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Brasile, la vittoria mutilata di Lula in un paese lacerato

31 Ottobre 2022 15 min lettura

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Brasile, la vittoria mutilata di Lula in un paese lacerato

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di Alessandro Peregalli

Nell’elezione più combattuta della storia del Brasile, il candidato del Partito dei Lavoratori (PT) Luiz Inácio Lula da Silva, già presidente del paese tra il 2003 e il 2010, si è imposto per pochissimo contro il governante in carica Jair Bolsonaro. La differenza di voti è stata la più bassa di sempre, 50,9% contro 49,1%, con poco più di due milioni di voti di scarto. Nel primo turno del 2 ottobre, il vantaggio di Lula su Bolsonaro era stato maggiore, con oltre cinque punti percentuali di differenza e sei milioni di voti in più. Nella giornata di domenica ci sono stati anche i ballottaggi per i governi di 12 stati della federazione, il più importante dei quali è quello di San Paolo, il più ricco e popoloso del Brasile, dove il candidato bolsonarista Tarcísio Gomes de Freitas si è imposto con un 55,27% sul candidato del PT Fernando Haddad. Il centro-sinistra porta a casa il governo dello Stato di Bahia, Espírito Santo e Paraíba, la destra bolsonarista si afferma, oltre che a San Paolo, anche nel piccolo stato di Santa Catarina, mentre i governi di Alagoas, Amazonas, Mato Grosso do Sul, Pernambuco, Rio Grande do Sul, Rondônia e Sergipe vanno a esponenti del centro e centro-destra non bolsonarista.

Mai fino ad ora il presidente candidato alla rielezione era stato sconfitto nelle urne. Questo a riprova del potere immenso che hanno i governi in carica di utilizzare la macchina statale e l’elargizione di benefici sociali in periodo elettorale, strumenti ai quali Bolsonaro ha attinto senza limiti nel corso degli ultimi mesi, prolungando fino a fine anno lo Stato di calamità decretato per il Covid per poter garantire qualche mese in più di Auxílio Emergencial (che era già stato interrotto) e ritardando artificialmente l’aumento del prezzo sulla benzina fino a dopo il voto. L’uso della macchina statale a fini elettorali da parte di Bolsonaro è stato senza limiti e ha raggiunto il suo apice nella giornata di ieri, quando la polizia stradale federale (PRF) ha effettuato centinaia di blitz in varie zone del paese e soprattutto nel nordest, regione povera in cui la sinistra gode di un vantaggio ampio su Bolsonaro, per impedire agli elettori di Lula di raggiungere le sezioni di voto. Le intimidazioni della polizia nel giorno del voto si sono unite a quelle di molti padroncini e datori di lavoro, che hanno minacciato i propri dipendenti di licenziamento nel caso di vittoria di Lula o hanno promesso giornate di ferie se avesse vinto Bolsonaro. Questi episodi possono spiegare in parte la riduzione del vantaggio di Lula, che i sondaggi della vigilia davano vincente con oltre il 52% dei voti.

Bolsonaro non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche al termine dell’elezione, ma ha riconosciuto la sconfitta in una conversazione con il presidente del Tribunale Supremo Elettorale (TSE), Alexandre de Moraes, fatto che fa sperare che possano non esserci i tentativi di golpe temuti alla vigilia, sull’esempio di quanto compiuto dal suo alleato Donald Trump in seguito alle elezioni americane del 2020. Tuttavia, in alcune zone del Brasile i camionisti hanno iniziato dei blocchi stradali non riconoscendo la sconfitta di Bolsonaro.

L’elezione di domenica è stata la più importante della storia recente del Brasile, almeno dalla ridemocratizzazione sancita con la Costituzione del 1988. L’“elezione della fine del mondo”, come l’ha definita il filosofo Paulo Arantes, descrivendola come un’alternativa tra uno scenario di fortissima accelerazione delle tendenze distruttrici della società brasiliana, che implicherebbero tra l’altro la distruzione definitiva del più grande bacino di biodiversità e di ossigeno del pianeta, la Foresta Amazzonica, e la scommessa, disperata e potenzialmente fallace, che la democrazia potesse superare la sua stessa degradazione.

