa misura, proposta dal partito nazionalista Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi, determinerà la divisione dello Stato in due regioni, Jammu e Kashmir e Ladakh.

Regione del Kashmir The University of Texas at Austin via HRW

Come Ladakh, Jammi e Kashmir sarà amministrato direttamente da Nuova Delhi pur continuando, a differenza del primo, ad avere un'assemblea legislativa eletta a livello locale con poteri drasticamente ridotti.

Con l'applicazione della norma viene di fatto abolito lo status di "residente permanente" concesso dall'articolo 35A (incluso nell'articolo 370) in base al quale chi ne fosse sprovvisto non aveva il diritto di acquistare terreni, né di usufruire di borse di studio o di altri aiuti forniti dallo Stato (il provvedimento venne assunto durante il dominio britannico per impedire la migrazione dei cittadini del vicino Punjab).

Con la modifica dell'articolo 370 le leggi emanate dal Parlamento indiano riguardanti qualsiasi ambito (e non soltanto relative a difesa, esteri e comunicazioni, come avvenuto finora) entreranno automaticamente in vigore a Jammu e Kashmir senza alcuna "consultazione" preventiva, la Costituzione sarà cancellata e lo Stato non avrà più la sua bandiera.

Come racconta Matteo Miavaldi sul Manifesto si è trattato di “un golpe politico che non ha precedenti nella storia indiana e che secondo diversi osservatori sarebbe anticostituzionale. Dettaglio su cui, con ogni probabilità, la Corte suprema sarà presto chiamata a esprimersi” poiché effetto di una modifica dell’articolo 370 attraverso un decreto presidenziale, senza aver sottoposto la decisione all’assemblea parlamentare kashmira e quindi “imponendo dall’alto una svolta storica e assolutamente indigesta per la maggioranza degli abitanti del Kashmir”.

“Le opposizioni, dall’aula parlamentare, hanno parlato di «omicidio della democrazia indiana» e chiusura dell’ultimo spiraglio di risoluzione democratica della «questione kashmira» - prosegue Miavaldi - Contrariamente a quanto consigliato da una risoluzione Onu del 1948, l’India non ha mai concesso alla popolazione kashmira un plebiscito per decidere del proprio futuro, conteso da India e Pakistan, alimentando sentimenti anti-indiani sfociati dagli anni Novanta nella lotta armata”.

Era da tempo che il primo ministro Narendra Modi e il Bharatiya Janata Party si opponevano all'articolo 370, tanto che la sua modifica era stata inclusa nel programma elettorale del partito. All'indomani delle elezioni di aprile e maggio scorso e la schiacciante vittoria di BJP l'impegno è stato mantenuto, motivando la decisione con l'esigenza di integrare il Kashmir nel resto del paese, volendolo porre sullo stesso piano.

Chi ha criticato la decisione del 5 agosto è perché la considera un escamotage per distrarre l'opinione pubblica dal rallentamento dell'economia che l'India sta attualmente attraversando.

Secondo molti kashmiri, invece, come scrive BBC News, obiettivo del BJP è cambiare il carattere demografico della regione a maggioranza musulmana, attraverso l'acquisto dei terreni da parte degli indù.

«Voglio dire al popolo di Jammu e Kashmir quali sono i danni che hanno arrecato allo Stato gli articoli 370 e 35A», ha detto il ministro dell'Interno Amit Shah al parlamento. «A causa di questi articoli la democrazia non è mai stata pienamente attuata, la corruzione è aumentata nello Stato e non c'è stato alcuno sviluppo».

Contro il provvedimento governativo si sono schierati l'ex vice maresciallo dell'aeronautica Kapil Kak e il maggiore generale in pensione Ashok Mehta che hanno presentato alla Corte suprema, insieme ad altri quattro firmatari, un'istanza che contesta il disegno di legge.

Ma segnali di cambiamento si erano avvertiti durante i primi giorni di agosto con il dispiegamento di decine di migliaia di truppe indiane, l'annullamento del pellegrinaggio induista ad Amarnath (in una grotta dove si trova uno dei più importanti templi dedicati al dio Shiva), la chiusura di scuole e università, un avviso che invitava i turisti e pellegrini a lasciare il Paese, la sospensione di servizi telefonici e Internet e gli arresti domiciliari dei leader politici della regione.

Giovedì 1 agosto, infatti, alcune reti televisive indiane hanno annunciato la scoperta di un campo minato, con ordigni con marchi pakistani, sulla strada che porta ad Amarnath.

Venerdì 2 agosto il governo ha diramato un avviso in cui ha chiesto a tutti i pellegrini (e anche ai turisti che si trovavano a chilometri di distanza dal percorso del pellegrinaggio) di lasciare immediatamente la valle.

Sabato 3 agosto, le forze di sicurezza hanno preso posizione in tutto il Kashmir.

Posti di blocco a Jammu Rakesh BAKSHI/AFP

Allo scadere della mezzanotte del 4 agosto il Kashmir si è trasformato in un gigantesco campo di prigionia. Sette milioni di abitanti hanno dovuto barricarsi nelle proprie case mentre le connessioni a Internet sono state definitivamente interrotte e le linee telefoniche messe fuori uso.

Il mattino seguente, si è appreso successivamente, centinaia di persone sono state arrestate inclusi tre ex primi ministri.

Questo è il contesto in cui lavora Raja Mohi-ud-din, direttore di Tameel-e-Irshad,   uno dei pochi quotidiani del Kashmir ancora in attività.

Da quando l'autonomia del Paese è stata revocata l'uomo si sveglia alle 2 del mattino, sale in moto con una chiavetta in tasca e si dirige per le strade della capitale estiva Srinagar (quella invernale è Jammu, perché Srinagar in inverno rimane a lungo isolata a causa delle temperature molto basse) nei locali del suo giornale per mandarlo in stampa.

Poiché i dipendenti di Mohi-ud-din non possono recarsi a lavoro, vivendo in quartieri completamente isolati, l'uomo ha imparato ad usare le rotative, termina di stampare verso le 5:00 e poi va a distribuire il giornale che esce in versione notevolmente ridotta: un unico foglio, su entrambi i lati. Ma Mohi-ud-din sa che la sua è una delle poche fonti di informazione ancora disponibili e che tanti aspettano l'uscita di quel foglio.

«Le persone cercano disperatamente di leggere un giornale», ha dichiarato al New York Times che ha raccontato la sua storia. «L'altro giorno ho venduto 500 copie in cinque minuti».

Come Mohi-ud-din l'intero mondo dell'informazione del Kashmir sta cercando di resistere a una delle più severe repressioni nel Paese. Lunedì 12 agosto, una settimana dopo il blocco, giorno in cui si celebrava Eid al-Adha (una delle ricorrenze più importanti del calendario musulmano), le forze di sicurezza indiane hanno chiuso le strade principali, schierato elicotteri di sorveglianza, sgomberato strade secondarie, ordinato la chiusura della maggior parte delle moschee e allontanato i bambini dai parchi.

In questo clima, solo 5 dei 174 quotidiani del Kashmir riescono ad andare in stampa con un'edizione al massimo di otto pagine.

Lavorare è complicato, nessun accesso alle agenzie, nessun accesso ai social media. Non ci si può collegare, non si può telefonare. Come fare informazione? Alla vecchia maniera: blocchetti di carta e penne.

Tutte le mattine ci si organizza dividendosi in gruppi di sei o di otto, girando insieme in moto per cercare direttamente le notizie.

A conclusione della giornata molti restano a dormire sul pavimento della redazione perché rischierebbero di rimanere comunque bloccati sulla strada verso casa a causa dei check-point.

«Non sappiamo cosa stia succedendo lì fuori», ha detto con preoccupazione Faisel Yaseen, redattore politico del quotidiano Rising Kashmir, che pubblica circa 1.000 copie al giorno.

Le autorità indiane hanno definito le restrizioni alle comunicazioni “necessarie” per prevenire disordini, ma hanno anche affermato di non avere in programma di intervenire contro i pochi giornali che vanno ancora in stampa.

Anuradha Bhasin, direttrice esecutiva del Kashmir Times, una delle testate più antiche della regione, ha presentato un appello alla Corte suprema dell'India, dichiarando che le restrizioni violano la libertà di parola e sono quindi incostituzionali.

Venerdì 16 agosto, dopo aver accolto l'appello, la Corte suprema ha rinviato l'udienza dichiarando di voler concedere al governo indiano un po' più di tempo per rivedere la situazione.

Non si sa per quanto ancora i giornalisti del Kashmir potranno continuare a lavorare in queste condizioni con carta e inchiostro che si stanno esaurendo.

Mohi-ud-din non è poi così preoccupato. «In Kashmir, siamo abituati», ha detto. «Ho fatto la scorta per un mese».

Per lavorare, e questa purtroppo non è inusuale per i giornalisti della regione, si rischia anche la propria incolumità. Sameer Bhat, grafico di un giornale, è stato colpito al volto e ricoverato per ferite da fucile a pallettoni utilizzati dalle forze di sicurezza indiane.

Sameer Bhat Atul Loke/The New York Times

Il giorno successivo, subito dopo essere stato dimesso dall'ospedale, si presentato comunque in redazione. «Avevo un giornale da preparare», ha detto al New York Times.

Nonostante la repressione i cittadini del Kashmir, spaventati, confusi e arrabbiati, desiderano uscire e acquistare i giornali anche per non sentirsi completamente isolati.

Greater Kashmir via Al Jazeera

Ogni mattina, Vivek Wazir, direttore d'albergo, attende con impazienza la sua copia del Greater Kashmir perché «queste due pagine sono la mia sola finestra sul mondo».

Foto in anteprima Atul Loke/The New York Times 

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Le donò una bici quando a 5 anni viveva in un campo profughi in Olanda. Dopo 24 anni e 3mila retweet riesce a rintracciarlo


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20 ore, 3.000 retweet, 3 articoli di giornale e un video. Così la 29enne Mevan Babakar, ex rifugiata in Olanda negli anni '90, ha rintracciato l'uomo che 24 anni fa le ha regalato una bicicletta "facendole esplodere il cuore di gioia" mentre si trovava con la famiglia in un campo profughi nei pressi di Zwolle, nel nord-est del Paese.

Tre giorni fa, lunedì 12 agosto, Babakar ha iniziato la ricerca dello sconosciuto donatore della bici pubblicando sul suo account Twitter la foto di un uomo che lavorava nel campo profughi dove lei e i suoi genitori, di nazionalità curda, si erano rifugiati dopo essere fuggiti dall'Iraq durante la prima guerra del Golfo, viaggiando attraverso la Turchia, l'Azerbaigian e la Russia prima di arrivare in Olanda e trascorrervi un anno tra il 1994 e il 1995.

Al momento della pubblicazione del tweet Babakar si trovava da qualche giorno a Zwolle, dopo che la madre l'aveva chiamata da Londra, dove attualmente la famiglia risiede e la donna dirige Full Fact, un'organizzazione che si occupa di fact checking, fornendole ulteriori informazioni: il campo profughi dove si erano rifugiati ventiquattro anni fa si trovava appena fuori la città, nei pressi di una clinica di riabilitazione, per cui il centro era raggiungibile in poco tempo. Non era chiaro quale fosse l'occupazione dell'ignoto donatore, se fosse un manager o un tuttofare, ma aveva un soprannome, tutti lo chiamavano "aap", che significa scimmia.

L'uomo, il cui vero nome è rimasto sconosciuto fino a qualche ora fa, non solo le aveva comprato e regalato “una bicicletta rosso fiammante”, in un periodo in cui scambiarsi regali era inimmaginabile, ma ne aveva donata una anche alla mamma e aveva invitato tutta la famiglia a trascorrere il Natale con la sua.

Immediatamente dopo la pubblicazione il tweet è diventato virale. Nell'arco di mezz'ora è stato retwittato 100 volte.

https://twitter.com/MeAndVan/status/1160937931680428032

Dopo due ore e 500 retweet, Babakar è stata contattata da De Stentor, un quotidiano di Zwolle, per un'intervista in cui la donna ha espresso il desiderio di conoscere almeno il nome del benefattore.

Al giornale Babakar racconta che esisteva un legame speciale tra Mevan, sua madre e l'operatore umanitario. «È stato così generoso da parte sua offrirmi in dono una bellissima bici rossa. È stata la cosa più gentile che mi è capitata in quel momento difficile. Ecco perché voglio ringraziarlo. Mi ha insegnato che la gentilezza può esistere ovunque, non importa quanto terribile la realtà possa sembrare» .

Per farsi aiutare nella ricerca, la donna ha elencato le poche informazioni di cui era a conoscenza: l'uomo si chiamava probabilmente Ab, all'epoca aveva cinquanta o sessanta anni, viveva nei pressi di Zwolle in una fattoria con un grande serra, era sposato e aveva due figli che non vivevano con lui.

Babakar ha anche pubblicato una foto di quando si trovava al campo con la speranza che qualcuno la riconoscesse.

Quattro ore dopo la pubblicazione del tweet la sua storia è pubblicata da BBC News.

https://twitter.com/MeAndVan/status/1160998712098918400

Mentre i retweet degli utenti si moltiplicano.

https://twitter.com/scoop_reardon/status/1161171540022632448

Dopo neanche 24 ore dalla pubblicazione della richiesta di aiuto Babakar ha scoperto l'identità del suo benefattore, grazie alla segnalazione di Arjen van der Zee, un ex collega di lavoro dell'uomo che lo ha riconosciuto su Twitter. Ed è così riuscita ad incontrarlo.

https://twitter.com/MeAndVan/status/1161211783861952512

https://twitter.com/MeAndVan/status/1161211789247426560

Durante il viaggio che ha portato Babakar al confine con la Germania per incontrare l'uomo che poi avrebbe scoperto chiamarsi Egbert, la giovane donna ha raccontato su Twitter l'importanza dei gesti e delle attenzioni nei confronti dei bambini, soprattutto verso quelli che si trovano in difficoltà.

“I bambini rifugiati hanno bisogno di pazienza, amore, rassicurazione sul fatto che sono al sicuro e che hanno l'opportunità di crescere superando ciò che hanno passato. Sinceramente, qual è il bambino che non ne ha bisogno? Dovremmo sforzarci di dare questo a tutti i bambini”, scrive.

Rispondendo a un tweet in cui viene espresso il bisogno di leggere storie come la sua, Babakar dice : “Vi garantisco che esistono milioni di storie come questa, principalmente di persone che conducono una vita tranquilla e umile, che cercano di cavarsela. Io non sono un'eccezione. Questa storia non è unica. Per ogni storia terribile di rifugiati che si sente ce ne sono migliaia positive”.

Rivolgendosi, poi, a un'altra persona rifugiata commenta così l'importanza dell'accoglienza: “Quanto spesso ti capita di sentire che anche un campo profughi può suscitare bei ricordi? Certo, può essere pieno di orrori, ma per me è stato anche il primo posto sicuro, il primo posto dove potevo davvero essere solo una bambina”.

Dopo abbracci calorosi e grandi sorrisi, Babakar presenta su Twitter Egbert che aiuta i rifugiati dagli anni '90, felice di incontrarla e orgoglioso della donna forte e coraggiosa che è diventata. Attualmente l'uomo coltiva orchidee.

Per Egbert - racconta Babakar - una bici regalata è un gesto troppo piccolo per creare uno scompiglio tanto grande ma è davvero contento che sia stato il motivo per avere l'opportunità di incontrare di nuovo la piccola Mevan.

Al termine dell'avventura Babakar ha ringraziato tutti coloro che l'hanno sostenuta nel suo “folle viaggio” durato 36 ore. Si dice stupita dall'amore che ha ricevuto online e di aver capito che “Internet è ciò che creiamo”.

Le piccole azioni possono avere grandi conseguenze. La gentilezza che Egbert e la sua famiglia le hanno mostrato l'accompagnerà per tutta la vita e continuerà a formarla come persona.

“Questa è la magia della gentilezza, non costa nulla e cambia il mondo una persona alla volta”.

(e questo è il biglietto che Mevan ha regalato a Egbert)

https://twitter.com/MeAndVan/status/1161274572437630977

Foto in anteprima via Mevan Babakar

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Il taglio dei parlamentari voluto dai 5 Stelle, fino a oggi contrastato dal Pd e che Renzi ora vorrebbe approvare


[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Mancherebbe un ultimo voto, alla Camera, e poi un eventuale referendum confermativo per rendere effettivo il disegno di legge costituzionale sostenuto dal Movimento 5 Stelle che punta a ridurre 345 seggi tra Camera e Senato. Lo scorso 11 luglio a Palazzo Madama la riforma era stata approvata, in terza lettura, dalla maggioranza di governo (M5s e Lega), più l’adesione di Fratelli d’Italia. Il Partito democratico e gli altri partiti di centro sinistra avevano invece votato contro, mentre Forza Italia non aveva partecipato al voto. L’esame finale in aula è previsto per settembre, ma la crisi del governo Conte sembra aver interrotto la sua approvazione.

