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Huawei e 5G: la guerra fredda tecnologica con la Cina e cosa teme davvero l’America di Trump

17 Febbraio 2020 16 min lettura

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Huawei e 5G: la guerra fredda tecnologica con la Cina e cosa teme davvero l’America di Trump

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A fine gennaio, l’Unione europea ha pubblicato una sorta di “cassetta degli attrezzi” cui gli Stati membri potranno fare riferimento per regolamentare il mercato del 5G, le reti di nuova generazione che saranno in grado di supportare un numero sempre maggiore di dispositivi e avranno applicazioni praticamente ovunque: dalle case private agli impianti industriali in cui le macchine non avranno più bisogno di cavi, dalle smart city in cui milioni di sensori analizzano e gestiscono emissioni, traffico, illuminazione pubblica alla gestione del traffico di strade, porti e aeroporti.

«Con il 5G stiamo entrando in un nuovo mondo. Gli Stati membri hanno deciso, per la prima volta nella nostra storia, che sarebbe stato opportuno avere un approccio coordinato per proteggere la nostra infrastruttura», ha affermato Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno e i servizi della commissione von der Leyen.

Pur non facendone mai il nome, le nuove misure sembrano voler limitare la dipendenza dei paesi UE dalla società cinese delle telecomunicazioni Huawei e rafforzare le industrie europee del 5G. La decisione dell'Unione europea si inserisce, infatti, in un contesto geopolitico molto delicato che vede gli Stati Uniti e la Cina impegnate in prima linea in quella che si può definire una sorta di "guerra fredda tecnologica".

Sin dallo scorso anno gli Stati Uniti avevano avviato una lunga e intensa campagna di lobbying. L’amministrazione Trump aveva fatto pressione sia sull'Unione Europea nel suo insieme che sui singoli paesi membri attraverso molteplici visite di alti funzionari USA a Bruxelles e nelle principali capitali europee. A dicembre 2019, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva scritto un editoriale su Politico in cui invitava i leader europei a tenere Huawei fuori dalle reti dei loro paesi: "La Cina ruba la proprietà intellettuale per scopi militari. Vuole dominare il settore dell'intelligenza artificiale, la tecnologia spaziale, i missili balistici e molte altre aree".

L’UE ha invece scelto di tenere in piedi le relazioni sia con la Cina che con gli Stati Uniti nonostante la pressione degli USA di scegliere o l’una o gli altri, non seguendo l'esempio dell'amministrazione Trump che ha bandito Huawei dal mercato del 5G negli USA e aveva sollecitato i paesi UE a seguirne la strada. Anche il Regno Unito ha deciso di limitare (ma non vietare) l'accesso al mercato di Huawei alle parti periferiche e non sensibili delle reti 5G (sono stati esclusi alcuni siti strategici come le sedi militari), un provvedimento che si è rivelato in linea con quanto deciso successivamente in sede europea. 

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avvertito i paesi europei che intende ridurre la condivisione delle informazioni di intelligence con quei paesi che collaboreranno con Huawei. Il consulente per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert O’Brien si è detto scioccato della decisione del Regno Unito: «Consentire a Huawei di entrare nelle reti 5G del Regno Unito rischia di dare alla Cina l'accesso ai dettagli “più intimi” dei cittadini britannici», ha dichiarato al Financial Times. «Vedremo cosa faranno i singoli governi in concreto e, soprattutto, come implementeranno ciò che hanno disposto», ha commentato Pompeo.

Tuttavia, la pressione di Trump sugli Stati membri sembra aver ottenuto un risultato minimo: l’Unione europea ha approntato una strategia condivisa che potrebbe portare i singoli governi nazionali a divieti e restrizioni molto forti nei confronti delle società di telecomunicazione cinesi. 

Cosa dice il testo dell’Unione europea

Il testo pubblicato dall’UE non menziona mai Huawei né indica la Cina come una minaccia alla sicurezza dell’intelligence europea. Il documento fornisce ai legislatori dei paesi europei una guida pratica per legiferare in materia di 5G e, se ritenuto necessario, applicare divieti e restrizioni nei confronti di alcuni fornitori di servizi. 

"Attraverso la cassetta degli attrezzi, gli Stati membri si impegnano a progredire congiuntamente sulla base di una valutazione obiettiva dei rischi identificati e di misure di attenuazione proporzionate", si legge in un comunicato stampa.