La vittoria di Lula dà un respiro di sollievo al sistema democratico brasiliano, che non sappiamo se sarebbe sopravvissuto a un secondo mandato del “capitano”. Se tuttavia da un punto di vista elettorale i vincitori sono Lula e il PT, è anche chiaro che il bolsonarismo esce vittorioso su un piano politico più generale. 

Prima di tutto, perché nonostante i 700.000 morti per la pandemia, la conclamata devastazione ambientale, il prepotente ritorno del Brasile nella mappa della fame, l’inflazione galoppante e i salari decrescenti, e nonostante un indice di ripudio sempre superiore, negli ultimi mesi, al 50% della popolazione e una differenza consistente nei sondaggi di oltre 10 punti sotto il suo avversario, Bolsonaro è riuscito, contro ogni pronostico, ad arrivare in maniera competitiva al voto, raccogliendo il 43.2% dei voti il 2 ottobre e il 49.1% ieri. 

In secondo luogo, perché il bolsonarismo si è affermato nelle elezioni locali del primo turno, ottenendo l’elezione di otto governatori statali, contro quattro sostenuti da Lula. A essi si è aggiunto, nel voto di domenica, anche Tarcísio de Freitas a San Paolo, facendo sì che tutti e tre gli Stati più ricchi e importanti del Brasile, San Paolo, Minas Gerais e Rio de Janeiro, siano governati da alleati di Bolsonaro. La coalizione bolsonarista ha anche eletto, nel primo turno del 2 ottobre, 194 deputati su 513 alla Camera, che se sommati ai deputati di altri partiti di destra compongono una maggioranza di 273 parlamentari, oltre ad aver aumentato enormemente il suo peso anche al Senato. Lo stesso partito di Bolsonaro, il Partito Liberale (PL), è la prima forza in entrambe le camere. L’onda bolsonarista in Parlamento ha accelerato una tendenza già in corso nell’ultimo decennio, cioè il rafforzamento delle bancate delle tre “b”: boi (bue), che simbolizza gli interessi dell’agri-business; bala (pallottola), delle forze dell’ordine; e bíblia, delle chiese evangeliche. Ma una rapida analisi del profilo di questi eletti dimostra come sia in corso anche un cambiamento qualitativo al loro interno: la maggior parte di questi parlamentari non sono più semplici poliziotti in difesa di interessi corporativi o rappresentanti pragmatici delle diverse chiese neo-pentecostali ma digital influencers allineati al bolsonarismo radicale e alle milizie paramilitari o pastori protestanti con un discorso messianico che descrive Bolsonaro come eletto da Dio e Lula come l’Anticristo. 

Il bolsonarismo ha dimostrato di godere di un consenso ampio, strisciante e radicato nella società brasiliana di oggi, ma anche militante e organizzato, qualcosa che non si era mai visto in una forza di destra in Brasile, nemmeno ai tempi della dittatura militare. Un blocco sociale che unisce la borghesia latifondista e la classe media conservatrice con ampi settori di sottoproletariato tanto urbano come rurale adepto alle nuove chiese evangeliche e all’etica neoliberista della Teologia della Prosperità. Un blocco che si organizza in una miriade di spazi fisici e virtuali e che ha dimostrato capacità di attivazione durante tutto il mandato di Bolsonaro, dalle passarelle in macchina o in moto per contrastare le politiche di chiusura decretate dagli enti locali durante la pandemia al tentativo di assalto del Tribunale Supremo Federale (TSF) il 7 settembre 2021 a Brasilia. Nonostante la vittoria di Lula, queste elezioni hanno evidenziato che esiste già, in Brasile, un bolsonarismo oltre Bolsonaro, un movimento politico che si pone come obiettivo una profonda trasformazione della società brasiliana, seppur in un senso che potremmo definire “necropolitico”, che non verrà fermato da una sconfitta elettorale e che promette di rendere i prossimi quattro anni estremamente tumultuosi.

