I segnali del regime fascista che la società israeliana non può più ignorare
|
|
I fascismi sono riusciti ad andare al potere con lo sfruttamento sistematico delle libertà democratiche, soprattutto la libertà di espressione e la libertà di stampa, al fine di smantellare la democrazia dall’interno, prima, e piegarla con l’esercizio della forza e del potere, poi. Ce lo racconta la Germania degli anni ‘30, ce lo raccontano altri paesi che hanno seguito quel modello nell’ultimo decennio, e ora lo stiamo osservando in Israele. È questa la riflessione del giornalista e professore di Strategic Management all’Università di Chicago, Guy Rolnik su Hareetz dopo l’attacco del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich al presidente della Corte Suprema, Isaac Amit.
“[Il presidente della Corte Suprema] Isaac Amit è un megalomane violento e prepotente, che sta saccheggiando la democrazia israeliana. Il risultato sarà che lo schiacceremo”, ha detto Smotrich, durante una riunione della fazione sionista religiosa della Knesset, il 29 dicembre 2025.
Poche ore dopo 142 giudici in pensione hanno pubblicato una lettera aperta in cui condannavano le parole del ministro delle Finanze e principale partner di coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu a travolgere il presidente della Corte Suprema. “Questi attacchi distruttivi, del tutto ingiustificati, da parte di funzionari eletti e ministri del governo, sono diventati uno spettacolo quotidiano di follia sistemica sfrenata e una minaccia per l'infrastruttura democratica del paese”, hanno scritto i giudici.
Ma questa lettera, scrive Rolnik, è insufficiente. “Come altre sentenze e dichiarazioni degli ultimi anni – da quando la democrazia israeliana ha iniziato a sgretolarsi – ignora completamente le questioni più importanti: perché e come questa ‘follia sfrenata’ è diventata un evento quotidiano, ripetuto più e più volte al punto da diventare totalmente routine? Ci si aspetterebbe che giudici colti, tutti israeliani e in maggioranza ebrei, abbiano compreso appieno il momento storico in cui si trova il progetto sionista, perché chi se non noi dovremmo essere i primi a discernere i familiari schemi storici dell'ascesa di un regime fascista?”
Israele, prosegue Rolnik, sta seguendo un modello già visto dove si sono instaurati poi regimi autoritari e fascisti, senza che media, istituzioni democratiche e opposizioni siano in grado di segnalare la pericolosità degli attacchi alla democrazia israeliana. Anzi, descrivendo questi attacchi come un “dibattito legittimo”, tutti questi soggetti “stanno normalizzando l’intollerabile” e stanno diventando un’arma di quel potere che dovrebbero contrastare. I media non stanno raccontando la realtà, la stanno plasmando. Ed è quello che succede all’alba dei regimi fascisti.
Sui media israeliani l’attacco al presidente della Corte Suprema è stato fatto passare come uno scambio di opinioni tra due posizioni contrapposte, obliterando la gravità delle parole di Smotrich e l’affondo nei toni, nei contenuti e nei fini su una istituzione democratica e sul sistema di contrappesi politici all’interno di Israele.
La vera arma dei poteri forti è la normalizzazione delle argomentazioni che giustificano azioni e parole violente, osserva Rolnik. “Quando il linguaggio che presenta le istituzioni democratiche come saccheggiatori della sovranità viene accettato, la democrazia sta già precipitando”.
Il percorso è tracciato: “prima la propaganda si impone sul discorso pubblico, subito dopo crolla la fiducia nei media, i tribunali vengono attaccati e accusati di politicizzazione, i poteri di emergenza vengono normalizzati e la democrazia muore, con mezzi legali”. Lo abbiamo visto nella Germania di Weimar negli anni Trenta. Poi lo stesso schema è stato replicato in Polonia, Ungheria e Turchia.
In Polonia, nell'ultimo decennio, quando la leadership del partito “Diritto e Giustizia” ha accusato la Corte costituzionale di “sottrarre la sovranità del popolo” e proposto una legge contro l’indipendenza dei giudici, molti dei principali media hanno scelto di parlare della legge in termini tecnici, quando in realtà era in gioco la legittimità dei giudici in quanto tali. Quando i vari media hanno compreso il loro errore, non c'era più alcuna magistratura da difendere.
Lo stesso è accaduto in Ungheria. Viktor Orban non ha minacciato di ricorrere alla violenza, ha minato diritti, libertà di stampa e indipendenza dei giudici attraverso tutta una propaganda politica intorno al discorso della “sovranità nazionale”. I media ungheresi hanno parlato di legalità ma il problema era la legittimità delle istituzioni democratiche messa in discussione agli occhi della popolazione.
In Turchia, prima delle epurazioni su larga scala della magistratura, i media mainstream parlavano di “tensione” tra il governo e i giudici. Quando Recep Tayyip Erdoğan ha accusato i tribunali di sovversione, i commentatori hanno detto che c'era un “granello di verità” nell'accusa che il sistema fosse elitario.
In tutti questi casi c’è un denominatore comune: il ruolo dei media mainstream come strumento di legittimazione (consapevole o meno) della propaganda e delle misure istituite dai regimi protofascisti.
“I fascisti non cercano di farci amare una dittatura, ma di persuaderci che le istituzioni democratiche che limitano i politici non sono legittime”, scrive Rolnik. Quando i commentatori negli studi televisivi si concentrano sullo stile di Smotrich, stanno di fatto adottando le sue argomentazioni. “È il linguaggio che crea la realtà. Quando un ministro delle finanze parla della necessità di ‘calpestare’ un'istituzione democratica e i media definiscono le sue parole problematiche in termini di stile, contribuiscono a trasformare l'intollerabile in tollerabile”. Smotrich ha capito immediatamente che il suo commento aveva riscosso un enorme successo. Invece di parole di condanna, il suo intervento ha “generato una discussione” e ha reso legittimo quello che non avrebbe dovuto esserlo.
“Le democrazie non muoiono perché nessuno si oppone o mette in guardia dai pericoli. Muoiono quando i media, la comunità imprenditoriale, la società civile, le élite accademiche, i tribunali, i politici e i sindacati continuano a comportarsi come se ci fosse un dibattito, come se l'infrastruttura democratica fosse ancora solida e abbastanza forte da sopravvivere. Ma chi alla fine del 2025 non ha capito quanto sia pericolosa e avanzata la situazione in cui si trova ora Israele, probabilmente non lo capirà nemmeno nel 2026, l'anno delle elezioni più cruciali che il paese abbia mai conosciuto”.







