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Per le coppie omosessuali diventare genitori è ancora un percorso a ostacoli

15 Dicembre 2022 8 min lettura

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Per le coppie omosessuali diventare genitori è ancora un percorso a ostacoli

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di Laura Loguercio

Il 7 dicembre la Commissione Europea ha approvato una nuova proposta di regolamento per tutelare le famiglie omogenitoriali e assicurare il rispetto dei loro diritti. In particolare, secondo la proposta, se i figli di una coppia LGBTQI+ sono riconosciuti come tali da uno dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, il riconoscimento dovrà essere necessariamente esteso a tutti gli altri Stati. Un concetto che sembra distante anni luce dalla realtà italiana, dove la politica ancora si rifiuta di esporsi e lascia la decisione nelle mani di sindaci, giudici e tribunali. 

In Italia infatti non esiste alcuna legge nazionale relativa alle famiglie omogenitoriali, il cui numero comunque continua a crescere. Di conseguenza, il percorso per ottenere il riconoscimento legale del proprio status di genitore può essere lungo e tortuoso, e passa per infiniti tribunali, giudici e sentenze.

Un mosaico difficile da ricostruire

In mancanza di norme univoche, nel nostro paese la giurisprudenza relativa all’omogenitorialità è estremamente frammentata, e l’esito delle richieste dipende spesso dalle decisioni arbitrarie dei sindaci o dei giudici. 

Esistono due modalità principali con le quali le coppie omosessuali possono diventare genitori: le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), che in Italia sono permesse solo per le coppie eterosessuali; e la gestazione per altri (GPA), strada obbligata per due padri, che però nel nostro paese è sempre vietata. In sostanza, una coppia omosessuale che voglia avere un figlio deve sempre sottoporsi alla procedura di PMA o di GPA all’estero. “I paesi più battuti sono la Spagna, la Danimarca, i Paesi Bassi o il Belgio”, spiega Valigia Blu Alessia Crocini, presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che dal 2005 si batte per i diritti delle famiglie LGBTQI+. I figli di coloro che scelgono la GPA nascono all’estero, mentre la maggior parte delle donne che svolge la PMA decide di tornare in Italia per partorire.

Dopo la nascita, le opzioni disponibili per il riconoscimento del bambino o della bambina cambiano da città a città, in base alle decisioni dei sindaci, alle sentenze dei tribunali e alle decisioni della Corte Costituzionale. Generalmente, è possibile richiedere le trascrizione di un atto di nascita per bambini nati all’estero, che indichi come genitori una coppia di padri o di madri; la stepchild adoption, l’adozione del figlio del compagno o della compagna; e il riconoscimento del figlio da parte del Comune di residenza. 

L’incertezza del riconoscimento

Dopo la nascita del figlio attraverso PMA o GPA, sia in Italia che all’estero, le coppie più fortunate possono affidarsi al buonsenso dei sindaci che, in alcune città, permettono il riconoscimento all’anagrafe di due genitori dello stesso sesso. “Si tratta però di un atto amministrativo, che in qualsiasi momento può essere impugnato dalla Procura e poi annullato”, spiega a Valigia Blu Anna (nome di fantasia), che insieme alla compagna è madre di due bambine di otto anni, riconosciute dal comune campano in cui vivono. “Per ora tutto è tranquillo, ma viviamo sempre con questa spada di Damocle sulla testa, con la paura che un giorno la Procura possa impugnare il riconoscimento e annullarlo”, racconta Anna. 

Le carte d’identità delle sue figlie sono state rilasciate nel 2017, e riportano ancora la dicitura neutra “genitori”. Due anni dopo, un decreto firmato dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini stabilì che i genitori avrebbero potuto apparire sulle carte d’identità dei loro figli solo in qualità di “padri” e “madri”: una decisione che esalta anche per via burocratica la cosiddetta “famiglia tradizionale”. Lo scorso novembre, il tribunale civile di Roma ha di fatto contraddetto questa norma, confermando che la dicitura neutra “genitore” può essere l’unica forma corretta per indicare le due madri di una bambina. Si tratta però di una sentenza circoscritta a una singola famiglia, che lascia senza risposta le richieste di molte altre. Nel momento in i documenti delle bambine di Anna cui dovranno essere rinnovati, quindi, le cose potrebbero cambiare. “La necessità di specificare ‘padre’ o ‘madre’ sui documenti è stata aggiunta per discriminare, è un’ulteriore complicazione”, ha detto Anna. “Nessuno ci vede come una famiglia diversa da tutte le altre, è solo la legge che non ci riconosce pienamente”.

