31 Maggio 2020

COVID-19: 120 ricercatori chiedono spiegazioni a Lancet sullo studio sul farmaco antimalarico idrossiclorochina

Aggiornamento 4 giugno:  Lancet ritira lo studio sull'idrossiclorochina che aveva spinto l'OMS a sospendere i test clinici >
Lancet ha ritirato lo studio pubblicato il 22 maggio che aveva rilevato un rischio di mortalità – di oltre il 35% - e di insorgenza di aritmie più elevato tra i pazienti COVID in trattamento con clorochina e idrossiclorochina e aveva spinto l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a sospendere temporaneamente in via precauzionale diversi studi clinici sull’uso del farmaco anti-malarico. Successivamente l'OMS ha nuovamente autorizzato i test clinici sull'utilizzo dell'idrossiclorochina.
Lo studio è stato ritirato dopo un'indagine del Guardian che aveva riscontrato incoerenze nell'aggregazione dei dati relativi all'Australia, i dubbi sollevati dalla Columbia University sulla metodologia adottata e sulla composizione del database da parte della società che ha curato la raccolta dei dati grezzi, Surgisphere, e la lettera aperta al direttore di Lancet di 120 ricercatori e professionisti del settore medico che sollevavano diverse criticità sulla ricerca elencate in dieci punti chiave: in particolare, l'integrità dei dati, il mancato rispetto delle pratiche standard del trattamento dei dati statistici (“gli autori non hanno rilasciato il loro codice o i dati”), l'opacità dell'origine dei dati contenuti nel database utilizzato per lo studio (“Non sono stati menzionati i paesi o gli ospedali che hanno contribuito alla costruzione del database e non è stato fatto nessun riconoscimento al loro contribuito”), la divergenza tra alcuni dati riportati nello studio e quelli raccolti da altri istituti di ricerca, come la John Hopkins University.
L'autore principale della ricerca, il professor Mandeep Mehra, dell'ospedale Brigham and Women di Boston, nel Massachusetts, ha chiesto di ritirare la pubblicazione da Lancet dopo aver appurato di non essere in grado di garantire l'accuratezza dei dati. Gli autori indipendenti dello studio avevano chiesto a una società di revisione indipendente di esaminare il database fornito da Surgisphere per verificare che avesse i dati di oltre 96.000 pazienti Covid-19 in 671 ospedali in tutto il mondo, che fosse stato ottenuto correttamente e che fosse accurato. Dopo l'indisponibilità da parte di Surgisphere di collaborare con la società indipendente nel processo di revisione del database, Mehra ha deciso di ritirare lo studio: «I nostri revisori indipendenti ci hanno informato che Surgisphere non avrebbe trasferito il set di dati completo, i contratti dei clienti e l'intero rapporto di audit ISO sui loro server per l'analisi poiché tale trasferimento avrebbe violato gli accordi con i clienti e i requisiti di riservatezza. Pertanto, i nostri revisori non sono stati in grado di condurre una revisione tra pari indipendente e privata e pertanto ci hanno notificato il loro ritiro dal processo di revisione tra pari», ha spiegato il professore.
Nonostante affermi di gestire uno dei database ospedalieri più grandi al mondo, un'indagine del Guardian ha mostrato che Surgisphere è una società molto piccola: ha pochi dipendenti, con un background scientifico nullo o irrilevante, pochi follower su LinkedIn e Twitter. Fino all'1 maggio, chi provava a mettersi in contatto con la società veniva reinderizzato su un template WordPress per un sito Web di criptovalute, sollevando dubbi su come gli ospedali potessero contattare l'azienda per accedere al suo database. Il suo direttore esecutivo, Sapan Desai, risulta coinvolto in tre cause per negligenza medica (accuse che Desai ha definito prive di fondamento), estranee al database di Surgisphere, e la sua pagina su Wikipedia è stata cancellata in seguito a dubbi proprio sulla società e la sua storia.
