Australia: il divieto dei social per i minori di 16 anni si rivela inefficace
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A poco più di un mese dal divieto imposto dal governo australiano all’accesso ai social media da parte di minori di 16 anni, gli effetti sono scarsi, come era prevedibile. Tuttavia, restano intatte l’infondatezza scientifica e l’irresolutezza politica su cui si basano questi provvedimenti.
Il divieto, entrato in vigore il 10 dicembre 2025, ha riguardato dieci piattaforme: Facebook, Instagram, Threads, Snapchat, TikTok, X, YouTube, Reddit, Twitch e Kick. L'intento della legge, fortemente voluta dal Primo Ministro laburista Albanese per battere sul tempo l’opposizione di centro destra guidata da Peter Dutton, era di impedire a ragazze e ragazzi australiani con meno di 16 anni di creare nuovi account o di mantenere quelli esistenti. Il disegno di legge era stato approvato da Camera e Senato a novembre 2024 dopo un iter di poche settimane e ne era stata rinviata l’attuazione a dopo le elezioni politiche che, agli inizi di maggio 2025, confermavano Albanese alla guida del governo australiano.
L’Australia e il divieto dei social ai minori di 16 anni
A distanza di alcune settimane, però, solo alcuni account sono stati effettivamente sospesi e molti adolescenti hanno trovato modi per aggirare la verifica dell’età introdotta dalle piattaforme oppure si sono spostati su altri social media. Il 10 gennaio Mark Zuckerberg ha dichiarato che, in osservanza della legge, Meta ha sospeso più di 500.000 account tra Facebook, Instagram e Threads ma senza dimostrare che fossero intestati a minori di 16 anni. Le altre piattaforme non hanno reso noto i dati e non sono stati forniti dati ufficiali documentati dal governo australiano.
La stessa opposizione che aveva sostenuto il disegno di legge fin dal 2024, alcuni giorni fa, con Melissa McIntosh ministra ombra delle comunicazioni, ha constatato che l'attuazione del divieto è fallita.
“La legge funziona non solo attraverso la punizione, ma anche attraverso la credibilità. Quando la legislazione viene ampiamente violata senza conseguenze, si rischia di minare la fiducia del pubblico non solo in quella legge, ma anche nella serietà del processo legislativo stesso”, ha scritto la psicologa australiana Clare Rowe, sostenitrice del divieto. Per Rowe, il governo Albanese deve dimostrare la volontà di confrontarsi con le aziende tecnologiche che non rispettano l’obbligo di disattivare gli account a meno che non si accontenti di una legge simbolica e di un cambiamento culturale a lungo termine che farà crescere le nuove generazioni nella convinzione che potranno frequentare i media sociali solo più tardi nelle loro vite. Pertanto, se la legge si fermerà alle intenzioni morali e non riuscirà subito a espellere i minori di 16 anni dai social media potrà comunque, nel lungo termine, persuaderli a rinunciarvi da sé.
Potrebbe essere questo il pensiero rassicurante che contagia un numero crescente di governi occidentali inducendoli a promuovere divieti o forti restrizioni all’uso di smartphone e social media da parte dei minorenni.
Le motivazioni ufficiali sono la tutela della salute mentale e la riduzione del cyberbullismo. Tuttavia, anche alla luce delle ultime evidenze australiane, tali politiche risultano di fatto difficilmente applicabili e incapaci di produrre benefici oggettivi soprattutto se adottate come misure isolate. In sostanza, si tratta di politiche formalmente severe nei confronti delle fasce di età più giovani che alimentano confusione e paure nella popolazione generale e distolgono l’attenzione da interventi che sarebbero necessari in materia di prevenzione, tutela, supporto psicologico e sociale.
Per amor del vero, l’aria che tira sui social di Zuckerberg e Musk è dannosa, da qualche anno a questa parte, anche per chi ha più di 16 anni a causa dell’incitamento all’odio, della discriminazione, della violenza e della soppressione delle espressioni critiche che ormai li contraddistinguono. È dunque sorprendente che i legislatori si fissino sui divieti agli adolescenti di partecipazione sociale anziché sui richiami alla vigilanza e alla regolamentazione dei contenuti da parte dei titolari dei social media, al fine di rendere gli spazi online più sicuri e vivibili. A meno che, sgomberare alcuni social media dai minorenni – almeno nelle intenzioni morali di una legge – non diventi ancora di più un modo per liberalizzare la circolazione di contenuti esplicitamente rivolti a un pubblico adulto. Un’inchiesta del giornalista australiano indipendente Cam Wilson su Crikey., ha rivelato che dietro la campagna che ha fatto maggiore pressione a favore del divieto ci sarebbe stata un’agenzia pubblicitaria specializzata in annunci sul gioco d’azzardo. Si tratta proprio di quegli annunci che rischiavano di essere proibiti online e che, dopo la decisione del governo australiano di escludere i più giovani dai social media, hanno potuto continuare a essere diffusi senza restrizioni.