D’altra parte, alcune avvisaglie del caos generalizzato che potrebbero imporre le orde bolsonariste ci sono state già nel corso di questa campagna elettorale, che si è rivelata la più sporca, sleale e violenta che si ricordi, con numerosi casi di omicidio tra cittadini di fazioni opposte, la maggior parte ai danni di elettori di sinistra. Il culmine della tensione è stato raggiunto nelle ultime settimane. Il 17 ottobre, nella favela di Paraisópolis a San Paolo, durante una sparatoria nei pressi della sede di una ONG in cui era presente Tarcísio de Freitas, è morto un giovane di 28 anni. La campagna di Tarcísio ha subito denunciato l’accaduto come tentativo di attentato nei confronti del candidato da parte della criminalità organizzata, ma quattro testimoni hanno rivelato che a commettere l’assassinio sarebbe stata proprio una guardia di sicurezza di Tarcísio, mentre un altro uomo della scorta ha intimato a un giornalista del portale Jovem Pan di cancellare un video da questi realizzato sull’accaduto. La domenica successiva, il 23 ottobre, a una settimana esatta dal secondo turno, il bolsonarista radicale Roberto Jefferson, già agli arresti domiciliari in un’inchiesta sulle cosiddette “milizie digitali” (organizzazioni criminali che secondo l’accusa si sarebbero formate per attentare contro le istituzioni democratiche e che sarebbero state finanziate da denaro pubblico), ha risposto a un mandato d’arresto del TSF per violazione delle misure cautelari con una mitragliata di 60 tiri ad alta precisione e tre granate contro la polizia federale (PF), ferendo due poliziotte. È possibile che l’obiettivo, suicida, fosse quello di spingere la PF a reagire e regalare un martire a Bolsonaro per poter tentare il sorpasso finale su Lula, una specie di riedizione della pugnalata che lo stesso Bolsonaro subì nel 2018 e che lo spinse poi alla fino alla presidenza. L’ultimo, impressionante episodio, è avvenuto il 29 ottobre alla vigilia delle elezioni: la deputata Carla Zambelli, persona vicinissima a Bolsonaro, si trovava con la sua scorta nel quartiere agiato di Jardins, a San Paolo, quando è stata presa a insulti e sfottò da un giovane elettore nero di Lula. Per tutta risposta, la deputata ha estratto una pistola e ha inseguito il giovane fin dentro un bar, intimandogli di inginocchiarsi per terra mentre un uomo della scorta sparava un colpo in aria.

Questi episodi dimostrano il grado di spregiudicatezza della campagna di Bolsonaro, e lo stesso vale per la quantità impressionante di fake news disseminate dai profili social bolsonaristi. In esse, Lula è accusato di voler liberalizzare le droghe, chiudere le chiese e limitare la libertà religiosa, imporre bagni unisex nei luoghi pubblici, criminalizzare oppositori politici e censurare i media e i social networks dei brasiliani; oltre ad essere stato associato al gruppo narcotrafficante Primo Comando della Capitale (PCC). La disseminazione di notizie false, oltre all’organizzazione capillare della militanza sui social, era stata tra le chiavi della vittoria del 2018. Stavolta, tuttavia, qualcosa di nuovo e in qualche modo speculare, è emerso nel campo progressista. Divenuto celebre per una campagna virtuale a favore dell’erogazione del sussidio emergenziale durante la crisi pandemica, il deputato federale André Janones ha preso il comando della campagna social di Lula durante il secondo turno e ha adottato una classica politica “occhio per occhio dente per dente” per contrastare la macchina del fango bolsonarista. Rispolverando alcune immagini di una vecchia visita di Bolsonaro in una loggia massonica, Janones ha associato il presidente al satanismo, in linea con le idee più complottiste delle religioni evangeliche. Ha poi accusato Bolsonaro di cannibalismo per aver detto, in un vecchio video, di essere disposto a mangiare carne indigena, e di pedofilia, per una frase ambigua pronunciata dal presidente raccontando un incontro con giovani adolescenti venezuelane. L’attivismo di Janones, che si è rivelato utilissimo a creare caos nel campo avversario e a spezzare l’egemonia mediatica bolsonarista, ha però anche interrogato tanti, a sinistra, sulla legittimità dell’uso spregiudicato di fatti non veri o decontestualizzati e sulla possibile normalizzazione di una modalità di comunicazione di questo tipo. D’altra parte, come dice la vecchia massima, “in guerra la prima vittima è la verità”.