Surgisphere, scrive il Guardian, sembra uscita dal nulla e non è chiaro come la società sia stata in grado di stipulare accordi di condivisione dei dati con così tanti ospedali in tutto il mondo, inclusi quelli con tecnologia limitata, di accordare lingue e sistemi di codifica diversi, rispettando le leggi sulla privacy e norme etiche di ciascun paese, e come abbia potuto de-identificare una mole così massiccia di dati. «Non ci sono prove online del fatto che [Surgisphere] avesse alcun software analitico prima di un anno fa. Ci vogliono mesi per convincere le persone a unirsi a questi database, richiede il coinvolgimento di network di revisione, di quelli della sicurezza dei responsabili della sicurezza e di chi si occupa della gestione. Non si tratta semplicemente di compilare un modulo d'iscrizione e di fare un colloquio», spiega al Guardian Peter Ellis, direttore scientifico di Nous Group, una società di consulenza internazionale di gestione che fa progetti di integrazione dei dati per dipartimenti governativi. Secondo Ellis, il database di Surgisphere potrebbe rivelarsi «quasi certamente una truffa». Anche la de-identificazione dei dati «non è solo una questione di eliminare i nomi dei pazienti, è un processo lungo e complesso. Dubito che gli ospedali abbiano persino la capacità di farlo in modo appropriato. È il genere di cose su cui le agenzie nazionali di statistica impiegano per anni intere squadre». Depai aveva risposto al Guardian di ricorrere all'intelligenza artificiale e al machine learning, «l'unico modo in cui un compito come questo è possibile».
Oltre a Lancet, anche il New England Journal of Medicine (NEJM) ha ritirato uno studio, pubblicato l'1 maggio, dal titolo "Malattie cardiovascolari, terapia farmacologica e mortalità in COVID-19", basato sul database Surgisphere e scritto anch'esso da Mehra e Desai. Secondo la pubblicazione, che sosteneva di aver raccolto dati da 169 ospedali in 11 paesi in Asia, Europa e Nord America, l'assunzione di alcuni farmaci per la pressione arteriosa non sembrava aumentare il rischio di morte tra i pazienti COVID-19, come suggerito da alcuni ricercatori. Dubbi ci sono anche sui dati aggregati in un terzo studio su COVID-19, pubblicato in pre-print all'inizio di aprile, secondo il quale l'ivermectina, un farmaco antiparassitario, sarebbe in grado di ridurre la letalità della malattia. Questa ricerca ha portato diversi paesi dell'America Latina, dove l'ivermectina è ampiamente disponibile, ad autorizzare l'utilizzo del farmaco, sebbene con precauzioni. In una nota, pubblicata da NEJM, gli autori hanno dichiarato: "Poiché a tutti gli autori non è stato concesso l'accesso ai dati grezzi, resi indisponibili a un revisore indipendente, non siamo in grado di convalidare i dati primari alla base del nostro studio. Chiediamo pertanto che l'articolo venga ritirato. Ci scusiamo con i redattori e con i lettori della rivista scientifica per i problemi che ciò ha causato". «Questo è un esempio scioccante di cattiva condotta nella ricerca nel pieno di un'emergenza sanitaria globale», ha detto al Guardian il direttore di Lancet Richard Horton.
Intanto, riporta Repubblica, 140 medici hanno presentato all'AIFA e al Ministero della Salute un'istanza per chiedere la revoca della sospensione dell'utilizzo dell'idrossiclorochina per il trattamento della COVID-19, decisa il 26 maggio scorso.