In questo quadro, gli spazi virtuali — in particolare quelli dei social media — vengono implicitamente consegnati a un mercato di contenuti dannosi come se fossero naturali e inevitabili. Il messaggio che si manda ai più giovani e alla popolazione generale è chiaro: la rete è un luogo irredimibile, da cui difendersi non attraverso l’educazione critica o la responsabilizzazione, ma tramite l’esclusione. Tuttavia, il dispositivo del divieto si presenta sotto le spoglie di una benevolenza paternalistica che rassicura le famiglie promettendo protezione e benessere. In tal modo, non si proibisce soltanto l’accesso, ma si costruisce una narrazione secondo cui l’esclusione è preferibile alla partecipazione, la rinuncia ai diritti è meno faticosa della resistenza per conservarli, la restrizione di spazi di incontro discriminanti può essere anteposta alla propria sopravvivenza sociale.
Il divieto, presentato come atto di cura, finisce così per svolgere una funzione prevalentemente propagandistica per rassicurare l’opinione pubblica adulta, spostando l’attenzione dalle cause strutturali del degrado dello spazio digitale. e rinunciando a un’autentica politica dei diritti di partecipazione degli utenti, della rendicontazione responsabile delle aziende e dell’educazione alla salute pubblica informata dalle evidenze scientifiche. Allo stesso tempo, il provvedimento sancisce un implicito patto di non ostilità con i proprietari delle piattaforme sociali poiché elude qualunque intervento strutturale che possa incidere sul loro potere e sui loro profitti. Una scelta che può risultare vantaggiosa in prossimità delle elezioni, quando i social media restano uno strumento centrale di comunicazione e propaganda politica. Seguendo questa linea ipotetica, si comprende anche l’attrazione trasversale della politica per leggi simboliche di questo tipo che simulano un’azione risolutiva ma che in realtà lasciano inalterate le dinamiche di potere dello spazio digitale. Intestandosi questo genere di divieti, progressisti e conservatori evitano lo scontro con le piattaforme e continuano a beneficiare dei loro meccanismi di amplificazione.
D’altra parte, ragazze e ragazzi possono aggirare con facilità i divieti, utilizzando dispositivi di persone maggiorenni o dichiarando un’età falsa, considerata la fragilità dei sistemi di verifica. Queste soluzioni alternative sono possibili soprattutto a chi dispone di adeguate competenze digitali, di più dispositivi e di un contesto familiare di supporto. Di conseguenza, la mancanza di tali risorse penalizza proprio coloro per i quali lo spazio sociale online rappresenta una dimensione cruciale di interazione, riconoscimento e regolazione dell’ansia.
Le basi scientifiche
Lo sviluppo psicosociale nei contesti in cui si realizza, siano essi nello spazio fisico o in quello online, pone sfide educative rilevanti che possono avere un impatto sulla salute fisica e psicologica. La guida informata da parte di genitori e insegnanti aiuta fina dall’infanzia a diventare consumatori consapevoli dei media digitali e a regolare le emozioni.
Come sostengono la scienziata statunitense Kelsey McAlister e le sue colleghe in un articolo del 2024, i divieti e le severe restrizioni all’accesso ai social media imposti da una regolamentazione esterna offrono pochi miglioramenti nell'affrontare queste sfide educative. Le autrici aggiungono che i divieti rappresentano una risposta rigida e inefficace a questioni in continua evoluzione che richiederebbero una valutazione costante. La risposta è rigida in quanto impedisce a ragazze e ragazzi di accedere a una fonte di connessione significativa senza offrire un'alternativa valida ed è inefficace perché le restrizioni possono portare a conseguenze negative, come l'incremento del senso di isolamento, l'incoraggiamento alla ribellione contro l'autorità e insufficienti opportunità di accrescere le competenze digitali. Anche se implementati, sottolineano McAlister e colleghe, i divieti in base all’età non affrontano la questione della qualità delle interazioni degli adolescenti sui social media, la regolazione delle emozioni in risposta alle sollecitazioni degli algoritmi e altri fattori contestuali, che sono fondamentali per misurarne l’impatto sulla salute psicologica.
