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Scuola, una storia di didattica solidale in un quartiere di Napoli abbandonato dalle istituzioni

16 Aprile 2021 9 min lettura

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Scuola, una storia di didattica solidale in un quartiere di Napoli abbandonato dalle istituzioni

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di Riccardo Pieroni

Da quando in Italia è scoppiata la pandemia da COVID-19 sono molte le regioni in cui la sospensione delle lezioni scolastiche in presenza è durata a lungo e più del dovuto rispetto a quanto previsto dalle indicazioni del Governo. La Campania è una di queste. Per volontà del governatore Vincenzo De Luca - riconfermato alle elezioni regionali del settembre scorso - infatti la didattica a distanza è stata la normalità e non l’eccezione. A causa delle ripetute ordinanze regionali - l’ultima è la n.6 del 27 febbraio scorso - gran parte delle scuole campane in questi mesi si è dovuta attrezzare per garantire l’istruzione.

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In una videointervista a Fanpage l'educatrice sociale Flavia Brescia ha ricordato che “in Campania i ragazzi dalla terza elementare alla terza media sono andati in classe solo 37 giorni in un anno”, riferendosi al periodo che va da settembre 2020 a marzo 2021.

Il ricorso massiccio alla didattica a distanza è avvenuto in una regione che - secondo i dati pubblicati nell’edizione 2020 dall’annuario regionale Eurostat - nel 2018 aveva il rischio più elevato di povertà o esclusione sociale registrato in Europa: il 53,6%. Gli stessi dati, rapportati sempre al 2018 e quindi prima dello scoppio della pandemia, indicano che il 41,4% della popolazione che vive in Campania - cioè oltre quattro persone su dieci - è a “rischio povertà”.

Inoltre secondo un dossier elaborato da Openpolis nel 2019 il 18,5% della popolazione tra i 18-24 anni ha soltanto la licenza media (il 14,5% in tutta Italia nel 2018). Mentre nella città metropolitana di Napoli il 22,1% dei giovani abbandona gli studi scolastici. In quest'ultimo caso, il dossier prende in considerazione dati che risalgono al 2017. Openpolis fa poi notare che il capoluogo supera la media regionale di abbandoni (19%) e che “Napoli è la provincia con la maggior presenza di famiglie in disagio economico”. Secondo il dossier i fenomeni sono correlati: “I giovani che vivono in condizioni di difficoltà economica spesso rischiano di lasciare gli studi precocemente, per cercare un lavoro e contribuire al mantenimento dei propri familiari”.

La DAD solidale in un quartiere difficile

San Giovanni a Teduccio si trova nella sesta municipalità di Napoli. Si tratta di uno dei quartieri più popolosi - circa 25mila abitanti - e difficili dell’area orientale della città. La didattica a distanza (DAD) per gran parte delle persone che vivono in questa zona non è stata una cosa così scontata. 

«Spesso la difficoltà è legata al collegamento Internet. Tante famiglie non lo hanno a casa e devono utilizzare la connessione dati dei loro cellulari. In questo modo consumano rapidamente la ricarica telefonica e i gigabyte che hanno a disposizione. Mancano poi i computer e non tutte le scuole hanno l’attrezzatura necessaria», racconta a Valigia Blu Carmela Manco, suora laica, fondatrice e presidente dell’associazione Figli in Famiglia o.n.l.u.s, realtà che opera nel quartiere dal 1993. L’attività di questa organizzazione è rivolta soprattutto alle famiglie in difficoltà e punta a sostenere - si legge nel sito dell’associazione - “l’individuo nella crescita e nella riscoperta della sua dignità, lo aiutiamo a ‘vedere’ modelli di vita alternativi a quelli che l’ambiente che lo circonda gli propone restituendogli la possibilità di scegliere consapevolmente il proprio ‘Progetto di vita’”.

«Nel nostro quartiere c’è una bassa soglia di scolarizzazione e molti problemi economici e culturali. Si ha un meccanismo perverso che non fa altro che diffondere e accrescere la disaffezione», spiega la fondatrice.

Per l’impegno profuso con l’associazione Carmela Manco il 30 giugno scorso ha ricevuto l’alta onorificenza di commendatore della Repubblica.