Dopo l’annuncio di Salvini dell’8 agosto di rompere l’alleanza e l’esperienza di governo con i Cinque stelle, il capo politico del M5S, Luigi Di Maio, ha proposto di votare anticipatamente questa riforma e poi di ridare «la parola agli italiani»: «Il mio è un appello a tutte le forze politiche in Parlamento (...)». A questa possibilità, Salvini ha però risposto negativamente perché se «se passa questa legge non si va più a votare» in breve tempo.

Pochi giorni dopo, però, lo stesso Salvini ha cambiato idea, annunciando che la Lega è pronta a votare il “il taglio di 345 parlamentari” e poi andare “subito alle elezioni”

Il voto favorevole a questa riforma coincide anche con uno dei tre elementi della proposta avanzata alle forze politiche, in un’intervista al Corriere della Sera, dal senatore del Partito democratico, Matteo Renzi: non andare subito al voto, ma creare «un governo istituzionale che eviti l’aumento dell’Iva, che gestisca le elezioni senza strumentalizzazioni» e che appunto «permetta agli italiani di votare il referendum sulla riduzione dei parlamentari», dopo la sua definitiva approvazione in Parlamento. Per Renzi, la riforma «è incompleta e demagogica» ma, afferma, «hanno ragione loro (ndr il M5s) quando dicono che sarebbe un assurdo fermarsi adesso, a un passo dal traguardo. Si voti in Aula in quarta lettura e si vada al referendum: siano gli italiani a decidere».

La proposta di Renzi ha creato però una crisi all’interno dello stesso Pd. Il segretario nazionale, Nicola Zingaretti, in un post sull’Huffington Post dal titolo “Con franchezza dico no”, ricorda prima di tutto che “il Partito Democratico in questi lunghi mesi ha escluso con toni diversi qualsiasi ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle”, e poi respinge l’ipotesi di un “governo istituzionale”.

Abbiamo così ricostruito cosa prevede nel dettaglio questa riforma di riduzione dei seggi parlamentari e quali sono i suoi possibili effetti, con un breve confronto anche con altri simili progetti di legge di governi passati.

La riforma di legge costituzionale, cosa prevede

Come spiega un dossier del Centro Studi della Camera dei deputati, il testo del disegno di legge –"risultante dall’unificazione di alcuni disegni di legge costituzionale d'iniziativa parlamentare" – prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e quella del numero dei senatori da 315 a 200 (qui è possibile vedere come a livello territoriale cambierà il numero dei parlamentari eletti).

Per modificare il numero dei seggi del Parlamento bisogna intervenire sulla Costituzione perché "In Italia, il numero dei parlamentari, dopo la revisione costituzionale del 1963", è determinato dagli articoli 56, 57 e 59 in numero fisso, "mentre in precedenza era determinato in rapporto alla popolazione" per far in modo "che il numero dei parlamentari potesse mutare con il variare della popolazione".

Il Ddl è composto da quattro articoli:

L'articolo 1 interviene sull’articolo 56 della Costituzione in cui si stabilisce che il numero dei deputati è 630, 12 dei quali eletti nella circoscrizione Estero. La modifica invece abbassa il numero complessivo a 400, con 8 deputati (anziché 12) eletti nella circoscrizione Estero.

L'articolo 2 modifica invece l'articolo 57, riducendo i seggi in Senato da 315 a 200. I senatori da eleggere nella circoscrizione Estero al Senato passano da 6 a 4.

L'articolo 3 si concentra sull’articolo 59 della Costituzione, stabilendo che "il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque". Questa modifica, si legge nel dossier del Centro Studi della Camera, "è finalizzata a sciogliere il nodo interpretativo postosi per i senatori a vita riguardo al vigente articolo 59 della Costituzione, cioè se il numero di cinque senatori di nomina presidenziale sia un 'numero chiuso' (quindi non possano esservi nel complesso più di 5 senatori di nomina presidenziale) oppure se ciascun Presidente della Repubblica possa nominarne cinque".

L'articolo 4, infine, prevede che la riduzione di deputati e senatori parta "dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi da essa sessanta giorni" (termine stabilito per consentire l’adozione del decreto legislativo in materia di determinazione dei collegi elettorali).

via Servizio Studi Parlamento

 

via Servizio Studi Parlamento

È necessario ricordare però che l'articolo 138 della Carta stabilisce che "le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione". Queste riforme, poi, "sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali". Se nel referendum confermativo, la legge ottiene il voto favorevole della maggioranza dei votanti (non esiste un quorum da raggiungere), allora viene promulgata. Non può essere richiesto un referendum, invece, se la legge "è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti", cioè a maggioranza qualificata. Ma non è questo il caso, perché la riforma nell'ultima votazione Senato non ha ottenuto i due terzi dei voti parlamentari.

Quanto si risparmia dal taglio dei seggi in Parlamento?

Secondo il Movimento 5 stelle la riforma, una volta approvata in via definitiva, porterebbe a un "risparmio" di 500 milioni di euro a legislatura (quindi ogni cinque anni). Secondo però i calcoli effettuati dal sito di fact-checking Pagella politica sui bilanci di previsione dei due rami del Parlamento per il triennio 2018-2020, le risorse risparmiate (esclusi i risparmi indiretti su lungo termine che attualmente risultano difficili da stimare) sarebbero inferiori: "(...) Complessivamente, Camera e Senato, con 345 parlamentari in meno, risparmierebbero ogni anno circa 82 milioni di euro per un totale di circa 408 milioni di euro ogni cinque anni di legislatura".

Il Parlamento sarà davvero più efficiente?

Sempre secondo i Cinque stelle la riduzione del numero dei parlamentari porterà maggiore efficienza e velocità al Parlamento.

Nel corso dell'iter parlamentare del progetto di riforma sono stati ascoltati diversi esperti. Durante le audizioni sono emerse differenti aspetti di valutazione degli obiettivi e delle finalità del progetto di legge.

Carlo Fusaro, ad esempio, professore di Diritto Elettorale e Parlamentare presso l’Università di Firenze, ha dichiarato che si tratta di una riforma limitata alla riduzione del numero dei parlamentari, "con mantenimento – per il resto – di tutte le caratteristiche del bicameralismo indifferenziato instauratosi con la Costituzione del ’48, in particolare dopo la revisione costituzionale del 1963". Ma per quanto riguarda una possibile maggiore efficenza, il professore esprime parere positivo: "La drastica riduzione del numero dei componenti è destinata a produrre non solo risparmi ma – a mio avviso, e diversamente da preoccupazioni avanzate da altri, (...) una generale maggiore efficienza e dunque, potenzialmente, maggiore prestigio dei due rami del Parlamento e un ruolo rafforzato di quest’ultimo". "Naturalmente – continua il professore – si porrebbe la questione di come eventualmente adeguare i due regolamenti (per esempio riducendo il numero attuale delle Commissioni, specie al Senato; valutando se ridurre ulteriormente il numero minimo dei componenti per la formazione di un Gruppo). Ma nel complesso la funzionalità delle due Camere e del Parlamento nel suo complesso ne dovrebbe comunque guadagnare".

Per Fusaro, invece, un aspetto da non sottovalutare è il rapporto fra deputati e popolazione e fra senatori e popolazione che si "modificherebbe drasticamente": "Quanto alla rappresentatività, in media ogni deputato rappresenterebbe oltre 150.000 abitanti e ogni senatore oltre 300.000: accanto alla crescita indiretta di responsabilità e di prestigio, vanno però anche valutate le conseguenze sulla capacità effettiva di presenza sul territorio (cioè di esercizio reale della funzione rappresentativa), nonché gli effetti sulle campagne elettorali (a partire dai costi); quanto alla rappresentanza, va considerato che – anche al di là delle ricadute sulla vigente formula elettorale (caratterizzata da seggi uninominali e seggi proporzionali: i primi, in particolare, – ove proporzionalmente ridotti sarebbero espressi da un numero ancor più alto di elettori in collegi ben più grandi di quelli, già grandi, attuali) – vi potrebbe essere indirettamente una ricaduta in termini di implicito sbarramento alla rappresentanza (ciò può non essere un male e dipenderebbe dalla formula: ma si tratta di esserne avvertiti)".

Questo effetto, inoltre, sottolinea il professore Paolo Carrozza della Scuola superiore Sant'Anna, farebbe diventare l'Italia, in confronto agli altri paesi europei con simili dimensioni di popolazioni, il paese con il rapporto maggiore tra numero di elettori e parlamentari Inoltre, in base a quanto riferito da Gianluca Passarelli, docente di Scienza Politica e Politica Comparata alla Sapienza di Roma, intervenire sul numero di deputati e senatori, lasciando invariato il sistema elettorale "genererebbe una grande distorsione nel rapporto elettori-eletti, una probabile crescita del costo delle campagne elettorali nonché una selezione di candidature ed eletti da queste derivanti".

Per Carrozza, poi, la riduzione dei parlamentari avrebbe come possibile conseguenza una semplificazione del sistema politico, "ma non anche una maggiore governabilità o chiarezza nella determinazione della maggioranza, poiché la natura bipolare o frammentata del sistema non è governata solo dal numero dei parlamentari, ma anche da altri meccanismi affidati alla legislazione elettorale (...) o addirittura ai regolamenti parlamentari". L'effetto, invece, sarebbe quello di "rafforzare le segreterie (o organismi dirigenti) centrali dei partiti, a scapito del peso delle rispettive rappresentanze territoriali" questo perché "aumentare il rapporto tra numero di eletti ed elettori significa anche aumentare la loro 'reciproca' distanza, allontanare sempre di più dal territorio, dalla 'base', gli eletti". Un esito che non è sarebbe "né un bene né un male in sé", ma che "andrebbe valutato e commisurato in relazione alla situazione generale del paese".

Quali sono le tempistiche delle elezioni se la riforma viene votata?

Come abbiamo visto, il leader della Lega, che punta ad andare a votare il prima possibile, ha dichiarato che «se passa questa legge non si va più a votare». Secondo quanto ricostruito dall'agenzia stampa Adnkronos, ad esempio, una volta approvata, questa legge "potrebbe avviare una serie di procedure in grado di far slittare le eventuali elezioni anticipate di vari mesi. Potrebbe infatti risultare difficile che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sciolga le Camere senza che si sia esaurito l'iter della riforma", compreso cioè lo svolgimento di un eventuale referendum confermativo. Quali saranno comunque le tempistiche e le modalità per arrivare al voto, dopo la possibile approvazione della riduzione dei parlamentari, non sono ancora chiare e definite. Il Post spiega infatti che "non ci sono precedenti e ci sarebbero probabilmente grossi dibattiti tra costituzionalisti. Dipenderebbe in ultima istanza dalla volontà delle principali forze parlamentari e da quella del presidente della Repubblica".

Salvini ha cambiato idea sul voto della riforma, dichiarando di essere disponibile a votarla e poi andare subito al voto. Il ministro dell'Interno ha citato l’articolo 4 della riforma costituzionale che “dice che se nel frattempo vengono sciolte le Camere” quella legge “entra in vigore nella legislaturasuccessiva”. Tradotto, spiega il Fatto quotidiano, "si può andare al voto subito, anche se viene approvato il taglio. Non entrerà in vigore ora, ma alla fine della prossima legislatura (teoricamente anche fra 5 anni)".

Sui giornali, però, diversi quirinalisti raccontano della “sorpresa” del Quirinale di questa mossa politica perché, scrivono su Repubblica Concetto Vecchio e Lavinia Rivara, il Presidente avrebbe già fatto conoscere il suo pensiero ai partiti di maggioranza e cioè che si “dovesse approvare definitivamente la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari sarebbe impossibile sciogliere le Camere prima di sei, sette mesi” e quindi andare subito al voto. I due giornalisti riportano che non varrebbe neanche il precedente suggerito da Roberto Calderoli e cioè la riforma costituzionale approvata il 16 novembre del 2005, "sulla quale si tenne un referendum confermativo alla fine del giugno del 2006 (che la bocciò). In mezzo, nell'aprile del 2006, ci furono le elezioni politiche, dunque si era passati ad un'altra legislatura. Ma intanto i parlamentari avevano avuto a disposizione i tre mesi di tempo per chiedere la consultazione".

Marzio Breda sul Corriere della Sera aggiunge che per il Capo dello Stato “la sola idea che si voglia portare la sfida politica su una legge costituzionale che modifica in profondità le regole del Parlamento, ritenendo di poter procrastinarne l'entrata in vigore secondo i propri calcoli di convenienza, è semplicemente inammissibile. E non solo perché non fa i conti con l' articolo 138 della Carta, laddove si prevedono certi margini di attesa per eventuali richieste di referendum, dopo un simile voto. Quanto perché la provocazione configura, di fatto, l'ennesima frattura di un sistema che ormai si pretenderebbe di mettere sbrigativamente in liquidazione”.

I tentativi precedenti di riforma del numero dei parlamentari

Il Centro Studi della Camera ripercorre anche le varie proposte di modifica del numero di deputati e senatori pensate e avanzate nel corso del tempo. Negli anni '80, "emerge che una riduzione del numero dei parlamentari fu discussa già entro la Commissione parlamentare bicamerale istituita ad hoc nella IX legislatura". Il dibattito però non portò alla formulazione di una proposta. Nel decennio successivo, la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali (conosciuta anche come "Commissione D'Alema") esaminò un progetto di legge che prevedeva tra 400 e 500 deputati e 200 senatori elettivi. Nel 2006, dopo che il Parlamento aveva approvato in via definitiva un disegno di legge costituzionale in cui era prevista una Camera di 518 deputati (elettivi) e un Senato di 252 senatori, un referendum confermativo, svoltosi il 25-26 giugno, non approvò la riforma. Altri simili progetti di legge furono analizzati anche negli anni successivi.

Tre anni fa, infine, fu approvato dal Parlamento, durante il governo guidato da Matteo Renzi, il testo di riforma costituzionale che tra le altre cose, prevedeva una Camera inalterata nella sua composizione di 630 deputati e un Senato di 95 senatori, rappresentativi delle istituzioni territoriali (Regioni e Comuni), eletti con un'elezione di secondo grado: dovevano cioè essere eletti dai Consigli regionali e da quelli delle province autonome di Trento e di Bolzano, con metodo proporzionale, tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. Questo progetto di riforma, però, non ottenne la maggioranza nel referendum confermativo del 4 dicembre 2016 e fu respinto. Un risultato che portò alle dimissioni di Renzi e alla fine del suo governo.

Foto in anteprima via Ansa

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Come la multinazionale Monsanto ha preso di mira e screditato giornalisti e attivisti


[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Aggiornamento 12 agosto 2019, ore 13:30

Il documentario “SEEDING FEAR - The Story of Michael White vs Monsanto” prodotto da Neil Young racconta la storia di un agricoltore denunciato dalla Monsanto e non che aveva denunciato l'azienda vincendo la causa, come erroneamente riportato inizialmente.

Un vero e proprio "centro di intelligence" per monitorare e screditare giornalisti e attivisti organizzato dalla Monsanto, la multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie, acquistata lo scorso anno dalla società farmaceutica tedesca Bayer. Questo è quanto emerso dalla lettura di documenti di comunicazione interna consultati dal Guardian, per la maggior parte risalenti a un periodo che va dal 2015 al 2017, depositati in Tribunale nell'ambito di una battaglia giudiziaria in corso sui rischi per la salute causati dal diserbante Roundup prodotto dall'azienda.

Leggi anche >> Glifosato e cancro: il dibattito scientifico sull'erbicida più usato al mondo

Il sistema, gestito all'interno dell'impresa, serviva a raccogliere informazioni su chiunque denunciasse quelli che riteneva tragici effetti derivanti dall'uso di glifosato e su quanti si schierassero contro le attività della Monsanto, per organizzare successivamente delle azioni di contrasto diffamatorie.

Il contenuto dei documenti conferma le tesi sostenute in tribunale secondo cui la Monsanto ha "intimidito" critici e scienziati e si è impegnata a nascondere i pericoli derivanti dall'utilizzo del glifosato, l'erbicida più usato al mondo, elemento principale del prodotto Roundup.

Nell'ultimo anno, due corti statunitensi hanno dichiarato che l'uso di Roundup è stata la causa del linfoma non Hodgkin (NHL), un tumore del sangue, del querelante, condannando la società a pagare somme significative. Bayer ha comunque continuato ad affermare che il glifosato è sicuro.

Ad oggi sono più di 18.400 le persone che hanno intentato una causa contro la Monsanto perché ritengono di essere affette da NHL a causa dell'utilizzo dell'erbicida Roundup.

