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Femminismo nero, classe lavoratrice e pensiero critico: l’imponente eredità di bell hooks

18 Dicembre 2021 8 min lettura

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Femminismo nero, classe lavoratrice e pensiero critico: l’imponente eredità di bell hooks

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di Giusi Palomba

Nel 1979 una giovane professoressa della University of Southern California pubblica una piccola raccolta di poesie intitolata And there we wept. In copertina si legge la firma: bell hooks, tutto minuscolo. L’autrice compare per la prima volta sotto lo pseudonimo preso dal nome della bisnonna, Bell Blair Hooks, di cui aveva sempre ammirato i modi e la lingua, vivaci e amorevoli, ma secchi e assertivi. Sceglie il minuscolo per affermare che le parole, i contenuti, devono avere più importanza di chi scrive.

bell hooks, tra accademia e mondo culturale, inizia a sperimentare il profondo isolamento vissuto nei circoli di donne bianche. L’autrice realizza che, durante momenti collettivi di condivisione, il tema della razza e della classe non sono mai trattati e quando lei stessa prova farlo, “una giovane donna nera dal Kentucky rurale”, deve sottoporsi a un grandissimo sforzo di comprensione e comunicazione. Il posto per quelle come lei in accademia non esisteva ancora, hooks capisce che deve crearlo da zero. A questo scopo, nel 1981 pubblica il suo secondo libro, Ain’t I a woman. Black women and feminism, l’inizio di un lungo lavoro educativo e sulla propria identità che mette radici e ne genera ulteriori nel panorama del femminismo nero.

hooks scrive per raggiungere quante più persone possibile, creando anche scompiglio nei suoi giri. Il suo pensiero, pur non essendo inizialmente molto popolare nel mondo accademico, acquisisce valore perché riesce a oltrepassare i soliti limiti dei testi teorici e a diffondersi anche al di fuori delle università, tra persone che fanno attivismo, tra persone che si occupano di educazione, di violenza, mascolinità, femminismo nero e di classe lavoratrice e pensiero critico in genere. Queste sono le prime di una lunga serie di pubblicazioni che affronteranno principalmente le questioni di genere, razza, classe e le varie intersezioni.

hooks è tra le prime studiose ad affermare che il solo essere donne non conduce necessariamente all’empatia con altri soggetti oppressi; che il potere conquistato da gruppi una volta marginalizzati può diventare problematico; e anche che le persone possono cambiare, essere trasformate, e non devono essere intrappolate nella cattività che una società incapace di compassione ha deciso per loro.

bell hooks figlia di Rosa Bell Oldham, donna delle pulizie, e di Veodis Watkins, portiere, con altre quattro sorelle e un fratello, fa parte di una delle tante famiglie nere di classe lavoratrice di una cittadina segregata del Kentucky. Non può fare altro che iniziare a scrivere proprio a partire dalla sua posizione, dalle esperienze della sua genealogia familiare.

La prima e più immediata contraddizione di cui fa esperienza, quella che sarà il filo rosso di tutta la sua produzione, è l’affermarsi del femminismo di classe media negli Stati Uniti, proprio mentre la madre e le donne adulte che conosce lavorano nelle case di donne che professano l’emancipazione. Già negli anni Ottanta, bell hooks riconosce i pericoli di un femminismo borghese che trae in inganno sulla possibilità di liberazione fondata sull’acquisizione della parità con gli uomini al potere. hooks denuncia che la divisione per generi è una truffa, perché il soggetto donna universale non esiste. Un esempio su tutti, la questione della casa, del focolare domestico, riconosciuto dalle donne bianche e borghesi come luogo da rifiutare, da cui allontanarsi a tutti i costi, ricercando l’emancipazione nella conquista del lavoro e di posizioni di potere e prestigio. Per la maggioranza delle donne di conoscenza di hooks, invece, il focolare domestico è il luogo da cui si costruisce una comunità amorosa, di mutualismo incondizionato, lontano dalle violenze dell’oppressione esterna. Le donne che conosce bell hooks hanno sempre lavorato, hanno conosciuto la realtà di sfruttamento a servizio nelle case delle donne bianche, esattamente quelle che conquistano il tanto agognato potere. Le donne di hooks non vedono liberazione nel lavoro, ma sfruttamento. Tutte noi che abbiamo visto le nostre madri, o noi stesse, fare lavori soggetti a umiliazione e sfruttamento, mentre dall’alto del femminismo mainstream si professano l’empowerment e la religione del girl bossying, possiamo capire un minimo delle ragioni che hanno spinto l’autrice a essere così prolifica sul tema.

