La Shoah e l’abuso della Memoria nel dibattito pubblico
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Un anno fa David Bidussa, storico sociale delle idee, è intervenuto sulla proliferazione dei cosiddetti “giorni della memoria” e sui loro esiti. La sua conclusione è stata che questa moltiplicazione di “giornate” ha prodotto un calendario commemorativo, inteso come un insieme di celebrazioni rituali.
Tuttavia, le finalità dichiarate che hanno guidato l’istituzione di queste date avrebbero dovuto condurre alla costruzione di un calendario civile, inteso come un quadro di riflessione pubblica capace di intervenire nei linguaggi del presente e di proporre un’idea di futuro. L’assenza di questa dimensione critica si è tradotta in una mancata crescita civica.
Il 27 gennaio occupa con ogni probabilità il primo posto in questo calendario commemorativo. Il fatto stesso che non richieda più una specificazione di quale “Memoria” si stia evocando lo segnala come la data più profondamente introiettata nel dibattito pubblico italiano.
Ma la Shoah che questa Memoria rievoca, evento storico che nella sua trattazione dovrebbe imporre un rigore assoluto, è stata progressivamente trasformata in un concetto che esprime un giudizio etico, che viene applicato con eccessiva disinvoltura all’interno del tema forse più polarizzato del dibattito pubblico contemporaneo: il conflitto israelo-palestinese.
È proprio a ridosso del Giorno della Memoria che questa trasformazione raggiunge il suo punto di massima evidenza. L’enorme portato storico e simbolico della Shoah, nel momento della sua commemorazione, viene così utilizzato come scorciatoia per emettere giudizi sul presente che assumono il parallelismo morale come chiave di lettura delle azioni e del conflitto in corso.
Così facendo, da oltre due anni, la Memoria della Shoah viene piegata e compressa in un metro valutativo che non le compete, che non chiarisce i processi politici e storici, ma giudica per analogia. Ne derivano letture speculari e semplificanti: le vittime di allora vengono rappresentate come carnefici dell’oggi oppure il passato viene assunto come scudo morale per sottrarre nel presente ogni critica.
In altri termini, quando la Shoah e il suo universo di significati universali vengono ridotti a categorie morali peculiari del conflitto israelo-palestinese, la relativizzazione è inevitabile e con essa si perde la capacità di usarla come strumento critico efficace.
Quello che sembra essere passato in secondo piano a troppi è che il Giorno della Memoria è nato non solo per commemorare chi è stato inghiottito dall’orrore, ma per un momento di riflessione su come interrogare il presente attraverso l’analisi del passato e contribuire alla costruzione di un futuro diverso, in senso universale. La domanda legittima potrebbe essere: la didattica della Shoah ha fallito?
La risposta è, senza esitazioni, no. La didattica della Shoah ha contribuito in modo rilevante a marginalizzare la legittimità del negazionismo nel dibattito accademico, rafforzando la ricezione di un quadro storiografico solido nel grande pubblico.
In questo senso, il lavoro della comunità scientifica è stato essenziale nel produrre questo quadro, mentre l’attività di divulgazione - dalle scuole ai convegni pubblici - è stata decisiva nel trasmetterne i contenuti e nel fornire strumenti adeguati per affrontare la Shoah sul piano storico e critico al grande pubblico.
Ma i contesti cambiano e gli esiti nel dibattito pubblico con loro. Gli importanti risultati ottenuti da chi si è occupato e si occupa della Shoah e della sua didattica sono stati progressivamente assunti come riferimento, fino a stabilizzarsi in un metodo e un insieme di contenuti che, nel tempo, hanno favorito una tendenza alla ritualizzazione.
Da questa dinamica statica e semplificante si sono generate quelle facili categorie morali sul conflitto israelo-palestinese che hanno alterato la funzione critica della Memoria nel suo complesso e in senso universale. Riportare la Memoria nell’alveo di quella complessità che ha sostenuto la costruzione della didattica della Shoah è una delle vie necessarie per sottrarla al dibattito capzioso delle parti.
A questa riappropriazione da parte della comunità scientifica, chiamata a confrontarsi con una rielaborazione contenutistica e metodologica della didattica per riagganciarla alla sua funzione critica, deve affiancarsi una responsabilità politica, che rigetti l’uso strumentale di categorie morali nel confronto pubblico.
Appellativi come “siete i nuovi nazisti”, utilizzati tanto per denunciare quanto avvenuto il 7 ottobre 2023 quanto per giudicare ciò che è seguito a Gaza, non possono essere assunti come strumenti legittimi di interpretazione o di critica nel dibattito pubblico.
Da questo punto di vista, è compito preciso della comunità scientifica delegittimare l’uso improprio di categorie morali come scorciatoie politiche, senza ambiguità o esitazioni.
Troppo spesso, anche in ambito accademico, concetti e categorie morali - come, ad esempio, “genocidio” - vengono assunti e valutati in modo formalmente scientifico, ma finiscono per essere restituiti al dibattito pubblico rafforzandone inconsapevolmente la carica politica, in un senso o nell’altro.
Si può e si deve discutere liberamente, in ambito accademico, se quanto avviene nel mondo possa essere letto anche attraverso la lente della Memoria, a condizione di non arrestarsi a vere o presunte analogie, ma di produrre un avanzamento interpretativo coerente con la sua funzione critica e orientato a una comprensione il più possibile scevra dal giudizio retroattivo del presente.
La Memoria, dunque, da un lato va preservata, ma dall’altro deve poter funzionare alla luce delle esigenze poste dal presente. La strada più pragmatica è quella di fare chiarezza sugli statuti che regolano la Memoria.
L’aspetto più difficile da affrontare risiede nel separare due dimensioni che nel tempo sono entrate in cortocircuito: da un lato la Memoria storica, intesa come insieme di fatti e delle loro interpretazioni contestuali; dall’altro la Memoria come strumento critico che, pur nascendo da quella storica, non coincide automaticamente con l’esperienza vissuta delle vittime e dei gruppi direttamente colpiti.
Queste due dimensioni vanno tenute distinte se si vuole, da un lato, salvaguardare l’unicità storica della Shoah e, dall’altro, liberare nuovamente la sua funzione critica, svincolandosi dalle strumentalizzazioni attuali e restituendole quella capacità di interrogare il presente che le è stata in larga misura sottratta.
La difficoltà risiede in un nodo pre-politico che attraversa anche le comunità e i gruppi colpiti dalla Shoah, all’interno dei quali l’esperienza storica dell’annientamento ha contribuito, in forme diverse, alla ridefinizione di identità individuali e collettive.
In passato, qualsiasi proposta di distinzione tra Memoria storica e Memoria come strumento critico è stata percepita come una perdita di portato o come una sua diluizione, se non come una vera e propria cessione simbolica, e per questo respinta. Oggi, tuttavia, i contesti non sono cambiati solo in peggio, ma anche in meglio: la didattica della Shoah ha prodotto risultati indiscutibili e consolidati. Non è più questo il terreno della contesa.
Non si deve temere nulla in questo senso: il problema non è più la perdita della Memoria, ma il suo abuso. La cessione simbolica della Shoah a un linguaggio moralizzante e politico è già avvenuta, e proprio per questo distinguere tra Memoria storica e Memoria come strumento critico non significa sottrarre nulla alle comunità colpite, ma preservare il senso e sottrarre la Memoria all’abuso che oggi la svuota.
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