Dewayne “Lee” Johnson, il primo malato di cancro a vincere in tribunale contro la Monsanto JOSH EDELSON/AFP/Getty Images

Ma il principale bersaglio dell'attività di intelligence è stata Carey Gillam, per 17 anni giornalista della Reuters e autrice di “Whitewash: The Story of a Weed Killer, Cancer and the Curruption of Science”, un libro (vincitore del premio Rachel Carson Book Award della Society of Environmental Journalists e di altri due premi letterari) pubblicato nel 2017, fortemente critico nei confronti delle attività della Monsanto. Attraverso varie inchieste, infatti, Gillam ha potuto appurare i legami esistenti tra l'uso di diserbante e il cancro.

Carrey Gillam Fanny Dollberg/Reporterre

Oltre a Gillam la società aveva preso di mira il cantautore Neil Young e la ONG US Right to Know (USRTK), una associazione senza scopo di lucro che si occupa di ricerca alimentare.

Dai documenti consultati dal Guardian e pubblicati da USRTK risulta che la Monsanto abbia pianificato di attaccare il libro di Gillam prima della sua uscita con una serie di 20 "azioni", contenute nel file "Carey Gillam Book", tra cui una lista di "argomenti di discussione" che terzi potessero utilizzare per criticarlo e l'invito a clienti del settore e ad agricoltori a postare recensioni negative su Amazon.

Infatti, subito dopo la pubblicazione del libro, decine di "recensori" hanno pubblicato commenti utilizzando contenuti e linguaggio sospettosamente simili tanto da ritenerli falsi o impropri ed essere per questo cancellati da Amazon.

Il file “Carey Gillam Book” era incluso in una operazione più ampia il "Project Spruce" che è il nome in codice utilizzato all'interno dell'azienda per le azioni organizzate dalla Monsanto mirate a difendere la propria attività inerente al glifosato e agli erbicidi Roundup da qualsiasi “minaccia” esterna, incluse quelle provenienti da scienziati e giornalisti.

Per danneggiare Gillam la Monsanto ha inoltre pagato Google per promuovere contenuti critici sul lavoro della giornalista risultanti dalla ricerca “Monsanto Glyphosate Carey Gillam”.

Oltre a questo lo staff delle pubbliche relazioni della Monsanto si era anche premunito di discutere di come esercitare “in ogni modo possibile” pressioni forti e costanti sugli editori della Reuters auspicando "che [Gillam] fosse trasferita".

I funzionari che si occupavano del "centro di intelligence" della Monsanto avevano inoltre redatto un lungo e dettagliato rapporto sulla posizione anti-Monsanto del cantautore Neil Young monitorandone l'impatto sui social e non escludendo di intraprendere eventuali "azioni legali".

Nel 2015 Young aveva pubblicato un album chiamato “The Monsanto Years” e prodotto un documentario in cui viene raccontata la storia di un agricoltore che era stato denunciato dall'azienda dopo essere stato accusato di aver riprodotto senza autorizzazione semi di soia geneticamente modificati di produzione della multinazionale.

Come riportato dal Guardian, nel materiale prodotto dalla Monsanto su Young, ci sono grafici dettagliati sulla sua attività su Twitter. Il centro ha inoltre analizzato i testi dell'album "The Monsanto Years" per sviluppare un elenco di più di 20 possibili argomenti che il cantautore avrebbe potuto affrontare e creando contenuti utili da utilizzare per eventuali risposte, secondo quanto scritto da un funzionario della Monsanto nel 2015 che ha aggiunto che in quel periodo si stavano monitorando scrupolosamente le discussioni riguardanti un concerto che Young avrebbe tenuto insieme a Willie Nelson, John Mellencamp e Dave Matthews.

Dalla documentazione emersa si evince poi che la Monsanto fosse molto preoccupata per la diffusione di documenti che avrebbero potuto provare rapporti finanziari intercorsi con alcuni scienziati. Una simile scoperta avrebbe confermato che alcune “analisi poco lusinghiere” sui prodotti dell'azienda fossero tenute nascoste.

Nel 2016, infatti, un funzionario della società aveva espresso la propria frustrazione dichiarando che la vera questione non era che gli esperti fossero stati retribuiti ma che potessero essere debitamente ricompensati, considerato che nessuno lavora gratuitamente, per il tempo dedicato alla redazione di risposte da fornire all'esterno.

Christopher Loder, portavoce della casa farmaceutica Bayer, ha rifiutato di rilasciare commenti sui documenti consultati dal Guardian o sull'attività del “centro di intelligence” ma ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che le informazioni mostrano che «le attività della Monsanto fossero intese ad assicurare che ci fosse un dialogo onesto, accurato e basato su dati scientifici riguardanti l'azienda e i suoi prodotti in risposta a numerose informazioni distorte, inclusi i passaggi relativi alle risposte a seguito della pubblicazione di un libro scritto da una persona che critica frequentemente pesticidi e OGM». Loder ha poi proseguito affermando che i documenti sono stati «scelti con cura dagli avvocati dei querelanti e dai loro sostituti" e che non hanno contraddetto le posizioni della scienza a sostegno dell'uso del glifosato. «Prendiamo molto sul serio la sicurezza dei nostri prodotti e la nostra reputazione e lavoriamo per garantire che tutti... abbiano informazioni accurate ed equilibrate», ha concluso.

Nell'ultimo articolo di Gillam pubblicato dal Guardian la donna - nonostante i 30 anni di esperienza acquisiti sulle tattiche utilizzate dalle aziende americane che esercitano pressioni per avere una copertura positiva sui giornali e per limitare i commenti negativi - racconta di aver avuto una reazione di grande stupore a seguito della lettura delle 50 pagine del documento di comunicazione interna della Monsanto in cui era stava evidentemente presa di mira.

Per la giornalista, però, i documenti emersi sono una piccola parte delle oltre 10.000 pagine in cui viene citata ma che sono secretate.

Per Gillam, che attualmente collabora con Guardian e Huffington Post e che ricopre la carica di direttrice di ricerca della ONG USRTK, quella documentazione è “solo un ennesimo esempio di come una azienda lavori dietro le quinte per cercare di manipolare ciò che l'opinione pubblica sa sui suoi prodotti e sulle sue attività”.

Pur sapendo di non riscuotere le simpatie della Monsanto, per aver pubblicato nell'arco di 21 anni - principalmente per Reuters - inchieste sull'industria agrochimica e articoli sui semi geneticamente modificati e per aver creato un crescente disagio nella comunità scientifica, contribuendo a far luce sul collegamento tra gli erbicidi Monsanto e i problemi relativi alla salute e all'ambiente, la giornalista ha dichiarato che non avrebbe mai immaginato di essere diventata oggetto di un vero e proprio piano di azione.

La strategia della Monsanto, infatti, puntava ad etichettare Gillam e altri critici della multinazionale come "attivisti anti-glifosato e organizzazioni capitaliste favorevoli al biologico”.

Per il raggiungimento di questo obiettivo nei documenti si legge che la Monsanto aveva arruolato alcuni consulenti della FTI Consulting (una società indipendente di consulenza aziendale globale che si occupa di aiutare le organizzazioni a gestire i cambiamenti, mitigare i rischi e risolvere le controversie). A marzo scorso proprio la FTI Consulting è salita alla ribalta dopo che una sua dipendente si era accreditata come giornalista della BBC ad un'udienza, svoltasi a San Francisco, di un processo relativo ad un caso (Hardeman contro Monsanto) di una persona ammalatasi di cancro a seguito dell'utilizzo di Roundup. Si trattava di una messa in scena per avere la possibilità di avvicinare i giornalisti che si occupavano del processo e avere l'opportunità di parlare positivamente della Monsanto.

Ed è stata sempre la FTI Consulting, secondo quanto raccontato da Gillam, ad occuparsi dell'invio di un'email, datata settembre 2017, ai dipendenti della Monsanto contenente un elenco di attività da svolgere prima del lancio del suo libro (previsto ad ottobre 2017), tra cui lo sviluppo di una serie di argomenti per attaccare il libro, e il link alla pagina di Amazon per l'acquisto del testo dove le persone avrebbero potuto pubblicare recensioni negative.

Secondo Dave Mass, ricercatore investigativo alla Electronic Frontier Foundation, i centri di intelligence governativi hanno sollevato problemi di privacy sulla modalità con cui le forze dell'ordine raccolgono dati, sorvegliano i cittadini e condividono informazioni. Se da un parte è comprensibile che le aziende private possano usare le stesse modalità per difendersi, per esempio, da attacchi informatici, dall'altra «diventa preoccupante quando utilizzano i propri soldi per indagare su persone impegnate a difendere i diritti garantiti dal primo emendamento».

Michael Baum, uno degli avvocati coinvolti nei processi intentati per i danni provocati dall'uso del diserbante Roundup, ha dichiarato al Guardian che le informazioni che sono venute alla luce rappresentano ulteriori "prove del disprezzo riprovevole e consapevole esercitato nei confronti dei diritti e della sicurezza delle persone" ma che comunque sarebbero state utili per sostenere le ragioni di coloro che si sono ammalati di cancro.

«Tutto questo mostra un abuso del loro potere che si sono guadagnati attraverso vendite elevate», ha aggiunto. «Hanno talmente tanti soldi e sono talmente tante le cose che stanno cercando di proteggere».

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Tra gli obiettivi della Monsanto, racconta Gillam, c'era anche screditare l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) dopo che nel marzo 2015 aveva classificato il glifosato, ingrediente chiave di Roundup, come probabile sostanza cancerogena.

I malumori della multinazionale nei confronti di Gillam - spiega la giornalista - sono iniziati molto prima della pubblicazione del libro. In un'e-mail, il responsabile delle relazioni con i media della Monsanto Sam Murphey discuteva di come lui e i suoi colleghi "potessero gestire collettivamente il problema Carey" a seguito della pubblicazione, a settembre 2015, di una inchiesta pubblicata da Reuters, che raccontava come il cancro potesse essere provocato dall'erbicida, che aveva attirato l'attenzione sul numero crescente di cause legali intentate contro la Monsanto da malati di tumore.

"Continuiamo a mettere pressione con forza sui suoi editori tutte le volte che ne abbiamo l'opportunità", aveva scritto Murphey. "E speriamo che un giorno verrà trasferita".

Neanche la fine della collaborazione con la Reuters, ad ottobre 2015, ha diminuito la pressione che la Monsanto esercitava nei confronti della giornalista. Dopo essere entrata a far parte di USRTK ed aver iniziato a scrivere il suo libro a gennaio 2016 in un'e-mail, datata maggio 2016, veniva definita da Monsanto "una rompiballe”.

«Sono solo una persona, solo una giornalista che lavora in una casa nel Midwest, destreggiandosi tra tre bambini e scadenze improvvise di articoli. Per cui la consapevolezza che un'azienda multimiliardaria abbia speso così tanto tempo e attenzione nel tentativo di capire come contrastarmi è terrificante», scrive.

«La verità e la trasparenza sono beni preziosi, le basi per la conoscenza di cui tutti abbiamo bisogno e che meritiamo nel mondo in cui viviamo. Senza verità non possiamo sapere quali sono i rischi che dobbiamo affrontare e di quali protezioni abbiamo bisogno per le nostre famiglie e il nostro futuro», aggiunge Gillam.

«Quando il potere delle aziende è così fortemente impegnato a mettere a tacere con l'obiettivo di manipolare documenti e opinione pubblica, la verità viene soffocata. E tutti dovremmo avere paura».

Foto in anteprima MIKE MOZART/VIA FLICKR CREATIVE COMMONS, CC BY-SA 2.0 via Philly Voice

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I like di Facebook e il trattamento dei dati. Chi è “responsabile” secondo la Corte di Giustizia europea


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

La recente decisione della Corte di Giustizia europea sul caso Fashion ID (case 40-17) porta a numerosi interrogativi su come conformarsi alle norme vigenti in materia di protezione dei dati personali.

In breve, Fashion ID è un rivenditore di abbigliamento tedesco che incorpora (embed) sul suo sito un plugin di Facebook (Like). Ciò comporta che quando il visitatore visualizza (sul suo browser) la pagina contenente il plugin di Facebook, il browser del visitatore avvia una comunicazione con i server della terza parte (Facebook Ireland) per poter visualizzare correttamente il plugin stesso. Quindi già alla visita del sito (anche senza cliccare sul plugin) i server di Facebook ricevono una serie di informazioni sul visitatore che possono essere utilizzate per finalità che sono del tutto indipendenti dallo scopo del visitatore (es. acquisto del prodotto) e dello stesso sito visitato (vendita del prodotto).

L’associazione dei consumatori Verbraucherzentrale NRW porta in giudizio Fashion ID sostenendo che vi è una violazione dei diritti dei visitatori del sito perché non vi era una richiesta di consenso né un’informativa che spiegava che i dati sono comunicati a Facebook.

Nel procedimento giudiziario vengono parzialmente accolte le richieste dell’associazione dei consumatori. Fashion ID impugna il provvedimento sostenendo che il tribunale erra nel ritenere Fashion ID titolare del trattamento in quanto Fashion ID non ha alcuna influenza sul trattamento dei dati da parte di Facebook e non ha nemmeno informazioni su quale tipo di trattamento opera Facebook su quei dati.
La corte tedesca decide di inviare gli atti alla Corte di Giustizia europea.

La decisione della CJEU

Occorre premettere che il caso è del 2017, quando non era ancora entrato in applicazione il regolamento europeo (GDPR). Per cui si applica la direttiva precedente, anche se non vi sono particolari differenze normative.

Innanzitutto la Corte sostiene (qui il provvedimento in inglese – non risulta tradotto in italiano –) che, se da un lato la direttiva del ‘95 non obbliga gli Stati a prevedere delle norme interne che consentano alle associazioni dei consumatori di tutelare i diritti dei cittadini in procedimenti legali, questo non comporta che neghi tale possibilità. Anzi, una normativa interna che consenta alle associazioni dei consumatori di avviare un procedimento legale contro chi viola i diritti di cittadini aumenta la tutela dei cittadini stessi, e quindi deve ritenersi del tutto compatibile con la direttiva.

Di seguito la Corte afferma che il titolare del trattamento (data controller) è definito in maniera ampia nella direttiva, e quindi non è soltanto colui il quale decide delle finalità e dei mezzi del trattamento, ma anche chi decide solo parzialmente di finalità e mezzi. Inoltre, precisa la Corte, anche un caso di titolarità congiunta (joint controller) non implica una ripartizione di responsabilità uguale e in particolare non implica che tutti i titolari abbiano accesso a tutti i dati. Al contrario, i titolari congiunti possono essere coinvolti in differenti stadi di trattamento, con la conseguenza che le loro responsabilità devono essere valutate in base alle sole parti del trattamento che li riguarda.

Per capirci, il gestore del sito (nei provvedimenti talvolta lo trovate anche indicato come “publisher”) si comporta da titolare del trattamento con riferimento ai trattamenti di “raccolta” e “comunicazione” dei dati ("collection and disclosure by transmission of the data") alla terza parte (Facebook Ireland), per cui la sua responsabilità è limitata a questi due trattamenti. Ovviamente Facebook Ireland è responsabile quale titolare dei trattamenti che afferiscono alle sue attività. In tal senso entrambe le parti sono titolari, congiunti nello specifico perché i trattamenti sono interconnessi (senza la raccolta e comunicazione non potrebbero avvenire i trattamenti da parte di Facebook). Fashion ID, infatti, per fini commerciali (l’uso del plugin consente di aumentare la pubblicità dei suoi prodotti) incorpora i plugin di Facebook permettendo a quest’ultima di operare trattamenti propri, compreso quello di inviare pubblicità personalizzata sulla base del comportamento dei visitatori dei sito web, e compreso il comportamento sul sito di Fashion ID.

La Corte rimarca il fatto che tramite il sito vengono raccolti e comunicati dati che possono anche non riguardare soggetti iscritti a Facebook, così in tal modo il sito web collabora ad allargare la quantità delle persone che Facebook “traccia”. In questo senso la responsabilità di Fashion ID è maggiore (sempre con riferimento ai suoi trattamenti).

...a website, such as that of Fashion ID, is visited both by those who are members of the social network Facebook, and who therefore have an account on that social network, and by those who do not have one. In that latter case, the responsibility of the operator of a website, such as Fashion ID, for the processing of the personal data of those persons appears to be even greater, as the mere consultation of such a website featuring the Facebook ‘Like’ button appears to trigger the processing of their personal data by Facebook Ireland

Ulteriormente la Corte precisa che nel caso specifico non è utilizzabile come base giuridica il legittimo interesse del titolare, in quanto i dati comunicati a Facebook non si limitano ad informazioni conservate nel dispositivo (computer) e quindi, ai sensi dell’art. 5(3) della direttiva, andava chiesto il consenso. Non si tratta di cookie tecnici, se vogliamo dirla diversamente.