In questi mesi Figli in Famiglia o.n.l.u.s. ha voluto aiutare i bambini e i ragazzi di San Giovanni a Teduccio che rischiavano di essere tagliati fuori dalla novità della didattica a distanza. «Ci siamo inventati la "DAD solidale". Venti di loro venivano praticamente ogni mattina nella nostra sede, in modo da poter seguire le lezioni online. Hanno ricevuto dei computer e sono stati assistiti con il lavoro dei nostri educatori. In questi mesi siamo riusciti a tenere gli studenti distanziati due metri l’uno dall’altro. Abbiamo avuto anche bambini disabili e bambini stranieri che hanno difficoltà a comprendere la lingua italiana». L’iniziativa è stata interrotta per alcune settimane di marzo a causa di qualche caso positivo asintomatico alla COVID-19. Nelle settimane di stop, però, Carmela Manco e gli educatori hanno consegnato alcuni computer ai bambini che avevano una minima possibilità di connettersi anche da casa. 

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La "DAD solidale" è ripresa dopo Pasqua e ha coinvolto in particolare gli studenti delle seconde medie. Oltre a questo aiuto Figli in Famiglia o.n.l.u.s. porta avanti da mesi un percorso di accompagnamento scolastico pomeridiano che coinvolge ogni giorno almeno 75 bambini, suddivisi in tre turni differenti. 

«Abbiamo un rapporto quotidiano con gli insegnanti del territorio. Le scuole ci segnalano e ci danno le indicazioni sugli studenti che non si collegano. Però è chiaro che non riusciamo ad accoglierli tutti, anche per una questione di logistica e di rispetto delle distanze e delle norme di sicurezza», sostiene Manco. Secondo la fondatrice dell’associazione, il numero di chi non viene raggiunto dalle scuole è elevato. Non riesce a fornire un dato esatto ma immagina che siano «almeno il triplo di quelli che riusciamo ad ospitare nella nostra sede. Tutto ciò è molto triste. Sapere che ci sono bambini che sono privi degli strumenti per essere istruiti e che non li possiamo aiutare perché non siamo in grado di intervenire e risolvere tutti i problemi». 

La fondatrice dell’associazione parla di famiglie complicate in un quartiere già complesso e difficile prima dello scoppio della pandemia da COVID-19. «Molti bambini non si erano mai collegati dal settembre scorso ed erano stati segnalati dal Tribunale dei minori. Prima di partire con la didattica a distanza bisognava forse capire quali erano le necessità di queste famiglie».

Non si nasce predestinati

«Lavoro da 18 anni con Carmela. Questo è un quartiere particolare e povero. Non si riesce nemmeno a mettere un piatto a tavola molte volte. Tante famiglie vivono in monolocali dove convivono insieme padre, madre e figli. La situazione che stiamo vivendo ha tolto ai bambini non soltanto la scuola ma anche la relazione con i compagni, che avveniva in un posto e in luogo dove potevano essere accolti», afferma Luisa Principe, una delle educatrici dell’associazione. «Molti si sono trovati a casa senza computer e wifi e sono stati poi segnalati in automatico dalle scuole come dispersi. Ci sono bambini che hanno soltanto un genitore oppure hanno la mamma che va a lavorare mentre devono rimanere in casa da soli. Non si può pensare che ci sia una situazione simile in Italia».

L’educatrice è cresciuta a San Giovanni a Teduccio e conosce bene le dinamiche di questa realtà. «Le istituzioni e i politici si sono dimenticati di questo quartiere da molti anni. Si pensa che chi nasce qua sia un predestinato. Non è vero. Bisogna dare le stesse possibilità come ce l’hanno i bambini di altre zone d’Italia». Secondo Principe, la scarsa attenzione verso l’istruzione di quelli che «saranno gli uomini e le donne del futuro» comporta effetti negativi di lungo periodo. «Non ci dobbiamo poi chiedere perché il ragazzino decide di delinquere. Tu non gliel’hai data una possibilità di scegliere e di crescere in maniera sana. Diventano prede che la camorra adora: sono destinati a cadere in quelle reti. Non è possibile pensare di non saperlo».    

Per l’educatrice la pandemia da COVID-19 ha avuto effetti devastanti. «Ci sono bambini che da un anno fanno scuola a giorni alterni. Abbiamo avuto recentemente un ragazzino di prima media segnalato dai servizi sociali che non aveva mai fatto la didattica a distanza. Lo scorso anno nella sede dell’associazione veniva un bambino. Gli ho insegnato a leggere. Quando l’ho rivisto dopo tanti mesi non riusciva più a riconoscere le lettere». 

Secondo Angelo Morsellino - altro educatore che lavora per l’associazione - la didattica a distanza è stata un «muro enorme. È vero, serve a proteggere i bambini dal coronavirus ma è così soltanto nei quartieri dove si ha un'educazione diversa, serena e felice. Qua sei costretto a crescere in fretta. Se non stai a scuola significa che ti ritrovi per strada».