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Più di 120 ricercatori e professionisti del settore medico di tutto il mondo hanno scritto una lettera aperta al direttore di Lancet, sollevando una serie di perplessità su uno studio pubblicato sulla rivista scientifica il 22 maggio che aveva spinto l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a sospendere temporaneamente in via precauzionale diversi studi clinici sull’uso del farmaco anti-malarico idrossiclorochina come trattamento contro COVID-19. Lo studio, condotto dal Brigham and Women's Hospital Center for Advanced Heart Disease di Boston, ha esaminato i pazienti negli ospedali di tutto il mondo e ha rilevato un rischio di mortalità – di oltre il 35% - e di insorgenza di aritmie più elevato tra i pazienti COVID in trattamento con clorochina e idrossiclorochina. La ricerca è stata condotta su 96mila pazienti ospedalizzati con diagnosi di COVID-19 in sei continenti: è la più ampia analisi di cartelle cliniche sul farmaco, realizzata tra il 20 dicembre 2019 e il 14 aprile 2020. Lo studio ha preso in considerazione 15mila pazienti ospedalieri che assumevano una combinazione di farmaci con idrossiclorochina e oltre 80mila che non lo facevano. Oltre 10mila pazienti sono morti, ma il tasso di pazienti deceduti a cui è stata somministrata una combinazione di idrossiclorochina o clorochina, assunti con o senza un antibiotico, è stato più elevato rispetto a quelli che non avevano preso il farmaco. “I nostri risultati suggeriscono non solo l'assenza di benefici terapeutici, ma anche potenziali danni dall'uso di regimi di farmaci con idrossiclorochina o clorochina (con o senza macrolidi) in pazienti ospedalizzati con COVID-19”, si legge nello studio. I ricercatori evidenziavano, però, di interpretare i dati con cautela e che il loro lavoro necessitava di ulteriori studi randomizzati per arrivare a conclusioni definitive. Dopo la pubblicazione dello studio e la decisione dell’OMS, diversi governi hanno messo in guardia sull’uso dell'idrossiclorochina per il trattamento di COVID-19. I ricercatori chiedono di non fermare le sperimentazioni cliniche perché vi è un consenso generale sulla necessità di studi più efficaci per esplorare i diversi trattamenti tra cui antibiotici, antivirali e antimalarici. Nella lettera vengono sollevati 10 punti che mettono in discussione principalmente l’analisi statistica e l'integrità dei dati dello studio pubblicato su Lancet. In particolare, non sarebbero state rispettate le pratiche standard della comunità sulle statistiche – “gli autori non hanno rilasciato il loro codice o i dati” – ed è opaca l'origine dei dati contenuti nel database utilizzato per lo studio, curato da Surgisphere, una società che si occupa di analisi dei dati sanitari: “Non sono stati menzionati i paesi o gli ospedali che hanno contribuito alla costruzione del database e non è stato fatto nessun riconoscimento al loro contribuito”. Inoltre, non c’è convergenza tra alcuni dati riportati nello studio e quelli raccolti da altri istituti di ricerca, come la John Hopkins University. La lettera degli oltre 120 ricercatori arriva dopo un articolo pubblicato il 28 maggio dal Guardian Australia che ha individuato una discordanza tra i dati relativi all’Australia riportati nello studio e quelli registrati nei database dei dipartimenti sanitari. Nello specifico, non coincidevano i dati sui decessi in tutto il Continente al 23 aprile e quelli relativi ai ricoveri e ai decessi negli ospedali dei due Stati più popolosi, Nuovo Galles del Sud e Victoria. Lancet ha risposto al Guardian Australia di aver chiesto chiarimenti agli autori che, a loro volta, hanno dichiarato di aver contattato Surgisphere per chiedere conto delle discrepanze sui dati. Il fondatore della società, il dottor Sapan Desai, ha risposto che per errore era stato incluso tra i dati relativi all’Australia anche un ospedale asiatico, ma che questo non aveva grande rilevanza rispetto agli esiti dell’analisi finale. A questo si aggiungeva un’ulteriore anomalia. Nello studio non vengono citati gli ospedali che hanno fornito i dati. “Di solito, per fornire i dati a una società come Surgisphere è necessaria l’approvazione etica e qualcuno dell’ospedale sarà coinvolto nel processo di trasmissione dei dati. All’ospedale di Melbourne, dove lavoro, non mi è stata mai menzionata Surgisphere”, ha detto al Guardian Australia il dottor Allen Cheng, epidemiologo e medico specializzato in malattie infettive. Va specificato, ha aggiunto il dottor Chen, che finora nessuno studio ha dimostrato che il farmaco sia efficace. L'idrossiclorochina e la clorochina – scrive Guardian Australia – hanno effetti collaterali potenzialmente gravi, tra cui insufficienza cardiaca, e persino mortali se usati in modo inappropriato. Altri studi hanno scoperto che il farmaco è associato a una maggiore mortalità se somministrato a pazienti gravemente malati che hanno contratto COVID-19. Anche la Columbia University, negli Stati Uniti, ha sollevato dubbi sul database di Surgisphere, e sulla metodologia adottata nello studio. In una dichiarazione ufficiale, Surgisphere ha confermato l'integrità dei suoi dati, affermando che tutte le informazioni provenienti dagli ospedali "vengono trasferite in modo non identificato" ma non possono essere rese pubbliche. "Come per la maggior parte delle aziende, l'accesso ai singoli dati ospedalieri è strettamente regolato. I nostri accordi sull'utilizzo dei dati non ci consentono di rendere pubblici questi dati”. Alle critiche mosse dalla lettera dei ricercatori, invece, la società ha risposto di aver eseguito le analisi con cura e di aver fornito un’interpretazione dei dati misurata.
Aggiornamento 2 giugno: Il 2 giugno la rivista scientifica Lancet ha pubblicato una nota ufficiale in cui esprime preoccupazione sulle questioni scientifiche che stanno emergendo intorno allo studio sull'idrissoclorichina. "Sebbene sia in atto una verifica indipendente della provenienza e della validità dei dati commissionata dagli autori non affiliati a Surgisphere, pubblichiamo una 'expression of concern' per avvisare i lettori che sullo studio sono state portate alla nostra attenzione questioni scientifiche serie", si legge nella nota. Lancet aggiornerà la lettera nel momento in cui arriveranno i risultati della verifica indipendente, attesi a breve.
Nel frattempo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha nuovamente autorizzato i test clinici sull'utilizzo dell'idrossiclorochina, sospesi dopo lo studio pubblicato su Lancet. «Al momento, non ci sono evidenze dell'esistenza di un farmaco in grado di ridurre la letalità di COVID-19, per questo è una priorità urgente per tutti noi fare gli studi necessari, fare gli studi clinici randomizzati al fine di ottenere tali prove il più rapidamente possibile», ha dichiarato al New York Times la dottoressa Soumya Swaminathan, vicedirettrice dell'OMS.