La Corte rimarca, inoltre, che entrambi i titolari congiunti avrebbero dovuto avere un legittimo interesse. Cosa che comunque risulterebbe difficile per Facebook, in special modo visto che i dati riguardano anche persone non iscritte a Facebook e che quindi non hanno alcun collegamento con l’azienda.

In ultimo la Corte si occupa della questione del consenso. È indubitabile che dal fatto che il gestore del sito assume il ruolo dei titolare del trattamento, con riferimento alle sole operazione per le quali stabilisce (insieme a Facebook) le finalità e i mezzi, ne discende che è il gestore del sito a dover raccogliere il consenso. Ovviamente tale consenso sarà relativo alle sole operazioni che il gestore del sito pone in essere, e cioè la raccolta e la comunicazione alla terza parte. Collegato a questo obbligo vi è l’ulteriore onere di informare correttamente il visitatore prima che venga raccolto il consenso. Anche l’informazione è correlata alle sole operazioni che pone in essere il gestore del sito.

Alcune considerazioni

Appare abbastanza ovvio che la Corte di Giustizia allarghi il concetto di titolare del trattamento, di per sé già definito in maniera ampia. Il caso è diverso rispetto al caso Wirtschaftsakademie dove la Corte giungeva alla conclusione che il gestore di una pagina fan su Facebook è titolare (congiunto) del trattamento perché sostanzialmente può vedere i dati. Tutte le decisioni sono prese da Facebook, compreso i mezzi, ma l’amministratore della pagina ha la possibilità di vedere le statistiche sugli utenti. In tal modo ha un effetto sull'elaborazione operata da Facebook e contribuisce alla determinazione degli scopi e dei mezzi.

Leggi anche >> Chi amministra le pagine fan di Facebook è responsabile del trattamento dei dati dei visitatori?

Invece, con questa sentenza, qualsiasi soggetto che può influenzare in qualche modo un trattamento (lo rende possibile) finisce per esserne titolare e quindi responsabile (nel senso che ne risponde giuridicamente, da non confondere col “responsabile” del trattamento).

Il problema principale sta nel fatto che nell’economia digitale non è facile attribuire correttamente i ruoli, a differenza dell’economia reale dove la distinzione è immediata. Un normale business non digitale, infatti, distingue chiaramente tra titolare, colui che decide le operazioni, e gli altri soggetti che operano elaborazioni congiuntamente al titolare o in autonomia. Nell’ambiente digitale, invece, specialmente con la nascita e lo sviluppo di piattaforme di elaborazione in cloud, le relazioni tra i soggetti sono molto più complesse. È abbastanza normale, infatti, che il titolare si serva di piattaforme esterne per ridurre i costi, ma che la piattaforma, una volta ottenuti i dati, operi elaborazioni del tutto separate rispetto al titolare, per alimentare il suo proprio business. È che utilizzi altri fornitori a sua volta. È chiaro che qui andiamo ben oltre la figura del “processor” (responsabile del trattamento in Italia), il quale invece è vincolato alle istruzioni (e quindi anche alle finalità) del titolare.

Ormai la quasi totalità dei servizi software comporta da un lato una centralizzazione delle operazioni su piattaforme esterne, dall’altro la decentralizzazione delle decisioni, perché appunto le finalità (e i mezzi) non sono più decise dal titolare, ma più soggetti cooperano alla decisione, oppure stabiliscono finalità del tutto indipendenti gli uni dagli altri. Molti di questi flussi, inoltre, non sono affatto trasparenti, e il tutto appare in ovvia torsione col principio di trasparenza del GDPR.

Sotto questo profilo sembrerebbe che il regolamento europeo sia per lo più un’evoluzione della precedente direttiva, e che non mirasse espressamente a regolamentare i rapporti tra soggetti dell'ambiente digitale, quanto piuttosto il legislatore avesse in mente il modello di gestione dell’ambiente non digitale. Non vi sono, infatti, criteri chiari per distinguere i ruoli nella complessità dell’ambiente digitale, con servizi e decisioni che si soprappongono senza alcun continuità.

Le decisioni sui “mezzi” (es. quale software, quale hardware...) sono sempre più spesso delegate ad un terzo. Il titolare si limita a firmare un contratto di fornitura di servizi. In questi casi decisioni essenziali sono prese direttamente dal fornitore del servizio, come ad esempio la selezione dei dati da raccogliere e trattare (anche dati che al titolare non servono), i tempi di conservazione, il luogo di conservazione (i dati di un servizio cloud potrebbero essere spostati al di fuori dello spazio SEE anche se il titolare non ne è conoscenza), ecc...

La giurisprudenza della Corte europea ci dice che stabilire se un soggetto è titolare del trattamento deve essere deciso nel concreto, analizzando effettivamente ciò che fa, e che nel complesso del trattamenti può anche accadere che alcune decisioni siano delegate a terze parti. La ripartizione delle decisioni non deve necessariamente essere equa, per cui può ben accadere che un soggetto si limiti a decidere solo con riferimento ad uno dei tanti trattamenti operati. In tal senso quel soggetto può assumere il ruolo di titolare (autonomo o congiunto a seconda dei casi) con riferimento al singolo trattamento, indipendentemente dal fatto che sia un singolo privato a confronto con una grande azienda multinazionale. È ovvio, però, che le sue responsabilità saranno limitate ai soli trattamenti per i quali decide mezzi e/o finalità. Anche il fatto che poi il soggetto non abbia accesso ai dati non inficia in alcun modo il suo ruolo di titolare di quel trattamento.

Le parti sono libere di stabilire contrattualmente le rispettive responsabilità, fermo restando che le norme assegnano all’interessato il diritto di rivolgersi a qualsiasi delle parti in causa, indipendentemente dalla ripartizione contrattuale.

Certamente si pone un problema nel momento in cui uno dei soggetti ha una forza contrattuale maggiore dell’altra. È piuttosto difficile che un privato che utilizzi un plugin Facebook possa imporre una sua ripartizione delle responsabilità a Facebook. Accadrà, invece, che avremo degli accordi di ripartizione fissati dalla grande azienda e non negoziabili. Si dirà che il gestore del sito può sempre scegliere di non utilizzare lo strumento della grande azienda. Ma tale scelta non appare veramente libera dato che alcune grandi aziende si trovano in una situazione di semimonopolio. Cioè, se qualcuno vuole fare business e quindi vuole essere trovato online, giocoforza deve accettare gli accordi proposti dalla grande azienda a pena di scomparire del tutto.

Cosa accade, quindi, se il contitolare non coopera, e non si riesce a raggiungere un accordo? Non esistono criteri per risolvere una situazione del genere, come del resto non esistono criteri nemmeno per stabilire la ripartizione delle responsabilità tra i contitolari. Non sono identificate le responsabilità minime da rispettare. Vi è un generale criterio di “responsabilità solidale” che potrebbe andare a vantaggio della multinazionale del web. La Corte europea sostiene in maniera anche piuttosto chiara che il gestore di un sito può essere multato per il semplice fatto di aver utilizzato dei sistemi che non risultano conformi alle norme (ribadiamo che qui stiamo parlando di titolarità congiunta e non di designazione di responsabili esterni).

L’avvocato generale nel suo parere puntualizzava che assegnando una responsabilità agli attori economici più piccoli, questo potrebbe portare a una presa di coscienza e quindi a richiedere ai grandi attori economici una maggiore protezione dei dati, così determinando una catena positiva di conformità alle norme. Nella pratica c'è il rischio che si avrà l’effetto opposto, e cioè che i grandi attori riusciranno più facilmente a scaricare sulle spalle dei piccoli parte delle loro responsabilità.

Le conseguenze pratiche

La decisione si limita alla valutazione sulla ripartizione dei ruoli e del consenso. Difficile estrapolare altro. Ciò che si può dire è che la responsabilità è limitata alle fasi per le quali i titolari condividono scopi e/o mezzi e quindi per il gestore del sito va limitata a dette fasi soltanto.

Il gestore del sito dovrà, quindi, oltre a gestire i cookie correttamente, chiedendo il consenso preventivo, informare che i dati saranno raccolti e comunicati a Facebook Ireland. Anche l'informazione sarà limitata ai trattamenti operati dal gestore del sito.

Per quanto riguarda le responsabilità è ovvio che nel confronto col gigante dei social il privato avrebbe delle sanzioni minime, ma il gestore del sito può essere multato per aver utilizzato i plugin di Facebook senza una corretta informazione o gestione.

Infine, occorre considerare che il medesimo criterio di ripartizione potrebbe doversi applicare in tutti i casi in cui un sito utilizzi servizi di terze parti e relativi cookie, quando il terzo stabilisce proprie finalità e/o mezzi.

Conclusioni

L’incertezza normativa che regnava in materia con la precedente direttiva non pare affatto scalfita dall’ingresso del GDPR. Inoltre, nonostante parecchia enfasi, non sembra che il GDPR sia stato realmente concepito avendo in mente le problematiche delle nuove tecnologie, quanto piuttosto appare una elaborazione della vecchia normativa con limitate modifiche adeguative alle nuove realtà. Ciò che occorrerebbe è una ripartizione sostanziale delle responsabilità nei casi di titolarità congiunta e definizioni più chiare in modo che sia più semplice identificare i ruoli in Internet, dove i sistemi e le piattaforme si intrecciano tra loro creando dei flussi di dati opachi e difficili da inquadrare correttamente nei vari ruoli.

Immagine in anteprima via PixaBay

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Le stragi dei suprematisti bianchi, l’uso della Rete e le parole di odio dei leader politici


[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Tra sabato e domenica, nell’arco di 24 ore, negli Stati Uniti sono morte più di 30 persone uccise in sparatorie di massa. I due episodi sono indipendenti tra di loro, e presentano degli elementi diversi. Quello che li accomuna è il profilo della persona che ha sparato: un giovane maschio bianco.

La prima sparatoria è avvenuta la mattina del 3 agosto a El Paso, in Texas, al confine con il Messico. Poco prima delle 11, il ventunenne texano Patrick Crusius, di Dallas, a circa 600 miglia da El Paso, ha aperto il fuoco con il fucile all’interno di un supermercato Walmart – posto molto frequentato anche da famiglie di cittadini messicani - causando almeno 22 vittime e 27 feriti. La polizia è intervenuta sul luogo, arrestando l’attentatore. Secondo gli agenti, il ventunenne non ha mostrato alcun segno di pentimento.

Prima di iniziare a sparare, Crusius aveva postato online sul sito 8chan un manifesto suprematista bianco di quattro pagine, in cui diceva che l’attacco era una risposta alla “invasione ispanica” del Texas, e di difendere il paese “da una sostituzione etnica e culturale causata da un’invasione”. Le autorità federali hanno fatto sapere che il caso verrà trattato come “terrorismo domestico”.

Qualche ora dopo, intorno all’una della notte tra sabato e domenica, a Dayton, in Ohio, Connor Betts, 24 anni, ha iniziato a sparare sulla gente che si trovava per strada e nei locali della zona, causando 9 vittime – tra cui anche sua sorella - e 27 feriti. Anche l’attentatore è morto, in uno scontro a fuoco con la polizia. Betts era armato con un fucile d’assalto, un giubbotto antiproiettile e circa cento munizioni. Ha sparato 41 colpi in meno di 30 secondi. Il capo della polizia di Dayton, Richard Biehl, ha dichiarato che «non c’era nulla nella storia di questa persona che avrebbe potuto precludergli l’acquisto di quell’arma». Un’altra pistola è stata poi rinvenuta nell’auto parcheggiata lì vicino. A differenza del caso di El Paso, le motivazioni della sparatoria di Dayton non sono ancora chiare, anche se alcuni elementi sul profilo di Betts iniziano a emergere. Ad esempio, un certo interesse per violenza e sparatorie di massa e un’attitudine alla misoginia, compresa la compilazione di liste di “ragazze da stuprare” a scuola.

Le due stragi ravvicinate hanno acceso la discussione negli Stati Uniti sulle questioni dell’accesso alle armi e del terrorismo suprematista bianco. Secondo il Gun Violence Archive finora nel 2019 ci sono state oltre 250 sparatorie di massa (intese come eventi in cui 4 o più persone sono state raggiunte da colpi di pistola nella stessa area e lasso di tempo) negli Stati Uniti. Il direttore dell’FBI Christopher Wray ha dichiarato che sono stati conteggiati circa 100 casi di arresti per terrorismo domestico nel 2019, la maggior parte dei quali hanno legami con il suprematismo bianco.

Solo la scorsa settimana, il 28 luglio, Santino William Legan, di diciannove anni, ha aperto il fuoco al Girloy Galrlic Festival, in California. I morti in quel caso sono stati quattro - compreso l’attentatore, colpito dalla polizia. Anche in questo caso l’FBI ha aperto un’indagine per terrorismo domestico: secondo gli investigatori Legan avrebbe avuto una “lista di obiettivi” da colpire, inclusi edifici religiosi e federali.

La strage di El Paso, i precedenti e l’uso della Rete

Poco meno di un’ora prima di entrare da Walmart e uccidere più di 20 persone, intorno alle 10 e 15, Patrick Crusius aveva annunciato la sua impresa sul board /pol/ di 8chan, una bacheca anonima con un policy estremamente permissiva, nota per la pubblicazione di contenuti violenti. Crusius ha postato anche un manifesto intriso di suprematismo bianco in cui spiegava il suo piano di fare una sparatoria di massa contro il popolo latino, colpevole di “invadere” gli Stati Uniti. Il messaggio conteneva un monito: “Fate la vostra parte e diffondetelo fratelli!”

Come ricostruito da Slate, qualcuno deve aver ricevuto la richiesta dell’autore: poco dopo essere stato pubblicato su 8chan, il manifesto è stato trovato su 4chan – un’altra bacheca con scarse regole sui contenuti che è possibile pubblicare – e poi ha iniziato a girare come immagine su Twitter e Facebook.

Non è la prima volta che il sito 8chan risulta coinvolto in episodi come quello di El Paso. Lo scorso marzo, prima di uccidere 50 persone in una moschea a Christchurch, in Nuova Zelanda, il 28enne Brenton Tarrant aveva postato su 8chan un manifesto che contiene tutti gli elementi del suprematismo bianco intitolato “The great replacement” (La grande sostituzione). È proprio a lui che, nel suo testo, Crusius sostiene di essersi ispirato.

Insieme al manifesto, Tarrant aveva postato anche un link a una diretta Facebook del massacro e istruzioni per condividerla. Il video è stato rimosso circa 45 minuti dopo l’inizio, il tempo necessario per diffondersi: nelle 24 ore che hanno seguito l’attentato è stato postato su Facebook circa 1,5 milioni di volte.

Un mese dopo la sparatoria in Nuova Zelanda, il diciannovenne John Earnest è entrato in una sinagoga di Poway, in California, uccidendo una persona. Due ore prima, aveva postato un manifesto antisemita su 8chan, inserendo anche istruzioni per diffonderlo. Sia Tarrant che Earnest, peraltro, sembra si fossero radicalizzati sulla piattaforma.

“Ognuna di queste sparatorie sembra essere progettata per diventare virale: un atto orrendo cattura l’attenzione mondiale, e un manifesto aggiunge il carico d’odio”, si legge su Slate. 

8chan esiste dal 2013, quando è stata fondata da Fredrick Brennan, all’epoca 19enne e programmatore a New York. È nata per aggirare – le già blande – restrizioni di bacheche come 4chan. Nella sua tag-line si definisce “l’anfratto più oscuro” online, e come spiega un articolo pubblicato su Vox, la piattaforma è diventata un luogo popolato da nazionalisti bianchi, neonazisti e alt-right: “Il tono della conversazione è quello dell'umorismo nero e inquietante in cui abbondano retorica odiosa sul popolo ebraico, musulmani, donne e altri gruppi. Gran parte delle discussioni vengono definite come semi-serie e ‘per il lulz’ (variante dell'espressione LOL). Ma le conseguenze nel mondo reale non sono certo uno scherzo”.

Il pezzo su Slate spiega come 8chan non sia “solo un posto dove le persone trovano una community per il loro odio, ma è anche dove vanno quando vogliono annunciare omicidi di massa a un esercito online che può aiutarli a diffondere il loro messaggio. E quando i proprietari di 8chan si sentono obbligati a intervenire” quell’esercito “si è già messo al lavoro. Il manifesto è stato ripostato ancora e ancora”.

Leggi anche >> Estrema destra sempre più violenta e l’uso della Rete

Secondo un pezzo di Robert Evans su Bellingcat, comunque, oltre alla consacrazione di 8chan come luogo di radicalizzazione di stragisti, c’è un altro aspetto che la sparatoria di El Paso ha portato alla luce: l’atto di massacrare innocenti si è gamificato – ossia ha assunto le sembianze di un videogame. Evans ha trovato diversi commenti online successivi alla sparatoria relativi al conteggio dei corpi delle vittime. Già dopo l’attentato a Christchurch, utenti di 8chan commentavano regolarmente sull’elevato numero di morti causati di Tarrant, esprimendo il desiderio di “battere il suo alto punteggio”.

