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Come la Cina sta affrontando il nuovo Coronavirus

10 Marzo 2020 12 min lettura

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Come la Cina sta affrontando il nuovo Coronavirus

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La sera del 9 marzo, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha annunciato l’estensione delle misure (ndr, ulteriore inasprite l'11 marzo con la chiusura di diverse attività commerciali inizialmente consentite) previste per la Lombardia e le altre 14 province focolaio dell’epidemia del nuovo Coronavirus a tutta l’Italia. 

In base al provvedimento, non ci si potrà spostare se non per comprovate necessità, resterà sospesa l'attività di tutti gli istituti scolastici in tutta Italia fino al 3 aprile, verranno sospesi tutti gli eventi sportivi, si cercherà di impedire assembramenti all’aperto e nei locali aperti al pubblico. In tutta Italia, bar e ristoranti chiuderanno alle 18.

«Abbiamo adottato una nuova decisione che si basa su un presupposto: tempo non ce n'è. I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante dei contagi, delle persone ricoverate in terapia intensiva e subintensiva e ahimè anche delle persone decedute. Le nostre abitudini quindi vanno cambiate. Vanno cambiate ora. Ho deciso di adottare subito misure ancora più stringenti, più forti», ha dichiarato Conte durante la conferenza stampa.

L’Italia è stato il primo paese europeo a dover affrontare il dilagare dell’epidemia, è il secondo al mondo per numero di decessi e il terzo per contagi. Ed è il primo Stato al di fuori della Cina ad adottare misure così drastiche di contenimento.

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La scorsa settimana l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha presentato il rapporto finale sui provvedimenti adottati in Cina, curato da un team di esperti internazionali inviati in Cina per valutare la situazione. Lo studio ha analizzato le catene di trasmissione del nuovo Coronavirus, la sua origine, la composizione demografica degli ammalati, i contatti attraverso i quali avviene il contagio. 

L’analisi di oltre 44mila pazienti ha evidenziato che l’80% si ammala con sintomi lievi, il 20% ha bisogno di cure ospedaliere per diverse settimane, il 3,4% muore, per lo più per la concatenazione di patologie preesistenti. Il più delle volte (78-85%) il contagio è avvenuto in famiglia attraverso le goccioline del respiro delle persone infette (tramite la tosse, gli starnuti, il contatto diretto con le mani contaminate non ancora lavate). La diffusione per via aerea, come spiegava il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso di una conferenza stampa il 3 marzo scorso, non è stata ancora rilevata come mezzo di trasmissione dell’infezione.

Ma, soprattutto, il rapporto sottolinea come la Cina sia stata in grado di ridurre drasticamente il numero di contagi. Dalla fine di gennaio, il numero di nuove diagnosi di Coronavirus in Cina è in costante calo. Alla luce dei loro sopralluoghi, gli esperti hanno potuto constatare una diminuzione delle diagnosi (329 il 17 febbraio 2020, 3.000 circa al giorno a gennaio), delle visite ospedaliere nelle regioni colpite, del numero di letti occupati nelle strutture sanitarie, del numero di contagiati da monitorare per gli studi clinici da parte degli scienziati. 

via OMS

Secondo Bruce Aylward, vicedirettore generale dell'OMS ed epidemiologo a capo della delegazione inviata in Cina, è questo il frutto delle decise misure di contenimento adottate dal governo, della velocità con cui si è riusciti a trovare i casi, isolarli, tracciare i loro contatti stretti e tenerli sotto sorveglianza e alla rapidità e dell'efficienza nell'esaminarli da parte del sistema sanitario. 

“L'approccio coraggioso della Cina per contenere la rapida diffusione di questo nuovo patogeno respiratorio ha cambiato il corso di un'epidemia in rapida ascesa e mortale”, scrivono gli esperti dell’OMS. “Di fronte a un virus precedentemente sconosciuto, la Cina ha lanciato forse lo sforzo più ambizioso, agile e aggressivo di contenimento della malattia nella storia: l'uso rigoroso di misure non farmaceutiche per contenere la trasmissione del virus ‘SARS-CoV-2’ in molteplici contesti fornisce lezioni vitali per quella che deve essere la risposta globale. Questa risposta di salute pubblica piuttosto unica e senza precedenti in Cina ha invertito l’andamento dell’epidemia a Hubei e altrove”.

E se è vero che “gran parte della comunità globale non è ancora pronta, nella mentalità e materialmente, ad attuare le misure che sono state impiegate per contenere ‘COVID-19’ in Cina”, proseguono gli esperti dell’OMS, “queste sono le uniche misure che attualmente hanno dimostrato di riuscire a interrompere o ridurre drasticamente le catene di trasmissione della malattia tra gli esseri umani”. 

