Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico

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Ieri abbiamo assistito in diretta TV e sotto i nostri occhi sui social media all'uccisione di due giornalisti. L'assassino, Vester Lee Flanagan, anche lui giornalista, a quanto pare ha pianificato l'omicidio "mediaticamente". Ha aspettato l'inizio dell'intervista in diretta prima di sparare, ha ripreso con il suo cellulare l'omicidio. Ha poi postato su Facebook e Twitter le motivazioni e le immagini.

Il mio primo commento, quasi istintivo, appena mi sono resa conto dell'uso dei social è stato un invito a Facebook e Twitter di bloccare l'account. In molti hanno fatto lo stesso appello.

Dopo pochi minuti entrambi gli account sono stati sospesi. La maggior parte delle testate giornalistiche, mi riferisco soprattutto a quelle italiane, ha deciso di pubblicare sia il video della diretta TV sia il video dell'assassino. Chi integralmente, chi parzialmente. Qualcuno inserendo spot pubblicitari di apertura (poi qualcuno ha rimosso lo spot, altri invece hanno deciso di lasciarlo). C'è chi invece ha deciso di non passare alcuna immagine

Davanti a questa dinamica ho fatto un secondo commento su Facebook che riporto qui:

Ci vuole più coraggio, dignità e professionalità a non pubblicare il video di una morte in diretta, credetemi. Da come sono andate le cose rimane che Facebook e Twitter - spesso additati come fogne, "diffusori" di odio e violenza - hanno quasi subito bloccato l'account del presunto (uso ancora presunto fino a quando non si saprà tutto con certezza della vicenda) killer che postava motivazioni e video dell'uccisione. Molte testate hanno ripreso il suo video (qualcuna anche con spot di apertura) decidendo in questo modo di farsi megafono dell'assassino. No, per me non è una scelta giornalistica. Non aggiunge niente alla comprensione della storia. Le motivazioni sono altre e non mi va nemmeno di parlarne. I media dovrebbero avere maggiori responsabilità "giornalisticamente" parlando di un social come FB e Twitter. Hanno deciso di venire meno a questa responsabilità. Per me ovviamente. È il mio punto di vista. Massima stima per testate che invece hanno deciso di non pubblicare, di non diffondere. Non pubblicare è in casi come questi un atto giornalistico.

 

Pubblicare o no il video: un dilemma etico

Alessandra Quattrocchi, nello scambio sulla mia bacheca, ha spiegato che la loro testata ha scelto di non pubblicare il video dell'assassino ma ha pubblicato il video andato in diretta. Ha poi precisato su richiesta di spiegazione della differenza dei due video la scelta:

Quando abbiamo pubblicato il primo video non si sapeva chi avesse sparato o perché, se fosse un pazzo di passaggio o un ammiratore respinto, e nemmeno chi fosse oggetto dell'attentato e nemmeno se la ragazza che sembrava scappare (e che per fortuna non si vede né morire né essere colpita) fosse una delle vittime. Più tardi si è capito chi fosse e che il tipo con la pistola aveva sparato dopo lunga e precisa mira con l'intento di riprendersi e postarsi sui social. In ogni caso c'è differenza a mio parere fra immagini già andate in diretta su una TV nazionale, e un video girato da un assassino e da lui postato sui suoi profilo FB e Twitter (peraltro subito bloccati dai medesimi) con tanto di botta e risposta con i commentatori e i suoi amici. Ciò nonostante se la dinamica fosse stata chiara fin dall'inizio probabilmente non avremmo pubblicato nemmeno le immagini andate in diretta.

Quello che ho notato e su cui ho commentato è che mentre social come Twitter e Facebook hanno immediatamente bloccato l'account dell'assassino, i media che "tecnicamente" dovrebbero appunto "mediare", scegliere, selezionare, "filtrare", hanno in qualche modo fatto da megafono all'assassino ri-pubblicando il suo video. Lo dirò brutalmente: si sono fatti dettare l'agenda, assecondandone le intenzioni di visibilità mediatica appunto. Il sistema di controllo dei due social network invece ha funzionato. D'altra parte su questo la policy di Facebook è molto chiara:

Facebook has a policy for such situations—it's found in its Community Standards section. For instance, one passage there states, "We also prohibit you from celebrating any crimes you've committed." A Facebook rep offered the following emailed comment: "We have removed a profile and a Page for violating our Community Standards."