“Quello che vediamo qui è l’evidenza dell’unica reale innovazione che 8chan ha portato al terrorismo globale: la gamification della violenza di massa”, scrive Evans, sottolineando come questo sia visibile “nel modo in cui la sparatoria di Christchurch è stata compiuta. Brenton Tarrant ha trasmesso live il suo massacro da una videocamera posizionata sulla sua testa, in modo che la sparatoria sembrasse esattamente come un videogioco in prima persona. È stata una scelta consapevole, così come la decisione di scegliere una colonna sonora che avrebbe intrattenuto e ispirato i suoi spettatori”.

Gli episodi di Christchurch o della sinagoga in California e in ultimo quello di El Paso hanno acceso la polemica attorno a 8chan, e al suo ruolo nelle sparatorie di massa e in atti violenti. Il sito è stato offline per diverse ore, dopo l’abbandono da parte di società che ne garantivano il funzionamento. Il suo stesso creatore, Brennan, ha chiesto che il sito venga chiuso: «Se potessi tornare indietro e non creare 8chan, probabilmente lo farei».

Come fa notare Buzzfeed, però, non esiste una soluzione semplice, ed “è improbabile che chiudere il sito sradichi questa nuova cultura estremista, perché 8chan è ovunque. Stacca la spina, apparirà da qualche altra parte, in qualunque luogo lo ospiterà. Perché non c’è nulla di particolarmente speciale in 8chan”: “L’unica cosa che radicalizza gli utenti di 8chan sono gli utenti di 8chan”. C’è un problema molto più profondo, e va ben oltre le bacheche anonime.

La catena del terrorismo suprematista

Gli attentatori di Christchurch, Poway o El Paso hanno in comune il fatto di credere che le persone bianche stiano subendo una “sostituzione” a causa dell’immigrazione, o addirittura che sia in atto un “genocidio dei bianchi”. Secondo questa teoria del complotto – della quale Leonardo Bianchi su VICE ha ripercorso le origini e l'evoluzione – “i grandi cambiamenti demografici e sociali che interessano gli Stati Uniti e molti altri paesi - come l’immigrazione, i matrimoni misti, il multiculturalismo, il liberalismo e il femminismo, solo per citarne alcuni - fanno in realtà parte di un piano segreto per annientare la razza bianca”.

Cynthia Miller-Idriss, senior fellow al Centre for Analysis of the Radical Right, ha spiegato al Guardian che per coloro che credono nelle teorie del complotto del suprematismo bianco, il cambiamento demografico costituisce «una minaccia esistenziale per le persone bianche», e l’idea della “sostituzione” è centrale – come dimostra il coro “You will not replace us!” (Non ci sostituirete!) intonato da suprematisti bianchi e neonazisti alla marcia di Charlottesville.

Crusius a El Paso così come Tarrant in Nuova Zelanda citano il “genocidio bianco” nei loro manifesti. Tarrant, così come Anders Breivik, autore delle stragi del 2011 a Oslo e Utøya, in Norvegia, vedevano nei musulmani invasori che minacciano la civiltà bianca. Robert Bowers, attentatore alla sinagoga di Pittsburgh nel 2018, e John Earnest, che ha ucciso una persona ad aprile in una sinagoga di Poway, vedevano la minaccia nel popolo ebraico. Come ha analizzato Michael Davis, Research Fellow al Middle Eeast Media Research Institute, tutti questi stragisti “hanno affermato di aver agito con un senso di urgenza e autodifesa. Vedevano loro stessi come tra i pochi difensori di una razza bianca in pericolo. Guidati da questa certezza, tutti e quattro hanno cercato di pubblicare manifesti che presentassero quelli che credevano fossero argomenti razionali, informando della loro scelta di agire”. Crusius, Earnest e Tarrant, tra l’altro, “hanno citato altri suprematisti bianchi come loro ispirazione, esprimendo un senso di cameratismo con una comunità online che condivide la loro ideologia, e l’hanno invitata a continuare la lotta”.

La pubblicazione dei manifesti è un tentativo di fare in modo che altri seguano la scia. «Stanno anche provando a ispirare altri sull’urgenza del momento», ha spiegato Heidi Beirich, direttrice del Southern Poverty Law Center’s Intelligence Project, secondo cui in particolare con i casi della Nuova Zelanda, Poway ed El Paso si è visto come queste idee si siano sviluppate l’una sull’altra. «Non c’è dubbio che queste persone si stiano alimentando a vicenda, perché fanno riferimento a manifesti precedenti. Sia nel caso di Poway che di di El Paso viene menzionato Christchurch».

Secondo il giornalista esperto di estrema destra americana David Neiwert, questi ultimi attacchi consolidano uno schema “che potrebbe segnare una nuova era del terrorismo – quella in cui il terrorismo a catena, in cui un atto di violenza ne ispira un altro che segue, esattamente come è destinato a fare, è una realtà manifesta”.

Le stragi di Anders Breivik nel 2011 a Oslo e Utøya, in Norvegia sono state parzialmente ispirata dall’attentato commesso da Timothy McVeigh a Oklahoma City nel 1995. Dylann Roof ha ucciso nove persone nere a Charleston nel 2015 perché era convinto di teorie simili riguardo il genocidio bianco. Ispirato dal manifesto di Roof, John Russell Houser ha aperto il fuoco dentro un cinema in Lousiana nel 2016. Il killer di Christchurch nel suo manifesto cita esplicitamente Breivik e Roof tra i suoi ispiratori.

Con le sue 1500 pagine contro “l’islamizzazione dell’Europa”, Breivik è stato il primo a inaugurare il trend dei manifesti dei terroristi di estrema destra. Åsne Seierstad, autrice di un libro che ripercorre la storia degli attentati del 2011 in Norvegia, ha scritto sul New York Times che nei forum di estrema destra “il termine ‘going Breivik’ significa un pieno impegno per la causa”.

Come riporta il New Yorker, sabato poco dopo la sparatoria utenti di 8chan hanno fatto girare un Google spreadsheet contenente una lista con alcune di queste sparatorie, indicando data, luogo e numero di morti. Anders Breivik – la cui figura è iconica nell’estremismo di destra – e Dylann Roof , “comunemente indicati su 8chan come ‘martiri’”, erano in cima alla lista. L’attentatore di El Paso era alla fine.

I numerosi link tra questi episodi mostrano come la definizione di “lupi solitari”, che si radicalizzano e agiscono autonomamente, non sia la più appropriata. In realtà non si tratta mai di individui davvero isolati, ma di persone che hanno connessioni e interazioni con una sorta di comunità, dove trovano appartenenza e uno scopo. «Questi attacchi sono sintomatici di un movimento globale molto potente, che non viene adeguatamente inquadrato descrivendo queste persone come lupi solitari», ha sottolineato Vidhya Ramalingam, del Moonshot CVE, che sviluppa programmi e software contro l'estremismo. «Anche considerarli semplicemente minacce di terrorismo domestico sarebbe una sottovalutazione».

Quello che infatti emerge è che il movimento suprematista bianco si è globalizzato. Sia Breivik che Tarrant fanno riferimenti e menzionano concetti e riferimenti nati in altri contesti e paesi, presentandosi come difensori della civiltà bianca europea globale. Il suprematismo bianco, scrive Bianchi su VICE, è “ormai in grado di avere lo stesso linguaggio, le stesse parole d’ordine e le stesse modalità. È esattamente per questo, tra l’altro, che l’attentatore di Christchurch ha citato Luca Traini nel manifesto e sul caricatore: l’ha riconosciuto come uno di loro”.

Per questa ragione, come spiega l'analisi su Bellingcat, "finché le forze dell'ordine e i media tratteranno questi episodi come parte di un movimento non meno organizzato o mortifero dell'ISIS o di Al Qaeda, la violenza continuerà".

La retorica dell'invasione e le parole di Trump

Dopo una generica condanna, i primi commenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo la sparatoria di El Paso sono stati due tweet: uno in cui sosteneva che il Congresso avrebbe dovuto occuparsi dei controlli sui precedenti per l’acquisto di armi legandolo a nuove norme sull’immigrazione; e un altro in cui se la prendeva con i media, colpevoli di aver contribuito alla rabbia cresciuta nel paese.

Nel frattempo, diversi esponenti repubblicani davano pubblicamente la colpa delle sparatorie di El Paso e Dayton ai videogame. Come si legge su Vox, “il comune denominatore sembra fare tutto il possibile per evitare di parlare di suprematismo bianco e armi”.

Lunedì pomeriggio Trump ha tenuto una conferenza stampa parlando delle due stragi, condannando finalmente «razzismo, intolleranza e suprematismo bianco». Al momento di proporre delle soluzioni, però, il presidente USA si è ben guardato dal nominare le armi e si è concentrato sul ruolo di Internet e dei social media – che dovrebbero individuare gli stragisti prima che colpiscano –, sulla regolamentazione di videogiochi violenti, su una veloce espansione della pena di morte in caso di crimini d’odio o di omicidi di massa e sulla malattia mentale. Anzi, quest’ultima «e l’odio hanno premuto il grilletto, non la pistola».

Il candidato democratico Beto O’Rourke ha accusato la retorica razzista di Trump di avere un ruolo nella crescita dei crimini d’odio e del suprematismo bianco.

È la riflessione che stanno facendo anche molti media americani in queste ore – tra cui un lungo pezzo del New York Times – confrontando i termini utilizzati nel manifesto dell’attentatore di El Paso con le parole d’ordine che hanno accompagnato la presidenza Trump sin dalla campagna elettorale.

A partire da “invasione”. In un evento per le elezioni di metà mandato dell’anno scorso il presidente USA ha più volte avvertito la folla che l’America era sotto attacco da parte di immigrati provenienti dall’America Centrale diretti verso il confine: “Guardate cosa sta arrivando, è un’invasione!”. Il termine è stato utilizzato decine di volte negli ultimi mesi.

La parola “invasione” si ritrova nell’ultimo messaggio lasciato online dall’attentatore della sinagoga di Pittsburgh; nel manifesto scritto da Tarrant prima della strage nella moschea in Nuova Zelanda; nel caso della sinagoga di Poway in California; e nel documento dello stragista di El Paso: “questo attacco è una risposta all’invasione ispanica del Texas”.

Le idee suprematiste bianche non sono certo una novità in America, ma Trump “ha portato nel mainstream idee e personaggi polarizzanti che un tempo erano relegati ai margini della società americana”, scrive il NY Times. Nel pezzo vengono sentiti diversi esperti di comunicazione politica, secondo cui i leader nazionali possono modellare l’ambiente con le loro parole e azioni e hanno una responsabilità particolare nell'infiammare o meno individui o gruppi, anche involontariamente.

Secondo Nathan P. Kalmoe, assistant professor alla Louisiana State University, le persone che compiono questi attacchi sono già violente e piene di odio, «ma leader politici di primo piano e figure mediatiche incoraggiano l’estremismo quando approvano idee suprematiste bianche e giocano con un linguaggio violento. Avere la persona più potente della terra che fa eco alle loro idee di odio può dare agli estremisti un senso di impunità».

David Livingstone Smith, professore di filosofia all’University of New England, ritiene che Trump abbia incoraggiato americani le cui idee erano ritenute inaccettabili fino a poco tempo fa.

Per anni Trump ha abbracciato teorie cospirazioniste razziste. Ad esempio, è stato fra i maggiori portatori della bugia secondo cui l’ex presidente Barack Obama non era nato negli USA. “E sin dalla campagna presidenziale, Trump ha portato queste idee al centro della politica americana”, scrive il NY Times, ricordando come il presidente abbia definito i membri della banda di immigrati come “animali”, si sia lamentato dei migranti  che “infestano” gli Stati Uniti, abbia chiamato l’immigrazione clandestina una “mostruosità”, abbia usato la parola “alieni” per definire gli immigrati e abbia chiesto che le donne americane nere del Congresso “tornino nei loro paesi d'origine”.

Ha chiamato gli immigrati messicani “stupratori”, ha accusato gli oppositori di tradimento una ventina di volte, Lo scorso anno ha inviato i militari al confine dicendo che avrebbe ordinato alle truppe di aprire il fuoco sui migranti che lanciavano pietre.

«Come fermare queste persone?», ha chiesto alla folla parlando di migranti che attraversavano il confine. Dal pubblico è arrivato un grido: «Sparandogli!». La folla è scoppiata in una risata e Trump ha sorriso.

Neiwert ritiene che il fenomeno a cui siamo di fronte è quello che i sociologi chiamano scripted violence: se un leader molto popolare sostiene fondamentalmente che un gruppo di persone sta cospirando contro il bene comune, e lo sostiene per molto tempo, è solo una questione di tempo prima che quelle persone vengano uccise.

Recentemente il Southern Poverty Law Center ha rilevato il più alto numero di gruppi d’odio operanti in America di tutti i tempi – 1020 – la maggior parte dei quali attribuibili all’influenza di Donald Trump.

Secondo i dati dell’FBI, i crimini d’odio sono aumentati del 17% durante il primo anno di presidenza di Trump. Un’analisi del Washington Post ha evidenziato un incremento del 226% nelle contee che hanno ospitato un raduno del presidente nel 2016.

Per l’Anti-Defamation League, gli omicidi ad opera di suprematisti “sono più che duplicati nel 2017”, con gruppi di estrema destra e suprematisti bianchi responsabili per il 59% di tutte le morti legate a estremisti negli USA nel 2017.

Ovviamente anche i media conservatori hanno giocato un ruolo nella diffusione di certe idee – persino dopo la sparatoria. Secondo Heidi Berich del SPLC, il concetto di sostituzione demografica «sicuramente emerge dai media conservatori» come i programmi di Fox News di Tucker Carlson e Laura Ingraham, «che sebbene non usino lo stesso linguaggio», trasmettono la stessa narrazione di base della sostituzione.

Come si legge su Vox, il fatto che la “retorica dell’invasione” sia diventata così normalizzata su Fox News è un esempio di quanto radicata sia diventata la retorica anti-immigrati nel Partito Repubblicano di Trump: “Lo show preferito del presidente non ha avuto nessuna remora nel difendere il manifesto dell’attentatore di El Paso”, sostanzialmente trasmettendo il suo messaggio a milioni di spettatori.

Il giornalista Mehdi Hasan ha scritto su The Intercept che Trump “potrà non premere il grilletto o piazzare la bomba, ma sta abilitando gran parte dell’odio dietro quegli atti. Sta dando aiuto e conforto a uomini bianchi arrabbiati, offrendo loro obiettivi chiari – e non riuscendo poi a condannare completamente la loro violenza”.

Foto via Insider

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Hong Kong: la protesta degli elmetti gialli. Medici, giornalisti, funzionari pubblici contro le violenze della polizia


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Per il nono fine settimana consecutivo i cittadini di Hong Kong sono scesi in piazza partecipando a una serie di manifestazioni anti-governative organizzate da giovedì a domenica in vista dello sciopero di oggi che bloccherà la città intera.

Leggi anche >> Hong Kong, le proteste per la difesa della democrazia e la strategia del caos coordinato

Sono quelli degli elmetti bianchi e gialli - non più degli ombrelli, che contraddistinsero le proteste pacifiche del 2014 per ottenere il suffragio universale - copricapi che hanno non solo uno scopo pratico ma anche un valore simbolico perché proteggono la testa in situazioni pericolose ma allo stesso tempo inviano un messaggio di forte determinazione.

Se ne vedono in tutta la città, come racconta Quartz, perché le persone li indossano mentre svolgono le rispettive attività quotidiane, come forma di protesta silenziosa. Gli studenti di medicina li hanno messi per andare in classe, un impiegato di una nota azienda di abbigliamento ne ha indossato uno mentre lavorava alla cassa, alcuni li hanno usati scrivendovi messaggi.

Li hanno messi anche i giornalisti durante la conferenza stampa della polizia, in segno di protesta contro l'uso eccessivo della forza.

Un elmetto è stato messo perfino sul capo della Dea della Democrazia, una statua esposta all'università cinese di Hong Kong.

Sono stati in molti ad indossarli anche nel corso di questo lungo weekend di proteste, iniziato giovedì con un flash mob organizzato dagli operatori del settore finanziario. Venerdì sera, invece, è stata la volta di migliaia di dipendenti pubblici che hanno manifestato contro il governo al termine della giornata lavorativa, inviando un messaggio di forte malcontento nonostante fossero stati avvertiti che l'adesione avrebbe violato il codice di buona condotta che prevede neutralità politica.

“I funzionari pubblici sono al servizio del capo dell'esecutivo e del governo in carica con totale lealtà e al meglio delle loro capacità, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche", aveva precisato in una dichiarazione il governo.

