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Il 2021 tra i 7 anni più caldi mai registrati mentre le emissioni di gas serra continuano ad aumentare

19 Gennaio 2022 15 min lettura

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Il 2021 tra i 7 anni più caldi mai registrati mentre le emissioni di gas serra continuano ad aumentare

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

La settimana si è aperta con l’ultimo rapporto dell’agenzia europea per il clima Copernicus. Gli ultimi sette anni sono stati i più caldi mai registrati al mondo e il 2021 è stato il quinto anno più caldo con una temperatura di 1,2°C oltre le temperature pre-industriali, nonostante l’azione de “La Niña”, un fenomeno climatico ricorrente caratterizzato da temperature della superficie più basse nell'Oceano Pacifico.

Nonostante il 2021 sia stato più freddo rispetto agli ultimi anni (sui livelli del 2015 e il 2018 tra gli ultimi sette), l’Europa ha vissuto l’estate più calda mai registrata (in Sicilia il termometro ha toccato i 48,8°C, 0,8°C oltre la temperatura massima mai toccata), osserva un articolo di The Independent. Il 2020 e il 2016 sono stati finora gli anni più caldi. I dati sono stati rilevati attraverso misurazioni effettuate al livello del suolo e le osservazioni provenienti da una costellazione di satelliti che monitorano la Terra dall’orbita.

Il 2021 è stato segnato da incendi intensi e prolungati in Turchia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo e da fenomeni meteorologici estremi, come le inondazioni che hanno provocato la morte di oltre 200 persone in Germania e Belgio. Come evidenzia il New York Times, “le temperature più elevate intorno all’Artico hanno fatto piovere per la prima volta sulla calotta glaciale della Groenlandia”.

via Carbon Brief

Oltre al rapporto di Copernicus, altri studi usciti in settimana ci stanno dicendo chiaramente che il pianeta non se la passa molto bene. Secondo quanto rilevato da una ricerca pubblicata martedì scorso su Nature Reviews Earth and Environment, l'Artico si sta sciogliendo a causa del riscaldamento delle temperature. Le infrastrutture sono costruite sul permafrost e il 70% è a rischio di danni da clima entro il 2050. Secondo lo studio, almeno 120.000 edifici, 40.000 km di strade e 9.500 km di gasdotti, oltre alle piste di atterraggio, si trovano nelle aree a rischio. 

“Immaginate di vivere su un blocco di ghiaccio e di cercare costantemente di mantenerlo congelato. Questa è la sfida quotidiana che devono affrontare le comunità dell’Alaska”, spiega a BBC News Kaare Sikuaq Erickson, che lavora come mediatore culturale tra cittadini e istituzioni. “Il riscaldamento del ghiaccio influisce su tutto, dal tentativo di scavare le fondamenta di una casa, o la costruzione di una strada pianeggiante, all'installazione di fognature e sistemi idrici. Stiamo osservando che le fondamenta degli edifici vanno su e giù o che lungo le strade si stanno creando dei dossi. È diventato pericoloso giocare all'aperto a causa degli stagni che si formano per il disgelo”, aggiunge la geologa Louise Farquharson dell'Università di Fairbanks, Alaska.

Un altro studio, pubblicato sempre martedì su Advances in Atmospheric Sciences, ha mostrato come gli oceani non siano mai stati caldi come nel 2021 e dalla fine degli anni '80 si siano riscaldati a una velocità otto volte superiore rispetto ai decenni precedenti. Più del 90% del calore generato negli ultimi cinquant'anni è stato assorbito dai primi 2.000 metri del mare. L’equivalente di sette esplosioni nucleare di Hiroshima, titola The Hill. “Abbiamo accumulato così tanto gas serra che gli oceani hanno iniziato ad assorbire una quantità crescente di calore rispetto al passato. Dal 1958 ogni decennio è stato più caldo di quello precedente. Il riscaldamento record del 2021 è una prova solida che il riscaldamento globale continua”, si legge nella ricerca.

via Washington Post

Intanto, le temperature continuano a essere estreme. Il 13 gennaio in Australia sono stati registrati 50.7° C in una regione in cui la temperatura media in questo periodo dell’anno è di 36,5°C, 10 gradi in più rispetto alla norma. In Sud America, Uruguay, Brasile, Argentina e Paraguay stanno uscendo solo adesso da un’ondata di calore senza precedenti con temperature che hanno toccato i 45°C.

