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Il colpo di Stato in Niger: cosa è successo, le narrazioni di questi giorni, cosa accadrà

7 Agosto 2023 10 min lettura

Il colpo di Stato in Niger: cosa è successo, le narrazioni di questi giorni, cosa accadrà

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9 min lettura

Il 31 luglio, i leader dell’Africa occidentale hanno dato alla giunta militare di Niamey – che ha deposto il presidente Mohamed Bazoumun – un ultimatum di una settimana per un “pieno ritorno all'ordine costituzionale”, affermando che non avrebbero escluso l’uso della forza. Al momento, però, nonostante le crescenti tensioni, i fomentati venti di guerra - fortunatamente - non si sono scatenati

Fare chiarezza sul colpo di Stato in Niger è un’ardua impresa. Un po’ perché il golpe si è materializzato improvvisamente, sorprendendo non solo gli analisti più scafati ma anche la popolazione locale, stranieri inclusi. Chi si è apprestato a dichiarare che le carte in tavola parlavano chiaro, perché nel Sahel i colpi di Stato sono una certezza più che una probabilità, verosimilmente bluffa. Il Niger da più di un decennio aveva cercato di consolidare la propria base democratica e, dopo due mandati dell’ex presidente Mahamadou Issoufou, la transizione democratica di potere al suo ‘delfino’ Mohamed Bazoum nell’aprile 2021 aveva fatto tirare un respiro di sollievo alla comunità internazionale (anche perché aveva già scampato un colpo di Stato due giorni prima che il suo mandato iniziasse).

Mentre sei colpi di Stato in Africa Occidentale, (due in Mali e in Burkina Faso, e uno in Guinea e Ciad) in meno di tre anni hanno scosso l’ordine regionale, il Niger aveva assunto sempre di più il ruolo di partner affidabile, stabile e responsabile, almeno sulla carta. E allora come si spiega la deriva autoritaria che si è innestata anche in Niger?

Un po' di chiarezza su alcune narrazioni circolate in questi giorni

Intanto partiamo dallo smontare alcune narrazioni che sono circolate sui media per cercare di fare un minimo di chiarezza.

No, la Russia non ha organizzato il golpe per destabilizzare il Sahel e creare una fascia di influenza che va dalla Mauritania fino al Sudan, come riportato da alcuni media nazionali. Né è un colpo di Stato orchestrato dal gruppo Wagner. Se mai Wagner si stabilirà a Niamey, lo farà quando i giochi saranno già conclusi e la giunta avrà stabilmente conquistato il potere. 

No, la Francia non è rimasta nel Sahel per interessi economici da salvaguardare con la forza, rispetto all’oro o all’uranio. Anche questo è un ritornello che da anni circola soprattutto nei social media. Semmai è da più di un decennio che i francesi tentano di disinvestire dal Sahel, buco nero delle casse statali dell’Eliseo.  

No, non è colpa della cooperazione militare e dei trainings delle élite militari da parte dei partner internazionali. I golpisti hanno beneficiato degli accordi bilaterali e multilaterali di partenariato con l’Occidente, come quasi tutte le élite militari africane che però non hanno rovesciato leader democraticamente eletti.

Sì, la popolazione civile e la società civile sono divise, tra i sostenitori dei golpisti e i difensori di Bazoum. E sì, i sentimenti anti-francesi sono molto forti anche in Niger. Molti, specialmente giovani, non nascondono la loro amarezza e stanchezza nei confronti di un “sistema” che li ha emarginati.

“A Niamey tutto è calmo, i militari hanno preso il potere e stanno facendo i loro passi per potersi installare, ed è del tutto normale. Sono i francesi che ci fanno del male, noi produciamo l’uranio ma non abbiamo neanche il pane da mettere sotto i denti”, dice a Valigia Blu uno studente dell’Università Abdou Moumouni di Niamey. “Anche noi vogliamo essere indipendenti e liberi. Se prendiamo la Repubblica Centrafricana, il Mali o il Burkina, con la Russia adesso tutto è calmo”, aggiunge un manifestante di Niamey.