In un contesto come questo, la vittoria di Lula apre ora scenari imprevedibili. In termini concreti e immediati, la prima sfida sarà capire come e se si arriverà alla sua investitura il prossimo 1 gennaio al palazzo di Planalto, a Brasilia. In numerose occasioni negli ultimi mesi Bolsonaro ha avvertito che non avrebbe accettato un’eventuale sconfitta elettorale. Il suo argomento di bandiera, a tal rispetto, è stato tradizionalmente la sua avversione all’attuale sistema di voto elettronico, che lui considera manipolabile anche se non ha mai apportato prove al riguardo. Negli ultimi giorni, il presidente ha addirittura proposto di rimandare il secondo turno dell’elezione perché, a dire della sua equipe di campagna, alcune radio del Nordest non avrebbero pubblicato alcune sue pubblicità elettorali nei tempi previsti, altro tema su cui non ha però addotto nessun tipo di prova.

In generale, questi episodi si inseriscono in un contesto in cui Bolsonaro ha provato a più riprese durante tutto il suo mandato a sfidare la divisione dei poteri, con numerosi bracci di ferro con i governatori e la Camera dei Deputati in relazione alla gestione della pandemia, e soprattutto con un conflitto di lungo corso con i giudici dell’STF, nato in seguito all’inizio delle indagini condotte dalla Corte suprema riguardanti le cosiddette milizie digitali e una dozzina di deputati bolsonaristi accusati di aver messo in piedi un sistema di diffusione di Fake News durante le elezioni del 2018.

Visto il contesto, non è irreale immaginare che Bolsonaro possa provare una strategia in qualche modo simile a quella tentata da Trump con il famoso assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. D’altra parte, in Brasile da tempo c’è scarsa fiducia per le istituzioni, fin da quando nel 2014 il candidato di centro-destra Aecio Neves aveva accusato, senza fondamento, di brogli elettorali Dilma Rousseff, che un anno e mezzo dopo era stata allontanata dal potere con un impeachment che molti hanno definito vero e proprio golpe parlamentare. Come Trump nel 2021, Bolsonaro gode di un ampio consenso, militante e anche armato, soprattutto in seguito all’ampia liberalizzazione della vendita di armi occorsa durante il suo mandato; e forse ancor più di Trump, di una base enorme nelle forze dell’ordine e nei bassi livelli dell’esercito. Tuttavia, nonostante i vertici delle Forze Armate siano allineati politicamente al bolsonarismo e abbiano assunto rilevanti ruoli di potere nell’ultimo governo, sembra difficile che possano essere disposti ad accollarsi una forzatura istituzionale di questo tipo, soprattutto se, come Biden ha a più riprese chiarito, l’operazione riceverebbe una dura condanna da parte degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, mancherebbero solide alleanze nella regione per un’azione come questa, dal momento che oggi la grande maggioranza dei paesi latinoamericani sono governati da governi progressisti o di sinistra. Se quindi un rispetto del risultato elettorale è lo scenario ad oggi più prevedibile, non è dato sapere quali momenti di violenza e di crisi dovrà vivere il Brasile nei prossimi mesi, tanto prima quanto dopo l’investitura. Ma più in generale sono immense le incognite e i rischi che si profilano dinnanzi a questo terzo governo di Lula da Silva. 