7 Luglio 2020 11:00
Spossatezza, perdita di peso, indolenzimento, difficoltà respiratorie e dolori toracici: perché i sintomi di COVID-19 possono durare anche mesi

All’inizio di marzo, quando è stata dichiarata la pandemia, l’opinione diffusa era che si trattasse di un’infezione respiratoria con sintomi simili all’influenza. Si pensava che una minoranza degli infetti sviluppasse una polmonite atipica e avesse bisogno di un supporto respiratorio, mentre la maggioranza non andasse oltre una combinazione di tosse, febbre e fiato corto che scompariva nel giro di un paio di settimane. Invece COVID-19 si sta rivelando una malattia molto più complessa con sintomi, spesso duraturi, che possono andare dalle irritazioni alla pelle ai problemi neurologici. Linda Geddes su New Scientist (qui tradotto da Internazionale) descrive le diverse patologie provocate dal nuovo coronavirus attraverso le voci di alcune persone che si sono riprese dalla malattia, di medici ed esperti. «Non si tratta di ipocondria o malattie immaginarie. E per quanto ho potuto verificare, questi sintomi sembrano slegati dalla gravità della malattia», dice Danny Altmann, immunologo dell’Imperial college di Londra. La lunga lista di sintomi lascia pensare che esistano diversi sottotipi della malattia, e saperlo potrebbe aiutare a prevedere quei casi che possono evolvere in forme gravi. Tuttavia, non si tratta di qualcosa di completamente sconosciuto. «Tutto ciò che stiamo registrando è già stato notato negli altri coronavirus», spiega Julian Hiscox, virologo dell’università di Liverpool, studioso dei coronavirus dall’inizio degli anni Novanta, incluso quello che causa la MERS. «Grazie agli studi sugli animali sappiamo che un coronavirus può provocare manifestazioni cliniche diverse. Dall’esperienza con la SARS e la MERS, invece, sappiamo che alcune persone si riprendono, mentre altre continuano a star male». "Circa il 28% delle persone che hanno contratto la SARS continua a presentare un’insufficienza polmonare 18 mesi dopo la scomparsa dei sintomi della malattia, con un peggioramento della qualità della vita e della capacità di svolgere esercizio fisico", si legge nell'articolo. "Una meta-analisi recente suggerisce che nei mesi successivi alla guarigione dalla SARS il 10-20% dei pazienti soffriva di depressione, ansia, insonnia e spossatezza". Secondo Ed Bullmore, neurobiologo dell’università di Cambridge e autore del libro The Inflamed Mind, "i disturbi sono il prodotto della nostra risposta immunitaria all’infezione. Quando le cellule immunitarie incontrano un intruso, rilasciano molecole-segnale chiamate citochine per rafforzare la risposta immunitaria. Alcune di queste molecole finiscono nel cervello e innescano un’ulteriore secrezione di citochine e una conseguente infiammazione". Molte persone, racconta ancora Altmann, sono rimaste sorprese che la malattia si trasformasse in un disturbo cronico. Una volta superata la situazione d'emergenza, bisognerà comprendere meglio alcuni dei sintomi a lungo termine di COVID-19 e le conseguenze dell'infezione. Finora la risposta al nuovo coronavirus si è concentrata sul tentativo di evitare il decesso delle persone infette. Ora gli ospedali stanno cominciando ad allestire strutture per i controlli sui sopravvissuti, compresi quelli che sono ancora affetti da disturbi: «Spero che si riesca a comprendere alcuni dei meccanismi biologici della malattia, in modo da trovare soluzioni terapeutiche adatte», conclude Altmann. [Leggi l'articolo su New Scientist]