In particolare, il movimento della società civile, la piattaforma M62 ha incitato alla mobilitazione generale in diversi quartieri di Niamey fino alla partenza definitiva di tutte le forze militari straniere dal territorio nigerino e la CNSP (l’autoproclamata giunta) a mantenere le frontiere sigillate. Ci sono state però anche manifestazioni a favore di Bazoum e del mantenimento dell’ordine democratico.

Come si è arrivati al colpo di Stato in Niger

E allora, quali sono gli elementi sottotraccia che ci sono sfuggiti e che non abbiamo saputo riconoscere? È una questione locale ma anche internazionale. Nonostante denunce di brogli elettorali e contestazioni, la comunità internazionale ha fortemente sostenuto Bazoum e ha probabilmente sottovalutato la fragilità istituzionale del suo governo. Quando è salito al potere, Bazoum ha più volte cercato, seppur in continuità con l’eredità politica di Issofou, di smarcarsi dalla sua ombra per presentarsi come un leader nuovo, diverso, carismatico. Lo ha fatto ad esempio, promuovendo politiche di pacificazione e reinserimento nelle comunità nel sud-est del paese, nella regione di Diffa, soffermandosi nelle località sotto il giogo jihadista con un dispositivo di sicurezza più leggero durante i suoi viaggi, dando così segnali che la situazione stava migliorando. La sensazione generale era tuttavia che avesse difficoltà a liberarsi dall’eredità di Issoufou, al punto che si parlava di presidenza bicefala.

Per questo motivo e per cercare di sbarazzarsi di una parte di questo ingombrante bagaglio e guadagnare più autonomia, da tempo Bazoum voleva sostituire la guardia presidenziale, imposta dal suo predecessore e mentore. Aveva annunciato la destituzione del generale della guardia presidenziale Tchiani pochi giorni prima del golpe. Il 26 luglio Tchani entra a palazzo e prende in ostaggio Bazoum. Il colpo di mano però fallisce e Bazoum si rifiuta di abdicare. A quel punto l’esercito, che era già all’erta, fa un colpo di Stato per riprendere il controllo della situazione sulla scorta che un governo di uomini forti sia più benefico per il paese, dando anche l’idea di come i militari nel Sahel si percepiscano come fondamentali nella costruzione del processo nazionale. Dopotutto in Niger, la tradizione militare è più pragmatica che ideologica.

Nei fatti, però, le élite militari non sono cambiate da Issofou a Bazoum. E rispetto, alle capacità dell’esercito, Bazoum aveva avanzato qualche perplessità sul suo operato, alludendo a una sostanziale inefficienza in un’intervista di fine maggio. “Se i terroristi sono più forti e più esperti dell’esercito, come potrebbero resistergli i civili?”, aveva dichiarato. Osservazione che è stata mal digerita dai soldati sul terreno. Così, la scontentezza dei militari rispetto a questi interventi, alla gestione delle risorse, ma soprattutto alla strategia di controterrorismo improntata sul terreno, ha fatto da detonatore.

E allora come si spiega il golpe? La presa del potere da parte dei militari in Niger, come in Mali, Guinea, Burkina Faso prima, è il sintomo di profonde trasformazioni sociali da tempo trascurate. Portata avanti per cause prevalentemente endogene, il colpo di Stato rivela, dopo una lunga agonia, la fine del modello politico neo-coloniale francese. In questa svolta storica, la decolonizzazione sarebbe completata, liberandosi del cappio che la Francia manteneva (sebbene già da diverso tempo si fosse allentato). E non è stata spodestata dalla Cina o dalla Russia, spauracchi che agitatori locali e internazionali scuotono, più che altro, per incutere timore. Il golpe rivela anche la conclusione dell’approccio securitario al Sahel (francese, ma anche USA, UE), i cui limiti sono stati ampiamente sottolineati in letteratura. Dieci anni di guerra nel Sahel hanno in parte contribuito a dare vita a tre regimi autoritari militarizzati (Mali, Burkina Faso e Niger) e anche se ci saremmo potuti aspettare una svolta verso l’autoritarismo, forse non era del tutto prevedibile un rovesciamento a favore di giunte militari, ancora più brutali.