L’esempio della Cina, conclude il rapporto, dimostra che si può ridurre e, addirittura, fermare la diffusione sorprendentemente veloce di “COVID-19”, attraverso misure non farmaceutiche che integrino l’azione di salute pubblica: “È fondamentale la sorveglianza proattiva per rilevare immediatamente i casi, fare diagnosi rapidamente e procedere all’isolamento immediato dei casi, svolgere un monitoraggio rigoroso e mettere in quarantena i contatti stretti, comunicare e far accettare alla popolazione il livello eccezionalmente elevato delle misure adottate”.

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In due interviste al New York Times e a Vox, Aylward (trent’anni di esperienza nella lotta contro la poliomielite, l’ebola e altre emergenze sanitarie globali) ha spiegato nel dettaglio come la Cina ha affrontato il nuovo Coronavirus alla luce di quello che ha potuto constatare con i propri occhi.

Secondo l’epidemiologo dell’OMS, la Cina è riuscita a ridurre la diffusione del contagio grazie all’organizzazione del sistema sanitario, alle procedure di trattamento delle diverse sintomatologie manifestate dalle persone che hanno permesso con rapidità di diagnosticare eventuali infezioni, di isolare i contagiati e di curare separatamente i casi lievi, gravi e critici, e alle misure di contenimento attraverso anche l’utilizzo della tecnologie e dell’intelligenza artificiale.

In tre settimane, racconta Aylward, abbiamo visto calare le richieste di tamponi per sintomi da “COVID-19” da 46mila al giorno a 13mila. Gli ospedali avevano letti vuoti. Un focolaio in rapida crescita si è ridimensionato più velocemente di quanto ci si aspettasse. E questo è stato possibile perché si è deciso di intervenire in poco tempo, di informare correttamente la popolazione in modo tale che eseguisse le giuste precauzioni per evitare di contagiarsi, e di trasmettere il messaggio che tutto il paese avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche in uno sforzo comune per il bene della collettività. E così è stato.

«Questa è una malattia che si diffonde attraverso i contatti stretti. Non è un nemico nascosto dietro un cespuglio pronto per un agguato. La Cina dimostra che se ti organizzi, ti rimbocchi le maniche e inizi quel lavoro sistematico di ricerca di casi e dei loro contatti, il virus può essere circoscritto e puoi evitare che molte persone si ammalino e i più vulnerabili muoiano», spiega Aylward.

Innanzitutto, è stata decisiva un’informazione pubblica capillare. I cittadini sapevano cosa fare e dove andare. E rispettavano le decisioni. 

«Pensa al virus. Dov'è e come si contiene? Sai che lo puoi rintracciare seguendo i contatti stretti di chi resta infettato. È lì che si dovrebbe concentrare la maggior parte dell'attenzione. La chiave è l'informazione pubblica e avere una popolazione informata, trovare quei casi, isolarli rapidamente. Più velocemente li isolerai, più romperai le catene di trasmissione della malattia». A quel punto si dovrà aver cura di mettere i contatti stretti in quarantena e monitorarli fino a quando non sarà certo che avranno evitato il contagio. 

Dai dati a disposizione dell’OMS – come detto in precedenza – tra il 75 e l’80% dei casi, i contagi sono avvenuti tra familiari. E, in genere, una percentuale tra il 5 e il 15% dei contatti stretti di ciascuna persona sviluppa la malattia. Quindi, la strada seguita è stata quella di isolare ogni infetto dai propri parenti il più rapidamente possibile e cercare di trovare tutti quelli con cui ci sono stati contatti nelle 48 ore precedenti.

Così facendo, non ci si è fermati alla punta dell’iceberg, come si presupponeva all’inizio, ma è stato possibile fare emergere tutta la piramide dell’epidemia, spiega il vicedirettore dell’OMS. Ad esempio, nella provincia del Guangdong, nel momento di culmine dell’epidemia sono stati effettuati test su 320mila persone che si sono presentate negli ospedali con febbre e tosse. Di questi, solo lo 0,47% è risultato positivo. Questo significa che la tracciatura delle catene di trasmissione del contagio stava funzionando ed è stato possibile escludere che gli asintomatici stessero diffondendo la malattia. Grazie al pronto intervento si è potuto individuare che le persone infette manifestavano i primi sintomi dopo 1 o 2 giorni. E in questo modo si è intervenuti immediatamente. 