Se si vuole fermare l'aumento delle temperature globali, scrive Carbon Brief in un approfondimento, non è sufficiente pareggiare l’anidride carbonica emessa nell’atmosfera con quella catturata, l'accumulo di Co2 nell'aria deve essere interrotto. L’obiettivo è invertire la tendenza della curva di Keeling, il grafico che raffigura iconicamente come i livelli di anidride carbonica (Co2) si siano accumulati nell'atmosfera, determinando un aumento delle temperature globali. L'aumento delle concentrazioni di Co2 rafforza ulteriormente l'effetto serra e provoca l'aumento delle temperature globali.

Negli ultimi 60 anni le emissioni globali sono aumentate in modo costante, a un tasso di circa 1 parte per milione (ppm) all'anno negli anni ‘60, fino a 2 ppm all’inizio del XXI secolo, a quasi 2,5 ppm l’anno negli ultimi 10 anni. E anche se le emissioni globali sono state relativamente costanti nell'ultimo decennio, i livelli di Co2 nell'atmosfera hanno continuato ad aumentare perché l’anidride carbonica emessa viene catturata lentamente dai processi naturali.

E invece la strada intrapresa sembra andare nella direzione opposta. Complici anche le riaperture dopo i lockdown del 2020, “le emissioni globali di anidride carbonica dai combustibili fossili sono aumentate di circa il 4,9% nel 2021, dopo un calo del 5,4% registrato l’anno precedente”, scrive il Financial Times che riporta i dati del Cicero Center for International Climate Research di Oslo. E sono cresciuti a livelli record anche i livelli del metano nell’atmosfera: 1.876 parti per miliardo, aggiunge Bloomberg

Negli Stati Uniti le emissioni sono aumentate del 6,2%, secondo le rilevazioni del Rhodium Group. L’incremento è dovuto ai trasporti e al consumo di carbone è stato un fattore importante. Molti Stati degli USA hanno scelto di ricorrere al carbone in seguito all’aumento vertiginoso del prezzo del gas naturale. Un segnale allarmante proveniente da un paese il cui presidente ha fatto dell’abbassamento delle emissioni e di una transizione ecologica socialmente equa uno dei cavalli di battaglia del proprio mandato. 

Dello stallo in cui si trova al Senato il “Build Back Better”, l’ambizioso progetto di legge sul cambiamento climatico e la spesa sociale dell’amministrazione Biden, sulle cui sorti è decisivo il voto del senatore democratico della Virginia Occidentale con forti legami con l’industria del carbone, Joe Manchin, avevamo parlato qui. Senza i 555 miliardi di dollari in incentivi previsti dalla “Build Back Better” è molto difficile che gli Stati Uniti riescano a rispettare l’obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni entro 2030 come sostenuto più volte dal presidente Biden. È arrivato il momento che i democratici decidano cosa fare e non continuino a procrastinare il voto in attesa di convincere Manchin, scrive Robinson Meyer in un editoriale su The Atlantic. È concreto il rischio che gli equilibri al Congresso cambino con le elezioni di medio termine e ogni possibilità di approvare una legge che indirizzi le politiche climatiche degli Stati Uniti verso l’abbassamento delle emissioni svanisca.

L’eruzione vulcanica a Tonga è stata violenta e vasta ma potrebbe non avere alcun effetto sul riscaldamento globale

Nei giorni scorsi il vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai ha prodotto in poche ore colonne altissime di fumo, fulmini e un’eruzione con un’onda d’urto così potente da farsi sentire a migliaia di chilometri di distanza. I maremoti generati dalla violenta eruzione hanno colpito l’arcipelago di Tonga, altre onde di minori dimensioni si sono verificate nel Nord America e in Sud America. Come mostrano le immagini satellitari, il danno maggiore lo ha subito il vulcano stesso che ha visto scomparire la terra che era stata creata dalle attività del 2014, 2015 e dicembre 2021. Di due isole dell’arcipelago, presenti dopo le eruzioni del 2009, non restano ormai che pochi spicchi.

