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Quanto inquina la sanità: dati, cause e soluzioni. Cosa funziona in Europa e cosa manca in Italia

14 Gennaio 2026 9 min lettura

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Quanto inquina la sanità: dati, cause e soluzioni. Cosa funziona in Europa e cosa manca in Italia

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La prossima volta che entrate in un ambulatorio o in un ospedale, provate a fare caso a un elemento a cui forse prima non avete dato grande importanza: i cestini della spazzatura. Le nostre strutture sanitarie ne sono disseminate, per accogliere il materiale (spesso usa e getta) che viene buttato quotidianamente: guanti, carta assorbente, mascherine, aghi e siringhe, bendaggi, involucri dei medicinali. E poi ci sono le luci sempre accese, i sistemi di aerazione, gli impianti di riscaldamento o di aria condizionata.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il settore sanitario è responsabile di circa il 5% delle emissioni globali di gas serra, ma la percentuale è più alta in aree come l’Europa, gli Stati Uniti e la Cina. Se non interverremo in tempo, i nostri sistemi sanitari raggiungeranno una produzione di sei gigatonnellate di Co2 all’anno entro il 2050, pari alle emissioni di circa 1,26 miliardi di automobili. Il paradosso è evidente: curare le persone ha un impatto diretto sull’ambiente e, se non implementeremo strategie ad hoc, la sanità continuerà ad aggravare la crisi climatica. Ciò che serve secondo l’OMS è un’azione congiunta tra governi e aziende sanitarie per ridurre l’impatto e andare verso sistemi sanitari sempre più sostenibili. Ma come farlo?

Percentuale dell'impatto globale nel settore sanitario, fonte: Health Care Without Harm

Nel mondo esistono già alcuni esempi virtuosi: ci sono ospedali che hanno installato parchi di pannelli fotovoltaici per andare verso l’autonomia energetica, altri che lavorano sul riciclo del materiale usa e getta e sullo smaltimento dei rifiuti speciali, altri ancora che hanno modificato i menù ospedalieri andando verso un menù a chilometro zero. Ma ancora c’è tanto da fare.

Una delle prime organizzazioni internazionali che si è occupata della questione è la Health Care Without Harm, che dal 1996 lotta affinché i sistemi sanitari siano più sostenibili, e pubblica rapporti e dati che permettono di avere una dimensione del problema. La Health Care Without Harm spiega che, se l'assistenza sanitaria fosse un paese, sarebbe il quinto maggior produttore di emissioni a livello globale. Gli ospedali sono tra le strutture più inquinanti al mondo: la loro impronta di carbonio in un anno è pari a due gigatonnellate di Co2, ovvero quanto emesso da 514 centrali a carbone. 

Quali sono le attività che inquinano di più? La maggior parte di queste emissioni (circa il 71%) deriva dalla produzione, dall’imballaggio, dal trasporto e dallo smaltimento di beni e servizi: prodotti farmaceutici, dispositivi medici, attrezzature ospedaliere, strumentazioni. Subito dopo viene l’energia: il 13% dell'impronta climatica del settore deriva dal consumo di energia elettrica e termica nelle strutture sanitarie. E poi c’è l’inquinamento dovuto ai trasporti, le sostanze tossiche presenti nei medicinali, nei detergenti e nei disinfettanti, e le diossine che fuoriescono dagli inceneritori medici per rifiuti speciali.

Ridurre l’impatto è possibile: le sperimentazioni in Europa

Oggi rendere sostenibile il settore sanitario è una delle sfide delle nostre società. Nel 2021, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Glasgow (COP26), per la prima volta si è accesa una luce sul tema della sanità sostenibile: cinquanta paesi si sono impegnati a sviluppare sistemi sanitari a basse emissioni di carbonio e quattordici hanno preso l’impegno di azzerare entro il 2050 le emissioni nette di carbonio. 

L'Unione Europea ha affrontato la questione dei cambiamenti climatici attraverso diverse politiche, principalmente nell'ambito del Green Deal europeo. Tuttavia, nel caso dei sistemi sanitari, l'accento è posto in gran parte sull’adattamento ai cambiamenti climatici, piuttosto che sulla mitigazione delle emissioni. La sostenibilità è la base di molti programmi europei, come: la Strategia farmaceutica per l'Europa, che sottolinea l'importanza di utilizzare prodotti farmaceutici sostenibili dal punto di vista ambientale e climaticamente neutri; l'eHealth, la strategia sanitaria digitale, che potrebbe svolgere un ruolo importante nella decarbonizzazione; e la Strategia “dal campo alla tavola” contro lo spreco alimentare, che può incentivare l'uso di alimenti sostenibili nel sistema sanitario. 