2 agosto 2019, la protesta dei dipendenti pubblici Lam Yik Fei per The New York Times

Non è dello stesso avviso Joseph Wong, funzionario del governo in pensione, in passato alla guida dell'amministrazione pubblica, che ha detto: «Il codice dell'amministrazione pubblica non riguarda solo la neutralità politica. La prima frase, che ho scritto io, intende salvaguardare lo Stato di diritto. Lo Stato di diritto è superiore alla nostra lealtà verso qualsiasi funzionario, qualsiasi capo dell'esecutivo. Nessuno è al di sopra di esso».

Come racconta il New York Times, alcuni dipendenti hanno dichiarato di aver aderito alla contestazione a causa del ritardo con cui la polizia è intervenuta durante i pestaggi subiti dai dimostranti, lo scorso 21 luglio, da parte di alcune persone non identificate in una stazione ferroviaria, in contrapposizione agli arresti immediati dei manifestanti antigovernativi.

Gli organizzatori hanno stimato la partecipazione di oltre 40.000 persone venerdì, inclusi i manifestanti non impiegati nel settore pubblico. Secondo la polizia erano presenti circa 13.000 persone.

«Sono arrabbiata perché il governo ci sta trascurando», ha dichiarato Maggie Cheng, dipendente del dipartimento per gli Affari interni di Hong Kong, aggiungendo di essere rammaricata poiché la polizia è diventata uno strumento politico nelle mani del governo.

Sempre nella giornata di venerdì sono scesi in piazza anche gli operatori del settore medico per condannare la violenza della polizia contro manifestanti, medici, giornalisti e astanti. Arisina Ma, presidente dell'Associazione dei medici di Hong Kong, ha affermato che gli arresti di manifestanti all'interno degli ospedali hanno dissuaso le persone dal cercare cure e ha anche criticato l'uso eccessivo di gas lacrimogeni contro i manifestanti e contro i civili non coinvolti nelle proteste.

Nella notte tra venerdì e sabato, in una città rurale nell'area nord-est di Hong Kong, sono scoppiati disordini con la polizia che ha usato spray al pepe contro una folla riunitasi all'esterno di una stazione di polizia dove un attivista politico locale, Andy Chan, e altri manifestanti erano stati arrestati.

Anche sabato, al termine di una marcia pacifica, i manifestanti si sono scontrati, fino a notte inoltrata, con la polizia in diverse località di Kowloon. La polizia, in tenuta antisommossa, ha lanciato gas lacrimogeni e spray al pepe sulla folla che occupava le strade principali e le aree esterne alle stazioni di polizia.

Urlando lo slogan “Riappropriamoci di Hong Kong, la rivoluzione dei nostri tempi” i dimostranti hanno occupato entrambe le corsie di Nathan Road, un'arteria principale, costruendo barricate improvvisate e disegnando graffiti antigovernativi sui divisori stradali.

3 agosto 2019, Nathan Road May James/HKFP

La polizia ha poi riferito che in relazione ai disordini di sabato sono state arrestate 20 persone con le accuse di partecipazione a manifestazione non autorizzata e violenze.

Migliaia sono stati dimostranti che hanno marciato domenica a Tseung Kwan O.

In mattinata i residenti avevano distribuito ai partecipanti alla protesta buoni pasto, cibo e scorte di vario genere.

La manifestazione pacifica a Tseung Kwan O ha minacciato di diventare violenta quando un gruppo di dimostranti ha lanciato mattoni contro una stazione di polizia, utilizzando fionde improvvisate, e rompendone le finestre. Altri hanno lanciato uova e illuminato l'edificio con laser, hanno bloccato le strade e smantellato ringhiere per costruire barricate.

Nel corso della serata i manifestanti hanno cercato di sfuggire alla polizia antisommossa organizzando dei flash mob, sparpagliandosi e fuggendo all'ultimo minuto prima che arrivassero gli agenti.

I dimostranti, che hanno rinunciato a partecipare a una manifestazione che avrebbe dovuto aver luogo nel distretto occidentale di Hong Kong perché la polizia si era preparata a difendere l'ufficio di collegamento della Cina, obiettivo di precedenti disordini, si sono spostati ad est, verso Causeway Bay, un importante quartiere commerciale dove hanno occupato le strade principali e interrotto il traffico. La polizia ha sparato diversi colpi di gas lacrimogeno contro i manifestanti che però si sono spostati velocemente.

«Sono venuto per sostenere Hong Kong. Stiamo mostrando al governo di avere coraggio», ha raccontato al Guardian Peter Tsang, 32 anni, che ha preso parte alla marcia a Tseung Kwan O.

«Hanno partecipato molte persone e aumenteranno sempre di più finché Carrie Lam non uscirà dal suo nascondiglio». Sono trascorse due settimane, infatti, dall'ultima apparizione pubblica del capo dell'esecutivo di Hong Kong.

I manifestanti hanno mostrato cartelli con scritto "Polizia, vergogna" e hanno srotolato striscioni che chiedono il ritiro della legge sull'estradizione che ha dato il via, a partire dallo scorso mese di giugno, alle proteste e che sebbene, come dichiarato da Lam, sia "morto", non è stato mai ritirato definitivamente. Alla richiesta del ritiro del provvedimento si sono progressivamente aggiunte altre istanze: dimissioni di Lam, nuove elezioni, dietrofront da parte del governo nel definire “rivolte” le manifestazioni del 12 giugno, rilascio incondizionato di tutti i manifestanti arrestati e inchiesta indipendente sulle violenze della polizia contro i partecipanti alle proteste.

Nell'arco della giornata di domenica i giornali di stato hanno pubblicato vari articoli per condannare i manifestanti che hanno gettato in mare una bandiera cinese. In un editoriale dell'agenzia di stampa Xinhua si legge: "Chiunque distrugga 'un paese, due sistemi' avrà una responsabilità storica. Il governo centrale non rimarrà a guardare lasciando che questa situazione prosegua".

inmedia.net via HKFP

Nella notte di domenica, in un parco a Wan Chai, lanci di pietre e graffiti hanno preso di mira la statua d'oro a forma di Bauhinia Blakeana, donata dal governo centrale l'1 luglio 1997 quando Hong Kong è ritornata sotto il dominio cinese.

Molti manifestanti presenti alle marce hanno urlato "lunedì sciopero", per ricordare ai cittadini di unirsi alle proteste previste oggi in tutta la città.

Manifestazioni simultanee si terranno in sette dei 18 distretti di Hong Kong. Caffetterie e negozi hanno apposto cartelli per informare la clientela che gli esercizi sarebbero stati chiusi, mentre i lavoratori del settore dei trasporti hanno scelto di rimanere a casa.

Mercoledì scorso 31 luglio, in occasione di un ricevimento per celebrare il 92esimo anniversario dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) di Hong Kong, è stato diffuso un video in cui sono state mostrate forza e abilità dell'esercito cinese. Durante i festeggiamenti Chen Daoxiang, capo delle forze armate cinesi a Hong Kong, ha affermato che i disordini stanno seriamente minacciando la vita e la sicurezza della popolazione e non dovrebbero essere tollerati, sottolineando di essere "determinato a proteggere la sovranità nazionale, la sicurezza, la stabilità e la prosperità di Hong Kong".

Il comandante del PLA ha anche ribadito il suo "fermo" sostegno al capo dell'esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, nonché alle forze di polizia di Hong Kong per "applicare rigorosamente la legge".

L'intervento di Chen Daoxiang ha fatto seguito a quello di Tung Chee-hwa, primo capo dell'esecutivo di Hong Kong in carica dal 1997 al 2005, che ha accusato gli Stati Uniti e Taiwan di aver orchestrato le proteste che stanno scuotendo l'ex colonia britannica.

Tung ha infatti dichiarato che "politici stranieri e forze anti-cinesi per vari motivi" stanno lavorando "per infondere paura tra la gente e minare il rapporto tra la terraferma e Hong Kong", mettendo in guardia i cittadini affinché non siano "usati".

In una dichiarazione rilasciata nelle prime ore di oggi, a seguito di quanto accaduto negli ultimi quattro giorni ed in vista dello sciopero odierno, il governo di Hong Kong ha affermato che "il deteriorarsi della situazione" ha mostrato che le proteste "si stanno diffondendo e stanno spingendo Hong Kong sull'orlo di una situazione molto pericolosa".

Foto in anteprima AP Photo/Vincent Yu via Quartz

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Mosca, da settimane migliaia di cittadini in piazza per chiedere libere elezioni


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Più di 600 persone arrestate a Mosca nel corso di una manifestazione non autorizzata

Aggiornamento 4 agosto 2019, ore 13:00

Più di 600 persone, secondo gli ultimi dati forniti dalla polizia, sono state arrestate ieri nel corso di una manifestazione non autorizzata a Mosca.

Dopo che era stata vietata qualsiasi tipo di protesta i dimostranti si sono radunati nella capitale russa dandosi appuntamento per una "passeggiata" per esprimere, ancora una volta, il proprio dissenso contro l'esclusione dalle liste elettorali di una serie di candidati dell'opposizione alle prossime elezioni locali dell'8 settembre.

L'attivista e avvocato Lyubov Sobol, nell'elenco dei candidati esclusi, è stata arrestata mentre si trovava in taxi per raggiungere la manifestazione a cui hanno partecipato circa 1.500 persone. Sobol è al 21esimo giorno di sciopero della fame.

Alcune ore dopo il suo arresto, come riportato da BBC News, Sobol ha twittato da una stazione di polizia raccontando di aver girato "per tutta Mosca" tre ore in un furgone, vigilata da una dozzina di agenti col volto coperto.

Le autorità hanno dichiarato che la donna è stata arrestata per aver violato le norme che regolano le manifestazioni di piazza. Nelle ore successive Sobol è stata rilasciata dietro il pagamento di una cauzione di 300.000 rubli.

Poco prima di essere fermata, parlando con l'emittente indipendente Dozhd, Sobol aveva dichiarato che le autorità "stanno facendo tutto il possibile per tentare di intimidire l'opposizione".

«Ecco perché è importante andare in piazza oggi per dimostrare che i moscoviti non hanno paura delle provocazioni e sono pronti a continuare a difendere i propri diritti», aveva aggiunto.

Alcuni filmati trasmessi dalla televisione russa e altrettanti video condivisi sui social hanno mostrato agenti della polizia bloccare alcune persone a terra, dare calci e fare uso di manganelli contro i manifestanti.

Inizialmente i funzionari russi avevano dichiarato che le persone fermate fossero solo 30.

Mentre si trovava all'interno di un'auto della polizia Alburov, della ong FBK fondata dal leader dell'opposizione Alexei Navalny che si occupa di anticorruzione, ha twittato di essere stato arrestato.

Poco dopo, i funzionari russi hanno annunciato di aver aperto un'indagine su FBK per presunto riciclaggio di un miliardo di rubli. Navalny e i suoi alleati sostengono che l'associazione, che ha pubblicato una serie di informazioni compromettenti su funzionari governativi, è finanziata in modo trasparente con donazioni pubbliche.

 

Da settimane si protesta a Mosca per poter votare liberamente alle prossime elezioni comunali dell'8 settembre. Chi scende in piazza non si lascia intimorire dagli arresti e dalle repressioni della polizia. Migliaia di manifestanti, nel corso dei vari appuntamenti che si sono susseguiti a luglio, hanno sollecitato la Commissione elettorale affinché siano inseriti nelle liste i candidati indipendenti esclusi dalla corsa per la conquista di uno dei 45 seggi del consiglio comunale della capitale. Alto è, infatti, il rischio per Russia Unita, il partito del presidente russo Vladimir Putin, di vedere i posti - attualmente occupati dai propri esponenti che gestiscono i fondi della città per un ammontare di 43 miliardi di dollari - conquistati dai principali candidati dell'opposizione.

«Stanno rubando queste elezioni, stanno rubando il nostro futuro», ha dichiarato a Deutsche Welle Lyubov Sobol una dei candidati esclusi, arrestata nel corso della prima manifestazione di domenica 14 luglio (e poi arrestata di nuovo e rilasciata altre due volte), quando circa 2.000 persone si sono date appuntamento e hanno urlato slogan anti-governativi, la maggior parte dei quali indirizzati a Putin. Nel corso di quello stesso corteo la polizia è intervenuta arrestando decine di cittadini, nonostante inizialmente avesse deciso di non bloccare le proteste.

Lyubov Sobol REUTERS/Tatyana Makeyeva

La situazione aveva già cominciato a suscitare forti malumori quando non era stato ancora reso pubblico l'elenco dei candidati, poiché la commissione elettorale si era premunita di far sapere che molti di quelli che avevano presentato le candidature non erano riusciti a raccogliere le 5.000 adesioni necessarie per partecipare alle elezioni locali e regionali. Molte firme, infatti, non sono state convalidate perché risulterebbero non chiare o perché gli indirizzi forniti non sarebbero completi.

A complicare una raccolta di per sé non facile c'è un ulteriore ostacolo, poiché la firma a sostegno di un candidato implica la diffusione di dati personali che vengono raccolti nel database del governo in cui si viene schedati come sostenitori di un partito di opposizione, come raccontato dall'attivista democratico Vladimir Kara-Murza in un articolo pubblicato su Washington Post.

Sabato 20 luglio si è svolta una seconda manifestazione che ha visto la partecipazione di almeno 12.000 persone secondo i dati forniti dalla polizia, più di 21.000 per gli organizzatori. Si era appreso, intanto, che risultano essere 30 i candidati (16 dell'opposizione) estromessi dalla competizione elettorale. Gli esclusi hanno dichiarato di aver raccolto e presentato il numero richiesto di firme valide e di essere stati eliminati perché valutati da un organo fedele al presidente Putin.

La protesta del 20 luglio si è svolta con l'autorizzazione delle autorità locali e non sono stati segnalati arresti. I manifestanti, guidati da Alexei Navalny, il più noto oppositore del Cremlino, hanno ribadito la richiesta alle autorità di consentire ai candidati esclusi di poter partecipare alle elezioni dell'8 settembre che vedranno la presenza alle urne di 7.200.000 elettori.

Alexei Navalny durante la manifestazione del 20 luglio Pavel Golovkin AP

«Gli mostreremo che è un gioco pericoloso», ha tuonato Navalny dal palco della manifestazione, dando appuntamento ai dimostranti il 27 luglio, alle 14.00, nei pressi del municipio, con un post su Instagram: "Se i truffatori di Russia Unita non iscrivono i candidati indipendenti e sputano sulle opinioni dei cittadini, allora tutti noi... andremo all'ufficio del sindaco, a Tverskaya 13".

Il corteo del 20 luglio per la richiesta di libere elezioni è stato il più partecipato in Russia dalle proteste del 2011 e del 2012 contro il ritorno di Putin al Cremlino, candidatosi a un terzo mandato da presidente.

Con l'approssimarsi della manifestazione del 27 luglio le autorità russe, intanto, hanno deciso di incontrare il 23 luglio i candidati dell'opposizione per ascoltare le ragioni delle loro proteste, tra cui il rifiuto dei funzionari elettorali di Mosca di riceverli. Durante il colloquio Ella Pamfilova, capo della Commissione elettorale centrale russa (CEC), ha promesso di prendere in considerazione le denunce dei candidati estromessi, avvertendoli però che il CEC non ha alcuna autorità per ribaltare le decisioni assunte dalla Commissione elettorale di Mosca, poiché la legge garantisce alle commissioni elettorali locali un'autonomia tale da impedire a Mosca di esercitare qualsiasi influenza.

Pamfilova ha inoltre invitato i candidati a non partecipare alle proteste poiché "l'influenza delle manifestazioni di piazza sul CEC è pari a zero".

Interpretando le dichiarazioni di Pamfilova come una sfida, Alexei Navalny le ha così commentate in un post su Twitter: "Per due ore e mezza, il capo della CEC Ella Pamfilova ha incontrato i candidati le cui firme raccolte sono state ritenute false. Riassumendo l'incontro con parole semplici Ella Pamfilova sta prendendo tempo e la decisione sull'ammissione dei candidati sarà presa in base alla partecipazione alla manifestazione [del 27 luglio] presso il municipio".

Qualche ora dopo l'incontro di Pamfilova con i candidati esclusi, la polizia di Mosca ha arrestato Navalny, all'esterno della sua abitazione, mentre stava andando a correre. Il portavoce dell'attivista ha poi dichiarato che il leader dell'opposizione è stato condannato a 30 giorni di prigione per aver invitato a partecipare a una protesta non autorizzata.

Lo stesso giorno, il Comitato investigativo russo ha annunciato l'apertura di un procedimento penale nei confronti di "membri di un movimento" che avevano tentato di esercitare pressioni su funzionari elettorali di Mosca nell'esercizio delle loro funzioni organizzando manifestazioni all'esterno dei loro uffici.