Si è trattato di un evento straordinario “che si verifica una volta in un millennio”, scrive New Scientist. Secondo Oliver Nebel, professore associato di Geochimica alla Monash University, l'esplosione si collocherebbe presumibilmente nell'indice VEI tra quattro e cinque, alla pari con l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei nel 79 d.C.

Gli scienziati stanno ora cercando di monitorare il vulcano, non senza qualche difficoltà. La violenta e vasta eruzione potrebbe causare danni duraturi alle barriere coralline, erodere le coste e avere ripercussioni sulla pesca. Dopo l’eruzione, il vulcano ha rilasciato anidride solforosa e ossido di azoto, due gas che quando interagiscono con l’acqua e l’ossigeno nell’atmosfera possono provocare piogge acide, con ulteriori danni alle coltivazioni e alla sicurezza alimentare tongana. Le immagini satellitari fanno pensare che più che Tonga le piogge acide possano interessare le isole Fiji.

Alcuni media, tra cui il Sydney Morning Herald, hanno ipotizzato che l’anidride solforosa rilasciata dall’eruzione possa avere un effetto rinfrescante su tutto il pianeta e in qualche modo frenare il riscaldamento globale. Ma, come spiega il climatologo Zeke Hausfather, non è stata rilasciata abbastanza anidride solforosa per avere un effetto tangibile: “Era chiaro che l'eruzione di Tonga fosse abbastanza violenta da spingere la sua nube nel punto in cui si trova la stratosfera, oltre la superficie terrestre, ma sulla base delle ultime misurazioni satellitari, in realtà non c'è molta anidride solforosa nei gas che arrivano fino alla stratosfera”.

Nel 1991 l’eruzione del Monte Pinatubo fece registrare un abbassamento delle temperature su gran parte della Terra di 0,5°C tra il 1992 e il 1993. Pinatubo rilasciò circa 15 milioni di tonnellate di anidride solforosa, la massa totale nella nube vulcanica era di 20 teragrammi. Numeri incomparabili con l’eruzione di Tonga che contiene 0,4 teragrammi di anidride solforosa.

“L’impatto sul clima sarà di 10 volte inferiore rispetto a Pinatubo”, ha twittato Daniel Swain, scienziato del clima presso l'Università della California. Tuttavia, gli esperti hanno affermato che è ancora troppo presto per trarre conclusioni.

IEA: “Il prezzo dell’energia continuerà a crescere per i prossimi tre anni se non cambiamo il modo di generare elettricità”

Se non cambiamo in modo sostanziale il modo in cui generiamo elettricità, l’impennata globale della domanda di energia elettrica potrebbe innescare altri tre anni di volatilità del mercato, incremento dei prezzi dell’energia e nuovi record di inquinamento da parte delle centrali elettriche. È quanto afferma l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) nel suo rapporto annuale sull'elettricità. 

La domanda globale di elettricità è aumentata del 6% lo scorso anno, a seguito del rimbalzo economico dopo i lockdown per la pandemia nel 2020. Si tratta “dell’aumento maggiore dal 2010, quando le economie hanno iniziato a riprendersi dalla crisi finanziaria globale”, scrive il Guardian. Circa la metà dell’incremento della domanda di elettricità è avvenuta in Cina (+10% rispetto al 2020). 

A soddisfare la maggiore domanda di energia le centrali a carbone (che hanno generato il 9% in più di elettricità rispetto al 2020, a causa dell’aumento del prezzo del gas), quelle a gas (+2%), gli impianti nucleari (+3,5%) e le fonti di energia rinnovabile (+6%), il cui incremento “non è stato in grado di tenere il passo con l’impennata del consumo di elettricità”, scrive ancora il Guardian.

“I prezzi dell'elettricità e le emissioni di carbonio continueranno ad aumentare se non verranno investiti più soldi in tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio, come le energie rinnovabili, l'efficientamento energetico e l'energia nucleare, insieme a un'espansione di reti elettriche solide. I politici dovrebbero agire ora per attenuare gli impatti sui più vulnerabili”, ha commentato il direttore esecutivo dell'AIE Fatih Birol. 