Gli Stati membri – prosegue il testo – hanno concordato di "rafforzare i requisiti di sicurezza, valutare i profili di rischio dei fornitori, applicare restrizioni proporzionate ai fornitori considerati ad alto rischio, compresa l’esclusione da risorse chiave considerate critiche e sensibili (come le funzioni della rete principale), e attuare strategie per garantire la diversificazione dei fornitori".

Le regole suggerite dall’UE chiedono, dunque, ai governi nazionali di valutare i rischi associati ai fornitori di servizi 5G, tenendo conto della nazionalità della sede centrale dell’impresa, delle regole di sorveglianza alle quali sono soggetti e se possa esserci il rischio di spionaggio di informazioni “critiche o sensibili” delle reti 5G, in particolare riguardo ai core networks, che costituiscono la spina dorsale di Internet, i servizi di gestione delle reti e parti delle reti che gestiscono il traffico di dati verso stazioni base e antenne.

Questo sembrerebbe aprire la strada a forti restrizioni nei confronti di Huawei, come già approvato dal Regno Unito che ha limitato l’accesso alla società di telecomunicazioni cinese alla fornitura di servizi periferici. Resta da chiedersi – commenta Politico in un approfondimento sulla questione – quali saranno i governi nazionali interessati a percorrere questa strada.

Finora, la Francia ha messo a punto una nuova legge che garantisce all'ufficio del Presidente ampi poteri per intervenire nei contratti di telecomunicazione e bloccare gli appalti di fornitori ritenuti ad alto rischio per la sicurezza nazionale. Questa legge prevede anche limiti di utilizzo delle apparecchiature Huawei nelle parti critiche e sensibili della rete.

Il governo dei Paesi Bassi ha approvato nuovi requisiti lo scorso dicembre molto simili alle nuove regole adottate dal Regno Unito: le due società cinesi Huawei e ZTE potrebbero essere soggette a blocchi parziali nei prossimi anni.

Lo scorso 11 febbraio la Germania ha approvato un documento che sembrerebbe ridurre, senza vietarlo, il coinvolgimento di Huawei nell'implementazione della rete 5G nel paese tedesco. Il testo approvato raccomanda che solo i fornitori "affidabili" (cioè quelli che soddisferanno i requisiti di un "catalogo di sicurezza che esclude la possibilità che uno Stato straniero eserciti un'influenza sull'infrastruttura 5G" tedesca) potranno partecipare allo sviluppo del 5G in Germania. Il documento dice anche che sarà vietato l'uso di componenti provenienti da un fornitore di apparecchiature il cui utilizzo "non è nell'interesse pubblico o può mettere a rischio la sicurezza della Germania".

Il testo rilasciato dall’UE si applica al cosiddetto 5G standalone, cioè autonomo. Le attuali connessioni 5G sono in realtà connessioni Internet 4G con antenne 5G. Il 5G standalone dovrebbe andare a pieno regime nel giro di 3 o 4 anni. La piattaforma adottata dall’UE punta a essere pronta per quel momento. «Non abbiamo fretta. Stiamo parlando di due o tre anni per l'applicazione. Entro il 2023-2024 la distribuzione del 5G standalone sarà completa e tutti i paesi avranno potuto regolamentare in materia con lo strumento che abbiamo approvato adesso», ha commentato Breton.

Nel frattempo, i governi nazionali sono invitati a riferire all’UE su "passi concreti e misurabili" per attuare le misure entro la fine di aprile che andranno poi comunicate al gruppo di cooperazione dell'UE delle autorità di sicurezza informatica entro la fine di giugno.

Le società di telecomunicazioni dovrebbero tenere conto di queste nuove misure quando stipuleranno accordi commerciali per la realizzazione del 5G nei prossimi anni. 

I principali operatori si sono mostrati critici nei confronti del testo rilasciato dall’UE. Eventuali restrizioni nei confronti di Huawei e altre società cinesi significherebbero ingenti costi aggiuntivi per la distribuzione del 5G. Huawei ha già rapporti commerciali di lunga data con gli operatori europei e ha già avviato collaborazioni per testare le connessioni 5G in Europa. Se i governi nazionali bandissero il colosso cinese di telecomunicazioni, quegli investimenti andrebbero perduti. Inoltre, venendo meno un competitor come Huawei, ci sarebbe anche meno concorrenza e automaticamente questo porterebbe a un aumento di costi di fornitura da parte di altre società come la svedese Ericsson o la finlandese Nokia. 