Ex sindacalista metalmeccanico della regione metropolitana di San Paolo, Lula è diventato celebre nel 1979 in occasione di un’ondata di scioperi che hanno messo in crisi la dittatura militare che governava all’epoca. In seguito, durante il processo di ridemocratizzazione degli anni ‘80, Lula ha fondato il Partito dei Lavoratori, con il quale è arrivato secondo alle elezioni presidenziali del 1989, 1994 e 1998. Nel 2002, finalmente, dopo aver moderato in maniera sostanziale il proprio programma politico e costruito un’alleanza con importanti settori della classe padronale, è arrivato al governo, venendo poi rieletto nel 2006. Gli otto anni di governo Lula sono stati all’insegna di un grande accordo tra capitale e lavoro. Favorito da un boom dei prezzi delle materie prime, che ha garantito al Brasile una bilancia commerciale estremamente positiva, Lula ha da un lato favorito alcune imprese private in settori strategici, dall’industria delle costruzioni a quella mineraria e agro-alimentare; dall’altro, seppur senza mettere in piedi vere e proprie riforme strutturali di redistribuzione della ricchezza, ha permesso il miglioramento delle condizioni delle classi popolari, attraverso un aumento costante del salario minimo e una serie di programmi sociali volti a contrastare la povertà e stimolare il consumo dei settori meno abbienti. Questo modello win-win è poi entrato in crisi durante i governi di Dilma Rousseff, quando la caduta dei prezzi delle materie prime e l’abbattimento dei margini di lucro delle imprese hanno riportato sulla scena il conflitto sociale e le pulsioni autoritarie dell’oligarchia brasiliana.

Oggi Lula torna al governo del Brasile in uno scenario meno favorevole rispetto a quello degli anni Duemila. Il contesto internazionale è infatti dominato da fortissime dispute geopolitiche e da una crisi economica globale che potrebbe avere nuovi picchi nei prossimi anni, mentre a livello interno la società brasiliana è oggi estremamente più violenta e politicamente divisa che 20 anni fa. Oltretutto, il Brasile vive ormai da decenni un forte processo di deindustrializzazione del proprio tessuto produttivo, occorso anche durante i governi del PT ma acceleratosi moltissimo durante il governo Bolsonaro. La perdita di 1,4 milioni di posti di lavoro e la chiusura di 28.700 industrie in sei anni ha prodotto un aumento del precariato urbano, un abbassamento dei salari e un dirottamento degli investimenti prodotti verso le monocolture di soia e cereali, un settore la cui espansione sta minacciando pericolosamente l’Amazzonia. D’altra parte, non è un segreto che l’ampio e deciso sostegno dei latifondisti brasiliani a Bolsonaro deriva anche dalla sua politica di distruzione degli organi di tutela ambientale e di difesa dei popoli indigeni. Questo settore impiega una forza lavoro scarsa e ha un’enorme fame di terra, e sembra avere poco interesse nell’antico modello di concertazione del PT.

Per vincere le elezioni, Lula ha costruito un’alleanza politico-elettorale enorme, che va dal Partito Socialismo e Libertà (PSOL) a sinistra, che in passato si era mantenuto all’opposizione dei governi del PT, fino a includere una quantità di figure politiche che erano state tradizionali avversari della sinistra, dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso all’ex leader del partito di centro-destra PSDB (Partito Social Democratico Brasiliano) Geraldo Alkmin, che nel 2006 era stato avversario diretto di Lula alle presidenziali e che oggi è il suo vice-presidente. All’indomani del secondo turno, anche la terza classificata Simone Tebet, del partito di centro-destra Movimento Democratico Brasiliano (MDB) ha dichiarato appoggio a Lula e lo ha accompagnato in numerosi eventi elettorali. Una coalizione di questo tipo ha avuto l’effetto di far apparire Lula come candidato dell’establishment di fronte a un Bolsonaro “anti-sistema”. E in effetti, non è un mistero che la maggior parte dei media tradizionali, la magistratura e alcuni settori imprenditoriali abbiano in qualche modo appoggiato l’ex sindacalista, dopo aver contribuito a far cadere il governo di Rousseff nel 2016 e aver appoggiato l’ex capitano nel 2018. A essi si aggiungono le pressioni internazionali degli USA, dei principali paesi UE, dei vicini latinoamericani e anche della Cina che per motivi diversi hanno mostrato una maggiore simpatia per la candidatura di Lula. Ma l’alleanza enorme costruita intorno alla sua figura ha anche avuto l’effetto collaterale di rendere impossibile qualunque proposta seria e dettagliata a livello programmatico, limitandosi a promettere un Brasile “nuovamente felice”, in cui i poveri potranno di nuovo mangiare carne di qualità nelle grigliate domenicali. 