Alcuni anni fa, il riconoscimento all’anagrafe di figli nati da coppie omosessuali era diventata una procedura piuttosto diffusa nei Comuni italiani, seppure mai completamente regolarizzata. Una sentenza della Corte di Cassazione del 2019, contraria al riconoscimento, ha cambiato le carte in tavola e convinto molti sindaci a fermare le pratiche per non incorrere in eventuali cause legali. Oggi, dopo anni di stallo, le cose sono cambiate nuovamente, e alcuni Comuni hanno ricominciato a effettuare i riconoscimenti appigliandosi ad altre sentenze emanate nel frattempo. 

“La PMA e la GPA in Italia non sono legali per coppie omosessuali, ma secondo la Corte Costituzionale l’omogenitorialità di per sé non è illegittima. Si tratta di un vulnus: l'omogenitorialità va bene, ma tutti i modi per diventare genitori sono illegali”, ha spiegato a Valigia Blu Gaia Romani, Assessora ai Servizi Civici e Generali del Comune di Milano. La città ha bloccato i riconoscimenti nel 2019, ma al Pride del 2022 il sindaco Beppe Sala ha annunciato il riavvio delle pratiche. Da quel momento sono stati riconosciuti i figli di circa 50 coppie omogenitoriali. 

Al contrario, nel caso in cui il comune di residenza si rifiuti di effettuare il riconoscimento, soltanto il genitore biologico sarà indicato come tale, mentre l’altra persona della coppia non avrà alcun legame con il bambino, almeno sulla carta, e per lo Stato italiano. “I bambini di questo Paese hanno diritti diversi in base alla città in cui nascono, è assurdo”, ha evidenziato Crocini di Famiglie Arcobaleno. 

La trascrizione dall’estero

Una seconda situazione è invece quella dei genitori che scelgono di affidarsi alla gestazione per altri (GPA) all’estero. “In questo caso il certificato già esiste, e spesso il bambino può godere della cittadinanza del paese in cui è nato”, ha spiegato a Valigia Blu Stefania Santilli, avvocata e membro del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno. In Italia, quindi, le coppie possono chiedere al comune di residenza di trascrivere o rettificare i documenti ottenuti all’estero indicando due genitori dello stesso sesso, sulla base del certificato straniero. Anche in questo caso, però, si tratta di una prassi basata su varie sentenze che tutelano i minori, ma l’esito delle richieste rimane incerto. “Avere una legge nazionale semplificherebbe la vita delle persone”, ha detto Santilli. 

È dalla stessa idea Cristiano, padre, insieme al compagno, di un bambino nato a giugno in Canada tramite la gestazione per altri. “Siamo stati abbastanza fortunati, perché il sindaco del nostro comune ha trascritto l’atto di nascita indicando entrambi i papà”, ha raccontato a Valigia Blu. “Nonostante la buona volontà, in alcuni casi le persone [che dovrebbero svolgere la trascrizione] sono impreparate, oppure sono dubbiose” riguardo alla legittimità del processo e alle modalità con cui svolgerlo. Per esempio, Cristiano – che ha chiesto di non rivelare il comune di residenza, per paura di una possibile impugnazione dei documenti – ha dovuto fare autenticare i documenti di nascita del figlio dall’ambasciata italiana in Canada, un passaggio che ha allungato il processo di circa due mesi. I problemi non finiscono all’anagrafe: “Ormai le famiglie omogenitoriali sono consolidate da anni, ma il sito dell’Inps ancora non prevede la nostra casistica”, ha detto. Questo implica varie difficoltà nell’acceso ad alcuni benefici che dovrebbero essere garantiti, come il congedo parentale.

Inoltre, come deciso dal decreto Salvini del 2019, la carta d’identità ottenuta da Cristiano e dal suo compagno per il figlio riporta la dicitura “madre” e “padre”, ma ovviamente anche nel primo caso compare un nome maschile. Se questo può passare inosservato nella vita quotidiana, potrebbe creare problemi in caso, per esempio, di viaggi che implicano controlli aeroportuali. “La situazione è paradossale: il nostro comune ci ha riconosciuto come genitori, siamo uniti civilmente e il bambino ha entrambi i nostri cognomi”, ha spiegato, eppure i documenti non possono essere regolarizzati per riflettere correttamente la composizione della famiglia. “I nostri figli esistono, ma non sono tutelati. Si tratta di una battaglia ideologica, ma le cose non cambieranno: le coppie omogenitoriali continueranno a fare figli”, ha affermato Cristiano. 