Sabato 27 luglio, durante la manifestazione non autorizzata, la polizia di Mosca ha arrestato più di 1.000 persone (1.074 secondo i dati della polizia, 1.127 per alcuni osservatori), in una delle azioni repressive più dure degli ultimi anni. I dimostranti sono stati trascinati via dalle forze di sicurezza in tenuta antisommossa che hanno usato manganelli contro la folla per allontanarla dalle barriere che circondavano il municipio.

Il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, ha definito la manifestazione “una minaccia alla sicurezza" e ha promesso di mantenere l'ordine pubblico.

Tra le persone arrestate Olga Misik, la ragazza diciassettenne che ha espresso il suo dissenso leggendo, seduta a terra, la costituzione russa di fronte agli agenti della polizia.

«Volevo solo ricordare che la nostra protesta è pacifica e senza armi, mentre loro ce le hanno (...) Mi sono seduta a terra e ho iniziato a leggere i nostri diritti, specificando che quello che sta accadendo qui [l'arresto dei manifestanti] è illegale», ha dichiarato al sito lettone Meduza, come riportato da Independent. 

Non è chiaro quante persone abbiano partecipato ma il numero sembra essere nettamente calato rispetto alla settimana precedente. Secondo la polizia sarebbero scese in piazza circa 3.500 persone, di cui circa 700 giornalisti.

Alla vigilia della manifestazione la polizia aveva fatto irruzione nelle abitazioni di diversi politici dell'opposizione, convocandoli per essere interrogati.

Il candidato alle elezioni e leader dell'opposizione Dmitry Gudkov ha twittato che la Commissione è "morta sotto Putin". "L'ultima illusione di avere la possibilità di partecipare regolarmente alla vita politica è scomparsa", ha scritto.

Alcuni giornali hanno commentato duramente le incursioni nelle case. Novaya Gazeta ha titolato in prima pagina “Terrore a Mosca, venerdì”, mentre su Vedomosti si legge che le autorità hanno usato la forza per reprimere la protesta "non riuscendo a contrastarla con strumenti politici".

https://twitter.com/AFP/status/1155216791074770944?s=20

Il quotidiano del governo russo Rossiyskaya Gazeta, invece, ha accusato l'opposizione di "ricatto" e di assumere "un atteggiamento inaccettabile nei confronti della legge".

Giovedì scorso, 1 agosto, l'avvocato di Alexei Navalny ha informato con un post sui social che il suo assistito ha contattato il Comitato investigativo per chiedere di avviare un'indagine su una violenta reazione allergica cutanea manifestatasi domenica scorsa, all'indomani della manifestazione del 27 luglio, probabilmente dovuta a avvelenamento, a causa della quale l'uomo è stato trasferito d'urgenza in ospedale.

Il team legale che assiste Navalny ha chiesto l'identificazione dell'agente che avrebbe lasciato in cella Navalny in preda a una reazione allergica cutanea e di esaminare le riprese delle telecamere a circuito chiuso nella sua cella.

Mercoledì 31 luglio l'istituto di tossicologia russo Sklifosovsky ha dichiarato che non sono state trovate sostanze avvelenanti nei campioni esaminati di Navalny. Questa dichiarazione è stata ritenuta dal medico personale di Navalny, Anastasia Vasilyeva, "completamente assurda" anche in considerazione del fatto che lenzuola ed abiti non siano stati analizzati.

Come riferito dal Comitato investigativo, la Russia ha aperto un procedimento penale sulle proteste del 27 luglio a Mosca in base a tre articoli del codice: organizzazione di disordini di massa, reato che prevede una pena detentiva fino a 15 anni di prigione, partecipazione ai disordini, punibile con un massimo di otto anni di carcere e invito alla partecipazione ai disordini, per il quale è previsto un periodo massimo di detenzione di due anni.

Gli investigatori russi hanno dichiarato di aver arrestato cinque delle dieci persone identificate come organizzatrici della manifestazione di sabato 27 luglio con l'accusa di istigazione ai "disordini di massa".

"L'indagine ha stabilito che prima di una manifestazione non autorizzata, un gruppo di persone ha ripetutamente pubblicato messaggi su Internet in cui chiedeva alle persone di prenderne parte, sapendo benissimo che queste azioni possono provocare disordini di massa", ha affermato il Comitato investigativo che ha inoltre dichiarato di stare indagando sulla violenza perpetrata ai danni della polizia, dei membri della Guardia nazionale russa e di altri funzionari.

Tra le persone arrestate c'è Alexey Minyaylo, attivista e collaboratore di Lyubov Sobol che ha nel frattempo iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua esclusione dalle elezioni.

«Non si risolverà fino a quando non capiranno che le persone chiedono una rappresentanza politica che tenga conto delle loro opinioni e volontà, che queste persone non molleranno e che il Paese e Mosca sono cambiati. Non è più possibile ignorare le persone», ha detto Sobol all'agenzia di stampa Reuters.

«La cosa principale adesso è che ci siano proteste di massa regolari ma pacifiche... e non arrendersi», ha proseguito la giovane donna 31enne, mamma di una bimba di 5 anni.

Sobol, al ventesimo giorno di sciopero della fame, ha dichiarato che le proteste continueranno ogni settimana fino a quando le autorità non consentiranno elezioni libere.

«Le persone sono disposte a continuare. Ho intenzione di manifestare ogni fine settimana per le strade della città. Non ho paura del carcere, delle percosse o di procedimenti penali», ha detto.

Nonostante il giro di vite del 27 luglio, infatti, gli attivisti stanno organizzando la quarta manifestazione di protesta prevista per oggi 3 agosto.

Foto in anteprima Srbija Evropa

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ProVita, 5 Stelle, leghisti e CasaPound: lo sciacallaggio politico sul caso di Bibbiano


[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

di Marco Nurra e Angelo Romano

Nelle ultime settimane come Valigia Blu abbiamo coperto il “caso Bibbiano”, ossia l’inchiesta “Angeli e Demoni” della Procura di Reggio Emilia riguardante casi di affidi familiari ad opera dei servizi sociali della provincia. Nell’articolo “Caso affidi di Bibbiano: cosa sappiamo dell’inchiesta della Procura di Reggio Emilia” abbiamo ricostruito tutto quello che si sa sull'inchiesta ancora in corso, a partire dall'ordinanza che ha confermato gli arresti.

Nel nostro secondo articolo “Abusi sui minori, affidi, ruolo degli psicologi. Come funziona in Italia e quali sono le criticità” siamo andati oltre la questione giudiziaria per riflettere sulle criticità del sistema di protezione dei minori da abbandoni, abusi e violenze. Abbiamo spiegato come funziona il meccanismo delle segnalazioni, quali sono i diversi approcci terapeutici e cosa prevede la legge sugli affidi.

Questo è il terzo pezzo che pubblichiamo su questa vicenda, una storia estremamente delicata che riguarda i diritti dei minori e che pone delle questioni rilevanti dal punto di vista etico e giornalistico. È una storia che è stata cavalcata dal sensazionalismo più becero e dalla propaganda politica, a volte creando caos informativo o diffondendo informazioni sbagliate. Come fa presente Flavia Perina su Linkiesta: “Quando un tema così delicato diventa questione di schieramento, un conflitto culturale e tra partiti, non c’è mai da aspettarsi niente di buono”. E a farne le spese sono proprio i minori. Per questo motivo, nel presente articolo analizziamo come il “caso Bibbiano” abbia rappresentato un’opportunità di propaganda e sciacallaggio politico per alcuni partiti e movimenti e come questa strumentalizzazione sia stata funzionale all’agenda politico-mediatica e agli interessi di questi soggetti.

Bibbiano, propaganda, M5S, Lega, CasaPound, ProLife, social

Come è possibile vedere dal grafico del volume di menzioni ed engagement sui social, le conversazioni online su questa vicenda attraversano due momenti chiave: tra il 27 giugno e l’1 luglio, quando i giornali pubblicano per la prima volta la notizia, e poi a partire del 17 luglio, con le proteste dell'estrema destra e la fiaccolata di solidarietà per le famiglie di Bibbiano.

Nel primo caso è soprattutto il Movimento 5 Stelle a costruire una "propaganda criminale", come scriveva Arianna Ciccone su Facebook, perché generalizza in modo scorretto il coinvolgimento dei sindaco PD di Bibbiano – al quale «viene contestato di aver violato le norme sull’affidamento dei locali dove si svolgevano le sedute terapeutiche, ma non è coinvolto nei crimini contro i minori», ha precisato il capo della Procura di Reggio Emilia Marco Mescolini – per definire tutto il PD "il partito di Bibbiano, il partito che toglie i bambini alle famiglie con l’elettroshock, per venderseli”, nonostante l’inchiesta non parli mai di elettroshock e, sempre il procuratore capo Mescolini abbia detto in conferenza stampa che «non si tratta minimamente di questo» e di non credere che «ci sia stata una copertura» politica. «Sotto inchiesta non c’è il sistema dei servizi: sotto inchiesta ci sono delle persone», ha aggiunto invitando a non generalizzare.

Nel secondo caso sono CasaPound, prima, con lo slogan "Parlateci di Bibbiano", e poi la Lega e i movimenti ultracattolici per la famiglia a utilizzare la vicenda per la propria propaganda.

La notizia sui media e il caos informativo

I primi giorni sono i più convulsi. La notizia degli "orrori di Bibbiano" rimbalza sui media in tutti i suoi aspetti più drammatici e morbosi sugli indagati, gli arresti, le ipotesi di reato, le tecniche utilizzate dai psicoterapeuti nei confronti dei bambini, le storie di bambini e famiglie. E per quanto le informazioni fossero ancora in stato embrionale e poco precise, trovano rapida diffusione in tutta la loro forza anche per la particolarità dei soggetti coinvolti: i bambini.

Il primo a lanciare la notizia il 27 giugno alle 10,19 è il sito 24Emilia che pubblica un articolo dal titolo “‘Affari con bimbi tolti ai genitori’: arrestato il sindaco di Bibbiano, 20 misure cautelari”.

Pochi minuti dopo esce Il Fatto Quotidiano. Nell’articolo si parla di 16 persone destinatarie dell’ordinanza di custodia cautelare, 26 indagati e 6 agli arresti domiciliari. Tra loro, il sindaco PD di Bibbiano, Andrea Carletti, una responsabile  e una coordinatrice del servizio sociale, una assistente sociale e due psicoterapeuti della onlus Hansel & Gretel di Moncalieri (Torino). Tra i reati contestati, la frode processuale, il depistaggio, l’abuso d’ufficio, il maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso.

Subito dopo, l’edizione bolognese di Repubblica parla della notizia collegandola al podcast/documentario ospitato sul sito “Veleno” di Pablo Trincia che ricostruisce come “sedici bambini tra i comuni di Massa Finalese e Mirandola furono allontanati per sempre dalle loro famiglie, accusate di far parte di una setta di satanisti pedofili”. 

L’articolo di Repubblica viene rilanciato dai social della casa editrice Einaudi (che ha pubblicato il libro di Trincia) per sottolineare che “una storia incredibile come quella che racconta Pablo Trincia in #Veleno non potrebbe succedere più oggi. E invece. Per fortuna però il libro esiste e sembra che gli inquirenti ne abbiano fatto buon uso”. Nei giorni immediatamente successivi, Einaudi tornerà sulla vicenda con altri tweet:

Nel giro di nemmeno un’ora dal primo lancio di 24Emilia, escono il Tgr Rai, Tg2, Il Resto del Carlino, il Corriere della Sera, la Gazzetta di Modena e La Stampa che puntano nei titoli e nei contenuti dei loro pezzi sul “lavaggio del cervello nei confronti dei bambini per strapparli alle loro famiglie” e sul ricorso all’elettroshock o alle scosse elettriche. La notizia inizia a entrare anche nel circuito dell’estrema destra, rilanciata dal sito "sovranista italiano" Primato Nazionale, legato al movimento neofascista CasaPound.

Nel loro insieme e nei termini fin qui descritti, gli articoli pubblicati contribuiscono a definire le coordinate entro cui si svolge poi la discussione sui social nelle ore immediatamente seguenti.

La propaganda del Movimento 5 Stelle

Su tutto questo si innesta uno status propagandistico su Facebook del vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che pubblica una card raffigurante il sindaco PD di Bibbiano, Carletti (autosospesosi dal partito), con la scritta “arrestato” e sotto “affari con i bimbi tolti ai genitori”.

Di Maio introduce un’ulteriore narrazione e cioè quella del Partito Democratico (qui rappresentato dal sindaco Carletti) che lucrerebbe sui minori. «Un altro business, orribile, sui minori. (...) Quello che viene spacciato per un modello nazionale a cui ispirarsi sul tema della tutela dei minori abusati, il modello “Emilia” proposto dal PD, si rivela oggi come un sistema da incubo: bambini ”selezionati” e sottratti illegittimamente alle famiglie, per poi venire consegnati in una sorta di “affido horror” a personaggi discutibili, tra i quali titolari di sexy shop, pedofili, gente con problemi mentali». 

Nel post Di Maio parla di un «vero e proprio “sistema”», che coinvolge «autorevoli rappresentanti delle istituzioni. Medici, psicoterapeuti, servizi sociali, onlus autorizzate e politici a coprire tutto» e di «un giro di soldi, come sempre c’è in questi casi. Come accadde ai tempi del Forteto: un inferno per bambini che il potere dell’epoca agevolava considerandolo un “moderno” esperimento e contro cui il MoVimento 5 Stelle ha condotto tante battaglie e che io stesso ho commissariato, firmando l’atto nei confronti della cooperativa». 

Forteto era una comunità fondata nel 1977 da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi. In base a quanto emerso dal processo e da quelle di tre commissioni di inchiesta regionale e nazionale, all'interno della struttura sono stati commessi abusi psicologici e sessuali nei confronti di minori e disabili dati in affidamento dal Tribunale dei minori alla comunità. Fiesoli è stato condannato dalla Corte di Appello di Firenze a 14 anni e 10 mesi e la cooperativa che gestiva le attività della comunità, operante nel comune di Vicchio, nella provincia di Firenze, è stata commissariata dal governo nel 2018.

La card pubblicata da Di Maio stava già circolando in ambiente M5S prima della pubblicazione del suo post su Facebook, come mostrano, ad esempio, i tweet delle euro-parlamentari Pignedoli e D’Amato. 

Poco dopo il blog delle stelle rilancia lo status di Di Maio in un post sul suo sito

seguito nel giro di pochi minuti dal sottosegretario dei Cinque Stelle alle Infrastrutture e Trasporti, Michele Dell’Orco

mentre inizia a essere rilanciata anche la correlazione tra Forteto e Bibbiano

La contrapposizione tra #Bibbiano e #RestiamoUmani

L’altro vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini arriva solo in un secondo momento sulla storia di Bibbiano, twittando un articolo del Tempo e proponendo l’attivazione di una commissione d’inchiesta sulle case famiglia in Italia. Proposta nei giorni successivi rilanciata dalla parlamentare di FDI Maria Teresa Bellucci e dal ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana.

In quei giorni l’attenzione dell’opinione pubblica era concentrata sul salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo da parte della Sea Watch 3 e dello sbarco a Lampedusa “forzato” dalla capitana della nave Carola Rackete dopo 16 giorni ferma in mare in attesa che fosse autorizzato l’approdo in Italia. Sulla nave erano accorsi anche i parlamentari Orfini, Del Rio (PD) e Fratoianni (LeU).

In questa situazione, il riferimento di Di Maio al business dei minori da parte del PD, le responsabilità del sindaco di Bibbiano, Carletti, la presenza dei tre parlamentari di centro-sinistra sulla Sea Watch 3, l’attenzione mediatica da parte di giornalisti e intellettuali sulle sorti dei migranti vengono sovrapposti: l’hashtag #bibbiano viene contrapposto a #restiamoumani.

“Perché il PD invece che a Lampedusa non va a Bibbiano?”, 

è la domanda rivolta a Orfini,

Del Rio 

e Zingaretti

Anche Salvini in quei giorni era impegnato a twittare sulla vicenda della Sea Watch. E così alcuni utenti su Twitter iniziano a ritwittare i suoi tweet facendo riferimento a Bibbiano per sottolineare le responsabilità del Partito Democratico:

La narrazione del business sui minori e del silenzio dei media

Dal giorno dopo, il 28 giugno, e per tre giorni di seguito, la discussione sui social si avvita intorno a tre nuclei tematici: il business dei minori da parte del PD insinuato da Di Maio con il suo post su Facebook, la figura dell’assistente sociale Federica Anghinolfi (responsabile del servizio sociale dell’Unione della Val d’Enza e ritenuta dalla Procura una delle figure chiavi dell’indagine), indicata come “paladina delle famiglie arcobaleno” e responsabile dell'affidamento di un minore a due donne e, pertanto, la prova della "ideologia gender dietro la vicenda di Bibbiano", il presunto silenzio di intellettuali e media su Bibbiano perché troppo impegnati a parlare dello sbarco dei migranti a Lampedusa e della capitana di Sea Watch 3, Carola Rackete. Bibbiano diventa in pochi giorni – nota Leonardo Bianchi su Vice – “il simbolo di qualsiasi nefandezza, anche di cose che non c’entrano nulla”. 