L’educatore racconta ciò che ha vissuto in questi mesi di "DAD sociale". «Ho visto bambini esausti e che non ce la fanno a relazionarsi con lo schermo. Non tutti hanno lo stesso passo e la stessa velocità». 

Per Morsellino gli studenti nei prossimi mesi andranno incontro a due possibilità per quanto riguarda il loro percorso scolastico. «O questi bambini, che sono rimasti indietro, verranno bocciati perché non riusciranno a mettersi in pari in uno o due mesi. Oppure finiranno promossi e l’anno successivo si troveranno ad affrontare una classe superiore con molte lacune. In tutti i casi ci rimetteranno». 

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L’educatore però ha vissuto anche momenti positivi e di gioia con i bambini ospitati dall’associazione. «Uno di loro non aveva mai fatto la didattica a distanza ed era rimasto indietro con il programma. Si trovava spesso a badare a se stesso nonostante l’età di 8 anni e mezzo. Durante un pomeriggio studiò insieme a me Storia in una maniera poco convenzionale. Gli spiegai la materia in napoletano, mimando le scenette dei personaggi storici di cui doveva parlare. Il giorno seguente lui si collegò per l’interrogazione: prese 8. Siamo stati fieri di lui».     

Morsellino ci tiene poi a ricordare il motivo per cui l’associazione e gli educatori si impegnano ogni giorno. «Molti bambini pensano di non valere niente. Noi gli insegniamo a credere in loro stessi e in chi si vuole diventare. Abbiamo un motto: “Sperare è ancora possibile e noi crediamo veramente che il cambiamento ci possa essere”».

Un servizio pubblico a orario continuato

L’Istituto Comprensivo 46 Scialoja Cortese è costituito da tre plessi ed è frequentato da bambini che vanno dai 3 ai 13 anni. Come gradi si va dall’infanzia alla secondaria. «Siamo una scuola di frontiera. Con la didattica a distanza ci sono stati problemi ma le competenze digitali sono cresciute. Nonostante le difficoltà abbiamo realizzato tanti progetti anche da remoto», afferma Paola Pitton, insegnante di Inglese e referente per la sostenibilità dell’istituto. La docente collabora e agisce in sinergia con l’associazione Figli in Famiglia o.n.l.u.s. Non nega i problemi che ci sono a San Giovanni a Teduccio ma cerca di vedere i lati positivi. «Abbiamo passato un sacco di tempo a chiamare tutti i genitori degli studenti. Questo è avvenuto nei primi due mesi dallo scoppio della pandemia. Spesso sono stata in videochiamata per spiegargli come accedere con i loro account e le loro mail alle piattaforme e alle lezioni online. Devi impiegare tempo e passione, lavorare 24 ore su 24. Si tratta di uno sforzo immenso perché i bambini sono stati lasciati alla loro completa ignoranza. Se tu però dai la ‘luna’ a persone che non hanno mai avuto alcuna soddisfazione ottieni molto».

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In occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, nell'ambito del Piano nazionale...

Pubblicato da ICS "46 Scialoja Cortese" su Venerdì 26 marzo 2021

Pitton parla di uno sforzo collettivo dell’istituto - dovuto anche al lavoro di «una preside molto attenta e presente» - e dei suoi insegnanti. «Siamo stati capaci di trasformare un evento negativo in vera resilienza perché è il docente che fa la differenza. Tutto ciò è dipeso comunque dalla passione e dalla grandissima volontà. Lavoriamo in un ambiente difficile e deprivato dove molte volte mancano le esperienze positive. Quando insegni in una scuola a rischio devi essere in grado di offrire un servizio efficiente e a orario continuato, come fanno gli ospedali».   

L’insegnante di inglese riferisce di una ricerca continua per rintracciare gli alunni che hanno rischiato di diventare "evasori scolastici" in questi mesi. «Ci sono tanti figli di carcerati che cambiano spesso numero di telefono. Finiscono per non essere più rintracciabili. Se vuoi parlare con un loro genitore è alquanto complicato. Noi facciamo una serie di interventi, attraverso telefonate, messaggi e telegrammi». Pitton spiega poi quello che può sembrare un paradosso per un quartiere come San Giovanni a Teduccio. «Magari ci sono genitori che spacciano la droga però non si azzardano affatto a mettere in discussione l’insegnante se il bambino risponde male o non fa i compiti. C’è ancora un rispetto reverenziale verso i ruoli perché l’istruzione è la cosa che può permettere un minimo di ascesa sociale in una realtà difficile. C’è un enorme rispetto verso il nostro lavoro».

Immagine in anteprima via Figli in Famiglia o.n.l.u.s.

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