E così Twitter:

Similarly, Twitter's rules state that users "may not publish or post threats of violence against others or promote violence against others."

Youtube ha fatto la stessa scelta: ha rimosso il video e al suo posto si legge questo messaggio:

This video has been removed as a violation of YouTube's policy on shocking and disgusting content.

Quello di Flanagan è stato, giustamente a mio avviso, definito "an act of diabolic stunt journalism":

Mining social media and the web for the digital footprints of criminals and murderers is not new, and it is common for killers to leave carefully constructed bits of evidence and manifestos to be discovered after they’ve taken lives (including, often, their own). But what feels different about the killings today is the way in which Flanagan knew not just how to optimize his crime for the information age but anticipated the way in which his actions would be quickly amplified, even to those who might have no interest in engaging with them at all.

Come dicevo molte testate, incluse quelle americane, hanno inizialmente pubblicato il video. In seguito alle proteste di molte persone e alla richiesta stessa dello staff della WBDJ-TV di non condividere il video, in molti hanno rivisto la loro scelta.

Pubblicare o meno è un dilemma etico che quanto meno le testate dovrebbero porsi. Poynter ha raccolto diverse posizioni tra varie testate: da Buzzfeed che ha scelto di caricare il video sui propri server al Guardian che ha deciso invece di non condividere le immagini:

Given the disturbing content of the videos emerging from Virginia on Wednesday, we made a decision not to run them on our site or social media channels,” said a spokesperson for The Guardian. “Amplifying or sharing such footage would be insensitive to the victims’ families and distressing to those viewing it.

Altri invece, come Mic e CNN, hanno usato il primo video (quello della diretta) e si sono rifiutati di usare il video girato dall'assassino e condiviso sui social. Interessante cosa dice la linea guida di Mic rispetto a situazioni come quella di ieri.

Mic stories have a responsibility to address hard and complicated real-world events. Sometimes this means figuring out when it’s appropriate to share controversial or painful material, whether it’s a provocative political cartoon or upsetting video. Think about these three questions when you consider whether to include that material: Does the reader need to see this material in order to understand the story? Does omitting this material do a disservice to the reality on the ground? Does Mic’s story punch up? That is, does our reporting frame this material in the smartest, least exploitive way?

Secondo Poynter nel decidere se pubblicare o meno video "controversi" bisognerebbe porsi queste domande:

What is my journalistic purpose? What organizational policies and professional guidelines should I consider? What are my ethical concerns? Who is the audience - and who are the stakeholders affected by my decision? What are my alternatives?

Perché non avrei pubblicato il video? È spiegato molto chiaramente in un altro articolo di Poynter sulla vicenda trattata sempre dal punto di vista giornalistico: il video andrebbe usato nel caso di versioni contrastanti su un accaduto (vedi uso della forza da parte della polizia), quindi la sua pubblicazione aiuta a ristabilire i fatti, ma questo video in sé non aggiunge niente in più. Non aiuta a comprendere la dinamica dell'accaduto. I fatti sono chiari anche senza l'utilizzo del video. Chi ha sparato voleva punire e umiliare le vittime mostrando il video.

Other than the astonishing nature of the video, it adds little information about what happened. The facts are clear without using it. There was a lone shooter at close range, and his image appeared on the news camera video. The first-person video shows an execution. Airing it may serve to encourage copycat violence. The shooter may have meant to show the video as a way of punishing and humiliating his victims. It might have given him a great sense of power to be in control, and airing the video only feeds that emotion.

