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Bosnia-Erzegovina, gli studenti contro le scuole separate su base etnica: “Solo nell’incontro vinciamo i pregiudizi”

26 Dicembre 2018 6 min lettura

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Bosnia-Erzegovina, gli studenti contro le scuole separate su base etnica: “Solo nell’incontro vinciamo i pregiudizi”

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Jajce è una cittadina della Bosnia-Erzegovina, fondata nel XIV secolo intorno a una fortezza costruita su una collina, che è stata al centro del conflitto bosniaco per la sua intera durata dal 1992 al 1995. Occupata prima dai serbi e poi dai croati, Jajce è il luogo dove le autorità locali hanno pianificato il consolidamento delle divisioni etniche prodotte da una guerra combattuta ormai più di 20 anni fa creando sistemi educativi differenti. Ma gli studenti si oppongono fortemente a questa separazione.

«Sappiamo che le divisioni non sono buone per nessuno e che tutti avremmo qualcosa da perdere», ha raccontato al Guardian Nikolas Rimac, studente di 17 anni. «Il modo in cui Trump divide l'America è molto, molto simile a quello della Bosnia-Erzegovina» ha proseguito.

Da anni le scuole in Bosnia (almeno 50) adottano programmi di istruzione diversificati in base all'etnia (serbi ortodossi, croati cattolici, bosniaci musulmani). Nelle città bosniache è molto diffusa l'adozione di un sistema che prevede "due scuole sotto un unico tetto" con, ad esempio, i bosgnacchi (i bosniaci musulmani) che frequentano il turno del mattino e i croati quello del pomeriggio.

Un'intera generazione sta crescendo imparando storia, letteratura, arte, musica, matematica e scienze da libri di testo pensati e progettati - per legge - a seconda dei vari gruppi etnici.

Quando, qualche tempo fa, si è scoperto che ci si stava preparando a compiere un passo ulteriore con la creazione di scuole divise (non più unite da uno stesso tetto), molti hanno pensato che si trattasse di una mossa politica per conquistare, nelle elezioni regionali e politiche dello scorso 7 ottobre che hanno visto la vittoria della destra nazionalista, i voti dei nazionalisti.

Gli studenti della scuola di Jajce, come quelli di altre città, hanno così iniziato una serie di proteste che hanno incluso cortei con le bandiere di Bosnia, Croazia e Serbia, e una manifestazione organizzata all'esterno del Ministero regionale dell'Educazione. Già in passato gli stessi studenti si erano resi promotori di iniziative di protesta che gli hanno valso quest'anno il Max van der Stoel Award - istituito dall'OSCE - per il loro eccezionale coraggio e l'attivismo quale fonte d'ispirazione.

Gli studenti di Jajce ritirano il Max van der Stoel Award ph OSCE/Arnaud Roelofsz

Tra gli studenti di Jajce c'è Ivica Jukanović che ha detto al Guardian: «Credevo che fosse necessario mantenere uno spazio comune. A scuola siamo diventati tutti una famiglia. Voglio crescere i miei figli in una città normale e multietnica».

A sostenere le iniziative del movimento di cui fanno parte anche studenti e insegnanti, c'è il Nansen Dialogue Centre (NDC) Sarajevo, una ONG apolitica impegnata a rafforzare la cooperazione e la comunicazione interetnica. NDC interviene anche in altre città particolarmente colpite dalla guerra, tra cui Srebrenica.

La metodologia adoperata dalla organizzazione si fonda su un rapporto di fiducia gradualmente instaurato con la popolazione locale attraverso mesi di lavoro, soprattutto con quei cittadini più intransigenti e intolleranti.

La Bosnia resta ancora una società in cui la retorica etno-nazionalista continua a raccogliere notevoli consensi e i ricordi della guerra permeano la politica e il discorso pubblico.

Quando, nel 2008, NDC è arrivato a Jajce per la prima volta ci siamo detti: «Cosa diamine è la mediazione?» ha raccontato Mirko Ljubez, insegnante di lingua inglese. «Le cose andavano piuttosto male. La maggior parte dei genitori era stata coinvolta nella guerra e questo ha influenzato le convinzioni politiche dei figli. Ma incontrare le persone vince i pregiudizi».

Anche a Prijedor, città del nord della Bosnia-Erzegovina, teatro durante la guerra di alcune delle più brutali pulizie etniche con l'uccisione di migliaia di bosniaci e croati, è presente una sezione del Nansen Dialogue Centre. Nonostante molti bosniaci siano tornati in città e nella regione circostante, le ferite della guerra sono ancora visibili.