Le motivazioni che sono state addotte dalla giunta e dai sostenitori del golpe sono perlopiù legate al malgoverno e alla degradazione del contesto securitario. Riguardo alla prima, viene quasi da sorridere visto che nel febbraio 2020 un’inchiesta ha rivelato l’appropriazione indebita di fondi da parte del Ministero della Difesa nigerino. Anche se la cifra iniziale da capogiro (76 miliardi di franchi CFA, circa 116 milioni di euro) sottratta alle casse pubbliche è stata ridotta, dopo le indagini, a proporzioni meno irragionevoli (12,1 miliardi, pari a 18,5 milioni di euro), lo scandalo ha scosso l’opinione pubblica perché nessuno degli alti in rango è stato punito. In un paese che in media dedica l’8% del PIL a spese militari non è cosa da poco. Riguardo al contesto securitario, al momento, il golpe pare più un regalo alle insorgenze jihadiste che altro (soprattutto nell’eventualità che elementi si spostino dalla zona delle tre frontiere tra Niger-Burkina Faso e Mali per avvicinarsi alla capitale, lasciando ancora di più vaste praterie – si fa per dire – da conquistare).

Nel frattempo, sembra che Issoufou abbia cercato di ragionare con il generale Abdourahmane Tchiani, incontrandolo in tre riprese, ma senza successo. Il ruolo del predecessore di Bazoum non è stato chiaro per lungo tempo visto che ha tentennato lungamente prima di rilasciare dichiarazioni o prendere posizione, tanto che alcuni hanno pensato che fosse stato lui ad architettare il colpo di mano. Bazoum intanto rimane in ostaggio nel palazzo presidenziale e giovedì 3 agosto ha detto al Washington Post: “Il mio paese è sotto attacco e sono stato preso in ostaggio. [...] Nell’ora del bisogno, chiedo al governo degli Stati Uniti e all'intera comunità internazionale di aiutarci a ripristinare il nostro ordine costituzionale”. Da queste parole si evince che Bazoum abbia voluto ancora una volta tendere la mano verso l’Occidente per avere una scialuppa di salvataggio.  

Durante il primo comunicato del Consiglio Nazionale per la salvaguardia della patria (CNSP), come si è autodefinita la giunta militare, il colonnello maggiore Amadou Abdramane, portavoce del movimento, appare affiancato da quasi tutti i corpi dell’esercito nigerino, inclusi la guardia presidenziale, le forze speciali, l'aeronautica, la gendarmeria, la polizia, la guardia nazionale, il genio militare, e persino i vigili del fuoco. Questo perché con il solo supporto della guardia presidenziale, il golpe non sarebbe mai riuscito. Oltretutto, martedì 1 agosto il generale Tchiani, presidente del CNSP, ha annunciato la lista dei governatori delle 8 regioni del paese. Sono solo militari. Tutti uomini, ovviamente.

E ora cosa accadrà?

Adesso, siamo giunti allo scadere dei sette giorni concessi dalla Cedeao/Ecowas (Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale) ai golpisti per reintegrare Bazoum, minacciando di usare la forza se necessario. Per la verità, non è la prima volta che la Cedeao fa minacce simili (e poi le esegue). Non solo per ragioni strategiche ma anche politiche. Il 9 luglio, quando Bola Tinubu, presidente della Nigeria, è diventato presidente di turno della Cedeao, ha chiarito che la subregione non avrebbe più perdonato i colpi di Stato e che l’organizzazione non sarebbe più stata un ‘bulldog sdentato’.

