Coronavirus: cosa c’è da sapere oggi

 

29 Maggio 2020 11:00
Media e comunicazione scientifica: un decalogo di autodisciplina per medici ed esperti

Tra gli effetti della pandemia da COVID-19 c'è stata l'improvvisa e costante presenza di clinici e scienziati sui media, soprattutto nei talk show televisivi. Ciò ha contribuito a determinare una "infodemia" nel sistema mediatico italiano. Per farvi fronte, ricercatori e clinici del Patto per la Scienza (PTS) hanno deciso di dotarsi di un codice di autodisciplina nella comunicazione scientifica, sia a terzi, sia su mezzi propri, come social, siti, uffici stampa: "In tempo di emergenze quali la pandemia da SARS-CoV-2 in atto riteniamo che sia indispensabile che chiunque di noi si esponga alla comunicazione generalista (al grande pubblico dei cittadini) autodisciplini i propri interventi e cerchi di limitarsi a discutere argomenti di propria competenza". L’associazione ha dunque stilato un decalogo di regole, "auspicando che vengano condivise e accolte anche da chi non fa parte del PTS":

1) Dichiariamo in premessa possibili conflitti di interesse, qualora presenti;

2) Qualifichiamoci sempre per le nostre competenze;

3) Chiediamo di conoscere in anticipo gli argomenti su cui saremo intervistati, rifiutandoci di commentare aspetti su cui non abbiamo competenze;

4) Usiamo un linguaggio sobrio e possibilmente semplice, ma evitando di banalizzare;

5) Separiamo nettamente la divulgazione di risultati scientifici dalla nostra interpretazione personale;

6) Rigettiamo la logica dell’”opinione bilanciata”. Accettiamo il confronto solo con interlocutori qualificati e non con chi cerca semplicemente la polemica all’insegna dell’audience;

7) Rigettiamo le domande intrinsecamente fuorvianti, che contengono la risposta/tesi già nella domanda;

8) Impegniamoci ad aggiornare le nostre risposte e i nostri interventi alla luce della migliore letteratura scientifica;

9) Rifiutiamo di essere strumentalizzati ai fini di polemiche politiche.

10) Ammettiamo pubblicamente eventuali errori di comunicazione o d’interpretazione. Non sentiamoci in imbarazzo nel rispondere "non lo so";

Infine, scrive il PTS, "non diamo speranze ai cittadini che non provengano da consolidati risultati scientifici". [Leggi l’articolo su Patto per la Scienza]

28 Maggio 2020 11:00
Come valutare le misure di distanziamento fisico più adatte in questa fase della pandemia

Senza un vaccino o farmaci affidabili, gli unici approcci disponibili al momento per ridurre la trasmissione del nuovo coronavirus sono comportamentali: lavarsi le mani, tossire e starnutire nel gomito e, soprattutto, distanziamento fisico. I governi hanno differenti strumenti per far sì che i cittadini accettino queste "misure non farmaceutiche", da semplici incoraggiamenti, a raccomandazioni, fino a sanzioni. Alcuni interventi sono a costo zero – ad esempio quelli basati su economia comportamentale e psicologia – altri sono molto onerosi, come nel caso della chiusura di scuole e attività commerciali. È importante valutare quali misure riducono maggiormente la trasmissione del virus, al minor costo economico e psicologico possibile. Uno dei modi che possono essere usati per fare questo, scrive Science, è l’utilizzo di test controllati randomizzati (RCTs). Un RCT funziona così: un sottoinsieme di individui o regioni scelti a caso riceve un intervento e un gruppo di controllo scelto a caso non riceve alcun intervento o un intervento diverso. Durante una pandemia, i governi devono decidere quando e quali misure adottare, e quando allentarle. Per valutare l’impatto degli interventi, ad esempio, possono iniziare ad allentarli gradualmente, partendo da un sottoinsieme di luoghi scelti a caso (regioni o comuni) e poi altri a seguire. Il confronto tra questi gruppi consente di stimare gli effetti. Questo approccio può essere usato in qualsiasi momento durante una pandemia. All’inizio, le misure protettive possono essere messe in atto in alcune aree, e successivamente in altre. Possono essere necessari periodi di allentamento delle misure per ripristinare un senso di normalità e fare in modo che i servizi essenziali funzionino; oppure periodi in un vengono decise limitazioni ulteriori per contenere di più la diffusione del virus. O, ancora, diverse misure possono essere testate le une contro le altre, e diverse aree possono restringere o allentare diversi sottoinsiemi di limitazioni (ad esempio aprire le scuole ma tenere chiusi esercizi commerciali). Una valutazione attenta dei risultati è fondamentale affinché questo approccio abbia successo. In particolare, è importante capire l’impatto di ogni intervento sulla traiettoria epidemica completa. Le "misure non farmacologiche" possono essere "testate rigorosamente utilizzando la randomizzazione, senza compromettere gli standard scientifici ed etici. Sebbene questo approccio richieda più tempo del semplice generare proiezioni da metodi osservazionali e modelli matematici, i benefici in termini di accuratezza potrebbero essere considerevoli", si legge su Science. Quando la randomizzazione non è possibile, comunque, ci sono altre tecniche per effettuare studi rigorosi. "Combinando tra loro le conoscenze dell’epidemiologia delle malattie infettive con una valutazione attenta ed etica dell’impatto e altri metodi empirici e teorici, governi e scienziati potranno avere uno strumento potente per ridurre i costi sociali, economici ed in termini di salute della pandemia di SARS-CoV-2, e delle pandemie in generale". [Leggi l'articolo su Science]