“Associare la volatilità nei mercati del gas e dell'elettricità alla transizione verso l'energia pulita è a dir poco fuorviante”, ha aggiunto Birol in un articolo su LinkedIn. “Questa non è una crisi delle energie rinnovabili o dell'energia pulita; è una crisi del mercato del gas naturale”. Birol punta l’attenzione sulla Russia e su Gazprom. “A differenza di altri fornitori di gasdotti – come l’Algeria, l’Azerbaigian e la Norvegia – la Russia ha ridotto le proprie esportazioni verso l'Europa del 25% nel quarto trimestre del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020, e del 22% rispetto ai livelli del 2019. La Russia potrebbe aumentare le consegne in Europa di almeno un terzo, ovvero oltre 3 miliardi di metri cubi al mese. Ciò equivale a quasi il 10% del consumo medio mensile di gas dell'Unione Europea e sarebbe l'equivalente di una nuova nave cisterna che consegna ogni giorno un carico completo di gas naturale liquefatto (GNL) in Europa. Insieme all'attuale livello elevato di afflusso di GNL, ciò fornirebbe un sollievo significativo ai mercati del gas europei”, conclude Birol.

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Nei giorni scorsi la commissaria UE per la concorrenza, Margrethe Vestager si è detta meravigliata della strategia di Gazprom di limitare le forniture di gas in un momento di grande aumento della domanda di energia. “Fa riflettere che un’azienda, in vista dell’aumento della domanda, limiti l’offerta, è un comportamento piuttosto raro sul mercato”, ha commentato Vestager. Mentre l’alto rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, non ha escluso la possibilità di bloccare in futuro il gasdotto russo-tedesco North Stream 2 se la Russia diminuirà la fornitura. In sintesi, se il Cremlino continuerà a praticare la gas-diplomacy, per influire geopoliticamente sull’Europa, l’UE potrebbe intervenire. Resta da vedere – si chiede un articolo di Formiche – se Borrell e Vestager andranno fino in fondo considerati i tanti interessi e gli equilibri delicati anche tra paesi UE (Germania e Paesi Bassi su tutti) che verrebbero toccati a catena. 

Il problema dello smaltimento dei pannelli fotovoltaici 

Nel 2050 circa 78 miliardi di tonnellate di rifiuti potrebbero provenire dallo smaltimento dei pannelli fotovoltaici. È l’esito di uno studio sul ciclo di vita di questa tecnologia condotto da Matthew Davies, professore di Scienza dei Materiali della Swansea University, in Galles. 

Considerati una delle opzioni più ecologiche per generare energia elettrica, una volta arrivati a fine ciclo, i pannelli fotovoltaici sono difficilmente riciclabili perché le loro componenti sono incollate o saldate tra di loro e finiscono per rompersi e frammentarsi durante lo smaltimento. I rifiuti elettronici, rileva lo studio dell’Università di Swansea, sono quelli in più rapida crescita al mondo con 53,6 milioni di tonnellate generate nel 2019 a livello globale. Solo nel Regno Unito nel 2019 sono state generate 1,6 tonnellate di rifiuti elettronici. Tra queste, circa 379.000 kg di materiali critici, con un valore potenziale di quasi 180 di euro. A causa di inefficienze nei processi di riciclo, della mancanza di infrastrutture dedicate e di cattiva progettazione per lo smaltimento, la maggior parte di questi materiali critici contenuti nei rifiuti andrà persa. Inoltre, il recupero dei minerali presenti nelle schede elettroniche – come l’oro (Au), l’argento (Ag), il palladio (Pd), il rutenio (Ru), l'ittrio (Y), il cobalto (Co), l’antimonio (Sb), l’iridio (Ir) – richiede metodi molto inquinanti perché disseminati in piccole quantità.

via The Conversation

Affinché le tecnologie emergenti siano veramente sostenibili, è fondamentale progettarle pensando all'economia circolare fin dall'inizio. Irena ha stimato che se riuscissimo a riciclare alcune parti dei pannelli solari saremmo in grado di recuperare circa 15 miliardi di dollari e di produrre due miliardi di nuovi pannelli solari con un taglio drastico delle emissioni di gas serra connesse all’estrazione dei minerali e alla produzione e all’utilizzo dei pannelli fotovoltaici. «Se non smetteremo di estrarre materiali dalla Terra, non riusciremo a fermare i cambiamenti climatici», spiega Davies.