Nel 2010, la Cedeao allora guidata dall’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan minacciò di schierare 6.500 soldati in Costa d’Avorio se il presidente Laurent Gbagbo – uscito sconfitto alle elezioni – non avesse consegnato il potere ad Alassane Ouattara. Alla minaccia non seguirono i fatti, e Gbagbo fu arrestato un anno più tardi. Nel gennaio 2017 invece la Cedeao schierò le truppe (prevalentemente provenienti da Senegal, Ghana, Nigeria, Mali e Togo) in Gambia su richiesta di Adama Barrow, che aveva prestato giuramento come presidente presso l’ambasciata del Gambia in Senegal, dopo che l’ex presidente Yahaya Jammeh si era rifiutato di cedere il potere nonostante avesse perso le elezioni.

Ora, resta da vedere se la Cedeao a un certo punto darà seguito alla sua minaccia, come ha fatto in Gambia, oppure resteranno sulla carta, come nel caso della Costa d’Avorio. Quello che è certo, è che mentre gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno espresso sostegno per la Cedeao, Tinubu si gioca tanto. Se davvero riuscisse a ripristinare la democrazia in Niger senza grossi spargimenti di sangue, avrebbe la possibilità di ridare lustro al suo paese, a lungo additato come “gigante addormentato”.

Nel frattempo, sembra che il generale nigerino Modi, durante una visita a Bamako, abbia richiesto l’intervento del gruppo Wagner, nel caso in cui la Cedeao (ovvero Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Benin che si sono già detti disposti a partecipare alla missione) schieri le truppe a Niamey, mentre i regimi di Mali e Burkina Faso hanno fatto presente la loro solidarietà al vicino nigerino. 

Le negoziazioni del presidente del Benin, del presidente del Ciad e dell’inviato della Cedeao (il sultano di Sokoto, Muhammadu Sa'adu Abubakar, scelta apparentemente bizzarra del neo-eletto presidente nigeriano Tinubu, per aver preferito ad una figura politica, un leader tradizionale e religioso, nonché la principale autorità musulmana in Nigeria e depositaria del potere spirituale della confraternita sufi della Qadiriyya) finora sono fallite per l’intransigenza della giunta militare.

Al momento l’ultimatum della Cedeao è scaduto senza che il pericolo di uno scontro militare si avverasse. Perdipiù, il 6 agosto migliaia di manifestanti hanno invaso lo stadio Seyni Kountché di Niamey per esprimere il loro sostegno alla giunta militare e protestare contro le sanzioni e le minacce della Cedeao. 

A questo punto, potrebbero ripartire i negoziati per cercare la de-escalation del conflitto, anche se sono falliti a più riprese non è chiaro cosa potrebbe cambiare. Invece, se mai davvero la Cedeao decidesse di intervenire militarmente, supportata da forze del calibro della Nigeria e se l’esercito nigerino risponderà compattamente, si potrebbe verificare un bagno di sangue. Quello che però appare più probabile è che al primo scoppio di cannone, le forze nigerine desistano dal combattere poste di fronte a una supremazia militare fatta di droni, caccia e artiglieria pesante a cui difficilmente potrebbero contrapporsi. Già in passato l’esercito nigerino è stato incolpato di essersi arreso troppo velocemente durante gli attacchi jihadisti a Inates e Chinagodrar. Se il consenso verso la giunta si dovesse sgretolare, a quel punto ci sarebbero due forze contrapposte, quella dei lealisti e dei golpisti. Quel che è sicuro è che difficilmente Bazoum, ormai persa ogni legittimità politica, possa reinsediarsi. In ultima analisi, a beneficiare di più dell’instabilità politica potrebbero essere i gruppi insorgenti jihadisti, rendendo completamente vane le operazioni di controterrorismo occidentali dell’ultimo decennio.

Immagine in anteprima: frame video Al Jazeera via YouTube

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