27 Maggio 2020 11:00
Il Brasile di Bolsonaro nel caos, travolto dalla pandemia

Questa settimana il Brasile è diventato il secondo paese per numero di contagi da nuovo coronavirus dopo gli Stati Uniti, con oltre 391mila casi accertati. I morti, stando a quanto dichiarato ieri dal ministro della Salute, sono più di 24.000, con un aumento di oltre mille casi in 24 ore. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'America Latina è diventata il nuovo epicentro della pandemia di coronavirus. Il presidente Jair Bolsonaro, però, sembra essere preoccupato più dall’aspetto economico che da quello sanitario. Dopo aver definito COVID-19 solo una “piccola influenza”, infatti, ha esortato le imprese a ripartire, sebbene molti governatori abbiano reiterato le misure di distanziamento sociale per rallentare la diffusione del virus. Dieci giorni fa, il ministro della Salute Nelson Teich si è dimesso per divergenze con Bolsonaro proprio sulla gestione dell'emergenza sanitaria. Teich si era insediato da appena un mese, dopo aver preso il posto di Luiz Henrique Mandetta, che il presidente aveva rimosso dal suo incarico per lo stesso motivo. Il sistema sanitario pubblico brasiliano era già in difficoltà prima della pandemia e gli ospedali in alcune delle città principali sono ora sul punto di essere completamente travolti, mentre la mancanza di attrezzature e protezioni adeguate mette a rischio la salute degli operatori. Finora, hanno perso la vita più di 116 infermieri e infermiere. A San Paolo, la più grande città del paese e anche quella con maggiori contagi, il picco dell’epidemia deve ancora arrivare, ma gli ospedali faticano a far fronte alla situazione. La settimana scorsa il sindaco Bruno Covas ha detto che il sistema sanitario sarebbe potuto collassare in 15 giorni. All’istituto per le malattie infettive Emilio Ribas, l’ospedale attrezzato meglio della città, c’è penuria di posti letto, mentre medici e altri operatori sanitari sono stati contagiati, alcuni sono intubati, altri sono morti. Jacques Sztajnbok, medico dell’unità di terapia intensiva, ha raccontato alla CNN che il reparto è già al completo e di essere preoccupato la sua salute. Quello che sta succedendo, ha aggiunto, “è la cosa peggiore che abbiamo mai visto nelle nostre vite personali”. La situazione di San Paolo è un preludio di quello che potrebbe succedere in Brasile nelle prossime settimane. La città è la più ricca del paese, e il governatore dello Stato Joao Doria ha insistito sul lockdown e sull’obbligo di indossare le mascherine. Nonostante questo, il numero di morti è intorno ai 6mila, e i casi confermati sono 83mila. Doria ha spiegato che il comportamento negazionista del presidente Bolsonaro, contrario alle misure preventive e ai messaggi dei governatori delle aree più colpite del paese, è "sbagliato. Lui è contro l'isolamento sociale, è contro gli orientamenti della scienza". Il virus si sta diffondendo velocemente tra le frange più vulnerabili, e in particolare nelle favelas, dove il distanziamento sociale è praticamente impossibile e molte persone sono costrette a continuare a lavorare fuori da casa per sopravvivere. In queste zone moltissimi casi restano sommersi. Renata Alves operatrice sanitaria volontaria con l’associazione G10 Favela che opera a Paraisopolis, uno dei quartieri più colpiti di San Paolo, ha detto di essere autorizzata a proporre di fare il tampone per il COVID-19 solo a chi presenta tre sintomi. "Molti tamponi vengono fatti quando la malattia è già in stato molto avanzato". Nel quartiere, una scuola ora deserta è stata trasformata in un centro dove ospitare le persone in isolamento. Nel distretto di Vila Formosa, al cimitero ci sono file di nuove tombe vuote.

