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Coronavirus: l’epidemia sta entrando in una nuova fase. Una misurata accettazione del rischio è fondamentale per evitare il panico

27 Febbraio 2020 10 min lettura

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Coronavirus: l’epidemia sta entrando in una nuova fase. Una misurata accettazione del rischio è fondamentale per evitare il panico

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Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Osservatorio mondiale della sanità (OMS), i casi confermati nel mondo di persone colpite dal nuovo Coronavirus “SARS-CoV-2” (ovvero "Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2") sono più di 83mila (di questi più di 78mila in Cina), con quasi 2900 decessi (più di 2.600 in Cina) e oltre 36mila guarigioni. La propagazione del virus è in costante rallentamento in Cina, ma continua a coinvolgere sempre più paesi nel mondo (siamo arrivati a 46, erano 29 il 25 febbraio).

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Alla luce di questi dati si può parlare di pandemia? Non ancora, ha dichiarato il 24 febbraio, nel corso di una conferenza stampa, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom, che, però, ha invitato «gli Stati a fare tutto il possibile per prepararsi a una possibile pandemia». Al momento, si stanno registrando epidemie in diverse parti del mondo (in particolare in Italia, in Iran e in Corea del Sud) con dinamiche di trasmissione ancora non decifrabili, che non consentono di ricostruire il quadro completo della diffusione e della letalità del nuovo Coronavirus, e di predire con certezza gli scenari futuri.

Quel che sembra consolidarsi, almeno in base alle analisi fatte finora, è che “SARS-CoV-2” è un virus che si diffonde velocemente (ma meno del morbillo), ma con un tasso di letalità basso (vale a dire, la percentuale di decessi che una malattia provoca in un gruppo di persone che si è ammalato).

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Cosa ci aspetta, dunque? In un articolo su The Atlantic, James Hamblin, specializzato in medicina preventiva e docente di salute pubblica all’Università di Yale, scrive che forse è arrivato il momento di accettare l’idea che l’epidemia del nuovo Coronavirus è stata difficile da contenere al di fuori della Cina, si sta diffondendo in sempre più paesi e, che probabilmente, per le caratteristiche del virus e i tempi previsti per lo sviluppo di un vaccino efficace e affidabile, una buona parte della popolazione mondiale nei prossimi anni potrebbe rimanere infetta senza però che questo implichi gravi malattie. Accettare il rischio è fondamentale per evitare di farsi prendere inutilmente dal panico.

Paradossalmente questo virus non comporta sintomi violenti o evidenti e per questo è più pericoloso, anche se meno letale, perché più contagioso. Si dice che abbia un tasso di letalità inferiore a SARS o Ebola MERS, però ha già fatto più vittime, e poi si propaga in maniera imprevedibile. Chi può diffonderlo è chi può averlo contratto senza rendersene conto.

Tutto questo deve creare allarme? No, scrive Hamblin, ma ci deve far riflettere sulle caratteristiche del virus, su quanto sia difficile contenerlo e quanto sia complicato capire cosa testare per poter individuare catene di contagio e reti di trasmissione nel mondo. E ci deve fare stare all’erta su chi parla di imminenti vaccini, quasi fossero un pozione magica che salverà tutti a breve. 

Per capire la differenza con altri gravi epidemie, il professore di Yale racconta la storia della diffusione del virus H5N1, generalmente noto come "influenza aviaria".

Nel maggio 1997, a Hong Kong, un bambino di 3 anni aveva mostrato dei sintomi tipici di un raffreddore comune (tosse, mal di gola, febbre). Invece in appena sei giorni le sue condizioni peggiorarono fino a morire, nonostante le cure intensive a cui il bambino era stato sottoposto. I campioni del suo espettorato furono mandati dalla Cina agli scienziati di tutto il mondo. Ad agosto, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta riuscì a stabilire che si trattava del virus H5N1, scoperto almeno due decenni prima, ma conosciuto per infettare solo gli uccelli.