Alla rapidità di diagnosi di “COVID-19” si è accompagnata, poi, la riorganizzazione sistematica del sistema sanitario che ha permesso di contenere il tasso di letalità della malattia, attestatosi intorno al 3,8% in tutta la Cina, con picchi nella provincia dello Hubei, dove si trova Wuhan, epicentro dell’epidemia iniziale, e percentuali intorno all’1% nel resto del paese. «Se individui subito i casi, li isoli, li metti in cura e sei organizzato nel loro trattamento ospedaliero, riduci la letalità della malattia», commenta Aylward.

È stata creata una rete di ospedali per il controllo delle sintomatologie e la comunicazione delle diagnosi. In alcune aree, c’erano squadre che riuscivano a dare una risposta ai cittadini tra le 4 e le 7 ore e subito dopo si mettevano in moto per identificare i contatti stretti e metterli sotto sorveglianza. 

Il primo passo è stato attivare procedure online per contattare medici curanti e poi ospedali in modo tale che le persone non si presentassero nelle cliniche ambulatoriali e potessero trasmettere il virus. 

I casi sospetti di “COVID-19” venivano inviati in cliniche predisposte per la misurazione della febbre. Qui venivano raccolte le sintomatologie, ricostruita la storia clinica di ciascuno, ripercorse le ultime 48 ore. Quindi, si passava a una TAC toracica in modo tale da poter individuare l’eventuale presenza di anomalie polmonari perché, a un certo punto, si è deciso di testare le persone colpite da polmonite atipica a causa di “COVID-19”.

Dopo l’esito della TAC, in presenza di un caso sospetto, si passava al tampone. Se positivi, scattavano le procedure di trattamento a seconda della gravità. Le persone con sintomi lievi (cioè con febbre, tosse, anche polmonite, ma che non avevano bisogno di ossigeno), venivano inviate in centri di isolamento come palestre o stadi fino a mille posti letto. I malati con sintomi gravi (frequenza respiratoria in aumento e necessità di ossigeno o ventilazione) o critici (insufficienza respiratoria o di più organi) e quelli oltre i 65 anni finivano in ospedale.

Per l’occasione, prosegue Aylward, sono stati costruiti due nuovi ospedali e reimpostata la struttura interna di quelli già esistenti in modo tale da evitare ogni forma di contatto tra gestione ordinaria e straordinaria. I migliori ospedali sono stati destinati solo per il trattamento dei casi gravi e critici di “COVID-19”, gli interventi chirurgici opzionali sono stati rinviati. Altri ospedali sono stati designati solo per le cure di routine, parti, infarti, incidenti. 

Decisive sono state, infine, le misure di contenimento e il ricorso all’intelligenza artificiale.

Tutta la Cina ha partecipato alla crisi sanitaria. A livello nazionale tutti si sono sentiti coinvolti per “aiutare Wuhan” senza risentimento alcuno nei confronti della città da dove è partito tutto. Alcune province hanno inviato 40mila operatori sanitari, molti dei quali volontari.

Il nuovo Coronavirus ha consentito un utilizzo ad hoc di strumenti che i cinesi sono abituati a usare o «subire» ogni giorno per tracciare la rete dei contatti di chi è rimasto infetto, isolare i contagiati e rompere la catena di propagazione del virus, consentire alle persone, chiuse in casa, di poter ordinare cibo online, per poter fare formazione a distanza una volta che le scuole erano state chiuse.

Le compagnie telefoniche cinesi e alcune applicazioni (comeo quelle delle ferrovie statali) – scrive Simone Pieranni su Il Manifesto – “hanno approntato dei sistemi attraverso i quali le persone hanno potuto controllare se nel corso dei propri spostamenti in treno o aereo, erano vicini o a contatto con qualcuno che è finito poi contagiato o peggio ancora ammalato e ricoverato in qualche ospedale”.

Come nel caso di un uomo di Hangzhou, città a sud del paese, considerata uno dei principali focolai, contattato dalla polizia una volta arrivato a casa, dopo aver parcheggiato la sua macchina, e invitato a non uscire, misurare la febbre e nel caso contattare le autorità sanitarie della città. La targa della sua auto era stata fotografata durante i passaggi autostradali. Senza prestare caso al preavviso, l’uomo non ha rispettato l’invito ed è uscito di casa. A quel punto è stato contattato anche dal suo datore di lavoro. «L’uomo era stato avvistato vicino al lago di Hangzhou da una telecamera con riconoscimento facciale e le autorità avevano avvisato anche l’azienda»: non stava rispettando le direttive.