7 Luglio 2020 07:00
Secondo uno studio spagnolo su oltre 60mila persone l’immunità di gregge è difficile da raggiungere

Secondo uno studio su un campione rappresentativo di oltre 61mila persone, pubblicato su Lancet, in Spagna solo il 5% della popolazione avrebbe sviluppato anticorpi contro il nuovo coronavirus, rafforzando la tesi che l'immunità di gregge è un obiettivo difficilmente realizzabile. I risultati della ricerca – a prima firma della professoressa Marina Pollán, direttrice del Centro nazionale per l'epidemiologia spagnolo – mostrano che il 95% della popolazione resta suscettibile al virus. Come spiegato alla CNN dal Centro europeo per il controllo delle malattie, si tratta dello studio sullo sviluppo degli anticorpi su più larga scala finora effettuato in Europa. I dati sembrano ricalcare quanto emerso da altre ricerche simili, come quella che ha coinvolto 2.766 partecipanti in Svizzera, pubblicata su Lancet lo scorso 11 giugno, e altre due in Cina e negli Stati Uniti: "La maggior parte della popolazione sembra non essere rimasta esposta a COVID-19", anche in aree con ampia diffusione del virus. «Alla luce di questi risultati, qualsiasi approccio che voglia raggiungere l'immunità di gregge senza il ricorso a un vaccino non è solo poco etico, ma anche irrealizzabile», hanno dichiarato Isabella Eckerle, direttrice del Centro di malattie virali emergenti di Ginevra e Benjamin Meyer, virologo all'Università di Ginevra, autori dei commenti allo studio su Lancet. "In conclusione – si legge su Lancet – il nostro studio fornisce stime nazionali e regionali della diffusione di SARS-CoV-2", secondo le quali, "nonostante il forte impatto di COVID-19 in Spagna, (...) la sieroprevalenza resta bassa ed è chiaramente insufficiente per raggiungere l'immunità di gregge". L'unico modo per ottenerla è "accettare il danno collaterale di molti decessi e il sovraccarico dei sistemi sanitari. In questa situazione, le misure di distanziamento fisico e gli sforzi per identificare e isolare nuovi casi e i loro contatti sono indispensabili per il futuro controllo dell'epidemia". Questo studio, ha commentato Marina Pollán alla CNN, «potrebbe servire da riferimento ad altri paesi». [Leggi l'articolo sul sito della CNN]