Il governo cinese uccise oltre 1,5 milioni di polli, molti casi furono monitorati e isolati, alla fine dell’anno il contagio era stato contenuto: 18 casi confermati nell’uomo e 6 decessi in tutto. 

L’influenza aviaria, spiega Hamblin, ha un tasso di letalità di circa il 60%: in pratica se si resta contagiati, si rischia di morire. Eppure dal 2003 ha ucciso 455 persone. I virus dell’influenza uccidono in media meno dello 0,1% di chi resta contagiato, ma sono la causa di centinaia di morti ogni anno. Come è possibile?

Il contenimento è stato possibile perché l’influenza aviaria è una malattia così grave che le persone che ne restano infette possono essere identificate e isolate o muoiono rapidamente. Non vanno in giro, sentendosi un po’ fiacche e accaldate, diffondendo il virus, come accade con le influenze e le sindromi da raffreddamento. 

Il nuovo Coronavirus “SARS-CoV-2” si sta diffondendo così facilmente proprio perché i sintomi con cui si manifesta sembrano simili a quelli dell’influenza e lo portiamo in giro e lo diffondiamo nelle città in cui viviamo.

I Coronavirus sono simili ai virus dell’influenza in quanto sono entrambi filamenti singoli di RNA, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico. Quattro infettano comunemente l’uomo, causando raffreddori, indebolendo le persone ma non uccidendole. Altri due Coronavirus, invece, SARS (sindrome respiratoria acuta grave) e MERS (sindrome respiratoria del Medio Oriente, chiamata in questo modo per il luogo in cui si è verificato il primo focolaio), sono malattie estremamente fatali per l’uomo. I casi lievi o asintomatici, sempre che ce ne siano stati, sono stati pochi. E se ce ne fossero stati di più, la malattia avrebbe avuto una diffusione più ampia. Alla fine, SARS e MERS hanno ucciso ognuno meno di mille persone. “COVID-19”, invece, ne ha già uccise più del doppio (tuttavia, in buona parte dei casi si tratta di persone affette da altre gravi patologie), nonostante sembri avere un tasso di letalità intorno al 2%. Ed è proprio per questo dato che il virus ha suscitato allarme.

Per le sue caratteristiche così eterogenee, “SARS-CoV-2” sfugge alle identificazioni consolidate: è mortale, ma non troppo; fa ammalare le persone, ma non in modi prevedibili e individuabili in modo univoco; sviluppa sintomi lievi, in alcuni casi forse nessuno (anche se l’OMS ritiene non frequente l’infezione del nuovo Coronavirus prima che qualcuno abbia manifestato i sintomi), e questo, come detto, ne facilita la propagazione attraverso contatti diretti

Gli scienziati di tutto il mondo hanno risposto con una velocità e una mobilitazione senza precedenti. Il nuovo virus è stato identificato rapidamente, il suo genoma sequenziato da scienziati cinesi e condiviso in poche settimane, la comunità scientifica ha condiviso i propri studi e i dati clinici come mai accaduto prima. Il governo cinese ha adottato misure di contenimento drastiche, le principali istituzioni sanitarie e gli scienziati hanno usato anche i social network per diffondere analisi, ricerche, informazioni basate su evidenze scientifiche (che portassero ordine nel rumore della tanta disinformazione circolata) e dialogare con i cittadini e divulgare le buone pratiche da seguire per quanto meno rallentare la diffusione del virus. Tutto ciò è avvenuto in un lasso di tempo decisamente inferiore rispetto all’influenza aviaria nel 1997, ad esempio, ma il virus ha continuato a diffondersi.

Questo perché «probabilmente alla fine il virus non sarà contenibile», spiega Marc Lipsitch, professore di epidemiologia ad Harvard, nonostante diversi paesi stiano cercando di evitare possibili vie di contagio interrompendo ogni contatto con i paesi più colpiti dalla propagazione del nuovo Coronavirus. Secondo l’epidemiologo, anche con il contenimento ideale, la diffusione del virus sarebbe stata forse ugualmente inevitabile: testare persone già estremamente malate porta a risultati parziali se altri diffondono il virus perché continuano ad andare al lavoro non sentendosi abbastanza male da restare a casa. 