Le prove attuali sull'efficacia dei divieti nel migliorare la salute rimangono deboli e inconcludenti. Una recente revisione critica di Kaitlyn Burnell e collaboratrici (2025) che ha incluso 32 ricerche pubblicate su un totale di oltre 5000 persone adulte, compresi gruppi di studenti universitari, ha mostrato che la restrizione, definita come limitazione o astensione dall'uso dei social media può portare a minimi benefici prevalentemente autoriferiti. Le ricercatrici invitano alla cautela in quanto tali effetti, relativi all’interruzione temporanea dall’uso regolare dei social media, non provano che tale uso sia dannoso. “Le dimensioni ridotte dell'effetto osservato”, affermano Burnell e colleghe, “suggeriscono che le restrizioni non siano probabilmente il metodo più efficace per migliorare il benessere soggettivo nell'era digitale odierna. I social media possono indubbiamente avere effetti negativi a seconda delle differenze individuali degli utenti, dei contenuti a cui sono esposti sui social media e del modo in cui interagiscono con tali contenuti. In alcuni casi, la limitazione dell'uso dei social media può rivelarsi efficace. Tuttavia, senza prove rigorose che testino esplicitamente meccanismi specifici e differenze individuali, è prematuro concludere che la limitazione dell'uso dei social media sia una soluzione valida per tutti”.
Nella lettera aperta che più di 140 esperti, accademici e organizzazioni internazionali avevano firmato e indirizzato al governo australiano, a novembre 2024, criticando il divieto, veniva riportato che “qualsiasi restrizione nel mondo digitale deve quindi essere progettata con attenzione e temiamo che un “divieto” sia uno strumento troppo drastico per affrontare efficacemente i rischi”.
Come aveva dimostrato Luisa Fassi, in un intervento alla sottocommissione sulla Salute Pubblica del Parlamento Europeo a novembre 2024, il dibattito pubblico sull’impatto dei social media si fonda spesso su una correlazione spuria tra aumento dell’uso digitale e problemi di salute mentale, supportata da studi metodologicamente deboli che non dimostrano alcun rapporto di causa-effetto ma coesistenze di effetti che potrebbero essere dovute in realtà a più fattori. Fassi, allora ricercatrice nel Regno Unito presso il Digital Mental Health Group dell'Università di Cambridge, uno dei centri di riferimento sulla tematica diretto da Amy Orben, aveva richiamato al ruolo che hanno le istituzioni governative nell’incentivare gli studi longitudinali rigorosi e nel persuadere le aziende tecnologiche a collaborare con i centri di ricerca indipendenti per fornire i dati sulla gestione dei loro algoritmi.
Estendendo l’analisi anche ai divieti di utilizzo degli smartphone nelle scuole rimane la stessa mancanza di prove di efficacia. Circa il 40% dei paesi del mondo, tra cui Belgio, Francia, Israele, Turchia, Bangladesh, Stati Uniti e alcune regioni del Canada e dell'Australia, ha approvato leggi che limitano l'uso degli smartphone durante l'orario scolastico. Una revisione degli studi pubblicati tra il 2007 e il 2023 condotta da alcune ricercatrici australiane coordinate da Marilyn Campbell (2024) ha individuato, su oltre 1300 articoli, 22 studi pertinenti. Tali studi hanno fornito prove inconcludenti a sostegno dei divieti. Sebbene il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole abbia seguito approcci eterogenei e sia stato giustificato da punti di vista positivi o negativi, la disamina critica della letteratura scientifica condotta da Campbell e colleghe dimostra che non esistono prove sufficienti a giustificare le politiche restrittive. L’approccio educativo all’uso responsabile dei telefoni in classe rimane la strategia da percorrere.
Nello studio da poco pubblicato sulla rivista Journal of Youth and Adolescence da otto ricercatrici e ricercatori olandesi guidati da Elien Vanluydt, dai dati raccolti in 24 scuole (9 scuole con divieto parziale e 15 scuole con divieto totale) non sono state riscontrate differenze significative sul benessere e sulla frequenza di episodi di bullismo ma è stata osservata una minore connessione tra studenti e insegnanti e, per le ragazze, a un minore senso di appartenenza alla scuola. Secondo le autrici, tali risultati dimostrano che i divieti, anche quelli più severi, “non producono i benefici previsti e possono persino minare la connessione sociale degli studenti a scuola”.
La politica non sceglie di seguire la scienza
Se scegliesse di seguire la scienza, pertanto, la politica avrebbe informazioni sufficienti per destinare risorse a interventi rivolti alla promozione di abitudini salutari e alla costruzione di reti di supporto psicosociale online e offline.
