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Le parole di Crisanti sui vaccini e l’importanza di rafforzare la fiducia nella scienza

22 Novembre 2020 9 min lettura

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Le parole di Crisanti sui vaccini e l’importanza di rafforzare la fiducia nella scienza

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Hanno suscitato molte reazioni e polemiche alcune affermazioni che il microbiologo Andrea Crisanti ha fatto riguardo ai vaccini anti-SARS-Cov-2 durante un suo intervento al festival della rivista di divulgazione Focus. Crisanti ha espresso dubbi e riserve sulla sicurezza e l'efficacia dei vaccini la cui somministrazione, secondo le previsioni, potrebbe iniziare già nel mese di gennaio. Si tratta dei vaccini prodotti dalle compagnie Pfizer-BioNTech e Moderna. Le sue parole, secondo molti, rischiano di offrire una sponda alla propaganda antivaccinista.

Credo che questa discussione potrebbe essere l'occasione per affrontare alcune questioni più generali sulla scienza e la fiducia del pubblico nella ricerca, in particolare in quella del settore farmaceutico.

Una premessa: a mio parere Crisanti è l'ultimo, tra gli addetti ai lavori che si sono esposti in questi mesi, che avrebbe meritato di finire nel polverone. I suoi interventi pubblici sono stati sostanzialmente corretti. Ha sempre messo in guardia dai rischi, dai trionfalismi e dagli stupidi e prematuri ottimismi. Insomma, ha vestito i panni della Cassandra e quindi, per qualcuno, dell'antipatico uccello del malaugurio. In realtà, è stato soltanto un realista. Altri avrebbero probabilmente meritato pubbliche reprimende ben più severe, per i messaggi fuorvianti e scorretti che hanno lanciato e per la disinformazione che hanno alimentato.

Cosa ha detto Crisanti in quell'intervento? Alla domanda «lei se lo farebbe il primo vaccino a gennaio?» ha risposto così:

«...senza dati no, perché voglio essere rassicurato che sia un vaccino che è stato testato e che soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia, penso che come cittadino ne ho diritto».

La risposta, messa in questi termini, può essere facilmente equivocata. Se ci sarà un vaccino disponibile per la somministrazione è perché i dati su sicurezza ed efficacia ci sono, altrimenti un farmaco o un vaccino non potrebbero essere nemmeno sottoposti al processo di approvazione degli enti regolatori. Sarebbe stato più corretto specificare che i dati e le ricerche devono essere messi a disposizione della comunità scientifica e del pubblico. Perché senza comunicazione e condivisione non c'è scienza moderna (è così dal '600). E che questo è tanto più opportuno e doveroso farlo oggi, durante una pandemia, per una tipologia di vaccini mai somministrati finora su larga scala e che sono stati testati con una tempistica senza precedenti (ma non per questo non rigorosa).

I vaccini di cui si parla in questi giorni sfruttano una molecola che noi stessi sintetizziamo: l'RNA messaggero (mRNA). Se il DNA contiene - tra l'altro - le "istruzioni" per produrre le proteine che svolgono le più svariate funzioni, l'RNA messaggero è la molecola con cui vengono trascritte queste informazioni e utilizzate per costruire le relative proteine. Nel caso dei vaccini a mRNA contro il SARS-CoV-2, l'mRNA contiene l'informazione per produrre la proteina di superficie S (spike) che il virus utilizza per entrare nelle cellule che infetta. Quando viene iniettato il vaccino, le cellule utilizzano questo RNA come fanno con tutti gli RNA messaggeri che esse stesse sintetizzano a partire dal DNA: lo usano per produrre una proteina, in questo caso la proteina S del coronavirus. Il nostro sistema immunitario riconoscerà questa proteina come estranea, generando una risposta immunitaria. Come avverebbe con l'infezione "naturale", ma più robusta e duratura e senza la scocciatura della malattia.

Il senso dell'affermazione di Crisanti e di quel «senza dati» era: è necessario che ogni informazione su questi nuovi vaccini sia resa disponibile alla comunità scientifica e al pubblico. Avrebbe dovuto evitare di aggiungere «io non lo farei», dando di fatto, da esperto, delle indicazioni di comportamento. Purtroppo però nella comunicazione conta (e anzi il più delle volte non si conta, ma si pesa) solo quello che esce dalla bocca e o si mette nero su bianco. Questo è vero a maggior ragione su un tema come i vaccini su cui negli ultimi anni ci sono state discussioni furiose. Chi tocca i vaccini nel punto sbagliato "muore" dal punto di vista comunicativo. E, nella replica alle critiche, non ha aiutato Crisanti il fatto di non essere presente sui social media (una scelta o non-scelta che si è quasi tentati di apprezzare, visti i tempi).

Ma, come accennato, ci sono questioni più generali che bisogna affrontare, al di là del caso Crisanti e del flame che ha generato.