Perplessità che non sembrano convincere il commissario UE Breton che ha commentato: «L'Europa detiene la metà di tutti i brevetti nel mondo quando si tratta di 5G. La Cina ne ha circa il 30%, gli Stati Uniti il ​​14%». Ma, scrive Politico, Ericsson e Nokia stanno subendo la pressione di Huawei e ZTE. 

Che cos’è il 5G e le sue applicazioni

Le reti 5G sono le reti di nuova generazione e, come quelle che le hanno precedute, apriranno a nuove opportunità: il 2G (Gsm) ha portato alla diffusione dei telefoni cellulari; il 3G ha visto la nascita delle app e dei primi smartphone; il 4G ha sostenuto lo streaming e la messaggistica. Il 5G – si legge in un lungo approfondimento a cura di AGI – “aumenterà la velocità con cui caricare e scaricare dati; diminuirà il tempo di latenza (cioè l'intervallo tra l'invio di un segnale e la sua ricezione) e moltiplicherà la “densità” dei dispositivi (sarà possibile connettere molti più pc, smartphone e sensori contemporaneamente e nella stessa area)”, attraverso anche lo sfruttamento di un nuovo “canale”, quello delle frequenze oltre i 26 Ghz.

Le nuove reti saranno in grado di supportare un numero molto maggiore di dispositivi senza che la velocità della connessione subisca dei rallentamenti: “se il 3G era un contagocce di dati e il 4G è stato un rubinetto, il 5G diventa un'acquedotto. I dati scorreranno con una capacità mai vista prima, in contemporanea. Senza intasamenti, la connessione di smartphone e pc sarà più scorrevole”. 

Le applicazioni della nuova rete saranno le più diverse nell’ambito dell’Internet of Things: “case private, impianti industriali in cui le macchine non avranno più bisogno di cavi, smart city in cui milioni di sensori analizzano e gestiscono emissioni, traffico, illuminazione pubblica. Sarà possibile monitorare in tempo reale ponti e opere d'arte, migliorare i controlli durante i grandi eventi incrociando migliaia di punti di osservazione, gestire in modo autonomo ed efficiente il traffico di strade, porti e aeroporti”.

Si stima che entro la fine del 2024 il 5G raggiungerà oltre il 40% della popolazione globale e che ci saranno 1,5 miliardi di abbonamenti alla nuova tecnologia. L’Italia ha assegnato antenne e frequenze agli operatori nel 2018 con un’asta aperta che ha fruttato 6,5 miliardi di euro, ben oltre i 4 miliardi che la Legge di Bilancio aveva fissato come limite minimo. Le società interessate (Iliad, Telecom, Vodafone, Wind Tre e Fastweb) hanno offerto oltre 2 miliardi per i lotti della banda 700 Mhz, 4,3 per quella 3700 Mhz e 163,7 milioni per quella 26 Ghz. L'asta – spiega ancora AGI - ha reso l'Italia un unicum in Europa: “secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio Ue sul 5G, infatti, solo il nostro Paese ha assegnato le frequenze in tutte e tre le bande principali. La Finlandia ne ha coperte due; Germania, Francia, Svezia, Lettonia, Spagna e Regno Unito una”.

Contestualmente sono state avviate le prime sperimentazioni. A Torino è stata testata la prima auto connessa e guidata da remoto su rete 5G. A Milano, Nokia e Vodafone stanno sperimentando il 5G  sulla sanità intelligente, i servizi di emergenza, la gestione del traffico e il turismo. A Livorno si sta pensando di digitalizzare le operazioni portuali e renderle più efficienti e sostenibili attraverso l’utilizzo della tecnologia 5G. A Genova, il Porto Antico potrà diventare un vero e proprio hub tecnologico all’avanguardia con un ecosistema digitale che andrà dalla sicurezza degli accessi alla tutela dell’ambiente dell’area, dall’efficienza energetica alla gestione intelligente dei parcheggi, passando per realtà Aumentata e Virtuale per lo sviluppo di applicazioni per il turismo. Roma5G è il progetto lanciato nel settembre 2017 da Roma Capitale con Fastweb ed Ericsson nei settori della mobilità intelligente, dell'industria 4.0, del turismo e della videosorveglianza. Con BariMatera5G le due città saranno fra le prime "città 5G" d’Europa nelle quali saranno sperimentati servizi innovativi nella sanità, l'industria 4.0, il turismo, la cultura, l'automotive e la sicurezza pubblica. 