2 Luglio 2020 11:00
COVID-19 e disinformazione: una panoramica europea

I giornalisti di AFP, Correctiv, Pagella Politica/Facta, Maldita.es e Full Fact hanno pubblicato un report internazionale che analizza il complesso panorama della disinformazione sulla pandemia di COVID-19, identificando le tematiche comuni che hanno caratterizzato il dibattito nei cinque paesi della Unione europea presi in esame.

Il progetto è il risultato di una collaborazione tra fact-checkers operanti in diversi paesi europei: Agence France-Presse (AFP) in Francia, Correctiv in Germania, Pagella Politica/Facta in Italia, Maldita.es in Spagna e Full Fact nel Regno Unito. L’analisi è basata su un totale di 645 articoli pubblicati nel corso di marzo e aprile 2020 e raccoglie i casi di disinformazione più diffusi in quei mesi.

Tra le tematiche ricorrenti troviamo: fantomatiche cure o falsi rimedi, misure di prevenzione inventate e a volte pericolose, la relazione fantasiosa tra il 5G e la pandemia, l'origine del virus, i paragoni sbagliati con l'influenza stagionale e le teorie del complotto su vaccini, mascherine e Bill Gates. L'analisi presenta le bufale principali e ripercorre le date della loro comparsa nei paesi esaminati. [Leggi il report in italiano sul sito covidinfodemiceurope.com]

26 Giugno 2020 07:02
COVID-19, cosa abbiamo imparato sul contagio

Dopo sei mesi di crisi sanitaria del nuovo coronavirus esiste un certo consenso tra gli esperti riguardo le modalità di contagio della malattia. Sappiamo, per esempio, che non è comune contrarre COVID-19 attraverso il contatto con una superficie contaminata e che è improbabile contagiarsi in seguito a incontri fugaci con persone all'aperto.

La principale ragione di contagio, affermano gli esperti, sono le interazioni ravvicinate tra persone per periodi prolungati, per esempio una riunione familiare o tra amici in casa, o nel posto di lavoro. Per gli stessi motivi, eventi affollati, aree scarsamente ventilate e luoghi in cui le persone parlano a voce alta, o cantano, sono situazione nel quale il rischio di contagio è maggiore.

Recenti studi hanno dimostrato che i lockdown su larga scala hanno impedito milioni di contagi e morti in tutto il mondo. Adesso, con maggiore esperienza e una migliore preparazione, alcune città e alcuni Stati si stanno preparando con misure mirate per evitare che il virus decolli nuovamente.

La ormai nota "nuova normalità" consiste nell'adozione di una serie di misure e comportamenti che minimizzino il rischio sanitario: come protezioni di plexiglas in uffici e ristoranti, l'obbligo di utilizzare mascherine nei negozi e sul posto di lavoro, una buona ventilazione, e l'abitudine generalizzata a mantenere il distanziamento fisico quando è possibile in presenza di altre persone (amici, familiari, colleghi di lavoro, etc.).