Lipsitch prevede che, entro il prossimo anno, circa il 40-70% delle persone in tutto il mondo sarà infetto dal virus che causa “COVID-19”, ma questo non significa che tutti avranno gravi malattie: «È probabile che molti avranno forme lievi o che saranno addirittura asintomatici», ha affermato.

La posizione di Lipsitch è tutt’altro che isolata. Cresce il consenso tra gli epidemiologi intorno all’ipotesi che questa epidemia possa diventare una nuova malattia stagionale, un quinto coronavirus “endemico”. “Quella che oggi è ‘la stagione del raffreddore e dell’influenza’ potrebbe diventare ‘la stagione del raffreddore, dell’influenza e del COVID-19’”, scrive Hamblin.

Intanto, negli Stati Uniti, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ha comunicato che inizierà a testare gli abitanti di cinque città per capire quante persone siano effettivamente infette al di là se siano state in Cina o abbiano avuto contatti con qualcuno a cui è stata diagnosticata la malattia. I tamponi non sono ancora disponibili in così grande quantità. Lo scorso fine settimana solo California, Nebraska e Illinois erano in grado di avviare questa campagna di monitoraggio.

Nel frattempo, si tenta di stringere i tempi per un vaccino. Ma anche in questo caso la strada è lunga. Sebbene il sequenziamento genetico sia ormai molto veloce, produrre vaccini richiede molti passaggi per evitare che “una sequenza virale, che porterà a una memoria protettiva del sistema immunitario, non provochi ulteriori infiammazioni”. Sviluppare un vaccino richiede test nei modelli di laboratorio, sugli animali e, infine, sulle persone. E solo successivamente il vaccino viene immesso su scala mondiale. 

Ricercatori accademici e non di diversi centri di ricerca pubblici e privati hanno detto di essersi messi a lavoro per ottenere rapidamente un vaccino. Negli ultimi anni sono sorti anche gruppi che cercano di finanziare start-up biotecnologiche per accelerare lo sviluppo di vaccini, come la Coalition for Epidemic Preparedness (CEPI), lanciata in Norvegia nel 2017. Tra i suoi fondatori vi sono i governi di Norvegia e India, Wellcome Trust e Bill & Melinda Gates Foundation. Secondo l’amministratore delegato di CEPI, Richard Hatchett, si potrebbe arrivare alle prime fasi dei test di un nuovo vaccino entro aprile e poi provare a vedere entro l’estate se il vaccino previene effettivamente “COVID-19”. 

Se tutto andasse come auspicato, si potrebbe arrivare a un vaccino considerato sicuro ed efficace tra i 12 e i 18 mesi (durante l'epidemia di SARS nel 2003, ci vollero 20 mesi solo per passare dalla sequenza genomica del virus alla sperimentazione clinica di fase 1 di un vaccino): «Una grande accelerazione rispetto alla storia dello sviluppo del vaccino, ma anche una scadenza temporale molto ambiziosa e difficile da raggiungere», spiega Hatchett. 

Ma se anche si rispettassero queste scadenze temporali così ambiziose, ci vorrà comunque tempo per produrre e distribuire il nuovo vaccino in milioni o addirittura miliardi di dosi. E ci vorrà anche la collaborazione fra gli Stati. Cosa che, invece, non è accaduta, ad esempio, nel caso dell’epidemia di influenza H1N1 (nota come “influenza suina”) che nel 2009 ha colpito duramente il Messico. Il governo australiano impedì l’esportazione dei vaccini da parte delle sue industrie farmaceutiche fino a quando non furono soddisfatte le domande interne. Se i paesi non collaboreranno fra di loro, sarà più difficile distribuire gli strumenti per debellare e affrontare la malattia: dai vaccini e le maschere respiratorie al cibo e al sapone per le mani.