26 Maggio 2020 12:00
L’OMS ha sospeso temporaneamente i test sull’idrossiclorochina per curare COVID-19

L’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso di sospendere temporaneamente in via precauzionale i test sull’uso del farmaco anti-malarico idrossiclorochina come trattamento contro COVID-19. La scelta è stata comunicata lunedì da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’agenzia, che ha spiegato che le altre sperimentazioni in corso su altri farmaci invece andranno avanti. Mike Ryan, capo del programma che si occupa delle emergenze, ha detto che la decisione di sospendere è stata presa “per abbondanza di prudenza”. Lo stop, riporta Politico, dovrebbe durare una settimana o due, il tempo necessario al comitato di monitoraggio per valutare le informazioni già raccolte dai test dell'OMS e da altri studi in corso e "stabilire se sia o meno sicuro proseguire con l'idrossiclorochina". Precedentemente l’agenzia aveva già raccomandato ai medici di non utilizzare questi farmaci tranne che nell’ambito di studi clinici. Pochi giorni fa sulla rivista scientifica Lancet è stato pubblicato uno studio che ha rilevato un rischio di mortalità – di oltre il 35% - e di insorgenza di aritmie più elevato tra i pazienti COVID in trattamento con clorochina e idrossiclorochina. La ricerca è stata condotta su 96mila pazienti ospedalizzati con diagnosi di COVID-19 in sei continenti: è la più ampia analisi di cartelle cliniche sul farmaco, realizzata tra il 20 dicembre 2019 e il 14 aprile 2020. Lo studio ha preso in considerazione 15mila pazienti ospedalieri che assumevano una combinazione di farmaci con idrossiclorochina e oltre 80mila che non lo facevano. Oltre 10mila pazienti sono morti, ma il tasso di pazienti deceduti a cui è stata somministrata una combinazione di idrossiclorochina o clorochina, assunti con o senza un antibiotico, è stato più elevato rispetto a quelli che non avevano preso il farmaco. “I nostri risultati suggeriscono non solo l'assenza di benefici terapeutici, ma anche potenziali danni dall'uso di regimi di farmaci con idrossiclorochina o clorochina (con o senza macrolidi) in pazienti ospedalizzati con COVID-19”, si legge nello studio. I ricercatori affermano comunque che il lavoro necessita di ulteriori studi randomizzati per arrivare a conclusioni definitive. La scorsa settimana il presidente USA Donald Trump aveva dichiarato di avere iniziato da qualche giorno ad assumere l’idrossiclorochina come “terapia preventiva” contro il coronavirus, dopo essersi consultato con un medico della Casa Bianca e averne sentito parlare da diverse persone. Alla fine di aprile, la Food and Drug Administration - l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici – aveva raccomandato di non utilizzare il farmaco contro COVID-19 fuori dagli ospedali a causa del rischio di aritmie cardiache.