L’attuale coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, twitta “C’è gente che fa finta di interessarsi ai poveri, ai derelitti, al volontariato e poi si vende i bambini…”, facendo implicito riferimento al PD, mentre il senatore leghista Alberto Bagnai rievoca le insinuazioni sulle “Ong taxi del mare” e il cosiddetto "business dei migranti", sollevato due anni fa in occasione dei salvataggi delle Ong in mare e delle inchieste – che ad oggi non hanno portato a nulla – del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro:

Su questo ha insistito anche il conduttore di Quarta Repubblica Mario Giordano

Sull’accostamento tra business dei migranti e dei minori ha fatto leva Il Giornale in un articolo del 28 giugno, secondo il quale una delle persone arrestate, l’assistente sociale Federica Anghinolfi, inneggiava su Facebook a favore della capitana di Sea Watch, Carola Rackete. Pezzo prontamente rilanciato dai social di Salvini

E proprio su Anghinolfi — prosegue ancora Bianchi nella sua ricostruzione su Vice — “si è concentrato il massimo della morbosità, in un crescendo di congetture che sono arrivate a delineare un complotto gender contro la ‘famiglia naturale’. L’assistente sociale è stata indicata come una “nota attivista del mondo LGBT” e “paladina delle famiglie arcobaleno” ed è responsabile “di aver indebitamente affidato una bambina a una coppia di due donne, a loro volta indagate per maltrattamenti”.

Tutto questo, nel suo insieme, ha dato la stura a commenti violenti, rilanciati da hashtag come #PDofili o da vignette come queste:

In questa cornice, i media mainstream e gli intellettuali – ritenuti vicini alla sinistra – sono stati criticati per aver deliberatamente taciuto su Bibbiano

seguendo una strategia del PD che avrebbe utilizzato la vicenda della Sea Watch per insabbiare quanto avvenuto a Bibbiano

In risposta a un tweet di Roberto Saviano sulla decisione di Carola Rackete di approdare al porto di Lampedusa, viene twittata una card che mostra Luciana Litizzetto, Laura Boldrini, Fabio Volo e lo stesso Saviano con una mano sulla bocca, a voler sottolineare il silenzio su Bibbiano, nonostante giornali e televisioni ne abbiano dato ampiamente conto.

"Parlateci Di Bibbiano": lo slogan creato da CasaPound che conquista partiti e movimenti di destra

Il 17 luglio fa irruzione sui social lo slogan “Parlateci di Bibbiano”, come parte di una campagna organizzata da CasaPound. Luca Marsella, consigliere di CasaPound di Ostia, è il primo a pubblicare su Facebook, alle 8,15 del mattino, la foto di uno striscione con la scritta “Parlateci di Bibbiano” nel quale le lettere “P” e “D” riprendono i colori del logo del Partito Democratico.

Avrete sentito in questi giorni parlare di un'inchiesta aberrante. In realtà sui giornali e nei tg se n’è parlato...

Pubblicato da Luca Marsella su Martedì 16 luglio 2019

La foto è accompagnata da uno status carico di retorica che accusa i media di aver oscurato e nascosto questa notizia. Nelle ore successive lo slogan viene utilizzato anche su Twitter sotto forma di hashtag e appaiono nuove foto di striscioni simili scattate durante la notte.

Smettete di nascondere, insabbiare, negare, accusare di strumentalizzare ciò che è successo a Bibbiano.In questi...

Pubblicato da Pier Paolo Mora su Mercoledì 17 luglio 2019

Da un’analisi realizzata dal Centro LaRiCA (Laboratorio di Ricerca sulla Comunicazione Avanzata) Università di Urbino Carlo Bo, utilizzando CrowdTangle come strumento di monitoraggio, emerge come tra i primi 20 post pubblici che appaiono nelle tre ore successive la maggior parte sia riconducibile direttamente a CasaPound, tra pagine ufficiali e pagine di membri del movimento.

Assieme a CasaPound ci sono anche le pagine di alcuni siti di notizie locali, una sezione di Fratelli d’Italia e gruppi NO-VAX come “I VACCINI -Gestire la salute a nostra insaputa” e “Denunciamo Giulia Grillo”. Quest’ultimo è uno dei molti gruppi dell’attivo no-vaxxer Mida Riva, anche noto come “Gente Sveglia”, e che già il 30 giugno 2019 aveva creato il gruppo “Liberi subito!!! Facciamo tornare a casa i bambini rapiti dallo stato”.

Prima ancora dell’esplosione del caso Bibbiano il tema dei bambini “rapiti dallo stato” era già centrale per alcuni gruppi Facebook italiani, come “BAMBINI SOTTRATTI DALL' INGIUSTIZIA” (creato il primo febbraio 2011), “GIU' LE MANI DAI BAMBINI!” (creato il 3 febbraio 2014) o “Rari e Rapiti” (creazione 20 aprile 2016) di Paolo Roat, aderente a Scientology.

I gruppi su questa tematica avevano promosso già prima del 17 luglio iniziative in solidarietà dei bambini “strappati” e dei genitori “violentati dalle istituzioni”, con messaggi contro lo stato e contro il sistema di affidi o in difesa delle vittime. Con lo slogan “Parlateci di Bibbiano” l’orientamento dei post si allinea immediatamente alla campagna lanciata da CasaPound e appaiono messaggi di denuncia carichi di panico morale su come la verità stia venendo insabbiata dai media con la complicità del PD e della sinistra.

Sempre grazie al lavoro del Centro LaRiCA dell'Università di Urbino, siamo in grado di osservare la distribuzione dei messaggi della campagna “Parlateci di Bibbiano” tra diverse tipologie di pagine: al primo posto sono situate pagine di partiti, sezioni locali o esponenti politici (38,7%); seguite da pagine/gruppi di “tipo politico” (30,6%), come “GIÙ LE MANI DA SALVINI” o “MATTEO RENZI INSIEME AL PD”, pagine/gruppi di cosiddetta controinformazione o informazione alternativa (11,5%), testate giornalistiche (10,3%), pagine personali di giornalisti o influencer (3,1%), gruppi complottisti (2,6%) e altri gruppi o pagine (3,2%).

È interessante vedere come “Parlateci di Bibbiano” sia stato velocemente utilizzato anche da altri partiti, che se ne sono appropriati sia in senso positivo che negativo. Il 55% delle conversazioni online che utilizzano lo slogan “Parlate di Bibbiano” avviene in pagine e gruppi con una specifica appartenenza a partiti politici, così distribuite:

  • Lega 35,8%;
  • CasaPound 17,2%;
  • Fratelli d’Italia 15,5%;
  • Movimento 5 Stelle 12,4%;
  • Partito Democratico 9,3%;
  • Popolo della Famiglia 8,8%;
  • Altri partiti o movimenti di destra 0,8%.

Partiti e movimenti, soprattutto a destra, hanno fatto proprio lo slogan lanciato da CasaPound, amplificandone la risonanza e utilizzandolo secondo i propri fini propagandistici. Nel grafico sottostante possiamo vedere l’evoluzione della campagna online e il volume dei messaggi secondo affiliazione politica nei 10 giorni successivi al suo inizio (sono presi in considerazione tutti i post che utilizzano l’espressione “Parlateci di Bibbiano”, anche sotto forma di hashtag #parlatecidibibbiano).

Grafico: Centro LaRiCA

Sono evidenti tre picchi nel grafico, il primo è quello riconducibile a CasaPound, nel giorno in cui viene lanciata la campagna degli striscioni, il secondo, dal 21 al 22 luglio, segna un’appropriazione dello slogan da parte della Lega con una presenza maggiore anche del Movimento 5 Stelle, mentre il 23 luglio si può distinguere bene come il Popolo della Famiglia sia quello che lo utilizza maggiormente. Sono quelli i giorni della discussione della legge contro l'omofobia in Emilia Romagna, quando Fratelli d'Italia presenta un’interpellanza per chiedere di qualificare i genitori affidatari in base all’orientamento sessuale, in pratica – commentava sempre Leonardo Bianchi in un'altro articolo su Bibbiano su Vice – per schedare le famiglie arcobaleno, e della discussione in commissione Giustizia del Senato del Ddl Pillon sull'affido condiviso dei figli e il loro mantenimento, conclusasi con il rinvio a una nuova data, sempre con relatore il senatore leghista "che dovrà riscrivere il testo del provvedimento mediando tra le diverse proposte".

Durante questo periodo la presenza di messaggi riconducibili a Fratelli d’Italia si mantiene pressoché costante registrando il proprio picco personale il 24 luglio. Il Partito Democratico, con messaggi critici verso la campagna di panico morale portata avanti dalle destre, mantiene una presenza di fondo.

L’intreccio giornaliero tra propaganda e agenda mediatica

Abbiamo visto come diversi partiti e movimenti abbiano strumentalizzato la vicenda di Bibbiano, piegandola ai propri interessi. Per avere un quadro completo delle ragioni e delle modalità con cui avviene quest'operazione di propaganda, è utile ricapitolare assieme quali erano i temi di dibattito pubblico di quei giorni e quali di questi si sono sovrapposti alle conversazioni pubbliche sull'inchiesta della Procura di Reggio Emilia.

Nella prima parte di questo articolo, abbiamo visto che la connotazione iniziale delle conversazioni sull’operazione “Angeli e Demoni”, a partire dal 27 giugno, si nutre delle informazioni false o confuse pubblicate dei media con toni complottistici - “l’elettroshock” o “rubano i bambini per darli ai gay” -, è caratterizzata dall’attacco costante al PD (anche con l’hashtag #PDofili) ed è spesso messa in relazione con le notizie di quei giorni sulla Sea-Watch 3 e sulla sua capitana Carola Rackete. La prima ondata di messaggi online accusa (anacronisticamente e contro ogni logica fattuale) la sinistra di aver creato il caso Rackete per insabbiare i fatti di Bibbiano. Il primo partito politico a cavalcare il caso in chiave propagandistica è Movimento 5 Stelle. Successivamente, in un’intervista al Corriere della Sera, Luigi Di Maio conierà addirittura il nomignolo “il partito di Bibbiano” per riferirsi al Partito Democratico. Salvini in quei giorni twitta una notizia del Giornale che metteva in relazione i fatti di Bibbiano con Rackete. Il caso Rackete è ancora troppo “fresco” per non continuare a strumentalizzarlo.

E sebbene i giornalisti abbiano coperto e continuino a occuparsi dell’inchiesta sin dal primo giorno, assistiamo paradossalmente a trasmissioni televisive che denunciano l'inesistente cortina di fumo su Bibbiano: il caso più emblematico è forse quello di Mario Giordano che, in prima serata su Rete 4, condanna il silenzio dei media e interpreta una sorta di performance indignata seguita dagli applausi del pubblico che lo accompagnano mentre, "addolorato", si accascia al suolo.

Con l’azione di CasaPound del 17 luglio, pochi giorni prima della fiaccolata di protesta del 20 luglio, invece, la conversazione online mantiene la spinta “anti-sinistra” iniziale ma sfuma il riferimento alla Sea Watch 3: i messaggi sono più incisivi e ci si concentra sulla presunta censura operata dai media e dalle “sinistre” al grido di “Parlateci di Bibbiano”. Anche Laura Pausini, il 18 luglio, e Nek, il 20 luglio, si lamentano della mancanza di copertura mediatica data alla vicenda e contribuiscono ad alimentare le lamentele sugli inesistenti insabbiamenti. Entrambi sono elogiati da Salvini: "Nel silenzio di tanti giornali e tg, la vergogna dei bimbi strappati alle famiglie urla vendetta. Onore a Nek e a Laura Pausini, chi tace su Bibbiano è complice!"

Sono giorni difficili per il segretario della Lega. Dopo l’ubriacatura mediatica sul caso Sea Watch 3, Matteo Salvini è alle prese con le notizie su Savoini e sulla trattativa per i fondi russi alla Lega. Sono i giorni in cui Conte riferisce in Parlamento sul caso Savoini.

Salvini ha mentito sul caso Russia >Salvini ha mentito. A sbugiardare il ministro dell'Interno e le sue versioni su...

Pubblicato da Valigia Blu su Mercoledì 24 luglio 2019

Ma alla vigilia della seduta di Conte, Salvini invece di andare in Parlamento a riferire sul caso Russia, decide di recarsi a Bibbiano per concedersi un bagno di folla. Tiene un comizio in piazza del Municipio durante il quale ripete di essere lì in veste di "papà" e di "ministro" e fa sapere che non avrà pace "finché l'ultimo bambino non sarà a casa". E esorta i tribunali dei minori ad andare nei campi rom invece di prendere di mira le famiglie italiane. Poi annuncia in tempi brevi una commissione d'inchiesta.

In quei giorni, come abbiamo visto prima, è la Lega a dominare la conversazione online su questo tema. Salvini si è appropriato in maniera decisa del messaggio "Parlateci di Bibbiano". Sempre in quei giorni, la Regione Piemonte, guidata dal centro-destra, espone lo striscione "Verità per Bibbiano" accanto a quello "Verità per Giulio Regeni". Tra i messaggi diffusi sui social in questi giorni spiccano gli appelli a condividere informazioni per combattere l'insabbiamento dei media.

In realtà, come abbiamo già scritto, di Bibbiano si sta parlando eccome sui media, tant’è che la protesta online raggiunge vette di surrealismo quando in molti, tra cui Jacopo Coghe, portavoce di ProVita & Famiglia e vicepresidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, condividono un servizio del Tg2 su Bibbiano, accompagnando il video della televisione pubblica nazionale con frasi come “Queste immagini non le vedrete da nessuna parte” o “Condividi per rompere la cortina di silenzio”.

L’insistenza sul presunto silenzio dei media (che in realtà non c’è mai stato) è strumentale alla narrazione dei gruppi pro-life secondo i quali casi come quelli di Bibbiano sono emblematici di come sia in atto una distruzione della famiglia come cellula comunitaria per lasciare il campo a relazioni atomizzate. Da questo punto di vista gli articoli intorno alla figura dell’assistenza sociale Anghinolfi, indicata – come detto – quale “nota attivista LGBT” e responsabile dell’affidamento di una bambina a una coppia di due donne, e i riferimenti al presunto business del PD sui minori, hanno consentito di far quadrare il cerchio. 

È Diego Fusaro a rendere esplicita questa narrazione in un video pubblicato su Twitter ancora da Coghe. «Il silenzio su Bibbiano da parte di intellettuali e media non è che la conseguenza del nuovo ordine erotico che disgrega la famiglia per sostituirla con relazioni mercantili. Parlarne dovrebbe far emergere la realtà di distruzione della famiglia». 

Parole, quelle di Fusaro, che trovano eco in altre pronunciate nei giorni precedenti per esempio dal deputato di Forza Italia Galeazzo Bignami che aveva dichiarato che «nessuno mi toglie dalla testa che in fondo, dietro a tutto questo, ci sia la teoria gender. Vogliono i bambini senza famiglie, senza identità, come corpi eterei».

ProVita aveva approfittato dell’inchiesta per criticare la norma contro l’omofobia che la Regione Emilia Romagna ha votato il 27 luglio dopo 39 ore di discussione. Secondo la onlus cattolica, con il provvedimento contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, “dopo lo scandalo sugli affidi di minori di Bibbiano chi proverà a denunciare anomalie o illeciti compiuti da una coppia omosessuale sarà accusato di omofobia”.

«In Emilia Romagna è stata approvata la Scalfarotto 2.0, una legge ideologica, che con il pretesto della lotta alle "discriminazioni", prevede corsie preferenziali per le persone LGBT nel mondo del lavoro, dello sport, la diffusione del gender nelle scuole e il controllo dei contenuti diffusi dai media. Il tutto nella regione di Bibbiano e dello scandalo affidi», ha dichiarato Pillon associando ancora una volta i fatti di Bibbiano ai diritti LGBT.

Come dicevamo all'inizio se veramente si hanno a cuore i diritti dei bambini è assolutamente necessario sottrarre il tema alla propaganda che manipola, inganna, distorce. Per dirla con Flavia Perina, "trasformare Bibbiano nello spartiacque tra un 'prima' che colpevolizzava falsamente le famiglie per favorire affidatari senza scrupoli e un 'dopo' nel quale la famiglia recupera un suo potere esclusivo sui bambini è un’operazione che danneggerà gli interessi e le vite di molti soggetti deboli, per i quali l’unica speranza contro le botte e la paura è appunto 'l’interferenza' di un soggetto pubblico, che sappia guardare e intervenire".

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