Seguendo queste linee guida, diversi ospedali stanno sviluppando sperimentazioni all’avanguardia. In Catalogna, l'ospedale universitario di Mollet del Vallès sin dalla sua costruzione nel 2010, è stato progettato tenendo conto della sostenibilità, con un impianto geotermico per la produzione di energia, un sistema di raccolta dell'acqua piovana e soffitti radianti per diffondere calore o fresco per irraggiamento con un’alta efficienza. Negli anni successivi sono stati installati pannelli solari, sistemi di risparmio idrico e nuove finestre coibentate. I risultati sono misurabili: dal 2012 al 2024 le emissioni sono calate del 91%, nonostante nello stesso periodo i pazienti siano aumentati del 50%.

Poco distante, a Barcellona, l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau attraverso il progetto Green Breath ha lavorato per ridurre l’impatto ambientale dei farmaci inalatori, tra i più inquinanti al mondo. Questi farmaci sono utilizzati per il trattamento dell'asma e di altre patologie respiratorie, e ne esistono di diversi tipi: inalatori a polvere secca, a nebulizzazione morbida e pressurizzati a dosaggio misurato. Tutti contengono idrofluorocarburi, potenti gas serra che hanno un potenziale di riscaldamento globale migliaia di volte superiore a quello della Co2. L’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau ha creato il primo database che classifica gli inalatori in base al loro impatto ambientale, tenendo conto delle emissioni di carbonio, della tossicità e dell'inquinamento idrico: questo strumento è stato integrato da un algoritmo che supporta i medici al momento della prescrizione, tenendo conto da un lato delle esigenze dei pazienti, dall’altro dell'impatto ambientale dei farmaci. All’inizio del 2025, in collaborazione con il Ministero della Salute spagnolo, è stata pubblicata la prima Guida nazionale sulla prescrizione sostenibile di inalatori.

In Austria, nelle montagne vicino al confine con l’Italia e con la Slovenia, l’ospedale pubblico di Villach già dal 2017 lavora per ridurre lo spreco alimentare: è bastato rinominare le porzioni di cibo e assicurarsi che gli ordini siano effettuati correttamente dal personale, e già lo spreco alimentare si è ridotto del 30%. “È stato un momento decisivo in cui abbiamo capito che, con misure semplici, è possibile ottenere cambiamenti significativi senza dover investire molto denaro”, ha spiegato Alexander Thomasser, responsabile del dipartimento amministrativo. Nel 2021 l’ospedale ha dato vita a un team interdisciplinare sulla sostenibilità, composto da medici, infermieri, personale amministrativo ed esperti ambientali, per ragionare insieme su come ridurre le emissioni. Attraverso il progetto Climate awareness è stato realizzato un reparto sperimentale all’interno dell’ospedale, dove si stanno mettendo in pratica nuove tecnologie e procedure per ridurre l’impatto ambientale: si tratta di un progetto pilota, che poi verrà replicato in altri reparti.

Ma non sono solo gli ospedali a portare avanti l’innovazione. Nei Paesi Bassi nel 2021 è nata una rete che dal basso spinge per andare verso una sanità più sostenibile: si chiama Dutch Green Health Alliance (Groene Zorg Alliantie), e oggi ne fanno parte più di 230 gruppi locali, per un totale di oltre 10mila professionisti sanitari. L’obiettivo è fare advocacy e andare verso una cultura di una sanità più “verde”: attraverso un podcast, un libro e un festival annuale, l’Alleanza ha iniziato a cambiare la cultura nel settore sanitario, ponendo la sostenibilità al centro del dibattito.

L’Italia è ancora lontana da una sanità sostenibile

In Italia manca ancora una risposta sistemica, ma alcune aziende sanitarie stanno avviando sperimentazioni in questo senso, soprattutto grazie a progetti finanziati dall’Unione europea. Si tratta però di iniziative che intervengono in particolare per abbattere i consumi energetici, mentre poco si sta facendo sugli altri fronti.

“In ospedale ovviamente la priorità è il paziente, più che il risparmio energetico o la riduzione delle emissioni, soprattutto nelle situazioni di carattere emergenziale”, ha spiegato Daniele Gui, responsabile scientifico del progetto Caring Nature, che mette insieme 19 partner di 11 paesi europei, tra cui l’università Cattolica di Milano e il policlinico Gemelli di Roma. “L’obiettivo primario è quello di far sì che il paziente sia curato al meglio, senza badare a spese, e possa trovarsi in una condizione confortevole, al caldo quando fa freddo e al fresco quando fuori le temperature sono molto alte. Tutto questo si traduce in un elevato consumo di energie e di risorse da parte degli operatori e delle strutture ospedaliere stesse”.

