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Il nostro scioperare fa male al Re

17 Dicembre 2021 5 min lettura

Il nostro scioperare fa male al Re

5 min lettura

Per capire se lo sciopero generale del 16 dicembre sia stato un successo, più del rimbalzare tra i numeri opposti forniti da sindacati e da Confindustria (rispettivamente 85% e 5%) basta fare un piccolo esercizio e confrontare le prime pagine dei grandi quotidiani. Quelle di giovedì, giorno dello sciopero, con quelle del venerdì, il giorno dopo. Si nota allora che giovedì lo sciopero è praticamente assente, o relegato in fondo alle sezioni più interne. Repubblica, come fatto notare tra gli altri da Gad Lerner, ha scelto addirittura la consegna del silenzio.

Nella giornata di venerdì, invece, lo sciopero campeggia nelle prime pagine. Persino il giornale di Confindustria, il Sole24Ore, lo menziona, seppure in uno scarno riquadro. Repubblica, stavolta, concede allo sciopero il taglio centrale della pagina, sotto l’apertura. Traducendo in italiano schietto il metalinguaggio della grande stampa, il messaggio è: “Che palle questi lavoratori”. Del resto nella giornata di ieri è arrivato la notizia che per l'Economist (di cui la famiglia Agnelli  è prima azionista) l'Italia di Draghi è il paese dell'anno. L’asino si attacca dove vuole il padrone, recita il detto, e il padrone può essere canaglia, ma di rado è scemo.

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Non c'è da stupirsi allora, se da quando Cgil e Uil hanno annunciato lo sciopero generale abbiamo assistito a una sorta di mobbing a mezzo stampa nei confronti di lavoratori e sindacati. A partire dalla direttrice di osservazione, focalizzata sullo stupore o sull’ira di Draghi (già “ira del Colle”, secondo una tradizione di tormentoni sull’ira istituzionale). Oppure sul senso comune da buon padre di famiglia, quello che comanda sì, ma con compassione: è il caso di Enrico Mentana, secondo cui lo sciopero sarebbe persino “divisivo” verso gli stessi lavoratori, considerato anche che l’esecutivo Draghi è un “esecutivo di unità nazionale”. Desta infine quasi ammirazione la creatività del Corriere, che è riuscito a intervistare un operaio contrario allo sciopero.

Nelle settimane precedenti allo sciopero abbiamo ancora una volta assistito al racconto di due città, di due luoghi metafisici che sembrano inconciliabili: la Piazza e il Palazzo. Con la prima che, giunti al fatidico giorno, ha risposto alla catechesi del Palazzo mobilitandosi a Roma, e poi a Milano, Bari, Cagliari e Palermo. Come detto da Marco Revelli, intervistato dal Fatto Quotidiano il problema di questo sciopero è che semmai è arrivato tardi: «Sarebbe stato necessario uno sciopero generale all’anno negli ultimi due decenni, per contrastare la deriva del mondo del lavoro».

Giovedì la Piazza ha mandato un messaggio chiaro: noi sappiamo chi siamo e cosa vogliamo, i problemi di ascolto sono del Palazzo, è quest’ultimo che deve educarsi. Non si scompongano i realisti di fronte a un simile scenario: non accadrà mai, lo sappiamo. Ma uno sciopero come quello di giovedì ha un incontestabile valore politico, ancora prima di slogan, discorsi, piattaforme, leader. Il valore risiede nell’aggregazione di una collettività, nel palesarsi di un soggetto - in questo caso la classe lavoratrice. E allora nella supponenza, nella sordità esercitata come privilegio dal Palazzo, nel parlare unidirezionalmente la lingua del dominio, nel declinarla per sofismi, dotte citazioni, sfottò  si può avvertire per assurdo una certa paura. Quella che arriva quando, ossessionati dal controllo, questo risulta disatteso nel concreto. Non è un caso che le piazze che di solito trovano facile spazio nei media siano quelle di conflitti privi di letture complesse (come i no vax) o di soggetti facilmente assimilabili (come le sardine, o le madamine SìTav). Quando sono più complesse, quando anche nella loro spontaneità manifestano identità forti e conflitti profondi, come per quelle suscitate dalla bocciatura in senato del ddl Zan, si finisce al massimo a recensire gli slogan dei cartelloni. Se il consenso sfugge, se la realtà va in una direzione diversa dai nostri curriculum intellettuali, ha persino una sua logica il rintanarsi nella comfort zone della manipolazione interpretativa.