Nei prossimi anni, PT si troverà a dover fare i conti con governi statali in maggioranza di segno politico avverso e in un parlamento a trazione conservatrice, dove i partiti di sinistra e centro-sinistra avranno solo 138 deputati. È vero che il PT ha governato il Brasile per 14 anni senza aver mai goduto di una maggioranza propria al Congresso, e che lo stesso Lula nei suoi otto anni di governo ha dato prova di grandi capacità di articolazione e negoziato parlamentare. Ma è vero anche che oggi il bolsonarismo ha portato nelle istituzioni una pattuglia di eletti agguerrita, violenta e ideologicamente coesa come non era mai avvenuto nella destra brasiliana. 

In questo contesto, è facile prevedere anni difficili, con un governo potenzialmente immobile e costantemente minacciato da una destra violenta e fascista. I movimenti popolari si troveranno probabilmente a doversi mobilitare per permettere al presidente di governare, con il rischio di diventare ancor più subalterni al PT di quanto non lo siano ora. Se invece opteranno per qualche forma di opposizione sociale, magari di fronte a scelte governative di austerità fiscale o di devastazione ambientale, saranno facilmente accusabili di servire gli interessi della destra golpista, come già avvenuto in occasione della rivolta del 2013.

Sul fronte internazionale, tuttavia, la vittoria di Lula potrebbe completare quella che molti definiscono come “seconda onda progressista”, il che garantirebbe senz’altro un certo sollievo e capacità di azione in ambito internazionale al nuovo governo. Il termine rimanda al periodo in cui, all’inizio di questo secolo, erano arrivati al governo Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Néstor e Cristina Kirchner in Argentina e lo stesso Lula in Brasile. Dopo un periodo di egemonia conservatrice e di destra tra 2015 e 2020, in effetti, stiamo assistendo nella regione a una nuova onda progressista, geograficamente più estesa della precedente giacché arriva a toccare anche paesi come Messico, Colombia, Perù e Cile. Tuttavia, sebbene anche l’anteriore ciclo progressista non fosse privo di enormi contraddizioni, soprattutto per via dell’adozione di un modello economico neo-estrattivista con enormi conseguenze ambientali, i governi progressisti di oggi sono estremamente fragili, moderati nell’azione sociale e con enormi indici di rifiuto e disapprovazione popolare, come nel caso di Gabriel Boric in Cile, Pedro Castillo in Perù e Alberto Fernández in Argentina. Nel contesto caotico della nuova crisi globale, sembra che questi governi non riescano a formulare un vero progetto di superamento delle numerose crisi che attraversano le loro società, dalla riprimarizzazione della matrice produttiva all’aumento della disuguaglianza e della criminalità fino alla crescita di nuove figure di destra reazionaria con capacità di attrazione popolare, come nel caso di José Antonio Kast, Keiko Fujimori o Javier Milei.

Ieri si è consumata un’elezione di importanza cruciale. Il Brasile è una nazione divisa in due, con famiglie intere distrutte dall’odio intestino, amicizie andate in fumo, legami sfaldati. Per pochi voti, quello che è forse il leader popolare più importante della storia del paese si è affermato sul rappresentante della destra più oscurantista e violenta che si ricordi. Ma è una vittoria insufficiente, monca, senza un vero progetto di trasformazione, più conservatrice che progressista, una vittoria che permette al limite di rallentare un movimento di degradazione sociale che sembra in questo momento irreversibile.

Immagine in anteprima: frame video Washington Post

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