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Cercare casa quando casa non c’è. La storia di Manaf è quella di migliaia di studenti universitari alla disperata ricerca di un alloggio

30 Novembre 2025 9 min lettura

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Cercare casa quando casa non c’è. La storia di Manaf è quella di migliaia di studenti universitari alla disperata ricerca di un alloggio

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Pubblichiamo un estratto del libro del collettivo Gessi White "La città in affitto. Un requiem per il diritto all'abitare" (Laterza, 2025). Il libro racconta, attraverso le storie di abitanti e studenti, locatari e grandi speculatori di tre grandi città come Bologna, Roma e Milano, cosa non funziona nella progettazione pubblica dei centri urbani, che dovrebbe essere al servizio del bene comune. La storia di Manaf è una delle tante odissee che studenti e cittadini vivono alla ricerca disperata di un alloggio in Italia."La città in affitto. Un requiem per il diritto all'abitare" è uno dei libri che abbiamo selezionato tra le ricompense per il crowdfunding 2026 di Valigia Blu.

Studenti senza un tetto sulla testa

Nel 2022 e per buona parte del 2023, Manaf, tunisino al primo anno di università a Bologna, frequenta tutte le lezioni del corso di Economics, Politics and Social Sciences senza avere una casa. Dorme in un ostello sull’Appennino, a casa di amici, in edifici occupati e addirittura dentro l’università. È una delle tante vittime della speculazione abitativa bolognese, un sistema che marginalizza e caccia chi, come lui, non può permettersi i nuovi esorbitanti prezzi a cui vengono affittate le stanze. Ma riavvolgiamo il nastro.

È il 2022 e a Banzart, città tunisina sulle sponde del Mar Mediterraneo, il caldo agostano si fa sentire. Manaf è su di giri: ha appena ricevuto la notizia di essere stato accettato alla prestigiosa Università di Bologna, grazie ai buoni voti alla maturità e al risultato del test d’ingresso. Madre e padre, entrambi docenti liceali prestati all’orientamento scolastico, ne sono orgogliosi. L’Italia avrebbe offerto al figlio molte più opportunità. Manaf è titubante, ma poi prende coraggio, anche perché in tanti gli hanno parlato di Bologna, della sua accoglienza e della vivacità culturale che animano il capoluogo emiliano. Si mette subito a cercare una casa in affitto. Non conosce la città e non ha amici che vivono già lì, spulcia i gruppi Facebook, contatta i futuri colleghi di corso per chiedere consigli, si rivolge alla comunità tunisina bolognese.

Niente. Non trova neanche una stanza, ma senza un alloggio sa di non poter ottenere il permesso di soggiorno da studente. L’università lo attende, eppure lui è bloccato in Tunisia, con la famiglia che lo sprona a sorvolare il Mediterraneo. Esasperato, decide di partire per Milano, dove studia il fratello maggiore. Trascorre le notti su un materasso buttato a terra. Nel frattempo, continua a cercare, senza risultati. Bologna è satura, ormai se ne rende conto anche lui: non ci sono appartamenti per medici o ingegneri, figuriamoci per uno studente straniero. Ed è già il 16 ottobre, due settimane prima dell’inizio dell’anno accademico. Non resta che allargare lo spettro delle ricerche, l’hinterland, la provincia, i borghi. Su Booking inserisce un generico “Emilia-Romagna”. Ordina i risultati dal più economico al più caro, e preme INVIO. Il primo è un ostello a Monzuno, un piccolo paesino sull’Appennino, a 30 chilometri da Bologna. Non ci pensa un secondo: PRENOTA. Un’ora ad andare, un’ora a tornare, mentre cerca in tutti i modi di acchiappare l’università. Spende più di quanto dovrebbe, è sempre fuori a mangiare. Cercare casa è un’ossessione, non ha tempo per fare altro, nemmeno per studiare. Quando trova un annuncio dignitoso, i proprietari lo rifiutano perché straniero, perché matricola, perché uomo – ebbene sì, gli annunci riservati alle sole inquiline donne, secondo lo stereotipo più ordinate e pulite, sono ancora all’ordine del giorno.

Il 26 ottobre l’ostello annuncia ai suoi ospiti la prossima chiusura invernale. Non ci sono più turisti a Monzuno, perché rimanere aperti? Manaf in quel momento è alla sede dell’università di Palazzo Poggi, per scorrere ogni annuncio che penzola dalla bacheca. Hanno occupato un palazzo lì vicino, gli dice un collega. Dubbi e domande cominciano a frullargli nella testa: sarà pericoloso? Durerà? Hanno posto per lui? Al momento è l’unica possibilità, tanto vale provarci. Così porta la valigia con tutto ciò che possiede da un amico, prende uno zaino con il minimo indispensabile e va a dare un’occhiata.