La società di riconoscimento facciale Megvii ha dichiarato “di aver sviluppato un nuovo modo di individuare e identificare le persone con febbre che utilizza i dati del corpo e del viso per identificare le persone”. SenseTime ha affermato di essere in grado di identificare anche le persone che indossano maschere mentre la società di telecamere di sorveglianza Zhejiang Dahua ha sostenuto di “essere in grado di rilevare la febbre con telecamere a infrarossi con una precisione entro 0,3 gradi” in luoghi affollati come i treni, ad esempio. In questo modo, ha detto in un’intervista Zhu Jiansheng dell’Accademia cinese delle scienze, «la tecnologia può aiutare le autorità a trovare su un treno persone che potrebbero essere esposte a un caso confermato o sospetto di coronavirus: otterremo informazioni pertinenti sul passeggero, incluso il numero del treno, e le informazioni sui passeggeri che erano vicini alla persona».

Molti si chiedono se in altri paesi sarà possibile ripetere l’esempio della Cina, soprattutto in riferimento a possibili violazioni del rispetto dei diritti umani. Ma, in generale, non si tratta di decisioni che stravolgono le regole della democrazia, prosegue Aylward nelle due interviste a New York Times e Vox.

Le misure più drastiche, spiega il vicedirettore dell’OMS, sono state necessarie in quei luoghi in cui l’epidemia si è diffusa all’inizio in modo incontrollato per proteggere tutta la Cina. Il paese ora sta cercando di riavviare la sua economia e lo sta facendo gradualmente per evitare nuovi contagi e nuove situazioni come quella di Wuhan. Nel frattempo, sono stati chiusi 11 dei 14 ospedali da campo costruiti per l'emergenza.

Funzionerà altrove?

Secondo diversi epidemiologi occidentali, l’esempio cinese non è applicabile altrove. «Il rapporto degli esperti dell’OMS pone domande difficili per tutti i paesi che attualmente stanno valutando come contrastare “COVID-19”», commenta Steven Riley, epidemiologo dell'Imperial College di Londra su Sciencemag. «La missione dell’OMS è stata altamente istruttiva e ha fornito una visione unica degli sforzi della Cina per arginare la diffusione del virus nella Cina continentale e nel mondo», aggiunge Lawrence Gostin, studioso di diritto sanitario alla Georgetown University. Ma, «penso che ci siano ottime ragioni per cui i paesi esitano a usare questo tipo di misure estreme: il suo uso del controllo sociale e della sorveglianza intrusiva non sono un buon modello per altri paesi». 

Altri hanno espresso perplessità sull’efficacia a lungo termine delle misure adottate. «Non c'è dubbio che abbiano soppresso l'epidemia», ha affermato Mike Osterholm, capo del Center for Infectious Disease Research and Policy dell'Università del Minnesota, Twin Cities. «È come reprimere un incendio boschivo, senza però spegnerlo. Tornerà a infiammarsi in breve tempo, ma questo ci darà l'opportunità di vedere come la Cina gestirà una possibile riemersione di “COVID-19”».

Di diverso avviso la redazione della rivista scientifica The Lancet che, in un editoriale, ha commentato che al di fuori della Cina “si è fatto troppo poco e si è intervenuti troppo tardi per contenere l’epidemia”.

L’esempio cinese, spiega la rivista scientifica, presenta importanti lezioni che i presidenti e i primi ministri occidentali possono imparare in modo tale che siano più veloci e aggressivi nel contenere la diffusione del virus.

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Le misure di sanità pubblica, come la sorveglianza, il tracciamento completo dei contatti, il distanziamento sociale, le restrizioni sulla possibilità di potersi muovere all’interno del paese, l'informazione capillare nei confronti della cittadinanza su come comportarsi (come, ad esempio, il lavarsi le mani), la garanzia di vaccinazioni antinfluenzali per le persone fragili e immunocompromesse e il rinvio di operazioni e servizi non essenziali, sono tutte strategie che contribuiscono a ritardare la diffusione dell'infezione e ad abbassare la pressione sugli ospedali. 

“I singoli governi – prosegue l’editoriale – dovranno decidere dove tracciare la linea sull’attuazione di tali misure. Dovranno valutare i rischi etici, sociali ed economici rispetto ai comprovati benefici per la salute”. I colossali sforzi di salute pubblica del governo cinese hanno salvato migliaia di vite. Gli altri paesi, che ora affrontano gli stessi problemi, dovranno assumere rischi motivati ​​e agire in modo più deciso, lasciando da parte i loro timori per gli effetti negativi (anche economici) a breve termine che potrebbero derivare dalla limitazione delle libertà pubbliche come parte di misure di controllo delle infezioni più assertive.

Immagine in anteprima via Wall Street Journal

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