Le pratiche infinite per l’adozione

Una terza opzione percorribile dalle famiglie omogenitoriali è quella dell’adozione del figlio del partner, la cosiddetta “stepchild adoption”, regolata da una legge del 1983. In questo caso, il genitore “sociale”, ossia quello non biologico, adotta il bambino e ne diventa tutore a tutti gli effetti, estendendo il legame anche a nonni, zii, cugini e altri parenti acquisiti. Si tratta dell’alternativa più sicura, ma anche più laboriosa: “I tribunali sono molto lenti, la procedura dura almeno un anno e mezzo, e la pandemia non ha migliorato la situazione” ha spiegato l’avvocato Santilli. 

Il procedimento di adozione implica infatti contatti continui con avvocati, tribunali, giudici e assistenti sociali, che entrano nella vita delle famiglie per studiarne e certificarne le dinamiche relazionali. “Ai servizi sociali di solito vengono segnalate situazioni al limite. Noi invece, che siamo famiglie normali, siamo obbligati a svolgere un percorso che può durare anni, e i servizi sociali perdono tempo con noi invece che aiutare chi ne avrebbe bisogno” ha affermato Crocini, la presidente di Famiglie Arcobaleno. “È una cosa folle, ed è estremamente stressante. La politica ha appaltato ai tribunali le decisioni sulla genitorialità”. 

Inoltre, la domanda di adozione viene presentata dal genitore non riconosciuto, con l’approvazione del genitore biologico. Dato che la procedura può protrarsi per anni, in caso di separazioni nella coppia il bambino rimane legalmente affidato al genitore biologico, che può decidere di non farlo più vedere al partner. Secondo l’avvocata Santilli, “l’assenza di un codice, di regole e di tutele, rende queste situazioni ancora più estreme”. 

Cambiare le leggi, prima o poi

Negli anni, la Corte Costituzionale ha più volte spronato il legislatore a intervenire per colmare l’evidente vuoto normativo che si è creato intorno al tema dell’omogenitorialità. Il 13 ottobre, il primo giorno di attività parlamentare nella diciannovesima legislatura, il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Marco Grimaldi, ha presentato una proposta di legge, studiata dall’Associazione Famiglie Arcobaleno e da Rete Lenford, un’associazione di avvocati che sostiene i diritti delle persone LGBTQ+, per regolamentare l’omogenitorialità, l’accesso all’adozione e alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. “È una legge che raccoglie tutte le cose per le quali stiamo lottando da tempo in tribunale”, ha detto a Valigia Blu Vincenzo Miri, presidente di Rete Lenford. 

Dato l’orientamento del governo e del Parlamento uscito dalle elezioni del 25 settembre, però, l’approvazione della proposta sembra un miraggio. Il 7 dicembre, ospite a Mattino Cinque, la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella ha ribadito l’orientamento del governo Meloni in merito alle famiglie LGBTQI+: “Ogni bambino ha una mamma e un papà”, ha affermato, “e questo è un dato che non si può eliminare: quando si dice che ci sono due mamme o due papà, non è la verità". 

“Da questo Parlamento non mi aspetto nulla, ma al prossimo giro di elezioni mi aspetto che i partiti di centrosinistra smettano di comportarsi in maniera vigliacca e prendano atto di una situazione che esiste, e che cresce sempre di più", ha detto Crocini a Valigia Blu. “Il progetto di genitorialità è talmente umano, è talmente forte, che se una coppia è disposta a girare mezzo mondo e a passare due anni con i servizi sociali per diventare genitori, puoi immaginare quanta forza di volontà abbiano rispetto a quel progetto”.

La proposta della Commissione europea indica una direzione chiara e un’apertura verso l’uguaglianza e l’estensione dei diritti per tutti i cittadini e le cittadine dell’Unione europea. La Regolamentazione non obbligherebbe l’Italia a cambiare le sue leggi nazionali, ma renderebbe automatico il riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso, se questo è già avvenuto in altri Paesi dell’Ue. Il percorso del testo però è ancora lungo, e prima della sua entrata in vigore dovrà ora essere discusso e approvato dal Consiglio dell’Unione Europea e dal Parlamento Europeo. Nel frattempo, l’Italia resterà a guardare? 

Immagine in anteprima via varesenews.it

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