Eppure, le cose non sono così semplici. Se essere circondata dalle donne della sua famiglia era per bell hooks fonte di grande nutrimento emotivo, spirituale e sociale, l’autrice non potrà contare su una presenza maschile ugualmente positiva, poiché cresce con un padre che spesso agisce con violenza in famiglia. Il trauma vissuto la porta a indagare la specificità della mascolinità nelle comunità nere. Una parte della sua produzione è legata proprio a queste indagini, muovendo dalla pratica di compassione assoluta quando ragiona di un femminismo che può e deve essere utile anche agli uomini.

Nel 2000, dopo aver affrontato lunghi anni di docenza e pubblicazioni partendo sempre da femminismo o da razzismo, produce un libro di pensiero critico sulla classe, intitolato Class matters. Where we stand. Scriverlo, come afferma lei stessa, le avrebbe permesso di approfondire anche la sua posizione. Nel libro racconta i suoi anni di college, di come la sua consapevolezza iniziò a formarsi a contatto con colleghi privilegiati e in seguito a diversi episodi di bullismo, tra cui il saccheggio della sua stanza di dormitorio. bell hooks non riusciva a spiegarsi come potessero dare così poco valore alle cose altrui e così tanto per scontato, come se tutte avessero la possibilità di rimpiazzare gli oggetti rotti e riprendersi materialmente da uno scherzo del genere. Qui come in altri casi, affronta la condizione degli studenti provenienti da classi povere. L’accademia, e in generale gli ambienti di classe medio/alta, possono concedere ad altri soggetti di entrare nelle loro cerchie, ma devono lasciare fuori il loro passato, liberarsi di ogni riferimento culturale, rivendicazione, manifestazione di difficoltà o vulnerabilità. L’autrice parla della grande quantità di soggetti che non riescono a inserirsi a queste condizioni, incorrendo in problemi di salute mentale e si pone la questione di cosa significhi entrare in accademia, in tutti gli ambienti dominati dal potere e dal prestigio della classe media e alta. Si diventa complici di un sistema che esclude e danneggia i soggetti più fragili? È la domanda che bell hooks pone parlando del proprio percorso accademico, che intanto prosegue con successo: “Avevo piantato i piedi sul sentiero del privilegio di classe. Ci sarebbero state sempre delle contraddizioni da affrontare. Ci sarebbero stati sempre degli scontri intorno alla questione della classe. Avrei dovuto sempre riesaminare da che parte sto.”

Fino agli ultimi anni continua a scrivere, fonda il bell hooks Institute in Kentucky e torna nella terra natale a insegnare. Nel tempo si occuperà anche di cultura pop, arte e in generale della falsa dicotomia tra cultura alta e bassa, dialogando felicemente anche con personaggi che l’accademia normalmente snobba e producendo pagine entusiasmanti come quelle di Outlaw culture. Resisting representations, in cui indaga temi come lo sguardo bianco e il suo condizionamento in parecchi ambiti dell’arte nera e outsider.