Innanzitutto sarebbe necessario distruggere una volta per tutte il Principio di Autorità, quell'Ipse Dixit che da secoli costantemente esce dalla porta della scienza, per rientrare dalla finestra sotto varie forme. La fiducia del pubblico nella sicurezza ed efficacia di un vaccino dovrebbe basarsi sulla comprensione di come funziona la ricerca e il processo di approvazione. Non dovremmo preoccuparci che la posizione (magari espressa "da cittadino") di questo o quell'esperto possano da sole alimentare o rafforzare paure infondate.

Ma perché, eventualmente, questo accade? Perché paure e ed esitazioni riguardo ai vaccini esistono già, per varie ragioni che sono state esaminate in diversi studi. Ma se accade è anche perché non siamo ancora capaci di far comprendere fino in fondo quale sia la natura della scienza come impresa intellettuale. Che è una natura essenzialmente sociale. Come spiega la storica della scienza Naomi Oreskes:

«La maggior parte delle persone pensa che la scienza sia affidabile in virtù del suo metodo: "il metodo scientifico". Ma quell'idea è sbagliata. In realtà, non esiste un singolo metodo scientifico. Esistono molti metodi scientifici. Ciò che rende affidabili le affermazioni scientifiche è il processo attraverso il quale vengono vagliate. Tutte le affermazioni scientifiche sono soggette a un severo esame, e sono solo le affermazioni che superano questo esame quelle che possiamo dire costituiscano conoscenza scientifica».

Questa è, in sintesi, la natura intrinsecamente sociale della conoscenza scientifica e la principale ragione per considerarla affidabile. Un fatto nella scienza diventa tale quando si raggiunge un accordo umano sul suo grado di certezza e questo accordo lo chiamiamo "consenso scientifico".

In questi mesi la sovraesposizione mediatica di alcuni addetti ai lavori di varie discipline ha contribuito a rafforzare la percezione che l'autorità e la posizione del singolo esperto abbia (o debba avere) un peso nel determinare ciò che è scienza e ciò che non lo è, nel suggerire al pubblico a chi e a cosa cosa può credere. La trasformazione degli esperti in star mediatiche accentua anche il false balance, cioè quel fuorviante e artefatto bilanciamento tra posizioni contrapposte, delle quali in genere soltanto una è quella che dal punto di vista scientifico si può considerare corretta. È una distorsione che sui media si verifica spesso, ad esempio su temi come il riscaldamento globale. Tutto questo, inoltre, oscura la natura sociale della scienza. Ne fa un campo di battaglia in cui si confrontano singole personalità, ognuna con il suo seguito di sostenitori nel pubblico. La conseguenza? Invece di un razionale dibattito, abbiamo una cacofonia di affermazioni che funge da formidabile acceleratore di infodemia.

Questa situazione si complica ulteriormente quando parliamo di ricerca su farmaci e vaccini, un settore che non ha a che vedere solo con la scienza e con il suo funzionamento come impresa intellettuale, ma anche con la politica e l'economia. Se è giusto infatti ribadire che possiamo fidarci di un farmaco e di un vaccino se i risultati delle sperimentazioni hanno superato il vaglio della comunità scientifica e degli enti regolatori, bisogna anche tenere distinti due elementi: la scienza alla base dei farmaci e dei vaccini e le questioni politiche ed economiche che riguardano la regolamentazione di questo settore.

Mentre ricordiamo a tutti che possiamo fidarci dei vaccini, dovremmo anche sottolineare che la pandemia dovrebbe diventare un'occasione per riportare equilibrio nel rapporto tra interesse pubblico e interesse privato. C'è un diffuso pregiudizio che vede nell'industria il motore dell'innovazione anche in campo farmaceutico. Nel caso dei vaccini per la COVID-19 pochi sanno che quello prodotto dalla compagnia Moderna dovrebbe essere in realtà chiamato Moderna-NIH, dove NIH sta per National Institutes of Health, l'agenzia governativa americana che si occupa di salute pubblica e ricerca biomedica.

Per lo sviluppo del vaccino mRNA-1273, Moderna ha infatti ricevuto 955 milioni di dollari di finanziamenti pubblici. Non solo, i National Institutes of Health hanno partecipato direttamente allo sviluppo del progetto:

«Il vaccino mRNA-1273 è stato co-sviluppato dalla società di biotecnologie Moderna e dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), parte dei National Institutes of Health». Combina la tecnologia basata sull'RNA di Moderna con l'antigene stabilizzato realizzato con la proteina Spike del SARS-CoV-2 sviluppato dagli scienziati del NIAID».