Grazie al NDC bambini serbi, bosniaci e croati partecipano insieme a giochi di gruppo in quella che è una rara opportunità per molti di loro di conoscersi, offrendo agli adulti la possibilità di comprendere quanto i piccoli abbiano in comune, rispettando al contempo le loro differenze.

«Nessun altro organizza iniziative così, riunendoli» ha spiegato Faris Hasanbegović, sindaco di Sanski Most, un comune a 30 km da Prijedor. «Prima non era mai successo. I bambini di Sanski Most non erano mai stati a Prijedor. Sebbene non fossero gli uni contro gli altri, semplicemente si ignoravano».

NDC Prijedor ha avuto la capacità di riunire personaggi di spicco della comunità tra cui insegnanti e politici, alcuni dei quali noti come nazionalisti intransigenti. Piuttosto che tenere conferenze sull'argomento, NDC si è concentrata sul permettere loro di condividere opinioni ed esperienze apertamente.

Azra Alic-Pasic, un medico bosniaco di Prijedor, è stata costretta a cedere la sua proprietà ai serbi prima di fuggire con un convoglio di profughi che subì un attacco in cui vennero uccisi il padre e il patrigno. Prima di tornare a Prijedor, ha lavorato in un campo profughi in Croazia.

Azra Alic-Pasic all'incontro organizzato da NDC Prijedor ph Jasmin Brutus

«Nel 2000 Priejdor era un buco nero sulla mappa d'Europa per quello che era accaduto», ha raccontato al Guardian. «Pensavo che, dopo la guerra, non avrei mai più rivolto una parola a un serbo, che non sarei stata in grado di parlare con qualcuno che non fosse un bosgnacco. Ma NDC ha aperto uno spazio dove discutere con le nostre controparti di altre etnie. Abbiamo visto che potevamo vivere insieme, abbiamo riunito le persone per diventare amici, per costruire ponti. Ci siamo resi conto che questo è il modo migliore, l'unico modo».

A Travnik, come a Jajce, la scuola è separata da una fragile recinzione metallica e dall'eredità della guerra.

Ogni giorno, gli studenti vanno nello stesso edificio, per studiare separatamente, usando diversi libri di testo, mentre imparano lingue differenti. I croati, per la maggior parte cattolici che arrivano dalla periferia, hanno accesso all'ala destra dell'istituto che appartiene interamente alla chiesa che gestisce la scuola e il seminario. I bosgnacchi, che vivono in città, studiano in quella a sinistra, gestita dallo stato che controllava l'edificio durante il periodo comunista nell'ex Jugoslavia.

La chiesa vorrebbe sfrattare la scuola statale ma non può intervenire a causa degli accordi di Dayton siglati nella base militare americana di Wright-Patterson e che posero fine alla guerra.

«Non vogliono che socializziamo a scuola» ha dichiarato al New York Times Iman Maslic, 18 anni, studente musulmano. «Così andiamo al bar dopo le lezioni e ci riuniamo».

A Travnik, le lezioni sono scaglionate per impedire agli studenti di incontrarsi durante le pause. La palestra coperta è utilizzata solo dagli studenti croati, mentre tutti quelli della scuola statale frequentano corsi di ginnastica nel parco adiacente, indipendentemente dalle stagioni.

Gli studenti si dicono ormai stanchi delle conseguenze di una guerra che non hanno né combattuto né vissuto. Vogliono andare avanti, guardare oltre, "rimuovere le recinzioni di metallo e gli ostacoli eretti nelle nostre stesse teste", ha detto Arsam Gasi, di etnia albanese, che frequenta la scuola statale. Gasi gioca a calcio con i croati e celebra il Ramadan con i musulmani e il Natale due volte, sia con i cristiani ortodossi che con i cattolici.

Durante la recente campagna elettorale Lana Prlic, 25 anni, membro del Partito socialdemocratico della Bosnia, ha commentato sul suo account Twitter «Non vogliamo mandare i nostri figli in due scuole sotto un unico tetto. Ecco perché stiamo combattendo per un paese unico per tutti». Nata durante la guerra da padre croato e madre bosniaca, Prlic si è diplomata al liceo (anch'esso diviso) nella città di Mostar.

Proprio a Mostar sono nate le prime scuole separate, quando i combattimenti sono cessati nel 1995.

Oggi la scuola superiore più in voga a Mostar, lo United World College, comincia a compiere piccoli passi verso la condivisione. Gli studenti provenienti da entrambe le parti della città frequentano le lezioni nei primi due piani, condividendo alcune aule e i laboratori di chimica e biologia, sebbene non frequentino mai le lezioni con membri dell'altro gruppo etnico.

Un segnale timido ma di speranza.

Anteprima immagine Laura Boushnak per New York Times

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