Non so quanti libri possano essere considerati vivi abbastanza da poter essere utili nella vita di gruppo, a scuola, nelle università, nei collettivi, per stimolare pratiche e discussioni come quelli di bell hooks, ormai noti in tutto il mondo. In Italia ne sono stati pubblicati una manciata: Elogio del margine e Tutto sull’amore. Nuove visioni sono state le prime edizioni a essere diffuse (Feltrinelli), rispettivamente nel 1998 e nel 2000. Poi il silenzio fino al 2020, quando sono pubblicati Insegnare a trasgredire, da Meltemi con la traduzione di feminoska e le fondamentali prefazioni di Mackda Ghebremariam Tesfaù e Rahel Sereke, che riescono a calare il testo nell’attuale, ed Elogio del margine/Scrivere al buio, nella nuova traduzione di Maria Nadotti per Tamu edizioni. Nel 2021 si aggiunge, ancora per Tamu edizioni, Il femminismo è per tutti. Una politica appassionata, che svetta al primo posto nelle classifiche di qualità della rivista L’indiscreto, tra la saggistica in traduzione.

Grazie a questi lavori, una verità già nota si va affermando: la teoria di bell hooks è lontana anni luce dai testi inaccessibili a cui purtroppo ci hanno abituate molte accademiche. La teoria di hooks può essere messa in pratica ovunque ed è accessibile a chiunque, basta partire dall’impegno di fare il lavoro reale di autoeducazione e condivisione e confronto, la parte fondante del vivere in collettività in una maniera che sia arricchente e non oppressiva.

Sarà per questo che alla notizia della sua dipartita siamo in moltissime a sentirne così tanto la mancanza, anche se la sua produzione è tradotta ancora così poco. Il motivo è che bell hooks a dare importanza ai contenuti ci è riuscita, lasciando dietro di sé un’eredità emozionante. Tutte le persone che hanno incontrato i suoi scritti ne sono rimaste irrimediabilmente toccate, perché da parola stampata sono diventati materiale per un discorso sulla marginalizzazione, sulla razzializzazione e sui limiti del femminismo bianco; un discorso generativo che può raggiungere un pubblico ampio senza rinunciare alla complessità. Non è un lavoro finito, c’è ancora molto da fare per costruire percorsi di studio e consapevolezza, soprattutto per noi femministe bianche, per ragionare sulle nostre oppressioni e privilegi, partendo da bell hooks, ma arrivando a tante altre elaborazioni. Intanto è consolante sapere che mentre lei ci lascia, noi possiamo tenerla in vita col nostro desiderio di condividerla e partire dalle sue elaborazioni nei nostri percorsi.

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L’editoria negli ultimi anni ha lanciato sul mercato a velocità supersonica numerosi libri sul femminismo. I tempi lunghi del confronto, dell’autocoscienza e dell’autoeducazione, che femministe come bell hooks ci hanno insegnato, rischiano di perdersi in questa ubriacatura di possibilità. Scegliere bell hooks per iniziare un’infarinatura teorica sul femminismo può avere un senso molto più profondo che iniziare da altre autrici, magari bianche, magari di classe media, magari dei ricchi nord, e che magari parlano da un femminismo liberale, in cui la sola cosa che conta è affermare il soggetto donna universale, disperatamente individualista, con una generica idea di parità da raggiungere. Le intersezioni con la razza e con la classe devono iniziare ad avere più spazio nei discorsi perché sono sempre considerate accessorie quando si parla di testi capisaldi del femminismo. Pensiamo sempre che sia da altro che dobbiamo partire, qualcosa a cui magari inconsciamente affibbiamo più autorevolezza, giudicando il femminismo nero e quello di classe lavoratrice come appendice esotica, da considerare soltanto come vezzo, se avanza tempo.

Il coraggio di nominare le questioni più conflittuali, senza cadere nella trappola neoliberale della competizione, la passione e la compassione di bell hooks ci mancheranno moltissimo. Ma se è vero che ha piantato in noi semi profondi, è il momento di prendersene cura e impegnarsi a farli crescere.

Immagine anteprima Alex Lozupone (Tduk) Creative Commons

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