Per questo il progetto Caring Nature punta a ridurre i consumi con sistemi di illuminazione a tempo, attraverso l’installazione di sensori distribuiti all’interno dell’ospedale, e un’analisi dei comportamenti per ottimizzare l’impiego dell’energia tramite l’intelligenza artificiale. Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti ospedalieri, bisogna partire dal presupposto che, da prassi, questi vengono trattati come rifiuti speciali, perché potrebbero essere potenzialmente contaminati da materiale organico. I rifiuti speciali vengono gestiti diversamente dai normali rifiuti, e questo implica un aumento dei costi e dell’impatto ambientale, anche a causa del trasporto in discariche apposite. “La nostra idea è quella di adattare all’uso ospedaliero tecnologie che consentano non solo di riciclare i rifiuti, per esempio la carta o la plastica, che potrebbero non ricadere nella definizione di ‘rifiuto speciale’, ma anche di trattare i rifiuti non riciclabili mediante piccoli impianti in loco, risparmiando così sui trasporti”, racconta Gui.

Prima del progetto Caring Nature, alcuni ospedali italiani si erano già mossi per andare verso un abbattimento dei consumi. A Roma, le coperture dei parcheggi del San Camillo sono realizzate con pannelli solari, mentre a San Donato Milanese vengono serviti già da tempo menu ospedalieri a km zero. Le regioni più attente sono l’Emilia-Romagna e la Toscana: già nel 2008 la regione Emilia-Romagna aveva lanciato la campagna “Io spengo lo spreco”, sottoscrivendo un impegno da parte delle aziende sanitarie per un uso razionale dell’energia, e fondi per la realizzazione di impianti fotovoltaici e di cogenerazione, per il riutilizzo del calore. A Bologna, il policlinico di Sant'Orsola ha preso parte al progetto Res Hospitals, insieme ad altri venti ospedali europei, per arrivare a coprire almeno il 50% del fabbisogno energetico con energia da fonti rinnovabili. In Toscana, l’ospedale Meyer di Firenze ha sistemi avanzati di ventilazione, climatizzazione e illuminazione per ridurre gli sprechi e creare un migliore equilibrio termico, mentre già dal 2011 l’ospedale fiorentino di Careggi è stato dotato di uno dei più grandi trigeneratori d’Europa, che migliora l'efficienza energetica. L’ospedale Versilia a Lido di Camaiore ha installato un parco di pannelli fotovoltaici che permette di soddisfare quasi per intero il fabbisogno di energia elettrica della struttura. 

Nel frattempo, sul territorio nazionale gli immobili di proprietà delle aziende sanitarie stanno invecchiando e sono sempre meno adatti a rispondere a criteri di efficienza energetica. Il rapporto Oasi del 2021 parla di una “progressiva obsolescenza (del patrimonio immobiliare, ndr), che può sfociare in condizioni di grave degrado, se non addirittura non conformità alle norme”. L’82% degli edifici è stato costruito prima del 1990 e il 58% prima del 1970, ben prima dell’entrata in vigore della legge 10 del 1991, una norma fondamentale che ha promosso il risparmio energetico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili nelle nuove costruzioni.

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Un’occasione per andare verso un sistema sanitario più sostenibile avrebbe potuto essere quella del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), sostenuto dall'Unione europea con 191,5 miliardi di euro, di cui circa il 38% era destinato alla transizione ecologica. Il PNRR mirava genericamente a una progressiva decarbonizzazione di “tutti i settori” in Italia, senza citare mai in modo esplicito il sistema sanitario. “Ciò è particolarmente sorprendente”, scrivono gli autori del paper Decarbonizzazione del sistema sanitario italiano e fondi europei. Un'occasione persa?, “considerando che due dei punti di forza del PNRR sono il rafforzamento dell'assistenza sanitaria di base e lo sviluppo della telemedicina, entrambi in grado di contribuire in modo determinante alla riduzione delle emissioni”. E aggiungono: “È interessante notare che l'Italia non figura nell'elenco dei paesi firmatari degli impegni della COP26. Inoltre, nonostante il Piano nazionale di prevenzione (PNP) riconosca che il settore sanitario debba contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici e migliorare la propria resilienza, tale settore non è esplicitamente menzionato quando vengono indicate le riduzioni delle emissioni previste”. Insomma, primum non nocere (“per prima cosa, non fare danni”) è un principio fondamentale dell’etica medica. Tuttavia la sensazione è che il nostro sistema sanitario continuerà ad essere – almeno per un po’ – uno dei grandi responsabili del cambiamento climatico. 

Questo articolo è stato realizzato con il contributo dei giornalisti Elena Ledda e Jakob Pallinger nell'ambito delle reti tematiche di PULSE (di N-Ost | OBCT), un'iniziativa europea dedicata alla promozione di collaborazioni giornalistiche transnazionali.

Immagine in anteprima via biospectrumindia.com

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