La “guerra tecnologica” tra USA e Cina

Le pressioni da parte degli USA sull’Unione europea affinché bandisse Huawei e ZTE dal mercato del 5G vanno inserite nel contesto più ampio della “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina in corso ormai da anni e fanno leva sul rischio che le società di telecomunicazione cinesi possano fare spionaggio industriale e minacciare la sicurezza nazionale dei governi occidentali. 

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A maggio 2019, il presidente Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo che vieta alle società statunitensi di utilizzare la tecnologia delle comunicazioni fornita da chiunque sia considerato una minaccia alla sicurezza nazionale. Le società cinesi non erano menzionate direttamente ma era chiaro il riferimento implicito a esse, tanto è vero che in quegli stessi giorni il Dipartimento del Commercio inseriva Huawei e 70 delle sue affiliate in una lista nera commerciale che vietava a chi ne faceva parte l'acquisto di componenti da società statunitensi senza l'approvazione del governo. Dopo questi provvedimenti, un certo numero di aziende statunitensi ha iniziato a recedere dai loro accordi con Huawei. Come Google, che ha sospeso la licenza di Android nei confronti del colosso cinese.

Alcuni mesi prima, alla fine del 2018, le autorità canadesi avevano arrestato Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei e figlia del suo fondatore, su richiesta del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. A gennaio 2019, i pubblici ministeri federali statunitensi hanno incriminato Wanzhou e Huawei di 23 presunti reati, tra cui frode bancaria e finanziaria, cospirazione per frodare gli Stati Uniti e rubare segreti commerciali. 

Tutto questo sta avendo ovviamente un impatto sull'implementazione del 5G, rallentandone lo sviluppo, perché, spiega Rani Molla su Vox, Huawei realizza molte infrastrutture di rete relativamente convenienti necessarie per l'introduzione della nuova banda. 

Fondata nel 1987, Huawei è una delle più grandi aziende tecnologiche in Cina. È il secondo più grande venditore di smartphone al mondo, dietro a Samsung ma davanti a Apple, e le sue attività comprendono anche reti di telecomunicazione, dispositivi intelligenti e servizi cloud. In particolare, la società cinese è più avanti nello sviluppo di questa tecnologia rispetto ad altre aziende e ha già molte infrastrutture in atto in tutto il mondo, sia in termini di preesistenti reti 4G sia in preparazione per il 5G. Ma, per molti funzionari degli Stati Uniti, l'FBI e la National Security Agency, Huawei non è solo una compagnia tecnologica. La società di telecomunicazione avrebbe rapporti stretti con il Partito Comunista Cinese e aiuterebbe il governo cinese a spiare o attaccare gli Stati Uniti. 

«Siamo profondamente preoccupati per i rischi che potremmo correre consentendo a qualsiasi società o entità, legata a governi stranieri che non condividono i nostri valori, di guadagnare posizioni di potere all'interno delle nostre reti di telecomunicazione e dare loro la capacità di esercitare pressione o controllo sulla nostra infrastruttura di telecomunicazioni», aveva dichiarato il direttore dell'FBI Christopher Wray in un’audizione alla Commissione Intelligence del Senato. «Daremmo la possibilità di modificare o sottrarre informazioni in modo fraudolento e di fare spionaggio senza essere scoperti».

In particolare, i funzionari della sicurezza e dell’intelligence USA temono che aziende come Huawei possano vendere strumentazioni che consentano agli hacker del governo cinese di accedere a dati sensibili, o possano trasferire i dati raccolti direttamente al governo. Tuttavia, ha osservato Adam Segal, direttore del programma di politica digitale e cyberspazio presso il Council on Foreign Relations, «manca la “pistola fumante”», non ci sono prove di quanto sostenuto da FBI e NSA.

Huawei – spiega Scott Kennedy, vicedirettore della Freeman Chair in China Studies presso il Center for Strategic and International Studies su Vox – è l'emblema di tutte le paure degli Stati Uniti sulla Cina e la sua abilità tecnologica. E molte di queste preoccupazioni non sono necessariamente legate a ciò che la società cinese ha già fatto, ma a ciò che potrebbe fare con la tecnologia di “quinta generazione” e i nuovi dispositivi wireless di cui è uno dei principali produttori.