La concorrente Pfizer non ha beneficiato di fondi pubblici per lo sviluppo del suo vaccino a mRNA contro COVID-19, ma l’azienda partner BioNTech ha ricevuto 375 milioni di euro dal Ministero Federale per l’Istruzione e la Ricerca del governo tedesco e 100 milioni di euro dalla Banca Europea per gli Investimenti. Inoltre se oggi possiamo progettare un vaccino contro SARS-CoV-2, è grazie agli studi di diversi gruppi di ricerca che hanno permesso di caratterizzare il virus, la sua struttura e il suo genoma. Anche un vaccino è il risultato di un impresa scientifica di fatto sociale e collaborativa. Del resto nel corso del '900 è stata la ricerca di base a far avanzare la scienza, quella ricerca che è spinta dalla curiosità, non dal profitto anche quando è finanziata da privati. È proprio la ricerca che non si pone l'obiettivo di ottenere profitti immediati a produrre conoscenza e quindi anche applicazioni.

Il settore pubblico svolge un ruolo primario nella ricerca scientifica di base. L’azidotimidina, il primo farmaco per la cura dell’AIDS, è stato sviluppato presso il National Cancer Institute degli Stati Uniti. Nella narrazione mediatica, tuttavia, il ruolo della ricerca pubblica è quasi sempre assente. Nel percezione di tanti, farmaci e vaccini sono frutto solo dell'impresa privata. Le stesse dietrologie complottiste su Big Pharma si nutrono della convinzione che non sia nient'altro che l'interesse privato, cioè il profitto, a spingere Big Pharma a volerci vendere farmaci e vaccini. Chi altri sarebbe responsabile dello sviluppo e della produzione di farmaci e vaccini? Loro li producono e loro li vogliono vendere. È facile ironizzare su questi complottismi, anche perché falliscono completamente nel denunciare quali siano i reali problemi. Ma a contribuire a questi pregiudizi ci hanno pensato le stesse aziende farmaceutiche che sono state coinvolte in scandali e vicende giudiziarie a causa di pratiche scorrette. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Purdue Pharma ha dovuto pagare 8 miliardi di dollari di risarcimenti per la sua responsabilità nello scatenare l'epidemia di abuso di farmaci oppioidi, con una  campagna di marketing aggressivo che ha dato una rappresentazione ingannevole dei rischi legati all'abuso dell'antidolorifico OxyContin. L'influenza che il settore farmaceutico può esercitare anche sulle sperimentazioni e gli studi che riguardano i propri stessi farmaci è stata ben documentata dal medico e divulgatore Ben Goldacre nel saggio Bad Pharma.

La richiesta di trasparenza da parte del settore farmaceutico, anche nei confronti della comunità scientifica che deve verificare ciò che esso afferma sui propri prodotti, è dunque più che giustificata e legittima. Ma il problema non è solo la trasparenza. La straordinaria impresa scientifica, tecnologica, organizzativa di produrre e distribuire in pochi mesi più vaccini per contrastare un virus emergente, come il SARS-CoV-2, dovrebbe essere un'occasione per riequilibrare il rapporto tra interesse privato e pubblico anche nel settore farmaceutico. Come scrive l'economista Mariana Mazzucato in Non sprechiamo questa crisi:

«Il National Institutes of Health contribuisce con 40 miliardi di dollari l'anno all'innovazione in ambito sanitario e ne spenderà molti altri per COVID-19. Di fatto, i finanziamenti dell'agenzia federale hanno contribuito a ciascuno dei 210 farmaci approvati dalla Food and Drug Administration dal 2010 al 2016. Il prezzo dei farmaci non riflette tuttavia questo contributo».

Se questa volta vogliamo davvero prevenire l'esitazione e la contrarietà verso i vaccini, contro COVID-19 e altre malattie, dovremmo «comunicare tutto a tutti», chiedere sempre maggiore condivisione e trasparenza sui dati e le sperimentazioni (anche quando non è l'industria a sponsorizzarle) e discutere del rapporto tra interesse pubblico e privato, tra Stato e mercato. Sono questioni che coinvolgono la scienza, la politica e l'economia.

È un lavoro molto più complesso e difficile che concentrare il dibattito sulle prese di posizione del singolo esperto, sulle polemiche che scatena, su come potrebbe essere interpretata o strumentalizzata una sua affermazione. Se riuscissimo a raccontare cos'è la scienza e come funziona davvero, potremmo liberarci anche della distorta narrazione mediatica che mette in scena il perenne scontro tra pochi addetti ai lavori, capaci di orientare, nel bene o nel male, l'opinione pubblica e monopolizzare il dibattito. Se ci riuscissimo, potremmo forse rafforzare quella fiducia nella scienza che, insieme alla solidarietà e alla cooperazione, può permetterci di affrontare le pandemie (magari, a prevenire la prossima), risolvere la crisi climatica e tanti altri problemi che ci riguardano tutti.

Foto di PixxlTeufel via Pixabay

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