23 Maggio 2020 13:00
Dieci motivi per cui la patente di immunità non è una buona idea

In un articolo su Nature, Natalie Kofler, biologa molecolare alla Medical School di Harvard e fondatrice di "Editing Nature" alla Yale University, e Françoise Baylis, professoressa di Bioetica alla Dalhousie University in Canada, hanno presentato 10 motivi per cui le patenti d'immunità non sono una buona idea, tantomeno lo strumento su cui basare un ritorno alla normale vita sociale e lavorativa.
Quattro seri problemi pratici e sei obiezioni di carattere etico si sommano a una pessima idea di per sé, scrivono Kofler e Baylis: 1) L'immunità a COVID-19 resta un mistero. Dagli studi realizzati finora non sappiamo ancora con certezza in che misura gli anticorpi che il sistema immunitario produce contro SARS-CoV-2 diano una protezione immunitaria duratura. Si sta ancora cercando di comprendere l’immunità al nuovo coronavirus e non possiamo ancora stabilire con certezza quanto duri nel tempo e quanto potrebbe proteggere contro un secondo contagio. 2) I test sierologici non sono ancora affidabili con il rischio di individuare falsi positivi e falsi negativi. 3) Il numero dei test necessari è irraggiungibile. Sarebbero necessari decine o centinaia di milioni di test sierologici per un programma nazionale di certificazione dell'immunità. Anche se i passaporti per l'immunità fossero limitati agli operatori sanitari, il numero di test richiesti potrebbe essere impossibile. Gli Stati Uniti, ad esempio, avrebbero bisogno di oltre 16 milioni di tali test. Al momento della pubblicazione dell'articolo, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie e i laboratori statunitensi di sanità pubblica avevano eseguito oltre 12 milioni di test diagnostici per SARS-CoV-2. Al 20 maggio, la Corea del Sud era riuscita a testare l'1,5% della sua popolazione. 4) Troppo pochi guariti per pensare di rilanciare l'economia. Sulla base del numero attuale dei casi confermati negli Stati Uniti, ad esempio, solo lo 0,43% della popolazione avrebbe diritto alla patente d'immunità. Si tratta di percentuali irrilevanti per l'economia e per la sicurezza. Un bar non può aprire e servire i clienti senza rischi se solo una parte del suo personale è certificata come immune. Un negozio non può generare profitti se solo una minima parte dei clienti è autorizzata a entrare.
A questi problemi tecnici si aggiungono poi questioni etiche: dovendo monitorare "chi può andare dove", qualsiasi strategia per la patente d'immunità deve includere un sistema di identificazione e controllo e questo richiederà probabilmente uno sviluppo di un'app digitale con evidenti implicazioni sulla privacy di ciascuno di noi. I gruppi marginalizzati rischieranno di dover affrontare controlli più approfonditi, con maggiori possibilità di essere profilati ed eventuali danni a gruppi razziali, sessuali, religiosi o di altre minoranze. Inoltre, con una carenza di test, i ricchi e i potenti potrebbero avere maggiori probabilità di ottenere un test rispetto ai poveri e alle persone più vulnerabili. All'inizio di marzo, ad esempio, quando venivano testati team sportivi professionisti, dirigenti di aziende tecnologiche e celebrità del cinema, decine di Stati statunitensi stavano conducendo meno di 20 test al giorno. Questo significa una distribuzione ineguale delle patenti d'immunità con il rischio che proprio le persone che hanno bisogno di lavorare non potranno farlo perché sprovvisti della certificazione necessaria perché non avranno potuto avere avuto accesso al test. E, in assenza di un vaccino obbligatorio, se la patente d'immunità diventa l'unica certificazione di immunizzazione a COVID-19, si rischierebbe di creare un nuovo modo per dividere gli "abbienti" da "non abbienti": gli "immunoprivilegiati" e gli "immunodeprivati".
Cosa fare, allora? Kofler e Baylis propongono due strade: "invece delle patenti d'immunità, i governi e le imprese dovrebbero investire tempo, talento e denaro disponibili nelle tre T, testare, tracciare e trattare. E poi dovrebbero sviluppare, produrre e distribuire in tutto il mondo un vaccino per SARS-CoV-2. Se diventa possibile l'accesso universale, tempestivo e gratuito a una vaccinazione, potrebbe essere eticamente ammissibile richiedere la certificazione della vaccinazione per la partecipazione a determinate attività. Le minacce alla libertà, equità e salute pubblica sono inerenti a qualsiasi piattaforma progettata per separare la società sulla base di dati biologici. Tutte le politiche e le pratiche devono essere guidate da un impegno per la giustizia sociale". [Leggi l'articolo su Nature]

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