Una dieta più a base vegetariana da parte dei paesi più ricchi potrebbe significare un doppio vantaggio climatico per tutto il pianeta

Cosa accadrebbe se i paesi più ricchi adottassero una dieta vegetariana? Se l’è chiesto uno studio pubblicato su Nature Food che ha analizzato come cambierebbe il sistema  alimentare globale se 54 paesi ad alto reddito passassero a una dieta “prevalentemente a base vegetale, ottimale sia per la salute umana che per la sostenibilità ambientale”. 

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Il risultato sarebbe un doppio guadagno per tutto il pianeta nell’azione di contrasto del riscaldamento globale: minori emissioni e più terreno a disposizione per la cattura del carbonio. I paesi ad alto reddito potrebbero, infatti, ridurre le loro emissioni agricole di quasi due terzi e liberare un'area più grande dell'intera Unione Europea che, se tornasse al suo stato naturale, sarebbe in grado di catturare quasi 100 miliardi di tonnellate di carbonio, pari a 14 anni di emissioni agricole globali. Quanto basta, proseguono gli autori dello studio, per consentire ai paesi ad alto reddito di “soddisfare potenzialmente il taglio delle emissioni necessario per limitare l’aumento delle temperature entro gli 1,5°C dai livelli pre-industriali".

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La metà dei benefici in termini di cattura del carbonio e di riduzione delle emissioni arriverebbe da Stati Uniti, Francia, Australia e Germania, dove il consumo di carne e latticini è particolarmente elevato.

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A questi vanno aggiunti le bevande alcoliche e gli “stimolanti” (come il caffè, prodotti a base di cacao e tè), che costituiscono il 5,8% delle emissioni di gas serra alimentari. Secondo lo studio, queste “colture di lusso a bassa nutrizione” sono consumate prevalentemente nei paesi ad alto reddito e rappresentano un'opportunità “non trascurabile” per ridurre le emissioni e catturare il carbonio. Tuttavia, sono consapevoli gli autori della ricerca, "componenti sociologiche e politiche” rendono difficile ridurre il consumo di questi prodotti.

52 luoghi che testimoniano l’impegno per un mondo diverso

Per il secondo anno consecutivo il New York Times ha pubblicato l’elenco di 52 luoghi da visitare nel mondo. Un parco canadese gestito da una tribù indigena, il campionamento del whisky in una distilleria scozzese che utilizza carburante a emissioni zero, un villaggio nel Messico che insieme contribuisce alla conservazione di alcune specie marine protette. Questa volta, scrive Amy Virshup che ha curato la selezione, sono stati scelti quei luoghi “in cui il cambiamento sta effettivamente avvenendo, dove le aree in pericolo vengono preservate, le specie minacciate vengono protette, le comunità fragili vengono rafforzate - e dove i viaggiatori possono partecipare al cambiamento”. 

Tra le esperienze raccontate c’è quella del quartiere San Giovanni a Teduccio, nella periferia orientale di Napoli, dove un gruppo di residenti ha creato una comunità energetica per fornire elettricità pulita e gratuita alle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà, con un sistema di 166 pannelli solari, per una potenza complessiva di 53 chilowatt.

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“L’impianto è realizzato con componenti di maggiore qualità e tecnologia più avanzata, ed è garantito per 25 anni. Potrà produrre 60mila chilowattora in un anno. Un sistema di accumulo permette d’immagazzinare l’energia e mettere in rete quella in più; il ricavato sarà redistribuito a fine anno ai soci. Secondo le previsioni, ognuna delle famiglie associate riceverà tra duecento e trecento euro”, scrive Marina Forti che ha raccontato il progetto avviato a San Giovanni a Teduccio su Internazionale.

Il progetto è nato da un’idea di Legambiente con il sostegno di Fondazione con il sud, che finanzia progetti di sviluppo sociale. “Siamo andati nella periferia di una grande città perché volevamo che fosse un doppio esperimento, ambientale e sociale”, spiega Mariateresa Imparato, presidente regionale di Legambiente in Campania. 

Qui l’elenco completo. Buona navigazione e buon viaggio!

Immagine in anteprima via Tonga Geological Service

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