Altrimenti, ci sarebbe molta analisi da fare, molte domande di cui cercare risposta, rispetto ai lavoratori che serrano i ranghi in questi tempi così difficili. Ad esempio bisognerebbe domandarsi: chi votano questi lavoratori, quali sono gli interlocutori politici? Quelli effettivi, quelli che, di fronte alle fabbriche che delocalizzano o licenziano in massa, dovrebbero andare a incontrare quei lavoratori. Invece al massimo in questi giorni abbiamo visto lo sdegno perché si licenzia via WhatsApp, come se il massimo riconoscimento nel conflitto sia nella forma con cui chi sta in alto schiaccia in basso (stivale in faccia sì, ma con eleganza). O abbiamo visto  leader di centro-sinistra a braccetto con i post-fascisti (“patrioti”, diceva qualcuno), che pagano dazio alle loro manifestazioni politiche. Ci riferiamo naturalmente a quello stesso Letta che a ottobre, dopo l’assalto alla sede romana della Cgil, chiedeva lo scioglimento di Forza Nuova. Intanto però, se prendiamo proprio uno dei terreni più aspri della contesa, quello relativo alle delocalizzazioni, come già ricordavamo la settimana scorsa l'unica proposta arrivata in Parlamento è stata quella elaborata dagli operai della Gkn assieme ad alcuni giuristi.

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Questo livello di analisi è qualcosa che tutto sommato latita, e non certo per scarsità di ingegni, quanto piuttosto per volontà editoriale. Così, dicevamo, nel non poter ignorare o catechizzare lo sciopero generale, ecco che a posteriori, arriva lo sdegno, il personalizzare sulla figura di uno solo (Landini), il dato politico della moltitudine consapevole. Scrive per esempio Mattia Feltri nel suo Buongiorno:

Sono a Torino, in albergo. Mi alzo e scendo a fare colazione, una ragazza mi serve il croissant e un’altra il caffè. Alla reception mi chiamano il taxi e il taxi mi porta in stazione. Prendo un Italo. Scendo a Milano, prendo la metro verde, scendo a Cadorna, prendo la metro rossa, scendo a Pagano. Al ritorno riprendo la metro rossa, poi la verde, torno in stazione, prendo un Frecciarossa e appena mi siedo mi chiama una gentile signora di Sky. Arrivo a Roma Termini. Prendo la metro B, scendo a Garbatella. In redazione il lavoro è nel pieno. Mi è arrivato un pacco Amazon, contiene un regalo di Natale comprato a mio figlio. Torno a casa, ordino messicano. Nell’attesa ho acceso il tg. C’è Maurizio Landini. Dice che lo sciopero generale è stato un trionfo: Italia paralizzata.

Tono che fa il pari con il “Sindacato ridotto a lebbrosario della miseria”, come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, sperticandosi in un paragone tra Landini e Madre Teresa, con i lavoratori nel ruolo dei malati inermi, oggettificati. Insomma, non esistono i lavoratori come classe, o anche solo come collettività politicamente legittima. Esistono casomai sindacati retrogradi, leader che non capiscono il mondo o che pensano di incatenare per legge la mano invisibile del mercato. Esistono casomai le imprese che “creano” il lavoro o lo “danno”, recitando il ruolo dei maghi o dei sovrani generosi; esistono al più le famiglie, intese come aggregato tradizionale di consumatori. Ma i lavoratori no: come classe, come soggetto politico vivo, portatore di conflitto, il loro destino è essere estromessi il più possibile dal discorso pubblico, in nome della “coesione”, “della pace sociale”, delle “divisioni da superare”, dei “tempi” che non sono mai giusti. Di fronte a questo muro di ciarle omertose, riempire anche la più piccola delle piazze rappresenta la testimonianza di una possibilità, e quella possibilità rappresenta una vittoria.

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