I governi invece hanno deciso di seguire Jonathan Haidt. Haidt, psicologo e autore di bestseller molto apprezzato anche dagli editorialisti della nostra stampa, sostiene che il deterioramento della salute mentale dei più giovani (attenzione: non ci sono prove che lo dimostrino) è causato dai dispositivi digitali e dai social media. In precedenza attribuiva lo stesso effetto distruttivo anche ai videogiochi ma poi ha cambiato idea. Le tesi che Haidt elabora nei suoi libri, scritti e frequenti audizioni nelle aule istituzionali risultano, all’analisi critica, basate su un uso selettivo dei dati massaggiati fino produrre gli effetti desiderati, sulla confusione sistematica tra correlazione e causalità e sull’assenza di modelli alternativi esplicativi. “Centinaia di ricercatori e ricercatrici, me compresa”, scriveva la psicologa Candice Odgers a marzo 2024, “hanno cercato di individuare gli effetti significativi suggeriti da Haidt. I nostri sforzi hanno prodotto una combinazione di associazioni negative, minime e contrastanti. La maggior parte dei dati è di natura correlazionale. Quando si riscontrano associazioni nel tempo, queste non suggeriscono che l'uso dei social media causi la depressione, ma che i giovani che già soffrono di problemi di salute mentale utilizzano tali piattaforme più spesso o in modo diverso rispetto ai loro coetanei sani”.
Eppure, l’affabulazione di Haidt risulta più influente e convincente per i decisori politici. Le figure pubbliche come Haidt offrono alla politica soluzioni apparentemente semplici a problemi complessi, suggeriscono risposte rapide che giustificano l’inazione, garantiscono il consenso che assicura il mantenimento del potere. Così è stato per Albanese e gli estensori della legge australiana che si è basato su citazioni dal suo ultimo libro.
Un altro esempio paradossale è rappresentato dal Regno Unito, dove lavorano alcuni tra i più autorevoli ricercatori sugli effetti psicologici e sociali dei dispositivi digitali e delle piattaforme sociali: il ministro della Salute laburista Wes Streeting ha invitato Haidt a intervenire a un evento istituzionale rivolto a parlamentari e organizzazioni benefiche. Questa iniziativa ha fatto seguito alle dichiarazioni del primo ministro Keir Starmer concernenti la sua apertura a iniziative legislative — “guardando all’Australia” — per vietare l’uso dei social media nonché i telefoni a scuola. Come in una gara, anche gli altri partiti britannici hanno espresso analogo interesse verso l’ipotesi del divieto.
Le lunghe lettere argomentate degli studiosi del settore, come quella inviata per tempo da Pete Etchells ai parlamentari britannici, non possono avere altro destino che rimanere a margine del dibattito pubblico: le cautele nell’analisi e le proposte a lungo termine sono incapaci di competere con il fascino delle narrazioni semplici.
About 18 months ago I sent this letter, along with a copy of my book, to a number of MPs and peers, including Wes Streeting. I never got a response (which to be fair was my baseline expectation), but it’s still disheartening to see today’s news about Haidt’s invitation to speak to policymakers.
— Pete Etchells (@peteetchells.bsky.social) 2026-01-14T20:26:51.522Z
Conclusioni
In assenza di provati benefici sul benessere psicosociale derivanti dai divieti di accesso ai media sociali e di uso degli smartphone in base all’età, le leggi che i governi di diversa collocazione politica si intestano sembrano concretizzarsi gradualmente in una cultura di restrizione degli spazi di libera espressione, socializzazione e interconnessione dei più giovani. Se da un lato l’assenza di misure attuative di tali politiche lascia che le piattaforme sociali siano invase da disinformazione e violenza, dall’altro lato abitua all’idea che gli spazi sociali online non siano adatti ai più giovani.
Il fatto che provvedimenti legislativi simili si ripetano in paesi diversi e ricevano ampia copertura mediatica non ne rafforza la solidità scientifica, ma ne aumenta la percezione di credibilità. Per effetto della verità illusoria, infatti, la continua esposizione a queste proposte ci porta a considerarle sempre più ragionevoli e accettabili, indipendentemente dalla qualità delle prove che le sostengono.
La psicologia della disinformazione: perché è difficile correggere le false convinzioni
Con il tempo e con la progressiva diffusione di tali interventi legislativi anche nei paesi democratici, i divieti sembrano cristallizzarsi sempre più come atti simbolici. Non tanto strumenti efficaci di tutela, quanto dispositivi culturali che contribuiscono a trasmettere a ragazzi e ragazze l’idea che il benessere derivi dalla rinuncia alle “cose non necessarie ma non distruttive” come quelle “dello svago, del comfort, dell’esuberanza” piuttosto che dalla costruzione di competenze critiche e relazionali. In Quelli che si allontanano da Omelas (1973) di Ursula K. Le Guin, da cui ho tratto i virgolettati, la società si fonda proprio su una privazione di quelle cose accettata e interiorizzata.
“Sanno che, come il bambino, non sono liberi.”
“Tutti lo sanno, tutti gli abitanti di Omelas.”
Immagine in anteprima: frame video Al Jazeera