Inoltre, prosegue Hamblin, nonostante gli enormi progressi fatti dalla scienza di base, il processo di produzione e messa in distribuzione di un vaccino ha tempi che devono essere rispettati e necessità di tanti finanziamenti. “Non si può procedere a un vero vaccino senza tanti test clinici, che richiedono la produzione di molti vaccini e il monitoraggio meticoloso dei risultati sulle persone. Il processo potrebbe in definitiva costare centinaia di milioni di dollari, soldi che i grandi centri di ricerca, le start-up biotecnologiche e le università non hanno. Né hanno le strutture produttive e la tecnologia per fabbricare in serie e distribuire un vaccino in tempi così brevi”.

Intanto, l'unico antivirale che sembra riscontrare una certa efficacia è il Remdesivir, un antivirale studiato per Ebola che però sull’uomo non aveva mostrato grandi risultati e che agisce inserendo una “tesserina” sbagliata nella catena dell’RNA del virus in modo che non possa più replicarsi.  Il Remdesivir è stato utilizzato anche sui tre pazienti ricoverati e poi guariti allo Spallanzani di Roma. I risultati dei primi test sull’uomo, condotti proprio in queste settimane nell’ospedale di Wuhan su pazienti gravi e di moderata gravità, saranno comunicati ad aprile. La sperimentazione clinica era stata accelerata dopo il caso di un paziente americano (ndr, il primo caso di persona che aveva contratto "COVID-19" negli Stati Uniti) che aveva beneficiato di questo antivirale.

Più che aspettare un vaccino e cercare soluzioni di emergenza, si sarebbe dovuto investire in ricerca per prevedere focolai di nuovi virus a partire dall’esperienza della SARS, spiega lo studioso di politiche sui vaccini Jason Schwartz, professore aggiunto alla Yale School of Public Health, negli Stati Uniti. «Se non avessimo messo da parte il programma di ricerca sui vaccini SARS, avremmo avuto molte informazioni che avremmo potuto applicare a questo nuovo virus. Ma, come nel caso dell'Ebola, i finanziamenti del governo e lo sviluppo dell'industria farmaceutica sono svaniti una volta che l'emergenza è cessata. Alcune ricerche sono state archiviate perché quell'epidemia si è conclusa prima che fosse necessario sviluppare un vaccino in modo aggressivo».

La Casa Bianca ha chiesto al Congresso 2,5 miliardi di dollari (circa 2,3 miliardi di euro) di finanziamenti di emergenza in risposta alla diffusione del Coronavirus. Una richiesta che stride con la proposta di legge di bilancio presentata dal presidente USA Donald Trump sempre a febbraio che prevede tagli alla ricerca di base e a quegli istituti che si occupano di ricerca per il contrasto e la prevenzione delle epidemie a livello mondiale.

Per affrontare questa epidemia, dunque, ci vuole collaborazione fra gli Stati e andare oltre la logica del contenimento, della chiusura delle frontiere e l’innalzamento dei muri fra paesi, commenta Hamblin. “L'Italia, l'Iran e la Corea del Sud sono ora tra i paesi che segnalano un numero in rapida crescita di infezioni ‘COVID-19’ rilevate. Molti paesi hanno risposto con tentativi di contenimento. Alcune di queste misure saranno appropriate, ma vietare i viaggi, chiudere le città e fare scorte non sono soluzioni realistiche per un focolaio che dura anni”. 

Si tratta – sottolinea in un thread su Twitter Samuel Scarpino, professore al Network Science Institute della Northeastern University di Boston negli Stati Uniti –  di strategie che possono fermare le epidemie locali ma che, ricerche alla mano, non sembrano essere efficaci per prevenire la diffusione dei virus su scala globale.

Alla fine, conclude Hamblin, per rispondere a un’eventuale pandemia sarà necessaria l'apertura dei confini. Si dovrà abbandonare l’idea che il proprio paese potrà evitare il contagio del nuovo Coronavirus e, alla fine, “la malattia dovrà essere vista come il problema di tutti”.

Immagine in anteprima via pixabay.com

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