Tra i due lati di via Oberdan, una via stretta del centro città, pende uno striscione bianco con una scritta rossa: “Via Oberdan occupata!”. “Vogliamo una vita bella” addobba la facciata d’ingresso. Casa Felicini Giovannini, al civico 16, quattro minuti a piedi dalle Due Torri, è un’abitazione nobiliare del Quattrocento in comproprietà al 50% tra l’Università di Bologna e la famiglia ereditaria: sette stanze, cinque bagni, la cucina, un ripostiglio e una cantina per circa 600 metri quadri. In vendita dal 2019, non ha ancora trovato un nuovo proprietario. La base d’asta è di 1,3 milioni di euro. Federico del Collettivo autonomo universitario (Cua), volto del gruppo studentesco che ha organizzato l’occupazione, compare in un video di «la Repubblica» con in mano le chiavi dell’edificio e in bocca una sfida all’università: gli studenti sono pronti a restituirle, se il rettorato concede loro di restare. Perché “è letteralmente uno scempio che stabili come questo rimangano alla polvere e al disuso, mentre in tante e in tanti non troviamo casa”, dice il Cua in un comunicato. Risponde a distanza il prorettore agli studenti, Federico Condello: “Si tratta di un edificio vincolato e dunque inutilizzabile per uno studentato”. Lo stabilisce la legge 338 del 2000, in cui vengono posti “criteri molto rigidi per l’edilizia pubblica studentesca”, spiega Condello. È la legge attraverso cui iniziano a palesarsi sul mercato dell’abitare studentesco gli sviluppatori immobiliari privati, quelli che avrebbero dovuto risolvere la fame di case. E che, dopo la pandemia, saranno destinatari di una fetta importante dei finanziamenti del Pnrr. Il dialogo tra università e occupanti s’interrompe di fatto il 17 novembre 2022 nel modo peggiore possibile: l’edificio viene sgomberato dopo scontri tra polizia e attivisti.

Una settimana prima c’era stato il corteo “Casa per tutti” organizzato dagli universitari, in cui alla richiesta di risposte per la crisi degli alloggi si mescolavano istanze di cambiamento politico. I consiglieri comunali avevano già accusato la giunta di sinistra di essere troppo permissiva con le occupazioni. È forse l’innesco che porta allo sgombero. E quando la polizia arriva, Manaf teme di perdere le sue cose, di venire fermato dagli agenti, di avere problemi con il permesso di soggiorno... Ma niente fa più paura di restare senza casa. Cosa che comunque accade.

Ora non gli restano davvero più opzioni: dorme in un’aula occupata dell’università per due giorni. Gli attivisti del Cua gli offrono ospitalità allo Split, il loro “Spazio per liberare il tempo”, una casupola in mezzo a un giardino in piena Città universitaria, dentro il Dipartimento di Chimica. Manaf pulisce tutto, rende lo spazio abitabile. Per un mese e mezzo vive avendo a disposizione solo un materasso per terra e un frigo.

La precarietà esistenziale si mangiucchia il rendimento di Manaf: un esame su quattro è il triste epilogo del primo semestre. A marzo arriva miracolosamente una tregua: una stanza in subaffitto a 350 euro al mese. Solo fino a luglio, ma almeno è qualche mese di stabilità. Deve darsi da fare per recuperare il tempo sprecato, rischia di perdere la borsa di studio e rimanere senza soldi. È esausto, non si è ancora integrato, ha conosciuto poche persone e con la lingua fatica. Sono troppe cose da gestire tutte insieme e il baratro sembra sempre a un passo. Così si chiude in se stesso, non frequenta le lezioni. Riesce a dare tutti gli esami richiesti, quello sì, ma il prezzo che paga a livello di benessere mentale è molto alto. Dopo l’estate passata a Banzart è di nuovo punto e a capo. Er.go, l’Azienda regionale per il Diritto agli Studi Superiori, l’ente che eroga borse di studio e altre forme di supporto per gli studenti più poveri, gli chiede di comunicare il proprio indirizzo di domicilio entro metà novembre. Senza contratto di affitto, niente borsa di studio, e senza borsa non può più permettersi di stare a Bologna.