Come ha spiegato Eli Lake di Bloomberg, i timori su Huawei derivano dal fatto che il suo fondatore, Ren Zhengfei, era un tecnico dell'Esercito di Liberazione Popolare, e che il governo cinese ha investito decine di miliardi di dollari nell'azienda. I sospetti sono aumentati dopo l’approvazione delle leggi nazionali sull'intelligence e sulla cybersicurezza nel 2017, che, secondo Lake, "costringono le aziende a contribuire a operazioni offensive di intelligence" invece di limitarsi a richiedere loro di cooperare con le forze dell'ordine a livello di sicurezza nazionale.

Nel 2011, Huawei ha inviato una lettera aperta al governo degli Stati Uniti negando ogni coinvolgimento in azioni di questo tipo e chiedendo un'indagine approfondita da parte dei funzionari americani, convinti che ciò avrebbe dimostrato che Huawei è "una normale società commerciale e niente di più".

Dopo queste indagini, nel 2012 l’House Intelligence Committee ha pubblicato un rapporto che non ha sciolto i dubbi sull’operato di Huawei e ZTE. Secondo l’inchiesta, le due aziende "non hanno collaborato pienamente alle indagini e non sono state disposte a spiegare le loro relazioni con il governo cinese o il Partito comunista cinese". Il rapporto è giunto alla conclusione che gli Stati Uniti "dovrebbero valutare con sospetto la continua penetrazione delle società di telecomunicazioni cinesi nel mercato delle telecomunicazioni degli Stati Uniti".

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno vietato a Huawei di partecipare a bandi del governo degli Stati Uniti. Nel 2018, il Pentagono ha bandito la vendita dei telefoni Huawei e ZTE nelle basi militari statunitensi, AT&T ha rinunciato a un accordo con Huawei per vendere i suoi smartphone negli Stati Uniti, e la Federal Communications Commission ha proposto una norma che impedisce alle società statunitensi di utilizzare denaro del proprio Fondo di servizio universale per telefonini, wireless e servizi a banda larga prodotti da aziende cinesi.

Le accuse mosse a Huawei dai funzionari e dall’amministrazione USA (“Huawei fa spionaggio industriale”, “Hauwei è un agente dello Stato cinese e minaccia la sicurezza nazionale”, “Huawei è una società di un paese autoritario e illiberale e pertanto non si dovrebbero fare accordi commerciali”) – commenta Milton Mueller, professore al Georgia Institute of Technology School of Public Policy e fondatore dell’Internet Governance Project – non sono altro che degli artifici retorici ai quali gli Stati Uniti ricorrono per colpire il loro vero obiettivo senza mai dichiararlo apertamente: la Cina. 

La questione dello spionaggio industriale e delle possibili minacce alla sicurezza dei singoli paesi c’è ed è importante, ma non può essere attribuita solo a Huawei e alla Cina, prosegue Mueller: “nel conflitto cibernetico tra Stati, ciò che conta sono le vulnerabilità informatiche in generale, non l'uso di prodotti di un fornitore specifico. (...) Tutti i sistemi 5G presentano una nuova serie di rischi che non sono riducibili all'origine nazionale del produttore o dello sviluppatore. Si è tentati di chiedere cosa accadrebbe se i sistemi operativi Microsoft o Android fossero esposti allo stesso livello di controllo di Huawei”.

Di recente, il fondatore di Huawei, Ren Zhengfei, ha detto al New York Times di essere pronto a "concedere in licenza l'intera piattaforma Huawei 5G a qualsiasi azienda americana che voglia fabbricarla, installarla e farla funzionare, completamente indipendente da Huawei". Questa proposta non è stata raccolta dall’amministrazione USA perché, secondo Mueller, l’obiettivo principale è escludere la Cina da un mercato importante e non salvaguardare la sicurezza informatica del paese.