Le raccomandazioni sulla riapertura includono la capacità da parte delle autorità sanitarie di fare i test necessari, tracciare i contatti dei contagiati e isolare tutte le persone esposte alla malattia.

Un aspetto critico legato al contagio del nuovo coronavirus è che la trasmissione è facilitata da attività apparentemente innocue, come parlare e respirare, momenti durante i quali esaliamo sotto forma di piccole goccioline e vapore anche il virus, che può essere trasportato dalle correnti d'aria e contagiare altre persone vicine. Specialmente in ambienti chiusi.

La ventilazione è un fattore molto importante per evitare il contagio. Fino a oggi, le agenzie sanitarie hanno identificato il contatto con le goccioline respiratorie come la principale modalità di contagio, ma secondo alcuni ricercatori il SARS-CoV-2 può essere trasmesso anche attraverso l'aerosol (ossia attraverso la respirazione) e inalato da altre persone. Questo aumenterebbe le possibilità di contagio. È quello che potrebbe essere successo in un ristorante di Guangzhou, in Cina, dove un commensale infetto che non aveva ancora mostrato sintomi della malattia ha trasmesso il virus ad altri cinque clienti del locale seduti ai tavoli adiacenti. La ventilazione nello spazio era scarsa, con gli aspiratori spenti, secondo uno studio che ha esaminato le condizioni del ristorante. Il virus contenuto nell'aerosol della respirazione della persona contagiata potrebbe essersi accumulato nell'aria e, trasportato dal flusso dell'aria condizionata, aver raggiunto i tavoli vicini. Ecco perché la ventilazione nei luoghi chiusi è cruciale.

Un altro fattore da tenere in considerazione è l'esposizione prolungata ad altre persone. Questo è generalmente definito come 15 minuti o più di contatto non protetto con qualcuno a meno di 2 metri di distanza, secondo John Brooks, responsabile per l'emergenza COVID-19 presso il Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Si tratta, però, solo di una constatazione empirica, ha avvisato. È sufficiente uno starnuto o dei contatti intimi o ravvicinati, seppur brevi, per massimizzare il rischio d'esposizione al virus nonostante la distanza di sicurezza sia stata rispettata e il tempo dell'incontro inferiore ai 15 minuti.

Trovarsi all'aperto è generalmente più sicuro, secondo gli esperti, perché le particelle virali si diluiscono più rapidamente nell'aria e vengono disperse dalle correnti naturali. Ma sia le goccioline che l'aerosol rappresentano un rischio anche all'aperto, quando le persone sono in stretto contatto e prolungato.

Esistono situazione che sono chiaramente d'alto rischio. Durante una prova del coro di una chiesa dello Stato di Washington, il 10 marzo, una sola persona ha contagiato 53 dei 61 membri del coro. Questo si deve al fatto che quando cantano le persone possono emettere una maggiore quantità di goccioline respiratorie a una distanza maggiore. Inoltre, quando cantano, le persone respirano più profondamente, aumentando la possibilità di inalare le particelle infettive rilasciate da altre persone nella stessa abitazione. Questo tipo di situazioni, dove una sola persona contagia un alto numero di persone, è denominato dagli esperti come evento "superspreader" (super-diffusore). Simili dinamiche di trasmissione possono presentarsi in altri contesti, dove la respirazione intensa o le chiacchiere sono parte dell'attività sociale che si svolge in quei luoghi, come palestre, spettacoli musicali o teatrali, conferenze, matrimoni e feste di compleanno, etc.

Per tutte le ragioni elencate sopra, è più probabile contagiarsi tra persone care come amici, coppie o familiari, dovuto alla maggiore vicinanza fisica permessa in questo tipo di relazioni. Ecco perché il tasso di contagio tra familiari è maggiore, secondo alcune ricerche.