Il 13 ottobre del 2023 comincia una nuova occupazione all’ex Istituto Zoni, una residenza universitaria privata in ristrutturazione. Manaf si trasferisce lì. L’edificio si trova a due civici di distanza dalla casupola del Cua. Dentro ha un centinaio di stanze con aree comuni, camere, cucine e bagni, un ampio salone all’ultimo piano e una grande terrazza esterna. Nell’edificio c’è anche la chiesa di Santa Maria Incoronata, del 1465; il complesso era dell’Opera Pia Zoni, poi è diventato della fondazione Residenza universitaria internazionale (Rui). A dicembre un nuovo sgombero, un altro trauma che avrebbe dovuto sancire la fine della storia tutta italiana di Manaf. Invece, finalmente arriva la notizia tanto agognata: a quattro giorni dalla scadenza del bando, Manaf è ufficialmente assegnatario di un alloggio pubblico in uno studentato, con un affitto decente e un letto che, per alcuni anni, potrà definire suo. Ed è suo di diritto, come dice la Costituzione.

Una storia comune

Anche se il caso di uno studente non comunitario, costretto a barcamenarsi tra barriere linguistiche, amministrative e culturali, può sembrare estremo, quella di Manaf in verità è una storia fin troppo comune. Addirittura, si potrebbe considerarla un’eccezione positiva, perché almeno è una storia a lieto fine, che oggi si può raccontare tra sorrisi e pacche sulle spalle. Ma tutti gli altri schiacciati dalla crisi abitativa? Negli ultimi anni non c’è indagine di mercato che non abbia indicato un aumento dei prezzi degli affitti per gli studenti. L’effetto si vede sul numero di iscritti provenienti da fuori regione, che nel 2024 è calato del 3% sull’anno precedente. “La difficoltà di trovare casa a Bologna e l’aumento dei costi possono avere avuto questo effetto”, ha ammesso a «il Resto del Carlino» il rettore Giovanni Molari.

Nel 2024 a Bologna un posto letto in doppia arrivava a 264 euro a persona, mentre una stanza singola costava in media 506 euro al mese, contro una media nazionale di 461 euro. Un prezzo che in Italia è secondo solo a Milano e che ha visto un aumento del 5% solo nell’ultimo anno. La differenza si fa sentire se si guarda solo a dieci anni prima, quando la media per una stanza singola era di 330 euro. A fronte di canoni di affitto elevati, la qualità degli alloggi spesso lascia a desiderare: stanze molto piccole, umidità nei muri, arredamento vecchio e usurato sono il pane quotidiano per gli studenti fuorisede che si trasferiscono in città. “La nostra casa è in condizioni disastrose, viviamo al piano terra sopra le cantine e ogni giorno combattiamo contro la muffa”, racconta Anna, 21 anni, al terzo anno di Scienze politiche. “I materiali di costruzione sono molto economici, l’intonaco crolla. Nonostante tutto noi rimaniamo qui, perché è meglio di niente.” 

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In una città dove la domanda di alloggi è così alta rispetto all’offerta, gli studenti sono costretti ad accontentarsi della stanza che riescono a trovare – quando la trovano. Anche perché per un singolo posto letto si presentano decine di persone interessate e la selezione avviene attraverso colloqui individuali o di gruppo. “È una specie di casting”, spiega Anna. “Quando contatti il proprietario, scrivi una sorta di lettera di presentazione per fare la migliore impressione possibile.”

Nel 2021 l’indagine HousingBo ha calcolato che ogni fuorisede spende in media quasi 900 euro al mese per studiare a Bologna. Una cifra che oggi è fortemente sottostimata, spiegano gli stessi ricercatori, in quanto si riferisce al periodo della pandemia, quando il costo della vita era molto più basso. Le 21 residenze pubbliche gestite da Er.go mettono a disposizione solo 1.900 posti letto, il 2,5% del totale.

*Gessi White nasce nel 2025 in Italia. È figlia della testata di giornalismo d’inchiesta IrpiMedia, di cui incarna la voce del collettivo di autori e autrici. Gessi White ha un’antenata. Si chiamava Jessie White Mario. Nata il 9 maggio 1832 a Hampshire, in Gran Bretagna, è morta a Firenze il 5 marzo 1906. Figlia di un armatore, si è innamorata dell’Italia, che è diventata la sua casa. È stata reporter, filantropa ed educatrice, testimone dell’epopea del Risorgimento. Giuseppe Mazzini, di cui fu biografa, la chiamò “Uragano Jessie”. Per Gessi e Jessie il racconto è uno strumento per cambiare la società. I tempi e i modi sono diversi. Era il 1876 quando Jessie scrisse La miseria di Napoli, un reportage su come si viveva nei fondaci della città, lontano dagli occhi della politica e della società civile che blateravano a vanvera su quei luoghi. Con un po’ di paternalismo, indubbiamente, ma erano testimonianze rare. Oggi, più che vedere, serve forse capire. Decifrare i meccanismi senza confine che governano il mondo. Ecco perché i giornalisti di IrpiMedia danno voce a Gessi White. A partire dal racconto di tre città.

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