Anche le accuse di furto dei diritti di proprietà intellettuale non possono essere addebitate solo alla Cina e a Huawei. Se è vero che nel 2010 Google annunciò di avere subìto pesanti attacchi informatici da parte della Cina, con il conseguente furto di brevetti, anche altre aziende statunitensi sono state accusate di frodi di questo tipo: i fondatori di Palo Alto Networks sono stati accusati di aver rubato dei brevetti che erano stati inventati da loro quando erano dipendenti di Juniper Networks; Cisco e Arista hanno risolto anni di contenziosi sui brevetti con un pagamento di 400 milioni di dollari; nel 2019 Cisco è stata condannato per aver violato un brevetto di sicurezza informatica. Si tratta, dunque, di una questione quasi endemica al settore tecnologico.

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Poi c’è la questione dei diritti umani e della libera espressione del pensiero. Gli USA invitano a non fare affari con Huawei perché, come spiegava ad esempio l’analista Ben Thompson, la Cina sfrutterebbe le tecnologie occidentali, acquistandole o violando i brevetti, “per mettere in piedi il più grande e sofisticato sistema di sorveglianza della storia dell’umanità” e riuscire a spiare tutte le informazioni che gli utenti cinesi si scambiano su Internet, monitorare i loro spostamenti, limitare le loro libertà come in pochi paesi al mondo. “Ciò dovrebbe spingere le aziende tecnologiche occidentali e gli investitori a fermarsi un attimo quando si parla di Cina, e dovrebbe anche portare a pensare alle politiche più appropriate da assumere all’interno del nostro stesso settore industriale”, conclude Thompson. 

Ma, si chiede Mueller, le barriere commerciali e una guerra tecnologica giocata su base nazionalista sono le soluzioni più efficaci per far sì che la Cina cambi? E perché l’amministrazione Trump non ha fatto lo stesso con l’Arabia Saudita alla luce delle sue liste nere nei confronti delle voci critiche e dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi che vede coinvolto il principe ereditario e leader de facto del paese, Mohammed bin Salman? L’impressione è che la carta dei diritti umani venga usata solo quando è utile a fini geopolitici.

Inoltre, la strategia proposta dagli USA non sembra essere differente da quella di cui si accusa Cina e Huawei. Ad aprile 2019, riporta Andrew Ross Sorkin sul New York Times, il Defense Innovation Board (un gruppo di imprenditori e ricercatori accademici che consiglia il dipartimento della Difesa) ha pubblicato un rapporto che diceva testualmente che "il paese leader nel 5G guadagnerà centinaia di miliardi di dollari nel prossimo decennio, con una importante creazione di posti di lavoro nel settore della tecnologia wireless e quel paese probabilmente non saranno gli Stati Uniti".

Un altro documento, pubblicato dal Center for a New American Security (CNAS), attacca la Cina per aver fornito “supporto finanziario e sostegno politico” a “società tecnologiche nazionali” e poi raccomanda, come soluzione, che gli Stati Uniti forniscano, con il coinvolgimento dell’intelligence, del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato, “supporto finanziario e sostegno politico” a favore di società tecnologiche nazionali. In particolare, il CNAS chiede la creazione di un "Fondo di sviluppo digitale" (DDF) che sovvenzioni progetti di connettività tecnologica nei paesi in via di sviluppo dando priorità a quelli “di importanza strategica per gli Stati Uniti” a patto che favoriscano anche l’emancipazione delle donne e l’inclusione digitale. 

La scorsa settimana, dopo le decisioni prese da Unione europea e Regno Unito, il Procuratore Generale William P. Barr, repubblicano, ha suggerito agli Stati Uniti di valutare l'ipotesi di "una partecipazione statale nella finlandese Nokia o nella svedese Ericsson per contrastare le aziende cinesi che rischiano di dominare il fiorente mercato wireless 5G". Il suggerimento non è stato preso in considerazione dall'amministrazione Trump ma, commenta Daniel W. Drezner sul Washington Post, "fa sorridere vedere un repubblicano di vecchia data suggerire che il modo migliore per bloccare l'ascesa di una grande potenza comunista sia ricorrere a imprese di Stato". Dov’è la differenza con la Cina, si chiede Mueller? 

Tutto questo fa pensare che dietro le accuse a Huawei (alcune delle quali possono essere anche fondate) ci siano in ballo equilibri geopolitici e la supremazia tra USA e Cina in una “guerra fredda tecnologica” a lungo termine che si gioca sull’attribuzione delle forniture per la realizzazione della nuova rete 5G. E l’Europa e gli altri paesi sono costretti a camminare sul filo di questi equilibri precari.

Immagine in anteprima: Mark Schiefelbein/Associated Press – via New York Times

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