Anche Steve Buttry espone le sue motivazioni (che condivido) per il suo no alla pubblicazione: chi attacca durante una diretta tv vuole attenzione. Ovviamente bisogna coprire giornalisticamente l'aggressione, ma si può decidere di non trasmettere il video.

1) Someone who attacks during a live telecast is seeking attention. Obviously you need to report the attack, but I would not broadcast the attack or make it available online. 2) While a killer is at large, identification is important news. So as soon as the killer’s identity was known, if he were still at large, I would publish name, photograph and any other information that would help the public report his location, apprehend him or seek safety if they saw him. Public safety overrides my belief that we should not give the killer attention. 3) Once the killer was dead, I would stop publishing his name or photograph. 4) I see no ethical justification for publishing videos shot by the killer. That is the ultimate in attention-seeking behavior. 5) You can report the mental health issues, gun access issues and other issues that a story presents without publicizing or profiling the killer. 6) My focus would be on the people who were killed or injured. They warrant media attention, not the person who was seeking it.

Oltre al video si è posta la questione del fax di 23 pagine inviato dal killer alla ABC. La quale ha scelto di non pubblicare "il manifesto" che spiega le motivazioni e il punto di vista dell'assassino ma di inoltrare direttamente le pagine agli investigatori.

Dart Center for Journalism and Trauma ha stilato una serie di consigli su come coprire eventi traumatici. Raccomandandosi con i giornalisti di avere cura di stessi e degli altri allo stesso modo:

The Dart Center encourages journalists to practice self-care – i.e., to treat themselves with compassion and respect, so that they will do the same to others

 

Il problema etico dell'autoplay

Mentre sui social scorrevano i tweet dell'assassino e il video da lui girato in molti hanno subito "la violenza" dell'autoplay che ci ha reso testimoni involontari di quell'omicidio (il tema è trattato in modo approfondito su Mediabriefing). Su Facebook, su Twitter non si è scelto di vedere il video, il video si è attivato in automatico. Molti utenti hanno avvertito su come tecnicamente bloccare l'autoplay, altri si sono appellati affinché si evitasse di RT e condividere.

Su questo aspetto è intervenuto anche il Wall Street Journal

Video has become a greater focal point for social media companies as they continue to compete for user attention with ever more compelling content. This year, Twitter added auto-play videos and acquired live-streaming app Periscope, which recently said it had 2 million users who log in daily. Facebook is also giving some users tools to post live videos to the network. But the emergence of the auto-play video feature, as well as the rise of mobile live streaming has raised the stakes, bringing unvarnished tragedy and horrifying violence to smartphones with ease. Periscope users broadcast footage of mangled bodies following the explosion in Bangkok earlier this month. In the case of Wednesday’s video, it’s not immediately apparent that it’s a recording of a murder. The video starts off with blurry images as Mr. Flanagan walks along a deck towards the victims, the gun out of sight. It’s not until later in the video that he points a gun at a victim.

Un ultimo aspetto che vorrei sollevare riguarda quello che ho definito appunto un atto giornalistico riferendomi alla decisione di non pubblicare. Qualcuno ha parlato di censura ed è un errore a mio avviso. Non si chiede affatto di non coprire la notizia, ma di domandarsi almeno come coprirla, ponendosi domande etiche e non solo meramente giornalistiche. D'altra parte non si tratta ingenuamente di pensare di poter fermare la viralità o la diffusione, ma di scegliere se contribuire o meno alla diffusione. Altri hanno accusato alcuni giornalisti di paternalismo nei confronti dei lettori. La risposta più bella a mio avviso è di Nicholas Kristof del New York Times

Invito chi ieri sosteneva con molta fermezza che il video andava pubblicato a chiudere per un attimo gli occhi e a immaginare se una delle vittime fosse stata un suo fratello, amico, sorella, figlio...

Aggiornamento 27 agosto 2015 ore 10.57: su segnalazione di Matteo Troia che su Facebook mi fa notare che il primo link a Vox.com conteneva la pubblicazione del video, per coerenza ho deciso di sostituire quel link con il link all'articolo del Guardian

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