Alcune persone possono essere più contagiose di altre, questo si deve a una maggiore carica virale o alla capacità di produrre un maggior numero di goccioline quando si parla. Queste caratteristiche si sommano ai fattori elencati sopra, come una cattiva ventilazione, uno spazio limitato e chiuso, molte persone che parlano per originare un focolaio.

Le politiche sanitarie degli Stati si basano su queste conoscenze, che si arricchiscono continuamente grazie a nuovi studi e ricerche, per stabilire protocolli e misure di sicurezza. Il CDC ha recentemente invitato i cittadini americani a continuare a indossare mascherine e a mantenere il distanziamento fisico, evitando i trasporti pubblici e gli ascensori per ridurre le situazioni di possibile esposizione. Sono sconsigliati gli abbracci, le strette di mano e altre forme di contatto fisico per salutarsi. L'agenzia ha anche suggerito di erigere divisori di plexiglas nei posti di lavoro e nelle scuole.

Non è possibile tornare alla normalità senza nessun pericolo, si tratta semmai di ridurre le situazioni di rischio il più possibile, dato che con questo virus dovremo convivere probabilmente per molto tempo. Qualsiasi politica o raccomandazione sanitaria è quindi soggetta a cambiamenti dovuti all'evolversi della situazione o alla scoperta di nuovi dati. [Leggi l'articolo sul Wall Street Journal]

25 Giugno 2020 09:25
La comunicazione e l’informazione scientifica ai tempi del COVID

Il nuovo coronavirus non ha solo stravolto le nostre vite e la nostra società, ha anche rivoluzionato la comunicazione scientifica in ambito biomedico, riducendo enormemente i tempi della pubblicazione dei risultati delle ricerche. Così, è ormai diventata consuetudine una pratica del tutto estranea al campo biomedico: la pubblicazione preliminare dei lavori in appositi archivi prima che vengano sottoposti alla peer-review. Questo causa che i risultati preliminari di quegli studi vengano diffusi dai quotidiani o dalla televisione, attraverso interviste agli autori, che ovviamente non possono sostituirsi a una pubblicazione scientifica e fornire i dettagli della ricerca. Purtroppo in molti casi i risultati di questi lavori sono comunicati esclusivamente in interviste, senza che abbiano ancora visto la luce, il che rende ancora più difficile verificare la loro validità.

Al tempo del COVID capita, inoltre, che siano gli stessi editori delle riviste scientifiche ad allentare il rigore con il quale vengono valutati i lavori, privilegiando la rapidità al rigore della pubblicazione. Così, riviste prestigiose e con un elevato fattore d’impatto, come il New England Journal of Medicine e Lancet, in tempi più normali avrebbero probabilmente approfondito le origini di Surgisphere, la società che avrebbe fornito agli autori di due lavori pubblicati sulle due riviste (qui e qui), il materiale clinico sul quale sono stati basati i lavori e probabilmente avrebbero notato l’incongruenza di una serie di risultati degli stessi lavori che hanno portato al loro ritiro.

Questo aspetto, cioè l’affidabilità delle pubblicazioni scientifiche, è tanto più importante ora di quanto probabilmente non lo sia mai stato, in quanto mai come in questo tempo la ricerca ha influenzato le decisioni politiche dei governi e la policy degli enti regolatori nazionali e internazionali. Due sono infatti gli aspetti, tra loro strettamente legati, che colpiscono: la leggerezza e la rapidità delle decisioni dei governi ed enti preposti.

Non c’è dubbio che il nuovo coronavirus ha posto i ricercatori specialisti della materia al centro dell’interesse nazionale e internazionale, conferendo alla ricerca, ora più che mai, la possibilità di influenzare scelte politiche e sociali che hanno ricadute immediate e profonde sulla vita di ciascuno di noi. Questa condizione di relativo privilegio comporta anche maggiori responsabilità e la necessità, per tutti gli attori dell’informazione e della comunicazione scientifica, di tenere alta la guardia del rigore scientifico. [Leggi l'articolo su Scienza in rete]